Isaac Asimov | Star Wars | J.R.R. Tolkien | Dune | Harry Potter | Star Trek | Terry Brooks

 

 

 

 

I Fremen con indosso le tute distillanti.

Un tuareg con la tipica veste blu che ricopre l'intero corpo per difendersi dai raggi del sole.

«Dio ha creato i deserti perchè gli uomini trovino la propria anima», detto tuareg.

 

 

 

 

 

 

L’ACQUA della VITA

Il ruolo centrale dell’acqua in Dune


«Benedetto sia il Creatore e la sua acqua. Benedetta la Sua venuta e la Sua partenza. Possa il Suo passaggio purificare il mondo. Possa Egli conservare il mondo per il Suo popolo». E’ questa una preghiera che Liet-Kynes sussurra in Dune all’apparire di un Verme delle sabbie. In un mondo, come è Arrakis, dove l’acqua è preziosa quanto e più dell’oro, essa è al centro degli interessi di tutta la sua popolazione, dai Fremen indigeni ai coloni che abitano i grandi centri di Arrakeen e Carthag. L’acqua è in qualche modo protagonista del grande romanzo di Herbert. La sua importanza andrà ridimensionandosi nei successivi episodi, dove prevale l’intreccio politico e la più ampia space opera, ma non va dimenticato che Dune è nato proprio in seguito al profondo interesse di Herbert riguardo la desertificazione e le usanze dei popoli di quelle zone: «Un pianeta che soffre per la mancanza d’acqua. Un popolo spinto alla violenza da questo bisogno. Una cultura, una civiltà che cerca di superare una simile avversità»; così lo stesso Herbert sintetizza il plot che lo ha portato alla stesura dell’opera.  

Ciò che in primo luogo va notata è una contraddizione: i Fremen, gli abitanti indigeni di Arrakis, venerano i vermi delle sabbie, da loro chiamati Creatori, e tuttavia sono proprio questi la causa di quella penuria d’umidità che li costringe a un calvario quotidiano. I vermi producono la sabbia di Arrakis (oltre alla Spezia del melange), causando l’estrema aridità del suolo del pianeta. Un Creatore che per sua stessa natura rimuove la fonte prima della vita è un ben strano creatore. Tanto più che la Bibbia Cattolico-Orangista, il testo sacro dell’umanità in Dune, afferma in un passo più volte riportato che «l’acqua è l’inizio di ogni vita» (“Kalima” – cioè versetto – 467). Quest’idea è ben radicata nelle costumanze dei Fremen, i quali considerano sacra l’acqua e intorno ad essa costruiscono complessi rituali. Herbert, la cui erudizione era molto vasta, sapeva certamente come nelle varie culture e nei vari popoli della Terra l’idea dell’acqua come “inizio di ogni vita” è ben radicata e trascende le varie differenze tra etnie. La Bibbia C.O., che nell’opera è un sunto delle ideologie religiose dei vari popoli della razza umana, riassume nel versetto su riportato una delle idee più antiche dell’umanità. Nell’antico Egitto la prima degli dei era Nun, personificazione dell’acqua che circondava la Terra (il Grande Oceano Circolare) e la divideva in due parti attraverso il fiume Nilo: l’appropriata definizione che Erodoto dà dell’Egitto, “dono del Nilo”, riecheggia questo mito primordiale basato sugli usi quotidiani dei popoli egiziani. Il limo, la sostanza fertile che periodicamente il Nilo lascia nel terreno nel corso delle inondazioni, è la fonte primaria della fecondità della terra; gli Egiziani, popolo di agricoltori, dipendevano interamente dal Nilo per la loro vita, la loro economia e la loro potenza. Gli induisti venerano il Gange, il “fiume sacro”, e i Babilonesi sapevano bene come la loro civiltà dipendesse dall’apporto benefico del Tigri e dell’Eufrate, i due fiumi che rendevano la loro terra una “mezzaluna fertile”. Nella cosmogonia greca, Oceano è figlio di Urano e Gea (secondo Esiodo): rappresenta l’acqua, laddove i suoi genitori sono rispettivamente l’aria e la terra, elementi che insieme al fuoco erano considerati divini per i Greci, essendo alla base della vita. Ancora di più, Omero denomina Oceano il “padre di ogni cosa”: esso circonda tutte le terre e con Teti, la sua sposa, generò tremila figli (i fiumi) e tremila figlie, le Oceanine. Talete, il primo filosofo greco, affermerà più tardi che l’acqua è il “principio di tutte le cose”. Non c’è alcuna differenza con la frase della Bibbia C.O. “l’acqua è l’inizio di ogni vita”, il cui riscontro scientifico è oggettivo e si basa sull’idea del brodo primordiale. La stessa creazione del mondo, in molti miti, parte dall’acqua: nella tradizione polinesiana, negli indiani Yakima (secondo cui “agli inizi del mondo v’era solo acqua”), nei miti cinesi. Nella Genesi, si afferma che «lo spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque», e che solo in un secondo momento la terra è divisa dalle acque.

