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1973 - Premio di
Stato - Polonia
1976 - Grand Prix
della Fantascienza
La fantascienza, affermò Stanislaw
Lem in un saggio degli anni ’70 che lo portò ad
essere radiato dall’Associazione degli Scrittori di
Fantascienza Americani, è un genere appiattito tra
due estremi: le ingenue inversioni del mondo reale e
le facili invenzioni di mondi fiabeschi. Il mondo
che Lem decise di fabbricare, quello del suo
capolavoro “irrazionale” (come da lui stesso
definito) Solaris, non era né ingenuo né
fiabesco, ma un’entità inconoscibile che ancora oggi
stimola centinaia di interpretazioni. Lem stesso non
riuscì mai a dare pienamente un significato alla sua
opera prima, trasposta al cinema in due versioni di
grande successo, quella sovietica del 1972 di Andrej
Tarkovskij e quella americana del 2002 di Steven
Soderbergh. Scritto nel 1961, Solaris
anticipò di molti anni tematiche simili, quelle in
primis di Philip K. Dick da Lem in realtà
cordialmente disprezzato (lo definì “un visionario
tra i ciarlatani”, venendo corrisposto dalla
paranoica accusa di Dick di essere una spia
comunista), e nonostante fosse slegato dal
mainstream fantascientifico anglosassone la sua
opera si colloca quasi alla perfezione nelle
tendenze della New Wave che proprio in quegli anni
iniziavano a diffondersi.
L’opera di Lem, fortemente improntata
a una fantascienza di tipo filosofico, nasce dalla
sua ampia conoscenza di materie forse opposte ma di
cui l’autore polacco riuscì a cogliere i punti di
contatto: dopo aver studiato filosofia, si laureò in
medicina dedicandosi poi alla cibernetica, e fu uno
dei fondatori dell’Accademia di Cibernetica ed
Astronautica. Il pianeta morto, pubblicato
nel 1951, fu il suo primo romanzo di fantascienza,
ma andò presto a scontrarsi insieme con i suoi
articoli e saggi scientifici contro la dottrina del
regime staliniano, e caduto in disgrazia e costretto
a guadagnarsi da vivere come assistente di
laboratorio, Lem tornerà a scrivere alcuni anni più
tardi. Le sue principali opere, tradotte in più di
30 lingue, sono scritte a cavallo tra gli anni ’50 e
’60. Del 1959 è Pianeta Eden, che anticipa il
tema dell’incomunicabilità delle intelligenze
raccontando la storia del naufragio di un’astronave
terrestre su un pianeta alieno apparentemente
disabitato, minuziosamente descritto da Lem proprio
come per Solaris; qui, tuttavia, domina il tema del
regime, della disinformazione, degli esperimenti
scientifici che provocano orrende mutazioni. A
Solaris del 1961, segue nel 1964
L’Invincibile e nel 1965 Cyberiade. Nel
primo prosegue la tematica del contatto dell’uomo
con intelligenze aliene: l’equipaggio
dell’incrociatore “Invincibile”, sulle tracce del
precedente e scomparso incrociatore “Condor”, giunge
su Regis III, mondo apparentemente morto ma ricco di
inquietanti enigmi; nel secondo Lem abbandona la
fantascienza eminentemente ‘seria’ ma non per questo
accantona la vena filosofica, raccontando in chiave
favolistica, umoristica ed allegorica le bizzarre
avventure di due “fantageni”, gli inventori Trurl e
Klapaucius sempre pronti ad inventare macchine e
consegni avveniristici per risolvere problemi
interstellari. Questa svolta della narrativa di Lem
sarà meglio esplicata in due notevoli opere del
1971, Il Congresso di Futurologia e
Memorie di un viaggiatore spaziale. Il primo,
seppur sempre in una chiave umoristica-allegorica,
affronta le tematiche dickiane riprese da Matrix
del divario realtà/finzione, e racconta di un
astronauta che partecipa ad un congresso di
futurologia in uno stato centroamericano squassato
dalla rivoluzione e della guerra civile: rapito
dall’esercito e ibernato, si risveglierà decenni più
tardi in una società dominata da prodotti chimici e
psicofarmaci che rendono la realtà apparentemente
serena agli occhi di chi li assume nascondendo
l’orrore reale in cui la Terra è sprofondata; il
secondo si riavvicina pienamente al tono di
Cyberiade e, accostato da molti al Gulliver di
Swift, racconta le strampalate vicende di un
astronauta in viaggio nel cosmo, quotidianamente
impegnato con paradossi spazio-temporali e mondi
abitati da robot antrofobici, anticipando di un
decennio il successo della molto simile Guida
galattica per autostoppisti di Adams. Premio di
Stato consegnatogli dalla Polonia nel 1973, Grand
Prix al terzo Congresso Europeo di Fantascienza nel
1976 (riconoscimento che chiude una lunga serie di
dibattiti nell’ambiente di genere sull’etichettatura
della sua produzione), candidato per la Polonia al
Nobel per la letteratura nel 1977, Lem ha smesso di
scrivere narrativa dal 1987, ma il suo impatto sulla
fantascienza e sulla letteratura mondiale è
quotidianamente riscoperto, e le morali che i
lettori cercano di trarre dalle sue affascinanti e
complesse opere valgono ancora oggi, in un mondo
sempre pieno di incertezze e angosce sul futuro.
