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La locandina della miniserie del 2000.

Alec Newman è Paul Atreides

John Hurt è l'eccezionale interprete del Duca Leto.

 

 

 

 
DUNE, TRAPOSIZIONI A CONFRONTO

Analisi critica della miniserie del 2000


Dopo essere ormai entrato di diritto nel novero delle opere di fantascienza più riuscite di tutti i tempi, e aver catturato il pubblico anche col film di David Lynch e con l’operazione letteraria-commerciale di Preludio a Dune, il romanzo di Frank Herbert è stato di nuovo rispolverato, nel 2000, per essere trasporto in miniserie. Una miniserie di due puntate, di un’ora e cinquanta ciascuna, per un film TV della lunghezza complessiva di 3 ore e 40. La miniserie si è rivelata la migliore scelta tecnica per trasporre il grande romanzo di Herbert. Lynch, pur nella sua maestria e con le sue 3 ore di film, non è riuscito a dare allo spettatore il senso generale della trama, che finisce per perdersi.

La miniserie da questo punto di vista è sicuramente un miglioramento: la trama è rispettata in una maniera che non ci si aspetterebbe da un semplice film TV, e ciò che fa più piacere è il particolare che moltissimi dialoghi, soprattutto nella prima parte, sono riportati fedelmente dal romanzo – particolare che denota una grande attenzione da parte dei produttori e degli sceneggiatori alla trasposizione precisa. Manca tuttavia uno dei punti centrali dell’opera di Herbert, quello della riflessione, cioè della trascrizione dei pensieri dei protagonisti; non è certo un peccato tuttavia visto il pessimo effetto sortito dal film di Lynch, che tentava di trasporre anche questa scelta tecnica intraducibile al cinema. Si dà più spazio all’introduzione del racconto vero e proprio, dando così allo spettatore il tempo di immergersi in un’atmosfera molto difficile da capire.

Influenze della versione cinematografica ce ne sono comunque, e molte. I vermi giganti, in particolare, e la scena - che pare in pratica una citazione – di Paul e la madre che si rifugiano in un nascondiglio in una parete di roccia per sfuggire al verme la cui bocca spalancata si intravede dalla crepa. Anche il monologo iniziale che introduce la situazione galattica, totalmente inesistente nel romanzo ma che è una delle scene fondamentali del film di Lynch, viene utilizzato nella miniserie. Nel tentativo di citare o di scopiazzare, a seconda del punto di vista, il regista del film TV ha tuttavia utilizzato la stessa orribile idea che i puristi herbertiani avevano già fortemente criticato con Lynch: la fantomatica tecnica estraniante che Paul insegna ai Fremen per combattere gli Harkonnen. Non si capisce perché i Fremen abbiano per forza bisogno di un’arma segreta per sconfiggere le truppe imperiali, quando l’importanza di quel popolo nel romanzo consisteva appunto nella loro grandissima forza fisica e morale temprata dalla dura vita del deserto. La tecnica estraniante in questa nuova versione televisiva diventa un’astrusa capacità di compiere movimenti più veloci di quelli che l’occhio riesce a cogliere, dando l’impressione che un Fremen scompaia e ricompaia un secondo dopo da un’altra parte. Effetto da serie B, in poche parole.

Passiamo ai luoghi e ai personaggi. Sul primo punto non c’è molto da dire: il deserto e i sietch fremen sono riprodotti molto bene, proprio come ci si aspetterebbe, ma del resto non ci vuole molto. Ovviamente non occorre un occhio esperto per cogliere subito la falsità degli ambienti esterni, che non sono altro che scenografie e effetti creati a computer senza troppe pretese, ma del resto non stiamo parlando di un film per il grande schermo e sicuramente il budget era molto ridotto (ma è riuscito a fare grandi cose) Giedi Primo, sebbene si veda poche volte, è superbo nelle scenografie: viene riprodotto perfettamente il senso di potenza di facciata e di opulenza in cui vivono gli Harkonnen. Più scadente appare invece Arrakeen, la capitale di Arrakis, che si limita a un piccolo villaggio di catapecchie al cui centro si erge l’enorme palazzo del governo, che potrebbe tranquillamente inglobare tutta la città al suo interno (forse a indicare la tirannide degli Harkonnen?). Sui personaggi c’è invece da parlare di più, perché a tratti sono delle vere rivelazioni a tratti delle delusioni cocenti. Alec Newman è il giovane Paul Atreides. Pur dimostrando nelle prime scene l’aria tipica da sedicenne tipica del Paul delle prime pagine del romanzo di Herbert, Newman si dimostra più tardi fin troppo adulto ma ad ogni modo riesce a rendere abbastanza bene un personaggio chiave di tutta l’opera. Discutibile comunque la scelta dell’attore, il quale con i suoi capelli chiari e gli occhi azzurri (naturali, cioè anche senza “effetto spezia”) non è il più adatto fisicamente a interpretare il Paul dai capelli corvini del romanzo. Notevole è invece John Hurt, un attore già ben noto nel mondo del cinema e della televisione e che i produttori hanno usato come punta di diamante del film. In effetti Hurt si dimostra eccezionale nell’interpretazione del duca Leto Atreides, con un interpretazione seria e degna di uno dei più bei personaggi del romanzo. Lady Jessica è un altro punto a favore del cast, sia per come si presenta – è fisicamente uguale al personaggio – sia per l’interpretazione che rende molto bene l’idea del contrasto tra la severa Bene Gesserit e la madre protettiva. Deludente è invece Chani, una donna fin troppo dura e sicura di sé e che fisicamente non ha nemmeno un accenno a quei “tratti da elfo” che Herbert più volte sottolinea nel romanzo.

