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Dan Simmons (1948)

La bellissima copertina della versione Mondadori di Hyperion.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  DAN SIMMONS E L'UNIVERSO DI HYPERION

 

1985 World Fantasy Award - Il Canto di Kalì             

1990 Premio Hugo - Hyperion - best novel

La produzione di Dan Simmons potrebbe sembrare a prima vista fuori contesto nell’ambito dei Fabbricanti di Universi finora trattati. Simmons, intelligente esponente dell’hard-sf, non appartiene ai modelli culturali che abbiamo ritrovato in Asimov o in Herbert o in LeGuin o in Vance, che possono essere ridotti al comun denominatore della fantascienza ‘letteraria’ o ‘impegnata’. L’opera di Simmons è notoriamente definita mista tra fantascienza e horror, e impegnata a trovare un punto di contatto tra i due generi. Come Lanfranco Fabriani scrive in un suo Profiler su Delos SF, la produzione di Simmons è fortemente influenzata dal “fenomeno Stephen King” che in quegli anni rivoluziona totalmente la narrativa americana e – in parte – mondiale. L’esordio di Simmons avviene con il racconto The River Styx Runs Upstream, che lo scrittore Harlan Ellison apprezza al punto da iscriverlo ad un concorso che poi Simmons vincerà. E’ un racconto di pura fantascienza, ma le opere seguenti abbandonano invece il purismo per tentare nuove formule. Il Canto di Kalì prima (vincitore del World Fantasy Award) e Danza Macabra poi sono due romanzi che, riprendendo temi tipici della hard-sf – mutanti, ambienti degradati semicyberpunk – li sviluppano in chiave horror. Il successo è però non eccezionale, e l’entrata di Simmons nel novero dei grandi della fantascienza avviene solo con il celeberrimo Hyperion nel 1989, capitolo primo di una saga di quattro romanzi che prendono il nome di Canti di Hyperion.

L’universo originale fabbricato da Simmons è quello in cui svolgono le vicende degli “Hyperion Cantos”, nome con cui si è soliti definire la tetralogia costituita da Hyperion e La Caduta di Hyperion (1989-1990) e da Endymion e Il Risveglio di Endymion (1996-1997). E’ una saga di enorme complessità, con uno straordinario numero di personaggi tutti collegati tra loro. Lo scenario è la nostra galassia, in cui l’umanità – unica civiltà dotata d’intelligenza – ha costituito la cosiddetta Egemonia dell’Uomo, una federazione che unisce tutti i mondi abitati. Minaccia all’Egemonia sono i temibili Ouster, a quanto pare essere umani modificati dall’ingegneria genetica e che sono stati relegati al di fuori dell’Egemonia e intendono invaderla. Ma questo è solo lo scenario, la vera vicenda – almeno nel primo romanzo – è costituita invece dai sette pellegrini che si recano al misterioso mondo di Hyperion, scelto dagli Ouster come prima vittima dell’invasione. Su questo mondo domina l’ombra dello Shrike, un’entità sul cui conto non si sa nulla tranne il fatto che è un insaziabile carnefice e uccide le persone a milioni. Scopo dei sette pellegrini è giungere davanti allo Shrike ed “esprimere un desiderio”, che la creatura esaudirà solo ad uno di loro, impalando gli altri al suo perverso albero di spine (richiami horror sono evidenti persino qui). A turno, i sette pellegrini raccontano la loro storia e i motivi che li hanno spinti a recarsi in pellegrinaggio e ad esprimere il desiderio.

Hyperion presenta una formula narrativa del tutto nuova e originale che è alla base del suo straordinario successo: una serie di storie collegate tra loro da una trama che funge da cornice. Si tratta, insomma, di una versione in chiave squisitamente fantascientifica dei Racconti di Canterbury di Chaucer, o – un po’ meno – del nostro Decameron. E si tratta di storie di grandissima qualità, fatte le dovute eccezioni per un paio di esse. Abbiamo una storia in stile Mission di un gesuita alla ricerca di un misterioso popolo di Hyperion, che porta a scoprire l’esistenza di un antico culto Cristiano, storia che offre affascinanti quesiti di natura fantatelogica. Uno struggente racconto di una donna colpita da un fenomeno che la porta a ringiovanire ogni giorno perdendo i propri ricordi, che si rifà ai canoni della più classica fantascienza dell’età d’oro. Una storia raccontata da un poeta pazzo, di straordinaria genialità per l’esperimento di uno stile completamente nuovo e che ha il suo punto di forza nei vaneggiamenti del suo narratore. Un racconto che, riprendendo temi di P. K. Dick e anticipando W. Gibson e Matrix, mescola intelligenze artificiali e androidi nonché un complotto per portare le Macchine al dominio dell’universo. Ciò che affascina è che tutti questi racconti, che si reggerebbero in realtà anche da soli per la loro validità letteraria, sono invece portatori di straordinarie verità, e sono queste verità ad essere il perno del fascino letterario della tetralogia e che spianano la strada a tutta una serie di rivelazioni sorprendenti di portata cosmica.