Nella trasposizione cinematografica di Dune diretta da David Lynch, la storia si conclude con un grande diluvio che segna la fine dell’aridità di Arrakis e la realizzazione del grande sogno di Pardot Kynes e del figlio Liet, la trasformazione del pianeta in un mondo florido e rigoglioso. Nel romanzo ciò non avviene, benché nei successivi episodi – ma nell’arco di secoli – Arrakis subisca questa fondamentale trasformazione, al punto che il nome stesso del pianeta cambia in Rakis (e non si può più parlare di Dune, perché Rakis non è più caratterizzato dalle immense distese di sabbia). Ritorna qui l’archetipo del diluvio come momento chiave di una nuova fase dell’umanità, in cui quella precedente viene estirpata o purificata e una nuova umanità rigenerata nasce. Il Diluvio Universale è un mito presente nella Bibbia, nella mitologia greca nella vicenda di Deucalione e Pirra, nell’epopea babilonese di Gilgamesh, nelle tradizioni degli Indiani d’America. Se la vita non nasce direttamente dall’acqua, sicuramente l’umanità di cui oggi facciamo parte è stata - secondo questi miti – purificata dall’azione distruttiva delle acque. Tanto più che c’è un legame molto stretto tra l’uomo e l’acqua: come si saprà, un uomo è composto per circa il 60% di acqua, presente in ogni cellula nel citoplasma, ma soprattutto nel sangue, di cui un essere umano possiede in media 4 litri. Uno dei principali riti Fremen è quello di prelevare da un uomo morto la sua acqua, né più né meno di ciò che fanno gli uccelli mangiatori di carogne di cui parla il banchiere della Gilda, soprannominato Soo-Soo, durante la cena nel palazzo degli Atreides: essi sopravvivono estraendo l’umidità dal corpo delle loro vittime. Questo rapporto acqua-sangue è sancito da uno dei proverbi che cita Paul: « E l'acqua che hai bevuto dal fiume si cambierà in sangue sul terreno asciutto». Un riferimento evidente al mito di Mosè che trasforma in sangue le acque del Nilo, ma la simbologia domina anche le raffigurazioni rupestri australiane dei Wondjina, spiriti ancestrali portatori della pioggia: queste creature mitologiche sono raffigurate in bianco e circondate un contorno rosso, dunque con i colori simboli dei due elementi vitali, il sangue e l’acqua.

