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Parte I: il film
Non si è
ancora placata tra i fan di Asimov la discussione sul valore della
trasposizione cinematografica, diretta da Alex Proyas, di uno dei
capolavori indiscussi del maestro della fantascienza: Io, Robot.
Antologia di nove racconti sui robot positronici, Io, Robot è
in realtà un vero e proprio romanzo, una parabola sulle grandi
capacità dell’essere umano e sui suoi grandi limiti. Il film,
diciamolo subito e togliamoci il pensiero, non è niente di tutto
questo.
Al di là del
titolo e del nome di alcuni dei personaggi principali, il film di
Proyas (regista de Il Corvo e Dark City) è un prodotto
totalmente a sé stante dall’opera di Asimov. Impossibile, per un
appassionato ed esperto dei lavori del Buon Dottore, trovare
qualcosa da salvare in un film del genere, ma è impossibile anche
per chi – non avendo letto il libro – spera di godersi un ‘buon,
vecchio film di fantascienza’. La fracassonaggine, la faciloneria,
la disarmante apologia dell’ignoranza e dell’ottusità umana non fa
che alimentare l’idea, così demodè al giorno d’oggi in virtù
del concetto di politically-correct, della volgarità del modello
americano contemporaneo. Ciò che di filosofico e di mistico esisteva
nel capolavoro di Asimov viene qui sistematicamente distorto,
frainteso e deriso. Il detective Spooner, protagonista del film, è
impersonato da un Will Smith perfetto nel ruolo di stereotipo
macchiettistico di macho dalla battuta pronta, e per tale motivo la
sua recitazione già basta a trasformare il film in una sorta di
Indipendence Day 2. Bridget Moyham, interessante interprete di
Susan Calvin (forse il miglior personaggio mai creato da Asimov)
deve essere purtroppo archiviata con l’inevitabile etichetta di
‘donna fredda dal cuore d’oro’, sottomarca dell’altrettanto famoso
‘donna col le palle’ o ‘sono fredda e razionale ma dammi un paio di
muscoli e mi sciolgo come burro al sole’. Il binomio tra questi due
protagonisti è così scontato che non si può non conferire il titolo
di unico bravo attore a Sonny, il robot irrazionale che, sebbene in
maniera semplicistica, riprende il tema asimoviano del grande
quesito di dove finisca il meccanico e inizi il vivente. Tanto
manierismo alla Matrix in questo film senz’anima dove sembra bastino
giacchette di pelle e acrobazie in aria per appassionare lo
spettatore. Su tutto incombe l’ombra tecnofoba che, pur presente in
moltissime opere di Asimov, era lì analizzata in maniera accurata e
denominata con la felice espressione di ‘complesso di Frankenstein’
(l’irrazionale timore per i robot), mentre qui assume un valore di
verità inserendo anche nel film una pericolosa nota di anti-progressismo.
In realtà il
succo della trama è molto intelligente, questo perché riprende il
succo di due delle migliori storie sui robot positronici: Piccolo
robot perduto e il più tardo Che tu te ne prenda cura.
Dal primo racconto, incluso nella raccolta da cui il film prende il
titolo, è ripreso il tema del robot senza la prima legge che per
sfuggire alla cattura si nasconde tra centinaia di suoi simili non
modificati. Se però nel racconto il problema si poneva a Susan
Calvin come rompicapo logico, e veniva risolto con un affascinante
colpo di genio, nel film questa bella scena viene rovinata dal
metodo semplicistico del detective Spooner: sparo a tutti i robot,
il colpevole sarà l’unico a non farsi uccidere a sangue – o meglio,
a metallo - freddo. Dal secondo racconto, che è tra gli ultimi
scritti sui robot da Asimov, viene ripreso invece il soggetto
centrale del film: i robot complottano per uccidere alcuni uomini e
schiavizzare l’umanità in nome di una più alta interpretazione della
prima legge: se questa, infatti, sostiene che «Un robot non può
recare danno ad un essere umano o permettere che, causa la sua
inazione, un essere umano riceva danno», interpretando uomo come
umanità il robot si rende conto che l’umanità danneggia sé stessa e
per proteggerla da ciò deve prendere le dovute contromisure,
togliendo all’uomo il libero arbitrio così dannoso per sé stesso.
