Commento alla trilogia Il Viaggio della Jerle Shannara.
Nel 1999, in seguito alla conclusione della fortunata trilogia del Verbo e del Vuoto, Terry Brooks decide di ritornare alla sua più celebre creazione, l’universo di Shannara, nato nel 1977 con La Spada di Shannara e continuato nel tempo con altri sei titoli. La saga degli Eredi di Shannara si era conclusa in modo abbastanza chiaro, seppur non completamente definitivo: il dominio degli Ombrati si era concluso, le storie dei protagonisti si concludono anch’esse e rimane solo da affrontare la Federazione, che tuttavia dopo la batosta finale non può certo essere potente come una volta. Brooks riapre quindi la narrazione raccontando al lettore cosa sta accadendo circa centocinquanta anni dopo.
La situazione è la seguente: la Federazione domina ora solo il profondo sud delle Quattro Terre, e continua da tempo la lotta contro le forze ribelli e i suoi alleati. Gli Elfi, che hanno ripreso a vivere da tempo nelle terre dell’Ovest, combattono anch’essi la Federazione ma – come sempre – non brillano di troppa saggezza dominati come sono da re benevoli ma piuttosto deboli. I Nani nell’Est non sono più succubi dell’invasore, e i temibili Troll e gli Gnomi relegati a nord continuano la loro vita indisturbata senza l’interferenza della Federazione né tanto meno interferendo con la vita degli altri popoli. Anche la fortezza millenaria di Paranor, e con essa l’Ordine dei Druidi, è tornata nelle Quattro Terre riportata da antiche forze magiche, ma l’ultimo dei druidi – il Walker Boh che abbiamo conosciuto bene nella precedente saga – combatte una battaglia lunga e solitaria senza troppi successi nel tentativo di dare ai druidi i vecchi poteri e creare un nuovo Ordine che riprenda l’antica missione. A cambiare le carte in gioco è un elfo, giunto in fin di vita dall’enorme oceano dello Spartiacque Azzurro, che possiede una misteriosa mappa. Quando si scoprirà che il naufrago è il fratello del Re degli Elfi, sopravvissuto a una spedizione avvenuta molti anni prima alla ricerca di un’antica magia, si decide di intraprendere una nuova missione per scoprire cosa ha realmente trovato il primo gruppo scomparso.
Diciamo subito che, rispetto alle precedenti due saghe, questo nuovo ritorno nelle Quattro Terre lascia abbastanza perplessi. Brooks si dev’essere naturalmente reso conto che, se avesse continuato a sfruttare il filone Shannara utilizzando sempre gli stessi elementi dei primi romanzi, sarebbe scaduto nella banalità. E dato che le sue ultime opere – in particolar modo la notevole trilogia del Verbo e del Vuoto – si sono rivelate di grandissima originalità, un cambiamento era necessario. Così, non ci si deve aspettare un ritorno alle tranquille (si fa per dire) Quattro Terre come le abbiamo conosciute nelle precedenti ‘puntate’: ora l’azione si sposta in maniera decisa e punta verso orizzonti ignoti. Brooks aveva già tentato una simile operazione nell’ambito della trilogia degli Eredi di Shannara, con Il Druido di Shannara, dove l’azione si svolge in massima parte nella città oltre confine di Eldwist. Lì il risultato è stato senza dubbio eccellente, e forse Brooks ha ritenuto che lo spostamento del luogo avrebbe garantito l’originalità della trama. In questo ha avuto sicuramente ragione, tuttavia l’effetto è stato di ’straniamento’ per la maggioranza dei lettori. In effetti ci si è trovati, dopo la prima metà del primo romanzo, in luoghi al di fuori delle Quattro Terre, con sfondi esotici estremamente fuori luogo per un romanzo fantasy che, come tale, di solito predilige l’azione in luoghi “continentali”. Se confrontiamo questo escamotage con quello identico già utilizzato nel romanzo La Regina degli Elfi di Shannarara (ambientazione fuori dalle Quattro Terre in luoghi tropicali), che a detta della critica è stato il peggior romanzo di Shannrara scritto da Brooks, non fatichiamo a comprendere che la scelta dell’ambientazione abbia influito sulla negatività generale dell’opera.