I personaggi minori di Thufir Hawat, Gurney Halleck e Ducan Idaho sono trattati con estrema superficialità, e la cosa risulta molto spiacevole soprattutto per Hawat, una delle figure più riuscite del romanzo e più apprezzate tra i fan. Ma l’opera si riprende perfettamente con i “cattivi”. Il Barone Vadimir Harkonnen è reso magistralmente e si individua fin da subito l’ispirazione all’Harkonnen di Lynch. Grasso, bruttissimo e subdolo, si dimostra subito un personaggi di grande carattere grazie ad un interpretazione un po’ troppo sopra le righe ma che è davvero ben intonata. Molto ben reso anche suo nipote Feyd-Rautha, di aspetto fisico completamente diverso dallo zio ma dalla identica perfida mentalità. Giancarlo Giannini nel ruolo dell’Imperatore Shaddam IV è invece clamorosamente fuori luogo e fa rimpiangere il grande José Ferrer del film di Lynch. Gli si dà un certo spazio, ma del tutto immeritato. Un viso che non ha nulla dell’imperiale altezzosità che dovrebbe manifestare ma che invece sembra un qualsiasi uomo di strada. Ridicolmente vestito con abiti da pagliaccio, anche quando indossa vesti più formali e adatti al suo rango sembrano sempre stonati rispetto alla figura. L’unica parte in cui si dimostra un degno attore è quella finale in cui viene sconfitto da Paul, e davvero da grande capolavoro è la scena conclusiva in cui – nel palazzo di Arrakeen avvolto in una luce mistica – vediamo Paul ormai vittorioso abbracciare Chani e disprezzare l’altezzosità della principessa Irulan mentre dietro di loro, tra la folla, l’Imperatore Shaddam se ne va lento e sconsolato conscio della sua sconfitta. Alcune scene, come questa, sono davvero delle scene che meriterebbero una cornice migliore di quella di una semplice televisione.

Nel quadro degli effetti speciali il giudizio dipende dal modo in cui si guarda il film. Come prodotto per il cinema ovviamente vale ben poco, ma come prodotto destinato alla TV è davvero notevole. Forse è il film per il piccolo schermo con gli effetti speciali meglio realizzati. A dir la verità il romanzo di Herbert non necessita di grandi ritocchi digitali o quant’altro, come ci si aspetterebbe da un’opera di fantascienza. Come anche il grande Asimov, Frank Herbert basava la sua saga, la sua creazione letteraria sulle trame e i personaggi più che sullo stupire con narrazioni di battaglie e rocambolesche fughe e avventure. Tuttavia effetti speciali erano comunque necessari, e sono stati realizzati bene. Le navi spaziali, gli ornitotteri, i semplici strumenti tecnici come le eleganti sfere che si accendono sfregandole con le mani. Ben realizzato anche il celebre effetto degli occhi blu dovuti all’azione della spezia, forse qui un po’ troppo calcati (molti fan hanno notato l’assurdità degli occhi dei Fremen che brillano nel buio). Ciò che più stupisce, al di là di questi normali effetti speciali, è invece la grandiosità dei luoghi. Gli interni sembrano essere realizzati senza alcuna economia, sono enormi, colossali, così come ci si aspetterebbe: è straordinario pensare che in un’opera modesta come questa si sia riuscito a fare così tanto. E la regia anche ha fatto un ottimo lavoro. Alcune scene, come già detto, sono veramente ben fatte, ma anche le riprese dal basso verso l’alto, o inclinate come nel palazzo del Barone Harkonnen, sono tocchi di classe che dimostrano la voglia di fare un grande lavoro, cosa che in effetti è riuscita quasi in pieno.

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