I riti Fremen riguardo l’acqua sono molteplici, al punto che questi riti sono celebrati da appositi Maestri d’Acqua nominati dalla comunità. Il versare lacrime per un defunto è considerato dai Fremen un grande dono da parte di chi lo compie, perché egli sacrifica parte della sua umidità corporea per il morto. L’acquisizione dell’acqua del corpo del defunto è un rituale macabro ma fondamentale nella tradizione Fremen, dove l’acqua non può andare in nessun caso sprecata. Un’idea simile è presente nel Corano: «Nessuno può rifiutare l’acqua in eccedenza senza peccare contro Allah e contro l’uomo», si legge in un passo. Per popoli del deserto come gli Arabi e come i Fremen in Dune, l’acqua è un dono e rifiutarlo un peccato. Herbert descrive molto accuratamente le tute distillanti, che ogni Fremen deve indossare nel deserto per ridurre al minimo la perdita d’acqua (che così è limitata a un ditale al giorno). In un punto molto significativo del romanzo leggiamo: «[Paul] cercò il tubo della sua tuta distillante, fissato al collo, e inghiottì un sorso d'acqua. Paul pensò che in quell'attimo lui diventava realmente un uomo di Arrakis, vivendo dell'umidità del proprio corpo, del proprio respiro». Solo quando Paul capisce cosa significa vivere della propria acqua, solo quando capisce l’importanza di risparmiarla fino a riciclare la sua stessa orina, è diventato davvero Muad’dib, il Messia dei Fremen, perché egli stesso è un Fremen. Si tratta di un momento culminante in cui Paul capisce il mistero ultimo della vita, che deriva proprio dall’acqua, fonte della vita stessa.

Nel creare il popolo Fremen, Herbert si è basato sullo studio delle popolazioni dei deserti. Egli stesso rivela di aver letto «più di 200 libri, articoli, rapporti e saggi scientifici sull’ecosistema delle regioni desertiche, sulle comunità che le abitano, sugli adattamenti degli animali e degli uomini a deserti di ogni tipo». Uno dei popoli più tipicamente ancorati al deserto è ancor oggi quello Tuareg, popolo nomade e molto antico presente nel più grande deserto del nostro pianeta, il Sahara (la cui estensione sfiora gli otto milioni, enorme se si pensa che il secondo deserto più ampio è quello Libico-Nubiano di circa 1.800.000). Tuareg è un termine spregiativo dato loro dagli Arabi, e significa “abbandonati da Dio”; essi in realtà chiamano loro stessi Imohag, ossia “uomini liberi”: in inglese, free men, ossia Fremen. Come i loro emuli fantascientifici, i Tuareg non hanno una sede fissa ma sono essenzialmente nomadi; la loro società è matrilineare: riflettendo sull’importanza che tra i Fremen godono le Reverende Madri Bene Gesserit, che sono idealmente a capo dell’intera società Fremen, si può notare come questo particolare sia condiviso da entrambe le civiltà. L’idea delle tute distillanti probabilmente deriva dallo studio di Herbert  delle tagelmust, gli abiti tipici usati dai Tuareg nel deserto. Essi coprono interamente il corpo, la testa e il viso ad eccezione degli occhi e del naso con vari strati di veli, generalmente di colore blu, da cui deriva il loro soprannome di “uomini blu”. Come per le tute distillanti, anche se in misura ovviamente minore, le tagelmust permettono ai Tuareg di risparmiare l’umidità del proprio corpo. Un detto tuareg afferma: «Dio ha creato i paesi ricchi di acqua perché gli uomini ci vivano, i deserti perché vi trovino la propria anima»;  non è molto dissimile dal detto di Muad'dib ripreso dai Fremen: «Dio creò Arrakis per temprare il fedele».

Dune in alcuni tratti sembra quasi un testo darwinistico: in esso Herbert dimostra come uomini, animali e piante si possano nel corso dei secoli adattare fisiologicamente alla scarsità d’acqua. Ad esempio, Lady Jessica nota come una ferita sulla pelle della sua serva Mapes riesca a rimarginarsi in brevissimo tempo, probabilmente come meccanismo di preservazione dell’umidità corporea che altrimenti verrebbe dispersa. Nell’opera si parla anche di «“ladri d'acqua”... sono piante che si depredano a vicenda dell'umidità, inghiottendo fin la più piccola traccia di rugiada». Anche nei nostri deserti esistono piante simili, i cactus ne sono l’esempio più noto, ma in generale tutte le piante che esistono in luoghi desertici hanno la capacità di immagazzinare nelle radici o nelle parti carnose l’umidità raccolta nel corso delle brevi e sporadiche precipitazioni. Nei suoi studi sull’ecologia del pianeta, Pardot Kynes scopre con suo stupore un tubero lungo circa due metri che cresce nell’emisfero nord del pianeta sopra i 2500 metri di altitudine: questo tipo di pianta è capace di immagazzinare fino a mezzo litro d’acqua. Poiché su Arrakis le piogge non sono rare, ma del tutto assenti, Kynes evince dallo studio di questa pianta il fatto che l’acqua sia presente in grandi quantità sotto la superficie del pianeta.