Davanti alla Trilogia del Viaggio della Jerle Shannara i lettori sono rimasti in massima parte poco convinti della nuova prova di Terry Brooks: sicuramente ci sono stati più pareri negativi di una qualsiasi delle sue opere, e le critiche vanno dallo sfruttamento di elementi ormai logori a uno stile narrativo meno elevato. Di certo un peggioramento in Brooks c’è stato in quest’opera, anche se non così clamoroso come alcuni vogliono sostenere, e molto probabilmente più per le esigenze editoriali che per reale desiderio dello scrittore, ma ci sono stati anche miglioramenti sostanziali.
Innanzitutto dobbiamo analizzare lo stile narrativo. Terry Brooks ha sempre incorporato, nei suoi romanzi di Shannara, un grande numero di descrizioni di luoghi e paesaggi, a volte ne ha perfino abusato nel senso che ha finito per rallentare notevolmente la narrazione. Nella nuova Trilogia le descrizioni ci sono eccome, ma diluite in maniera sostanziale. Non solo: non si limitano più solo a larghe campagne e città, ma anche a personaggi e a macchine. La descrizione del funzionamento delle navi volanti, ad esempio, con i suoi ‘particolari tecnici’ estremamente interessanti, va di larga misura conto lo stile classico di Brooks, ma un passo in avanti notevole è quello della descrizione dei personaggi. Al viaggio della Jerle Shannara partecipano un buon numero di persone, tutte quante però trattate con la dovuta precisione: insomma, mentre nei primi romanzi (soprattutto la Spada di Shannara) la concentrazione era tutta sui pochi protagonisti, e il resto dei personaggi passava non in secondo ma in terzo piano, con la nuova trilogia si ha difficoltà quasi a trovare il vero protagonista. In effetti, c’è una differenza notevole per quanto riguarda questo discorso nell’inizio della Strega di Ilse: mentre in tutti i romanzi di Brooks fino ad ora gli incipit presentavano sempre il protagonista come prima cosa (con una sola grande eccezione ne Le Pietre Magiche di Shannara), il primo romanzo della nuova trilogia comincia presentando personaggi che in seguito scompariranno o avranno spazio minore nella vicenda. Questo è probabilmente un miglioramento in quanto ci si rende conto che gli avvenimenti non accadono per l’azione di poche persone, ma di molte, e che anche personaggi minori fanno evolvere la situazione, anche abbastanza notevolmente.
Lo stile narrativo è quindi più piacevole e scorrevole che in qualsiasi altro romanzo di Shannara, dato che proprio quando Brooks si sposta nelle Quattro Terre usa utilizzare uno stile diverso da quello usato in altre opere come Landover o Word & Void. Le caratterizzazioni sono anch’esse ben fatte, estremamente realistiche, anche se – dato il gran numero di personaggi trattati – capita di scadere a volte in banalità o deja-vù: è il caso di Quentin Leah, fin troppo simile ai precedenti Leah già incontrati nelle prime due saghe. Più deludente è invece il personaggio di Walker Boh: il nuovo-ultimo druido perde sicuramente molto rispetto al suo precedente ruolo nella saga degli Eredi di Shannara, dove era indiscutibilmente uno dei personaggi più riusciti. Qui sembra assomigliare fin troppo a Allanon o Bremen, Brooks lo immedesima troppo nel ruolo di druido facendogli perdere l’iniziale spessore. Ma ciò che più si rimpiange in questa ‘nuova’ trilogia è l’assenza di un vero cattivo coi fiocchi. Indentiamoci: è sempre preferibile come antagonista un personaggio più sfaccettato, meno dichiaratamente ‘cattivo’, rispetto a quelli che gli autori fantasy presentano spesso come incarnazione del Male assoluto. Tuttavia, dato che con Brooks (e ancor prima con Tolkien) abbiamo compreso che la grande fantasy punta sull’esistenza di un Nemico assoluto, ora se ne vorrebbe uno. Il Signore degli Inganni ne La