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«Benedetto sia il Creatore e la sua acqua. Benedetta la Sua
venuta e la Sua partenza. Possa il Suo passaggio purificare
il mondo. Possa Egli conservare il mondo per il Suo popolo».
E’ questa una preghiera che Liet-Kynes sussurra in Dune
all’apparire di un Verme delle sabbie. In un mondo, come
è Arrakis, dove l’acqua è preziosa quanto e più dell’oro,
essa è al centro degli interessi di tutta la sua
popolazione, dai Fremen indigeni ai coloni che abitano i
grandi centri di Arrakeen e Carthag. L’acqua è in qualche
modo protagonista del grande romanzo di Herbert. La sua
importanza andrà ridimensionandosi nei successivi episodi,
dove prevale l’intreccio politico e la più ampia space
opera, ma non va dimenticato che Dune è nato proprio
in seguito al profondo interesse di Herbert riguardo la
desertificazione e le usanze dei popoli di quelle zone: «Un
pianeta che soffre per la mancanza d’acqua. Un popolo spinto
alla violenza da questo bisogno. Una cultura, una civiltà
che cerca di superare una simile avversità»; così lo stesso
Herbert sintetizza il plot che lo ha portato alla
stesura dell’opera.
Ciò che in primo luogo va notata è una contraddizione: i
Fremen, gli abitanti indigeni di Arrakis, venerano i vermi
delle sabbie, da loro chiamati Creatori, e tuttavia sono
proprio questi la causa di quella penuria d’umidità che li
costringe a un calvario quotidiano. I vermi producono la
sabbia di Arrakis (oltre alla Spezia del melange), causando
l’estrema aridità del suolo del pianeta. Un Creatore che per
sua stessa natura rimuove la fonte prima della vita è un ben
strano creatore. Tanto più che la Bibbia
Cattolico-Orangista, il testo sacro dell’umanità in Dune,
afferma in un passo più volte riportato che «l’acqua è
l’inizio di ogni vita» (“Kalima” – cioè versetto – 467).
Quest’idea è ben radicata nelle costumanze dei Fremen, i
quali considerano sacra l’acqua e intorno ad essa
costruiscono complessi rituali. Herbert, la cui erudizione
era molto vasta, sapeva certamente come nelle varie culture
e nei vari popoli della Terra l’idea dell’acqua come “inizio
di ogni vita” è ben radicata e trascende le varie differenze
tra etnie. La Bibbia C.O., che nell’opera è un sunto delle
ideologie religiose dei vari popoli della razza umana,
riassume nel versetto su riportato una delle idee più
antiche dell’umanità. Nell’antico Egitto la prima degli dei
era Nun, personificazione dell’acqua che circondava la Terra
(il Grande Oceano Circolare) e la divideva in due parti
attraverso il fiume Nilo: l’appropriata definizione che
Erodoto dà dell’Egitto, “dono del Nilo”, riecheggia questo
mito primordiale basato sugli usi quotidiani dei popoli
egiziani. Il limo, la sostanza fertile che periodicamente il
Nilo lascia nel terreno nel corso delle inondazioni, è la
fonte primaria della fecondità della terra; gli Egiziani,
popolo di agricoltori, dipendevano interamente dal Nilo per
la loro vita, la loro economia e la loro potenza. Gli
induisti venerano il Gange, il “fiume sacro”, e i Babilonesi
sapevano bene come la loro civiltà dipendesse dall’apporto
benefico del Tigri e dell’Eufrate, i due fiumi che rendevano
la loro terra una “mezzaluna fertile”. Nella cosmogonia
greca, Oceano è figlio di Urano e Gea (secondo Esiodo):
rappresenta l’acqua, laddove i suoi genitori sono
rispettivamente l’aria e la terra, elementi che insieme al
fuoco erano considerati divini per i Greci, essendo alla
base della vita. Ancora di più, Omero denomina Oceano il
“padre di ogni cosa”: esso circonda tutte le terre e con
Teti, la sua sposa, generò tremila figli (i fiumi) e tremila
figlie, le Oceanine. Talete, il primo filosofo greco,
affermerà più tardi che l’acqua è il “principio di tutte le
cose”. Non c’è alcuna differenza con la frase della Bibbia
C.O. “l’acqua è l’inizio di ogni vita”, il cui riscontro
scientifico è oggettivo e si basa sull’idea del brodo
primordiale. La stessa creazione del mondo, in molti miti,
parte dall’acqua: nella tradizione polinesiana, negli
indiani Yakima (secondo cui “agli inizi del mondo v’era solo
acqua”), nei miti cinesi. Nella Genesi, si afferma che «lo
spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque», e
che solo in un secondo momento la terra è divisa dalle
acque.