Il messaggio che Herbert ci lancia attraverso Dune è principalmente un messaggio d’allarme: il nostro continuo modellare la natura per dominarla a lungo andare ci porterà verso conseguenze catastrofiche: «Fate uno sforzo d’immaginazione – dice Herbert - fino a considerare la Terra come una creatura vivente: non vi occorrerà molto per pensare all’umanità come a una malattia del nostro pianeta. Su una buona parte della Terra, la presenza dell’uomo contrasta con quella di un sano ecosistema, capace di mantenersi indefinitamente». I fenomeni di desertificazione in corso in molte aree del pianeta, dal Sahel alla Spagna, sono prodotti dalla dissennata attività umana. D’altra parte, la sempre maggiore carenza idrica, e soprattutto la sua diseguale distribuzione, sta trasformando in oro blu l’acqua potabile sul nostro pianeta. Si prevede che nel 2025 la disponibilità annuale di acqua scenderà dai 6600 metri cubi attuali a 4800 metri cubi a persona. Già oggi circa un miliardo e cento milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile. In Africa la costruzione di un pozzo è un evento sancito da una grande festa nei villaggi, perché significa accesso all’acqua per molte persone. E di contro sempre più società multinazionali stanno acquisendo il controllo delle fonti di acqua dolce, trasformando l’acqua – diritto inviolabile dell’essere umano – in una merce. Recentemente a Buenos Aires il controllo dell’acqua potabile è passato alla società privata Aguas Argentinas, che fa capo alla multinazionale francese Lyonnaise. Gli altissimi costi derivati da questo accordo hanno fatto sì che oggi il 58% dei quasi tre milioni di cittadini della capitale sia stato escluso dalla rete idrica: l’azienda ha chiuso loro i rubinetti. Nel 1999 la Banca mondiale ha subordinato la concessione di un prestito in favore della metropoli di Cochabamba – terza città della Bolivia – alla privatizzazione della gestione idrica della città. L’affidamento dei servizi è stato ceduto alla Bechtel Corporation, la quale prima ancora di iniziare l’erogazione aveva chiarito che i prezzi avrebbero subito un aumento del 100%. Di tutta risposta i cittadini della Bolivia, non potendosi permettere un prezzo del genere, hanno marciato su Cochabamba in migliaia e migliaia. A una prima risposta dura del governo è seguita un’inevitabile capitolazione, con la conseguente espulsione dal Paese (10 aprile 1999) della Bechtel e la cancellazione della legislazione in favore della privatizzazione idrica. Situazioni simili stanno avvenendo in molte parti del mondo, e contro questa mercificazione dell’acqua si stanno mobilitando numerose organizzazioni internazionali. I venditori d’acqua di Dune, il “fai”, cioè il tributo dell’acqua che è la principale tassa su Arrakis, potranno un giorno divenire realtà anche qui. In un passo del romanzo il duca Leto riflette su come « l'acqua, in questo mondo, era potenza»: il convogliatore d’acqua Lingar Bewt è tra le figure dominati del pianeta, poiché gestisce l’estrazione d’acqua dai poli, fonte della vita per gli uomini di Arrakis. Anche il nostro pianeta finirà per dipendere dal controllo delle sorgenti idriche da parte dei grandi poteri economici? Non bisogna dimenticare, come si rende conto Lady Jessica, che l’acqua non è una fonte di profitto ma «una sostanza ben più preziosa: [è] la vita stessa».

© Fabbricantidiuniversi.it 2004-2007 - i testi del sito sono liberamente riproducibili citandone la fonte.