Spada di Shannara, gli spaventosi Ombrati nella seconda trilogia, perfino gli spietati Demoni della trilogia del Verbo e del Vuoto sono cattivi assolutamente perfidi e tranquillamente detestabili. Si presenta invece ne La Strega di Ilse un cattivo ben poco accanito nel suo ruolo di antagonista: la Strega di Ilse, appunto, descritta tra l’altro come una donna di una certa bellezza, è sì crudele ma volgarmente umana, e la sua umanità finisce per rendere ben poco appassionante il suo ruolo di cattivo. Siamo infatti abituati a ritenere veri cattivi nei romanzi di Brooks creature sovrumane e subumane di crudeltà infinita, apparentemente senza pecche e pressoché invincibili (solo alla fine scopriamo che ciò, come è giusto, non è vero). La Strega di Ilse dimostra in più parti i suoi difetti e i suoi limiti, a volte anche la sua incapacità di dominare la situazione e sembra incutere ben poca paura anche da parte dei suoi subalterni. Insomma, manca un antagonista degno di tal nome. Nei successivi romanzi la situazione non decolla: Antrax è di certo più subdolamente e ineffabilmente potente ma esce troppo dagli schemi brooksiani e si fatica a considerarlo come un’entità reale. Il Morgawr, la cui minaccia aleggia incessantemente per l’intera trilogia, rimane perlopiù una minaccia, appunto, e quando fa la sua apparizione in carne ed ossa si ridimensiona notevolmente.
Per finire questa discussione, un ultimo punto a sfavore va visto nella poca originalità dell’ambientazione. Già si è parlato in tal senso discutendo i pro e i contro dello spostamento dell’azione dalle Quattro Terre ad un ambiente nuovo e diverso. Un ambiente che però ha ben poco interessante e di originale: innanzitutto le tre isole del primo romanzo. Sono tre tappe obbligatorie che Brooks cerca di rendere più diverse e originali possibili senza tuttavia riuscirci. Inoltre il senso delle tre isole è a dir poco risibile: in ognuna sono nascoste tre ‘chiavi’ che servono per aprire una porta. Un simile espediente può essere buono per una puntata di Tomb Raider, ma in un romanzo fantasy alla Brooks stona in maniera vistosa. Brooks preda delle trame da videogioco? Infantilizzazione? O effetto dovuto? Se così fosse, non saprei proprio dove sia la metafora di queste tre tappe. E la meta finale appare anch’essa poco originale: una città dei vecchi tempi pre-Olocausto, perfettamente conservata, insomma una città del nostro tempo sopravvissuta alla catastrofe che trasformerà la Terra nel mondo che Brooks ci farà conoscere con la saga di Shannara. Espediente già utilizzato, con più successo, ne Il Druido di Shannara. La Parkasia che viene più approfonditamente descritta nei due romanzi successivi, Il Labirinto e L’ultima magia, appare stonata soprattutto per l’uso eccessivo di Brooks di congegni meccanici ed armi tecnologiche provenienti dai tempi antichi. L’incontro tra fantasy e fantascienza è forse il punto di forza dell’intera opera, ma non crea un genere nuovo bensì li indebolisce soltanto diventando un esperimento che non riesce a darsi una definizione chiara.
Alla fine di questa breve e forse superficiale analisi, cosa dobbiamo dire in conclusione: la Trilogia del Viaggio della Jerle Shannara si rinnova rispetto alle precedenti saghe, nella veste oggettiva (leggi ambientazione, mezzi e missioni), si migliora dal punto di vista stilistico ma peggiora e scade nella banalità per la trama. E mentre negli USA e ora in Italia la trilogia è conclusa, e Brooks già si sta approntando per sfornare una nuova saga di Shannara preannunciata come la più epocale fin ora vista, cosa dobbiamo pensare? Che sia un bene o un male?
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Pubblicato il: 11 marzo, 2010
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