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Philip J. Farmer

Copertina italiana di Fabbricanti di Universi, edizione che include i primi quattro romanzi della saga.

 

 

 

 

 

Philip J. Farmer

FABBRICANTI DI UNIVERSI

 

1972 Premio Hugo - Il fiume della vita - best novel

2001 Grand Master della fantascienza

Il ciclo dei Fabbricanti di universi di Philip J. Farmer inizia nel 1965 con The Maker of Universe, in cui per la prima volta sono introdotti i protagonisti della serie, Robert Wolff e Kickaha. Seguono I cancelli dell’universo (1966), Un universo tutto per noi (1968), Le muraglie della Terra (1970), Il mondo di Lavalite (1977) e La macchina della creazione (1993).

Robert Wolff è un professore universitario di lettere classiche in pensione, con un nebuloso passato e un futuro grigio davanti a sé. Un giorno, mentre visita una casa che la moglie vorrebbe acquistare, il suono di un corno spalanca nello sgabuzzino la porta per un altro universo. Un uomo misterioso gli lancia il corno prima che tutto scompaia. Quando la sera stessa Wolff riutilizza il corno, egli viene proiettato in un’altra dimensione. Alle delizie che gli si prospettano, tra cui la giovinezza eterna, seguono immediatamente enormi pericoli. Wolff scoprirà presto di essere legato a quel mondo in maniera insospettabile, essendone stato il suo fabbricante. Ma prima di ritornarvi in possesso, egli, insieme all’indigeno Kickaha, dovrà lottare contro tutte le forze ostili dell’universo per sconfiggere i nemici e detronizzare l’usurpatore del trono che gli spetta. Ed anche allora i problemi saranno appena cominciati…

Ciò che Farmer realizza con questo suo ciclo dei Fabbricanti di Universi è un’apoteosi dell’immaginazione, dove i veri protagonisti sono i mondi partoriti dalla fantasia dello scrittore. Il mondo di Jadawin, dove sono ambientate le vicende del primo e del terzo romanzo, è un incredibile torre di Babele che sembra la metafora dell’evoluzione della civiltà: alla sua base una sorta di Paradiso terrestre, mentre salendo ai livelli successivi incontriamo società tribali identiche a quelle degli indiani d’America della nostra Terra, nazioni medievali ispirate a codici di cavalleria, civiltà tecnologicamente più evolute ma vittime di superstiziose religioni e infine – all’ultimo livello – c’è il gradino finale dell’evoluzione, l’essere umano divenuto Dio, capace di creare universi interi grazie a macchinari la cui scienza è ormai andata persa. Ma a ben pensarci il percorso andrebbe fatto all’inverso, perché mentre gli abitanti dell’Eden primigenio vivono nella felicità e nell’edonismo più sfrenato, i Fabbricanti di universi – nonostante abbiano un potere pressoché assoluto – vivono nell’odio e nel terrore verso i propri simili, in una continua e plurimillenaria guerra fratricida che li ha trasformati in esseri ormai privi di ogni traccia di umanità. Le personalità dei due indiscussi protagonisti, Wolff e Kickaha, sono invece l’esatto opposto dei quelle dei biechi Fabbricanti di universi, ed è implicitamente affidato a loro il compito di rendere più vivibili i loro mondi, più “a misura d’uomo” e meno “a misura di Dio”. E’ soprattutto il cinico e dissacrante Kickaha, sorta di Han Solo farmeriano, a catturare subito gli applausi del lettore con la sua capacità di uscire sempre illeso fuori dai guai.

Sarebbe sbagliato cercare in Fabbricanti di Universi una lettura diversa da quella che Farmer ci propone: una letterale fuga dalla realtà, per tuffarci in una di quelle avventure da vecchi action movie dove però abbiamo in più la possibilità di godere delle ambientazioni più disparate, tra corse a dorso di bisonti nel vecchio West, duelli cappa e spada, antichi templi nella giungla, bunker fantascientifici, la Los Angeles dei pieni anni ’70. Nel secondo romanzo, I Cancelli della Creazione, l’avventura si sposta addirittura su altri universi, e l’immaginazione di Farmer raggiunge l’apice della visionarietà, gettando il lettore in una girandola di vicende che sembrano ispirate ai classici platmorf dei videogames di quegli anni. Si torna così a respirare l’atmosfera di una fantascienza vecchia maniera, chiaramente e consapevolmente ispirata ai romanzi di Edgar Rice Burroughs (anzi, sulla luna del mondo di Jadawin è stato addirittura ricreato Barsoom, il Marte delle avventure di John Carter), dove l’immaginazione torna a regnare sovrana.

Farmer in questi romanzi mescola la classica azione mozzafiato e continuamente piena di colpi di scena della prima fantascienza con alcuni spunti di riflessione che però non approfondisce, preferendo lasciare al lettore - se lo vuole - il compito di riflettere su alcune tematiche toccate. Non troviamo il Farmer bollato da molti critici dell'epoca come "scrittore di sesso", ma c'è sicuramente il Farmer del Ciclo del fiume, successivo a questo dei "Fabbricanti di Universi" ma davvero molto simile nelle premesse e nell'impostazione: soprattutto, in questi romanzi domina la questione dell'uomo che, nel corso della sua marcia trionfale verso la conquista del sapere e il dominio razionale sul mondo, raggiunge il livello di Dio e crea egli stesso la vita a propria immagine e somiglianza. Che Dio potrà mai essere quello impersonato dai Signori, dai Fabbricanti di universi? Nient'altro che un Dio "geloso", capace di modificare a proprio arbitrio la vita del suo universo personale, di distribuire bene e male a propria discrezione, di agire senza nessuna regola e nessuna morale, nella consapevolezza che le regole e le morali sono scritte proprio da lui. Difficile non rintracciare in queste riflessioni un'eco dell'inquietudine verso la manipolazione genetica e l'avanzare della tecnologia che dominava negli anni in cui Farmer ha scritto questi romanzi e che domina oggi più di allora. Ne Le muraglie della Terra, Farmer descrive l'America degli anni '70 tra hippy e inquinamento atmosferico attraverso gli occhi di Wolff, figlio del Sogno americano ormai tramontato. Noi vi leggiamo l'avverarsi di quella profezia che Horkheimer e Adorno avevano implicitamente formulato nei loro scritti degli anni '30 e '40, riassumibile nella loro domanda: «Perché l’umanità, invece di entrare in uno stato veramente umano, sprofonda in un nuovo genere di barbarie?».

Philip José Farmer (1918) esordisce nella fantascienza - dopo vari studi e professioni – nel 1952 con il racconto Gli amanti di Siddo dai temi considerati per l’epoca non ortodossi (la storia d’amore tra un umano e un’aliena) che però lo conduce al premio Hugo come esordiente più promettente. Dopo varie difficoltà economiche, la scrittura gli porterà la stabilità sperata e con Fabbricanti di universi raggiunge la vetta del successo. Con Il fiume della vita (1972) vince il premio Hugo per il miglio romanzo inaugurando un nuovo ciclo di successo. Tra le altre opere, vanno citate Venere sulla conchiglia (1974) e il ciclo di Dayworld (1985-1990).