Ancora una volta, però, se nella storia originale la presa di potere
da parte dei robot avveniva lentamente e silenziosamente – tanto che
solo pochi, tra cui la Calvin, se ne rendono conto e prendono i
dovuti provvedimenti – nel film i robot organizzano un golpe
spettacolare a suon di scalate ai grattacieli (nemmeno si trattasse
di King Kong) e guerriglia urbana (che ricorda molto 1999:
Conquista della Terra della bellissima saga del “Pianeta delle
Scimmie”). Era necessario? Certo, un film ha bisogno di trovate
spettacolari, ma questo film sembra basarsi solo sulle scene
spettacolari. Gli inseguimenti nei tunnel con conseguente fracasso
finale sono infatti così inutili e così già visti – e solo per
citare i più recenti ricordiamo Minority Report, Matrix
Reloaded e Star Wars: L’Attacco dei Cloni – da risultare
indigesti. La trama da giallo che muove gli ingranaggi della storia
vorrebbe forse rendere omaggio alle indagini di Elijah Baley nella
saga dei romanzi asimoviani sui robot, da dove è anche ripreso il
tema dei robot che prendono il posto di lavoro degli esseri umani.
Ancora una volta, queste tematiche indubbiamente interessanti
vengono sprecate: il giallo si riduce a un’indagine dove il
colpevole è arcinoto e il movente è facilmente intuibile, il
soggetto da denuncia sociale di Abissi d’Acciaio (il romanzo
di Asimov sui robot del 1953) è solo citato e si confonde tra le
tante fobie del protagonista. Proyas sembra volersi riscattare con
un finale onirico in cui forse tenta di imitare il Kubrik di 2001
e lo Spielberg di A.I. ma che non salva affatto un film
scontato dove si nota benissimo che questo secondo finale è stato
appiccicato solo in vista di una redenzione all’ultimo minuto per
chi non accettasse l’osceno primo finale con i due protagonisti che
se non si danno un bacio è solo per evitare i lanci di uova marce.
Cosa va
salvato di questo film? Se proprio qualcosa si deve indicare – e in
fin dei conti esistono prodotti anche peggiori – è il tema originale
della domanda ‘i robot hanno un’anima?’. A prima vista il quesito
non è certo nuovo: da Asimov stesso a Blade Runner passando
per Hal 9000 che si chiedeva se avrebbe sognato durante il suo
spegnimento, il tema è stato ampiamente sviluppato. L’originalità
sta in alcuni punti nuovi molto interessanti: il dottor Lanning che
sostiene l’inevitabile evoluzione di coscienza dei robot (“un
giorno avranno dei segreti, il giorno dopo avranno dei sogni”),
la sottile inquietudine di Sonny dinanzi alla morte, i quesiti
psicologici posti sempre da Lanning: come mai i robot nel buio sono
attratti dalla luce? Come mai se chiusi in un magazzino tendono ad
avvicinarsi tra loro? Sono domande a noi non familiari, ma che
sembrano riecheggiare alcuni quesiti affascinanti che ci poniamo
dinanzi ad alcuni comportamenti dei computer e dei robot finora
costruiti. Speriamo, allora, che qualcuno decida di concedere ai
robot di Asimov una seconda possibilità e realizzi un film in cui
queste affascinanti tematiche vengano sviluppate compiutamente. Di
materiale, del resto, ce n’è molto.
R.P.
Parte II: il
romanzo
di
Dario Borghino
Le tre Leggi della Robotica:
1. Un robot non può recar danno e un essere umano,
né permettere che, a causa della propria
negligenza, un essere umano patisca danno.
2. Un robot deve sempre obbedire agli ordini degli
esseri umani, a meno che non contrastino con
la Prima Legge.
3. Un robot deve proteggere la propria esistenza,
purché questo non contrasti con la Prima o
la Seconda Legge.
E' così che si apre lo, Robot, una raccolta
di nove brevi racconti fantascientifici con
tematica principale una proiezione nel futuro
dell'uomo con le sue creature, la sua scienza, la
sua tecnologia, un libro proprio per questo
motivo considerato da molti il fondamento della
robotica. I racconti coprono nel complesso un
periodo di circa cinquant'anni, da quando il
colosso United States Robots and Mechanical
Men Corporation costruì i primi robot-balia, macchine ancora
primordiali incapaci di parlare, capricciose
e non dei tutto efficienti, nulla di
veramente eccezionale se paragonato ai giorni nostri, fino al
sofisticatissimi robot degli ultimi racconti,
rispetto ai quali tutti gli altri altro non
sono che "ammassi di ferraglie" (come Asimov fa dire
allo stesso Gregory Powell, co-protagonista di
parte dei racconti, in Circolo vizioso).