Nella trasposizione cinematografica di Dune diretta
da David Lynch, la storia si conclude con un grande diluvio
che segna la fine dell’aridità di Arrakis e la realizzazione
del grande sogno di Pardot Kynes e del figlio Liet, la
trasformazione del pianeta in un mondo florido e rigoglioso.
Nel romanzo ciò non avviene, benché nei successivi episodi –
ma nell’arco di secoli – Arrakis subisca questa fondamentale
trasformazione, al punto che il nome stesso del pianeta
cambia in Rakis (e non si può più parlare di Dune, perché
Rakis non è più caratterizzato dalle immense distese di
sabbia). Ritorna qui l’archetipo del diluvio come momento
chiave di una nuova fase dell’umanità, in cui quella
precedente viene estirpata o purificata e una nuova umanità
rigenerata nasce. Il Diluvio Universale è un mito presente
nella Bibbia, nella mitologia greca nella vicenda di
Deucalione e Pirra, nell’epopea babilonese di Gilgamesh,
nelle tradizioni degli Indiani d’America. Se la vita non
nasce direttamente dall’acqua, sicuramente l’umanità di cui
oggi facciamo parte è stata - secondo questi miti –
purificata dall’azione distruttiva delle acque. Tanto più
che c’è un legame molto stretto tra l’uomo e l’acqua: come
si saprà, un uomo è composto per circa il 60% di acqua,
presente in ogni cellula nel citoplasma, ma soprattutto nel
sangue, di cui un essere umano possiede in media 4 litri.
Uno dei principali riti Fremen è quello di prelevare da un
uomo morto la sua acqua, né più né meno di ciò che fanno gli
uccelli mangiatori di carogne di cui parla il banchiere
della Gilda, soprannominato Soo-Soo, durante la cena nel
palazzo degli Atreides: essi sopravvivono estraendo
l’umidità dal corpo delle loro vittime. Questo rapporto
acqua-sangue è sancito da uno dei proverbi che cita Paul: «
E l'acqua che hai bevuto dal fiume si cambierà in sangue sul
terreno asciutto». Un riferimento evidente al mito di Mosè
che trasforma in sangue le acque del Nilo, ma la simbologia
domina anche le raffigurazioni rupestri australiane dei
Wondjina, spiriti ancestrali portatori della pioggia: queste
creature mitologiche sono raffigurate in bianco e circondate
un contorno rosso, dunque con i colori simboli dei due
elementi vitali, il sangue e l’acqua.
I riti
Fremen riguardo l’acqua sono molteplici, al punto che questi
riti sono celebrati da appositi Maestri d’Acqua nominati
dalla comunità. Il versare lacrime per un defunto è
considerato dai Fremen un grande dono da parte di chi lo
compie, perché egli sacrifica parte della sua umidità
corporea per il morto. L’acquisizione dell’acqua del corpo
del defunto è un rituale macabro ma fondamentale nella
tradizione Fremen, dove l’acqua non può andare in nessun
caso sprecata. Un’idea simile è presente nel Corano: «Nessuno
può rifiutare l’acqua in eccedenza senza peccare contro
Allah e contro l’uomo», si legge in un passo. Per popoli del
deserto come gli Arabi e come i Fremen in Dune,
l’acqua è un dono e rifiutarlo un peccato. Herbert descrive
molto accuratamente le tute distillanti, che ogni Fremen
deve indossare nel deserto per ridurre al minimo la perdita
d’acqua (che così è limitata a un ditale al giorno). In un
punto molto significativo del romanzo leggiamo: «[Paul]
cercò
il tubo della sua tuta distillante, fissato al collo, e
inghiottì un sorso d'acqua. Paul pensò che in quell'attimo
lui diventava realmente un uomo di Arrakis, vivendo
dell'umidità del proprio corpo, del proprio respiro». Solo
quando Paul capisce cosa significa vivere della propria
acqua, solo quando capisce l’importanza di risparmiarla fino
a riciclare la sua stessa orina, è diventato davvero
Muad’dib, il Messia dei Fremen, perché egli stesso è un
Fremen. Si tratta di un momento culminante in cui Paul
capisce il mistero ultimo della vita, che deriva proprio
dall’acqua, fonte della vita stessa.
