di Lorenzo Abagnale
Per molti anni Terry Brooks è stato l’autore fantasy per antonomasia, dopo J.R.R.Tolkien. La sua opera prima La Spada di Shannara è considerata — non senza critiche — un classico del genere. Ma è ancora così? Brooks è ancora un Maestro del fantasy?
Prima di iniziare questa riflessione bisogna definire il genere stesso: cos’è il fantasy? Senza troppi sforzi di immaginazione lo si potrebbe definire come quel genere letterario che affonda le proprie radici nel mito e nella fiaba, soprattutto di origine nordica. Il nome attualmente abbraccia moltissimi sottogeneri ma l’accezione più frequente e comune è quella più classica: il fantasy epico, high (o epic) fantasy per gli anglofoni. Il fantasy di Tolkien, per intenderci, ambientato in un mondo immaginario e popolato da razze tipicamente fiabesche quali elfi, troll e così via, e dove la magia è una forza esistente. Il primissimo ciclo di Shannara rientra indubbiamente in questa categoria.
L’immensa opera di Brooks è caratterizzata da un continuo mutare. Dal primissimo romanzo di Shannara all’ultimo vi è un abisso in termini di temi, caratterizzazione, stile. Ma è un’evoluzione o un peggioramento? Sicuramente Brooks ha voluto rompere gli schemi del fantasy stretto, forse proprio per sfuggire all’ombra di Tolkien, ma i risultati di tale scelta non sono stati sempre brillanti, come si evince analizzando l’epopea per cicli.
La Trilogia di Shannara è semplicemente perfetta. Originale nella sua canonicità, canonica nella sua orginalità, essa funziona egregiamente. È esattamente ciò che vuole essere: ha tutti gli elementi tipici del fantasy (razze mitiche, draghi, magia, e così via), strutturati in funzioni narrative ben definite (il mentore, la cerca, la battaglia campale, per dirne alcune), uniti ad elementi di originalità (l’ambientazione post-apocalittica sulla ‘nostra’ Terra, il ruolo ambiguo dei Druidi e della Magia stessa, l’introspezione, lo stile non troppo aulico). Un capolavoro del genere.
Dall’Eredità di Shannara in poi le cose non sono più le stesse: i contrasti tra classicismo ed innovazione si fanno sempre più marcati e presenti, al punto da confondere e spesso spiazzare un certo tipo di lettore, quello che ha amato il primo ciclo e si aspetta un proseguimento di quel tipo di fantasy. Tra colpi di genio quali la città di Eldwist o l’isola simil-tropicale di Morrowindl trovano spazio scelte narrative piuttosto discutibili: inizia qui una certa ripetitività che accompagnerà per sempre i lavori di Brooks. Si pensi ai numerosi quanto noiosi tentativi di Par di recuperare la Spada, o all’asfissiante attraversamento di Morrowindl da parte di Wren. Strutture narrative che difficilmente trovano una spiegazione valida, strutture che stancano e spiazzano. A che pro mostrare un’infinita serie di morti? Perché sottolineare ogni secondo quanto sia tetra la giungla dell’isola? A cosa serve il personaggio di Carismano, che fa una fine così tragica senza un motivo preciso? Intere situazioni e molti personaggi appaiono del tutto superflui, privi di uno studiato arco narrativo con un senso compiuto.
Scelte originali non sono sempre accompagnate dunque da un effettivo risultato appagante. E in più, si comincia a perdere quel sapore proprio del genere: il medievalesco, il fatato, l’approfondimento delle Razze e delle loro culture, il piacere di ritrovarsi in un mondo familiare seppur fittizio.
Per fortuna il livello generale di tutta la tetralogia è piuttosto alto ed appagante: i personaggi principali hanno ciascuno il proprio compimento, gli elementi nuovi e ‘anticonformisti’ funzionano egregiamente e non ledono comunque il buon sapore delle Quattro Terre.
Proseguendo in ordine di scrittura, Il Primo Re di Shannara è un genuino salto alle atmosfere puramente tolkieniane della prima trilogia, arricchite dal fascino di toccare con mano molte cose solo raccontate: l’Ordine dei Druidi, la Seconda Guerra delle Razze, la forgiatura della mitica Spada, e naturalmente Jerle Shannara in persona! Questo preludio rimane un piccolo gioiello, l’ultimo romanzo autoconclusivo e (forse proprio per questo) perfettamente funzionante di Shannara.
