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1985
World Fantasy
Award - Il Canto di Kalì
1990 Premio Hugo -
Hyperion - best novel
La
produzione di Dan Simmons potrebbe sembrare a prima vista
fuori contesto nell’ambito dei Fabbricanti di Universi
finora trattati. Simmons, intelligente esponente
dell’hard-sf, non appartiene ai modelli culturali che
abbiamo ritrovato in Asimov o in Herbert o in LeGuin o in
Vance, che possono essere ridotti al comun denominatore
della fantascienza ‘letteraria’ o ‘impegnata’. L’opera di
Simmons è notoriamente definita mista tra fantascienza e
horror, e impegnata a trovare un punto di contatto tra i due
generi. Come Lanfranco Fabriani scrive in un suo
Profiler su Delos SF, la produzione di
Simmons è fortemente influenzata dal “fenomeno Stephen King”
che in quegli anni rivoluziona totalmente la narrativa
americana e – in parte – mondiale. L’esordio di Simmons
avviene con il racconto The River Styx Runs Upstream,
che lo scrittore Harlan Ellison apprezza al punto da
iscriverlo ad un concorso che poi Simmons vincerà. E’ un
racconto di pura fantascienza, ma le opere seguenti
abbandonano invece il purismo per tentare nuove formule.
Il Canto di Kalì prima (vincitore del World Fantasy
Award) e Danza Macabra poi sono due romanzi che,
riprendendo temi tipici della hard-sf – mutanti, ambienti
degradati semicyberpunk – li sviluppano in chiave horror. Il
successo è però non eccezionale, e l’entrata di Simmons nel
novero dei grandi della fantascienza avviene solo con il
celeberrimo Hyperion nel 1989, capitolo primo di una
saga di quattro romanzi che prendono il nome di Canti di
Hyperion.
L’universo
originale fabbricato da Simmons è quello in cui svolgono le
vicende degli “Hyperion Cantos”, nome con cui si è soliti
definire la tetralogia costituita da Hyperion e La
Caduta di Hyperion (1989-1990) e da Endymion e
Il Risveglio di Endymion (1996-1997). E’ una saga di
enorme complessità, con uno straordinario numero di
personaggi tutti collegati tra loro. Lo scenario è la nostra
galassia, in cui l’umanità – unica civiltà dotata
d’intelligenza – ha costituito la cosiddetta Egemonia
dell’Uomo, una federazione che unisce tutti i mondi abitati.
Minaccia all’Egemonia sono i temibili Ouster, a
quanto pare essere umani modificati dall’ingegneria genetica
e che sono stati relegati al di fuori dell’Egemonia e
intendono invaderla. Ma questo è solo lo scenario, la vera
vicenda – almeno nel primo romanzo – è costituita invece dai
sette pellegrini che si recano al misterioso mondo di
Hyperion, scelto dagli Ouster come prima vittima
dell’invasione. Su questo mondo domina l’ombra dello Shrike,
un’entità sul cui conto non si sa nulla tranne il fatto che
è un insaziabile carnefice e uccide le persone a milioni.
Scopo dei sette pellegrini è giungere davanti allo Shrike ed
“esprimere un desiderio”, che la creatura esaudirà solo ad
uno di loro, impalando gli altri al suo perverso albero di
spine (richiami horror sono evidenti persino qui). A turno,
i sette pellegrini raccontano la loro storia e i motivi che
li hanno spinti a recarsi in pellegrinaggio e ad esprimere
il desiderio.
Hyperion
presenta una formula narrativa del tutto nuova e originale
che è alla base del suo straordinario successo: una serie di
storie collegate tra loro da una trama che funge da cornice.
Si tratta, insomma, di una versione in chiave squisitamente
fantascientifica dei Racconti di Canterbury di
Chaucer, o – un po’ meno – del nostro Decameron. E si
tratta di storie di grandissima qualità, fatte le dovute
eccezioni per un paio di esse. Abbiamo una storia in stile
Mission di un gesuita alla ricerca di un misterioso
popolo di Hyperion, che porta a scoprire l’esistenza di un
antico culto Cristiano, storia che offre affascinanti
quesiti di natura fantatelogica. Uno struggente racconto di
una donna colpita da un fenomeno che la porta a ringiovanire
ogni giorno perdendo i propri ricordi, che si rifà ai canoni
della più classica fantascienza dell’età d’oro. Una storia
raccontata da un poeta pazzo, di straordinaria genialità per
l’esperimento di uno stile completamente nuovo e che ha il
suo punto di forza nei vaneggiamenti del suo narratore. Un
racconto che, riprendendo temi di P. K. Dick e anticipando
W. Gibson e Matrix, mescola intelligenze artificiali e
androidi nonché un complotto per portare le Macchine al
dominio dell’universo. Ciò che affascina è che tutti questi
racconti, che si reggerebbero in realtà anche da soli per la
loro validità letteraria, sono invece portatori di
straordinarie verità, e sono queste verità ad essere il
perno del fascino letterario della tetralogia e che spianano
la strada a tutta una serie di rivelazioni sorprendenti di
portata cosmica.