Nel creare il popolo Fremen, Herbert si è basato sullo
studio delle popolazioni dei deserti. Egli stesso rivela di
aver letto «più di 200 libri, articoli, rapporti e saggi
scientifici sull’ecosistema delle regioni desertiche, sulle
comunità che le abitano, sugli adattamenti degli animali e
degli uomini a deserti di ogni tipo». Uno dei popoli più
tipicamente ancorati al deserto è ancor oggi quello Tuareg,
popolo nomade e molto antico presente nel più grande deserto
del nostro pianeta, il Sahara (la cui estensione sfiora gli
otto milioni, enorme se si pensa che il secondo deserto più
ampio è quello Libico-Nubiano di circa 1.800.000). Tuareg è
un termine spregiativo dato loro dagli Arabi, e significa
“abbandonati da Dio”; essi in realtà chiamano loro stessi
Imohag, ossia “uomini liberi”: in inglese, free men, ossia
Fremen. Come i loro emuli fantascientifici, i Tuareg non
hanno una sede fissa ma sono essenzialmente nomadi; la loro
società è matrilineare: riflettendo sull’importanza che tra
i Fremen godono le Reverende Madri Bene Gesserit, che sono
idealmente a capo dell’intera società Fremen, si può notare
come questo particolare sia condiviso da entrambe le
civiltà. L’idea delle tute distillanti probabilmente deriva
dallo studio di Herbert delle tagelmust, gli abiti tipici
usati dai Tuareg nel deserto. Essi coprono interamente il
corpo, la testa e il viso ad eccezione degli occhi e del
naso con vari strati di veli, generalmente di colore blu, da
cui deriva il loro soprannome di “uomini blu”. Come per le
tute distillanti, anche se in misura ovviamente minore, le
tagelmust permettono ai Tuareg di risparmiare l’umidità del
proprio corpo. Un detto tuareg afferma: «Dio
ha creato i paesi ricchi di acqua perché gli uomini ci
vivano, i deserti perché vi trovino la propria anima»;
non è molto dissimile dal detto di Muad'dib ripreso dai Fremen:
«Dio creò Arrakis per temprare il fedele».
Dune
in alcuni tratti sembra quasi un testo darwinistico: in esso
Herbert dimostra come uomini, animali e piante si possano
nel corso dei secoli adattare fisiologicamente alla
scarsità d’acqua. Ad esempio, Lady Jessica nota come una
ferita sulla pelle della sua serva Mapes riesca a
rimarginarsi in brevissimo tempo, probabilmente come
meccanismo di preservazione dell’umidità corporea che
altrimenti verrebbe dispersa. Nell’opera si parla anche di
«“ladri d'acqua”... sono piante che si depredano a vicenda
dell'umidità, inghiottendo fin la più piccola traccia di
rugiada». Anche nei nostri deserti esistono piante simili, i
cactus ne sono l’esempio più noto, ma in generale tutte le
piante che esistono in luoghi desertici hanno la capacità di
immagazzinare nelle radici o nelle parti carnose l’umidità
raccolta nel corso delle brevi e sporadiche precipitazioni.