Ad esso fa infatti seguito il ciclo più controverso, Il Viaggio della Jerle Shannara. Esso inizia con un romanzo decisamente brillante — specie nella prima parte — in cui le Quattro Terre vengono mostrate vive come non mai! Un incipit perfetto, intrigante e intriso di mistero, tanto che non si vede l’ora che il viaggio parta. Non mancano visite a luoghi e comparse di personaggi ormai sempre presenti: il Perno dell’Ade, il Re del Fiume Argento. Un viaggio, una cerca in perfetto stile fantasy resa avvincente e nuova dalla presenza delle navi volanti, che rendono possibile uscire dai confini continentali delle Quattro Terre per navigare sulle ignote acque dello Spartiacque Azzurro. Le novità sono moltissime ma ciò che sconvolge maggiormente è la presenza di macchine tecnologiche nella Parkasia, guidate da una intelligenza artificiale che assume il ruolo di vera e propria nemesi. Se l’idea di fondo è ancora una volta geniale (non tanto Antrax in sé, troppo simile alla Skynet di Terminator, quanto l’inserirla in una saga fantasy), essa non viene compensata da una trama ugualmente accattivante: troppe fughe e inseguimenti, troppe stragi inutili, troppi serpidi meccanici e pochi avvenimenti degni di nota. Il secondo romanzo — da molti stranamente considerato il più riuscito dei tre — è un susseguirsi delle stesse identiche situazioni per pagine e pagine. Dove si poteva approfondire il viaggio (interiore ed esteriore) di Walker si legge invece della fuga di ciascun personaggio da questo o da quel nemico, e la sensazione è di assaggiare un brodo allungato. Il sapore fantasy viene a malapena mantenuto da pochi elementi di poeticità e magia decisamente riusciti quali lo splendido personaggio di Truls Rohk (la cui storia sa davvero di mito) ed il castello stregato di Mephitic, ma la trilogia in generale pare davvero fatta di molto fumo e poco arrosto.
L’ultimo ciclo infine è un tentativo di ritorno alle origini, in parte riuscito, ma anch’esso reso piuttosto insipido da milioni di potenzialità sprecate, scelte narrative discutibili e ripetitività. Al fascino della rinascita dei Druidi, dell’esplorazione del Divieto, della ricomparsa di Brona, dell’approfondimento della cultura dei Troll e della scoperta del Tanequil si accompagnano situazioni e personaggi già visti: l’ignaro Ohmsford di turno, un amore melenso e stereotipato, una ‘orribile creatura’ (Aphasia) del tutto priva di carisma che insegue i protagonisti, un nano tutto sommato anonimo, e così via. Brooks poteva ambientare quasi tutta la trilogia nel Divieto, approfondendo la sua splendida idea di mostrarlo come la faccia rovesciata delle Quattro Terre, specchio deformato della realtà, piuttosto che dedicargli pochissimi capitoli, lievi accenni alle varie razze che lo abitano ed un interessante antagonista (Tael) che scompare nel nulla.
Un breve accenno merita anche la sperimentazione più evidente, il graphic novel Lo Spirito Oscuro di Shannara: l’intenzione è senz’altro graditissima, ben venga una rappresentazione visiva dello splendido mondo creato da Brooks, ma il risultato non è dei migliori. La sceneggiatura è fin troppo didascalica e ridondante, la storia a dir poco banale ed alcune trovate piuttosto contraddittorie rispetto al resto della saga (ad esempio un Cogline che ha addirittura la capacità nascosta di riportare Paranor nelle Quattro Terre). Sul piano grafico invece il lavoro soffre proprio di una confusa identità: le influenze del fumetto orientale sembrano stonare con l’essenza di Shannara, ed il bianco e nero sicuramente soffoca le potenzialità cromatiche di paesaggi, creature e magie delle Quattro Terre. Un mondo così variegato merita una cura decisamente maggiore e scelte più decise, piuttosto che un ibrido tra comic e manga.
Cosa non funziona allora nella Shannara attuale?