Emblematica della filosofia
esistenzialista dell’incertezza di Lem resta quindi
Solaris, opera spesso considerata
anti-utopica, fortemente critica nei confronti della
certezza tutta occidentale di poter in futuro
stabilire un contatto con un’altra intelligenza. I
“cavalieri del Santo Contatto”, così Lem chiama
nell’opera tutti i solaristi, ardenti assertori
della possibilità di poter stabilire un giorno un
contatto con la monumentale intelligenza dell’oceano
plasmatico del pianeta Solaris. Contatto che sfugge
come sfuggiva agli scienziati del passato la
quadratura del cerchio e il moto perpetuo (sempre
parole di Lem), e come sfuggiva, aggiungeremmo, il
Santo Graal qui rappresentato dal pianeta stesso,
simbolo più che oggetto di conquista, ricerca
interiore più che ricerca esteriore. In effetti è
questo il messaggio tipicamente ‘new wave’ di
Solaris: il passaggio dall’outer space,
dallo spazio esterno, all’inner space, lo
spazio interiore. Mentre gli umani tentano con
Solaris un contatto puramente fisico, sollecitandolo
con radiazioni, bombardamenti e quant’altro, e
aspirando a una risposta altrettanto fisica,
tangibile, esteriore, Solaris risponde tentando un
contatto interiore, ponendo dinanzi agli scienziati
una proiezione oggettivata del loro io e cercando di
comprenderne le reazioni emotive. Ecco quindi che
dopo quasi un secolo di contatti falliti e ricerche
vane il pianeta risponde per la prima volta alle
sollecitazioni umane tramite gli umani stessi,
creando ‘dal nulla’ (apparentemente) copie “più
perfette dell’originale” di persone amate e al
contempo temute dagli scienziati della stazione,
tutte comunque morte da anni. Un “crudele miracolo”,
afferma Kelvin – il protagonista – nel finale del
romanzo. Solo di lui sappiamo con certezza la natura
dell’ospite donatogli da Solaris: la giovanissima
moglie, Harey, suicidatasi dieci anni prima, appena
diciannovenne, per colpa dello stesso Kelvin. Egli è
incapace di rigettare la copia così umana e perfetta
di Harey creata da Solaris, la ama ma al contempo la
teme, ne è angosciato, è condotto da essa
involontariamente quasi alla follia, come accade per
gli altri due sue compagni nella stazione spaziale,
Snaut e Sartorius, di cui possiamo solo immaginare
la natura dei propri ospiti. Al dramma posto da
Solaris ai lucidi scienziati terrestri essi
rispondono nell’unico modo che conoscono, lo studio
astratto, teorico di queste creature. Sartorius, il
perfetto scienziato, li tratta come oggetti di
dibattito scientifico, e apparentemente non cede
alla sfida che gli pongono e si sforza di conservare
la lucidità a dispetto della follia della
situazione. Snaut cede alla follia, pur riuscendo
fino in fondo a conservare una propria razionalità,
e sembra incapace di affrontare il crudele miracolo
di Solaris. Kelvin, infine, si rinchiude nella
biblioteca, cercando risposte nel passato, dalle
miliardi di pagine prodotte su Solaris dalla sua
scoperta, ma trovandovi solo astruse teorie e
inutili dissertazioni. Come ben intuisce Riccardo
Valla ne I miracoli crudeli di Stanislaw Lem
(prefazione all’edizione Urania Collezione 2004), è
Kelvin a trovare la chiave di volta dell’enigma, a
rifiutare la razionalità ed accettare l’irrazionale
incarnato in Harey, sperando anche dopo la sua
scomparsa nella sua riapparizione, quasi pregando il
dio-bambino Solaris (come Kelvin lo interpreta alla
fine) di ripetere il crudele miracolo.