Nei suoi studi sull’ecologia del pianeta, Pardot Kynes
scopre con suo stupore un tubero lungo circa due metri che
cresce nell’emisfero nord del pianeta sopra i 2500 metri di
altitudine: questo tipo di pianta è capace di immagazzinare
fino a mezzo litro d’acqua. Poiché su Arrakis le piogge non
sono rare, ma del tutto assenti, Kynes evince dallo studio
di questa pianta il fatto che l’acqua sia presente in grandi
quantità sotto la superficie del pianeta.
Il messaggio che Herbert ci lancia attraverso Dune è
principalmente un messaggio d’allarme: il nostro continuo
modellare la natura per dominarla a lungo andare ci porterà
verso conseguenze catastrofiche: «Fate uno sforzo
d’immaginazione – dice Herbert - fino a considerare la Terra
come una creatura vivente: non vi occorrerà molto per
pensare all’umanità come a una malattia del nostro pianeta.
Su una buona parte della Terra, la presenza dell’uomo
contrasta con quella di un sano ecosistema, capace di
mantenersi indefinitamente». I fenomeni di desertificazione
in corso in molte aree del pianeta, dal Sahel alla Spagna,
sono prodotti dalla dissennata attività umana. D’altra
parte, la sempre maggiore carenza idrica, e soprattutto la
sua diseguale distribuzione, sta trasformando in oro blu
l’acqua potabile sul nostro pianeta. Si prevede che nel 2025
la disponibilità annuale di acqua scenderà dai 6600 metri
cubi attuali a 4800 metri cubi a persona. Già oggi circa un
miliardo e cento milioni di persone non hanno accesso
all’acqua potabile. In Africa la costruzione di un pozzo è
un evento sancito da una grande festa nei villaggi, perché
significa accesso all’acqua per molte persone. E di contro
sempre più società multinazionali stanno acquisendo il
controllo delle fonti di acqua dolce, trasformando l’acqua –
diritto inviolabile dell’essere umano – in una merce.
Recentemente a Buenos Aires il controllo dell’acqua potabile
è passato alla società privata Aguas Argentinas, che fa capo
alla multinazionale francese Lyonnaise. Gli altissimi costi
derivati da questo accordo hanno fatto sì che oggi il 58%
dei quasi tre milioni di cittadini della capitale sia stato
escluso dalla rete idrica: l’azienda ha chiuso loro i
rubinetti. Nel 1999 la Banca mondiale ha subordinato la
concessione di un prestito in favore della metropoli di
Cochabamba – terza città della Bolivia – alla
privatizzazione della gestione idrica della città.
L’affidamento dei servizi è stato ceduto alla Bechtel
Corporation, la quale prima ancora di iniziare l’erogazione
aveva chiarito che i prezzi avrebbero subito un aumento del
100%. Di tutta risposta i cittadini della Bolivia, non
potendosi permettere un prezzo del genere, hanno marciato su
Cochabamba in migliaia e migliaia. A una prima risposta dura
del governo è seguita un’inevitabile capitolazione, con la
conseguente espulsione dal Paese (10 aprile 1999) della
Bechtel e la cancellazione della legislazione in favore
della privatizzazione idrica. Situazioni simili stanno
avvenendo in molte parti del mondo, e contro questa
mercificazione dell’acqua si stanno mobilitando numerose
organizzazioni internazionali. I venditori d’acqua di Dune,
il “fai”, cioè il tributo dell’acqua che è la principale
tassa su Arrakis, potranno un giorno divenire realtà anche
qui. In un passo del romanzo il duca Leto riflette su come «
l'acqua, in questo mondo, era potenza»: il convogliatore
d’acqua Lingar Bewt è tra le figure dominati del pianeta,
poiché gestisce l’estrazione d’acqua dai poli, fonte della
vita per gli uomini di Arrakis. Anche il nostro pianeta
finirà per dipendere dal controllo delle sorgenti idriche da
parte dei grandi poteri economici? Non bisogna dimenticare,
come si rende conto Lady Jessica, che l’acqua non è una
fonte di profitto ma «una sostanza ben più preziosa: [è] la vita
stessa».
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