L’idea è che l’autore voglia prendere decisioni coraggiose senza riuscirci sempre, allontanandosi da quei canoni che ha sapientemente utilizzato verso un territorio che purtroppo non gli rende giustizia. Gli intrighi politici che racconta non convincono mai troppo ed il lettore che legge Shannara perché l’ha scoperto con La Spada si presume voglia conoscere meglio il Divieto, piuttosto che Shadea a’Ru. Brooks si sofferma troppo su trame che non funzionano a dovere, su strutture atipiche che spiazzano qualunque tipo di lettore: chi cerca un fantasy dal sapore classico troverà trame ripetitive e contorte, più che complesse; chi cerca storie di intrighi e macchinazioni, legami familiari nascosti e sconvolgenti rivelazioni resterà insoddisfatto per la poca credibilità o l’eccessiva prevedibilità dei fatti narrati. Ancora, chi cerca storie dal sapore steampunk leggerà romanzi steampunk, piuttosto che accontentarsi delle navi volanti. Forse Brooks ha voluto strafare, trascurando troppo i topoi imprescindibili del fantasy classico senza riuscire a conquistarsi una propria nuova identità.
Le Quattro Terre avrebbero ancora molto da dire se il loro creatore dedicasse loro il giusto trattamento, a partire ad esempio da scelte linguistiche più studiate. Naturalmente un autore è libero di attribuire i nomi che preferisce, ma bisogna ammettere che Hendel sembri calzare molto meglio addosso ad un Nano rispetto a Panax; che Ulk Bog somigli in modo imbarazzante ad Uhl Belk; che più appellativi come Barbariccia avrebbero reso il fantasy attuale di Brooks più familiare, intenso e gradevole alla lettura; che più personaggi come Carismano — un bardo — avrebbero conferito maggior fascino, tridimensionalità ed anche musicalità alle Quattro Terre. Non occorre copiare Tolkien ma basterebbero piccoli accorgimenti a mantenere intatto quel sapore fiabesco, ‘nordico’ e leggendario che un affezionato lettore vorrebbe trovare, pur salvando le innovazioni narrative che anzi godrebbero di maggior forza. Dopo aver raccontato la nascita delle Razze nella Trilogia, Brooks non s’è mai soffermato più di tanto su un maggior approfondimento e differenziazione delle stesse. La scelta di concepire i Nani in maniera diversa rispetto agli abitatori di caverne e miniere del resto della letteratura è sicuramente encomiabile ed efficace, ma relegarli a figure di contorno la cui unica differenza rispetto agli Uomini è la statura è l’estremo opposto. Allo stesso modo, è molto originale che gli Elfi non siano eterei e ‘perfetti’ come quelli della Terra di Mezzo in quanto li avvicina maggiormente al lettore, ma mostrare quanto siano sempre più testardi e ottusi i loro sovrani rende questa razza estremamente somigliante a quella umana. Brooks non si sofferma mai troppo sulle differenze culturali, comportamentali e sociali delle popolazioni che ha creato e questo rende il mondo di Shannara meno variegato e ricco: è lecito chiedersi che senso abbia popolare il proprio mondo immaginario con tutte queste Razze, se poi non le si differenzia e le si caratterizza a dovere.
Lacune di questo tipo mostrano come le Quattro Terre così narrate non abbiano più molto da dire: sono la stessa scacchiera con pedine diverse. Tagwen uguale Panax, Pen uguale Bek. Personaggi fatti con lo stampino, funzioni narrative bizzarre quando non ripetitive. E poco sapore fantasy. Ma anche poco altro, perché Shannara è nata come una pietra miliare di questo genere e Brooks non convince troppo con le sue sperimentazioni. Se la Trilogia di Shannara — pur con i suoi detrattori — ha assunto una propria identità ed una notevole importanza nel panorama letterario, gli ultimi cicli rischiano di risultare anonimi nello sconfinato mare editoriale di oggi. Perché non funzionano né come fantasy classico (che ha un suo preciso tipo di pubblico), né come fantasy ‘moderno’ (che ha un suo preciso tipo di pubblico).
Forse Brooks può salvare la sua più celebre saga solo riscoprendo se stesso: rispolverando la Trilogia forse ricorderà quali elementi hanno reso quei primi romanzi autoconclusivi così efficaci. E così indimenticabili.
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Pubblicato il: 9 aprile, 2010
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