Solaris
è un’opera che distrugge tutte le certezze del
positivismo novecentesco, e, seppure alla fine
l’enigma è risolto con un espediente scientifico, la
risposta di Kelvin alle sollecitazioni di Solaris
resta irrazionale, e l’incapacità di trovare il
senso ultimo degli ospiti prodotti dal pianeta
simboleggia il vano affannarsi dell’uomo nel cercare
di conoscere l’inconoscibile. Simile all’oceano
kantiano della metafisica, in cui l’uomo naufraga
credendo di scorgere la terraferma ma facendosi
ingannare dal suo desiderio di trovare una
spiegazione là dove non vi possono essere, l’oceano
di Solaris rappresenta l’ignoto, il limite ultimo
dell’intelletto e della razionalità umana. Ma è
anche simbolo di qualcosa di primordiale, che
ricorda le origini dell’uomo e della vita stessa,
come ben dimostra Gianfranco De Turris in
Solaris, o “dell’irrazionale”, postfazione
all’edizione Mondadori del 2003. Oceano, acqua, come
simbolo dell’origine della vita nella Bibbia, nell’Enuma
Elis, nel Kelevala, nelle filosofie di
Esiodo e Talete come nell’immaginario
mistico-alchemico (ben conosciuto dal De Turris,
studioso della discussa filosofia di Evola): il
brodo primordiale terrestre, le ‘acque’ dell’utero,
sono forse concetti inconsciamente ripresi da Lem
attraverso le sollecitazioni di archetipi jungiani.
All’oceano, vasto, immenso, sterminato, si
contrappone l’uomo, piccolo, finito, imperfetto,
smanioso di sondare, di conoscere il segreto che
nasconde il colosso, e alle cui sollecitazioni
quest’ultimo risponde con indifferenza, quieta
grandezza di chi tutto sa e non s’interessa più a
nulla. Impossibile non cercare nel contrasto
uomo/Solaris il contrasto uomo/Dio, impossibile non
accostare all’immensa e vana mole di teorie, di
scuole di pensiero e di studi su Solaris l’uguale
plurisecolare affannarsi teologico sulla natura
della Trinità, sulle prove ontologiche
dell’esistenza di Dio, sul concetto dello Spirito
Santo e altro ancora.
Un po’ come per le opere di Kafka,
anche per Solaris ognuno dà una propria
chiave interpretativa. Ne propongo una anch’io,
anticipata nelle righe sopra (del resto, non diceva
forse Heidegger che la realtà è un circolo
ermeneutico, e che non c’è una sola interpretazione
ma ogni interpretazione è valida?). Il concetto di
fondo dell’opera di Lem è che entità metafisiche non
possono dare prove tangibili, ontologiche, fisiche
del loro esistere. Il fallimento ultimo delle
migliaia di ricerche degli scienziati e planetologi
nel risolvere l’enigma di Solaris si basa proprio su
quest’errore, lo stesso errore che tutti i dottori
della Chiesa e i teologi hanno compiuto in centinaia
di anni di tentativi di trovare prove definitive
dell’esistenza di Dio. Nel medioevo, Anselmo d’Aosta
giunse a definire le prove che dimostravano senza
ombra di dubbio l’esistenza di Dio; ci sarebbe
voluto solo Immanuel Kant per far crollare quelle
certezze, giungendo ad affermare che l’uomo può
conoscere fenomeni, ma non “noumeni”: può conoscere
solo ciò che percepisce attraverso i sensi, ma Dio è
noumeno, è inavvertibile. Cadeva così ogni speranza
di giungere un giorno a chiudere l’eterna disputa
tra fedeli ed atei con una prova definitiva in
favore dei primi, e l’uomo credente tornò a
chiudersi nella propria esperienza di fede mistica e
solitaria, poiché solo in questo modo può tentare di
raggiungere Dio. Solo Kelvin capisce tutto questo, o
forse neanche lui lo capisce razionalmente ma lo
accetta irrazionalmente. L’unico contatto possibile
con Solaris non è scientifico, ma metafisico: le
apparizioni, le “entità F” che Solaris manda agli
scienziati della stazione orbitante non hanno alcun
fondamento scientifico, semplicemente non possono
esistere. Non è con la fisicità delle apparizioni
che Solaris cerca il contatto con l’Uomo, ma col
modo di reagire tutto personale e interiore degli
scienziati della stazione nei confronti di quelle
apparizioni. Solo in questo modo appare spiegata, ed
assume un significato profondissimo, la frase finale
del romanzo: «… ma persistevo nella fede
irremovibile che l’epoca dei miracoli crudeli non
fosse ancora finita». E’ un fede, quella di Kelvin,
non una certezza positivista, ed una fede in un
miracolo, in qualcosa cioè di totalmente
irrazionale, di assolutamente mistico. E’ l’attesa
del manifestarsi della divinità, l’attesa del
miracolo. La stessa attesa, possibile solo con
uguale “fede irremovibile”, a cui chi crede è
costretto a rassegnarsi in un mondo in cui miracoli
tangibili, quelli biblici e quelli di Cristo, non si
verificano da duemila anni ed insegnano che, se un
Dio esiste, esso non tenterà - o non tenterà più -
un contatto fisico ma solo nello spirito degli
uomini che continuano a credere. |