Peccato che Hyperion pone solo le – pur esaltanti – premesse, sviluppate poi nell’immediato seguito La Caduta di Hyperion, che invece soffre di uno stile semplice intriso della più pura hard-sf tra personaggi monocorde e situazioni banali, sebbene eviti di scadere nel pessimo  grazie a molte trovate di formidabile intelligenza. Il romanzo riesce tuttavia a far tornare al pettine quasi tutti i nodi posti nel primo libro, e in questo si trova il suo grande pregio. Ma non tutto viene svelato in questi due romanzi. E infatti, sei anni dopo, Simmons torna nell’universo di Hyperion aggiungendo alla storia Endymion e Il Risveglio di Endymion.

L’universo è in parte cambiato: ne La Caduta abbiamo assistito alla spettacolare fine dell’Egemonia, un suicidio dell’umanità per impedire che le Intelligenze Artificiali assurgano al potere assoluto. Ora però vi è una nuova ‘egemonia’ umana di carattere teocratico: è la Pax, dominata dal nuovo Cristianesimo che ha trovato la sua forza nelle sorprendenti rivelazioni avvenute su Hyperion fatte da Lenar Hoyt (il narratore del racconto stile Mission, ora papa) e da padre Paul Duré (il protagonista del racconto di Hoyt). I sette pellegrini dello Shrike sono in massima parte deceduti, e ora tocca agli eredi di essi lottare per sconfiggere l’oppressione della Pax e far luce sul mistero dello Shrike, non ancora del tutto risolto. Endymion e Il Risveglio di Endymion presentano un soggetto simile a quello de Gli Eredi di Shannara di Terry Brooks: è il folle poeta Martin Sileno, ancora vivo grazie a un processo di ibernazione, ad affidare agli eredi dei sette pellegrini i tre compiti fondamentali, distruggere la Pax, riportare la scomparsa Terra (‘rubata’ non si sa da chi) nella sua orbita, e svelare il mistero che circonda lo Shrike. Si può notare la somiglianza con la saga degli Eredi di Brooks: il druido Allanon, che ‘torna in vita’ temporaneamente dal mondo dei morti, affida agli eredi di Shannara tre compiti diversi per riportare il mondo alla normalità.

La saga di Endymion soffre ancora di più de La Caduta di Hyperion di uno stile rude, privo di pregi letterari, con formule narrative tipiche delle nuove correnti della fantascienza, abbondando di personaggi privi di spessore, eccessive e futili descrizioni, lunghe e noiose descrizioni di battaglie e combattimenti. Le novità della formula e i pregi stilistici che hanno fatto la fortuna di Hyperion svaniscono qui completamente, e la trama si regge solo – e ancora una volta - grazie alla grande inventiva soggettistica di Simmons, che mantiene comunque vivo l’interesse del lettore nonostante il numero non indifferente di pagine, tra segreti e rivelazioni sorprendenti. Un universo in ogni caso molto complesso e affascinante, mai banale o scopiazzato, ricco anche di influenze di ogni tipo: dagli stereotipi della fantascienza classica (la galassia tutta umana alla Asimov o alla Herbert) alla minaccia delle I.A. (tipica della corrente cyberpunk degli anni ’90) passando, come tipico di Simmons, per la hard-sf che ha il suo perno nell’importanza dello sviluppo della scienza e della tecnologia. Il pregio massimo di Simmons per quanto riguarda la sua tetralogia è l’essere riuscito negli anni ’90 del cyberpunk a riportare in auge, primo e finora ultimo tra gli scrittori della sua generazione, il genere della space opera e della fantapolitica più pura, che rimane sempre tra i più affascinanti generi della fantascienza. Non solo: Simmons non ha dato certo vita a un mero ‘neoclassicismo’, ma ha modernizzato l’esperienza della vecchia space opera arricchendola di influssi delle più nuove correnti letterarie, creando un piacevole e ben riuscito ibrido tra le due anime della fantascienza.

Tutti i lettori e i critici dell’opera di Simmons hanno concordato sulla sua eccezionale genialità nel gestire e sviluppare la storia. Molti hanno però criticato la scelta del sequel che ha in gran parte annacquato la brillantezza di Hyperion e – più o meno – del suo seguito, visto come nella saga di Endymion l’originalità si perde sempre più spesso in baratri di spiacevole banalità e in una superficialità quasi contraddittoria, tanto che alla fine ciò che più si nota di Endymion e del suo finale è solo la grandiosità della trama, e non certo i deludenti personaggi né il modo in cui la narrazione è gestita (che naufraga sempre di più tra combattimenti, battaglie e frasi vuote). Un universo estremamente particolareggiato, secondo alcuni forse il più complesso e affascinante mai descritto (e questo è in parte vero), per una saga insomma che rimane però tra le opere più notevoli della fantascienza degli anni ’90.