Peccato
che Hyperion pone solo le – pur esaltanti – premesse,
sviluppate poi nell’immediato seguito La Caduta di
Hyperion, che invece soffre di uno stile semplice
intriso della più pura hard-sf tra personaggi monocorde e
situazioni banali, sebbene eviti di scadere nel pessimo
grazie a molte trovate di formidabile intelligenza. Il
romanzo riesce tuttavia a far tornare al pettine quasi tutti
i nodi posti nel primo libro, e in questo si trova il suo
grande pregio. Ma non tutto viene svelato in questi due
romanzi. E infatti, sei anni dopo, Simmons torna
nell’universo di Hyperion aggiungendo alla storia
Endymion e Il Risveglio di Endymion.
L’universo
è in parte cambiato: ne La Caduta abbiamo assistito
alla spettacolare fine dell’Egemonia, un suicidio
dell’umanità per impedire che le Intelligenze Artificiali
assurgano al potere assoluto. Ora però vi è una nuova
‘egemonia’ umana di carattere teocratico: è la Pax, dominata
dal nuovo Cristianesimo che ha trovato la sua forza nelle
sorprendenti rivelazioni avvenute su Hyperion fatte da Lenar
Hoyt (il narratore del racconto stile Mission, ora
papa) e da padre Paul Duré (il protagonista del racconto di
Hoyt). I sette pellegrini dello Shrike sono in massima parte
deceduti, e ora tocca agli eredi di essi lottare per
sconfiggere l’oppressione della Pax e far luce sul mistero
dello Shrike, non ancora del tutto risolto. Endymion
e Il Risveglio di Endymion presentano un soggetto
simile a quello de Gli Eredi di Shannara di Terry
Brooks: è il folle poeta Martin Sileno, ancora vivo grazie a
un processo di ibernazione, ad affidare agli eredi dei sette
pellegrini i tre compiti fondamentali, distruggere la Pax,
riportare la scomparsa Terra (‘rubata’ non si sa da chi)
nella sua orbita, e svelare il mistero che circonda lo
Shrike. Si può notare la somiglianza con la saga degli
Eredi di Brooks: il druido Allanon, che ‘torna in vita’
temporaneamente dal mondo dei morti, affida agli eredi di
Shannara tre compiti diversi per riportare il mondo alla
normalità.
La saga di
Endymion soffre ancora di più de La Caduta di
Hyperion di uno stile rude, privo di pregi letterari,
con formule narrative tipiche delle nuove correnti della
fantascienza, abbondando di personaggi privi di spessore,
eccessive e futili descrizioni, lunghe e noiose descrizioni di
battaglie e combattimenti. Le novità della formula e i pregi
stilistici che hanno fatto la fortuna di Hyperion
svaniscono qui completamente, e la trama si regge solo – e
ancora una volta - grazie alla grande inventiva
soggettistica di Simmons, che mantiene comunque vivo
l’interesse del lettore nonostante il numero non
indifferente di pagine, tra segreti e rivelazioni
sorprendenti. Un universo in ogni caso molto complesso e
affascinante, mai banale o scopiazzato, ricco anche di
influenze di ogni tipo: dagli stereotipi della fantascienza
classica (la galassia tutta umana alla Asimov o alla
Herbert) alla minaccia delle I.A. (tipica della corrente
cyberpunk degli anni ’90) passando, come tipico di Simmons,
per la hard-sf che ha il suo perno nell’importanza dello
sviluppo della scienza e della tecnologia. Il pregio massimo
di Simmons per quanto riguarda la sua tetralogia è l’essere
riuscito negli anni ’90 del cyberpunk a riportare in auge,
primo e finora ultimo tra gli scrittori della sua
generazione, il genere della space opera e della
fantapolitica più pura, che rimane sempre tra i più
affascinanti generi della fantascienza. Non solo: Simmons
non ha dato certo vita a un mero ‘neoclassicismo’, ma ha
modernizzato l’esperienza della vecchia space opera
arricchendola di influssi delle più nuove correnti
letterarie, creando un piacevole e ben riuscito ibrido tra
le due anime della fantascienza.
Tutti i
lettori e i critici dell’opera di Simmons hanno concordato
sulla sua eccezionale genialità nel gestire e sviluppare la
storia. Molti hanno però criticato la scelta del sequel che
ha in gran parte annacquato la brillantezza di Hyperion
e – più o meno – del suo seguito, visto come nella saga di
Endymion l’originalità si perde sempre più spesso in
baratri di spiacevole banalità e in una superficialità quasi
contraddittoria, tanto che alla fine ciò che più si nota di
Endymion e del suo finale è solo la grandiosità della
trama, e non certo i deludenti personaggi né il modo in cui
la narrazione è gestita (che naufraga sempre di più tra
combattimenti, battaglie e frasi vuote). Un universo
estremamente particolareggiato, secondo alcuni forse il più
complesso e affascinante mai descritto (e questo è in parte
vero), per una saga insomma che rimane però tra le opere più
notevoli della fantascienza degli anni ’90.
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