Ma considerare questo libro come una semplice opera di fantasia sarebbe sbagliato: perché l'opera fa
senza dubbio riflettere sui veri intenti
dell'autore, che in realtà parla, attraverso un mondo
di bulloni e transistor, della natura degli uomini
in carne ed ossa. Un sofisticato robot
positronico, non è forse questo, nel profondo della
mente, ciò che Donovan e Powell vorrebbero essere
quando in Essere razionale
si trovano al cospetto di Cutie, un robot sì testardo, ma con
grandissimo acume mentale, se di vera mente si può
parlare, con solo grandi certezze e nessun
dubbio, un essere tanto sicuro di sé da
autodefinirsi 'superiore'? O ancora, non vorrebbero essi
assomigliare al robot telepatico RB-34, per
evitare di soffrire per le altrui bugie,
sapendo già da subito la verità, non dovendo far altro, per
ottenerla,
che scrutare nella mente dei proprio interlocutore?
I robot di Asimov oltrepassano spesso il
limite umano, sono più efficienti, instancabili,
non temono nulla, perché sono stati programmati per
fare quello che fanno. Che senso avrebbe
allora costringere gli uomini a continuare a
lavorare? Cutie dice ai due impiegati della U.S. Robots: «Guardatevi!
Lunga da me ogni disprezzo, s'intende, ma
guardatevi un po'! Siete fatti di un
materiale molle e flaccido, debole e deteriorabile, che è
costretto per alimentarsi a dipendere
dall'ossidazione alquanto inefficace di
materia organica. A periodi alterni entrate in una specie
di coma e la minima variazione di temperatura, di
pressione atmosferica, di percentuale di
umidità e di livello di radiazioni pregiudica la
vostra efficienza. Siete solo prodotti di ripiego.
lo invece sono un prodotto finito. Assorbo
energia elettrica direttamente e la utilizzo
con un rendimento che è quasi dei cento per cento. Ho una struttura
di metallo molto forte, non cado mai in
stato di incoscienza e posso sopportare
facilmente condizioni ambientali critiche».
Ed essi, i robot
di Asimov, non sono soltanto una macchina dalla
voce metallica: questo era quello che
accadeva coi primi robot parlanti, ma poi, col loro
progressivo e inarrestabile perfezionamento, essi
assumono una voce umana, provano sentimenti
umani, sono tanto simili all'uomo che diventa
impossibile distinguere un uomo da un robot (come
in La prova). La previsione di un
vecchio impiegato a inizio libro si avvera: i robot
giungono effettivamente a svolgere prima tutti i
lavori manuali più pesanti, poi anche quelli
più leggeri, ed agli uomini non restano che
compiti di controllo delle attività dei robot, di sviluppo di nuovi
prototipi sempre più funzionali, di - come nel caso
dei nostri due protagonisti Powell e Donovan
- sperimentazione dei nuovi modelli.
Verrebbe allora da pensare che tutto ciò può diventare umiliante nei
confronti del genere umano: ma non è così, né può
esserlo, perché per la Prima Legge della Robotica 'Un robot non può
recare danno ad un essere umano, né fisico
né morale'. Per questo si è scelto di affidare ai robot
anche l'economia mondiale: perché essi riescono o
riusciranno, attraverso decisioni
inintelligibili dalla limitata mente umana, a far
muovere l'economia mondiale verso ciò che è meglio
per l'intera umanità, dovesse anche essere
una civiltà contadina o pastorale, con meno cultura
e meno affollamento. In tal caso le macchine
dovrebbero muoversi in quella direzione, ma
senza dircelo, perché noi, nella nostra ignoranza
piena di pregiudizi, accettiamo solo ciò a cui
siamo abituati e quindi ci opporremo a
qualsiasi cambiamento, per evitare qualunque genere di
conflitto interno. «E' orribile!» dice Susan
Calvin. «Forse invece è fantastico»,
risponde Stephen «Pensate che da ora in poi tutti i conflitti
saranno evitabili. Solo le Macchine saranno
inevitabili».
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