|
Dopo essere ormai entrato di diritto
nel novero delle opere di fantascienza più riuscite
di tutti i tempi, e aver catturato il pubblico anche
col film di David Lynch e con l’operazione
letteraria-commerciale di Preludio a Dune, il
romanzo di Frank Herbert è stato di nuovo
rispolverato, nel 2000, per essere trasporto in
miniserie. Una miniserie di due puntate, di un’ora e
cinquanta ciascuna, per un film TV della lunghezza
complessiva di 3 ore e 40. La miniserie si è
rivelata la migliore scelta tecnica per trasporre il
grande romanzo di Herbert. Lynch, pur nella sua
maestria e con le sue 3 ore di film, non è riuscito
a dare allo spettatore il senso generale della trama,
che finisce per perdersi.
La miniserie da questo punto di vista
è sicuramente un miglioramento: la trama è
rispettata in una maniera che non ci si aspetterebbe
da un semplice film TV, e ciò che fa più piacere è
il particolare che moltissimi dialoghi, soprattutto
nella prima parte, sono riportati fedelmente dal
romanzo – particolare che denota una grande
attenzione da parte dei produttori e degli
sceneggiatori alla trasposizione precisa. Manca
tuttavia uno dei punti centrali dell’opera di
Herbert, quello della riflessione, cioè della
trascrizione dei pensieri dei protagonisti; non è
certo un peccato tuttavia visto il pessimo effetto
sortito dal film di Lynch, che tentava di trasporre
anche questa scelta tecnica intraducibile al cinema.
Si dà più spazio all’introduzione del racconto vero
e proprio, dando così allo spettatore il tempo di
immergersi in un’atmosfera molto difficile da
capire.
Influenze della versione
cinematografica ce ne sono comunque, e molte. I
vermi giganti, in particolare, e la scena - che pare
in pratica una citazione – di Paul e la madre che si
rifugiano in un nascondiglio in una parete di roccia
per sfuggire al verme la cui bocca spalancata si
intravede dalla crepa. Anche il monologo iniziale
che introduce la situazione galattica, totalmente
inesistente nel romanzo ma che è una delle scene
fondamentali del film di Lynch, viene utilizzato
nella miniserie. Nel tentativo di citare o di
scopiazzare, a seconda del punto di vista, il
regista del film TV ha tuttavia utilizzato la stessa
orribile idea che i puristi herbertiani avevano già
fortemente criticato con Lynch: la fantomatica
tecnica estraniante che Paul insegna ai Fremen per
combattere gli Harkonnen. Non si capisce perché i
Fremen abbiano per forza bisogno di un’arma segreta
per sconfiggere le truppe imperiali, quando
l’importanza di quel popolo nel romanzo consisteva
appunto nella loro grandissima forza fisica e morale
temprata dalla dura vita del deserto. La tecnica
estraniante in questa nuova versione televisiva
diventa un’astrusa capacità di compiere movimenti
più veloci di quelli che l’occhio riesce a cogliere,
dando l’impressione che un Fremen scompaia e
ricompaia un secondo dopo da un’altra parte. Effetto
da serie B, in poche parole.
Passiamo ai luoghi e ai personaggi.
Sul primo punto non c’è molto da dire: il deserto e
i sietch fremen sono riprodotti molto bene,
proprio come ci si aspetterebbe, ma del resto non ci
vuole molto. Ovviamente non occorre un occhio
esperto per cogliere subito la falsità degli
ambienti esterni, che non sono altro che scenografie
e effetti creati a computer senza troppe pretese, ma
del resto non stiamo parlando di un film per il
grande schermo e sicuramente il budget era molto
ridotto (ma è riuscito a fare grandi cose) Giedi
Primo, sebbene si veda poche volte, è superbo nelle
scenografie: viene riprodotto perfettamente il senso
di potenza di facciata e di opulenza in cui vivono
gli Harkonnen. Più scadente appare invece Arrakeen,
la capitale di Arrakis, che si limita a un piccolo
villaggio di catapecchie al cui centro si erge
l’enorme palazzo del governo, che potrebbe
tranquillamente inglobare tutta la città al suo
interno (forse a indicare la tirannide degli
Harkonnen?). Sui personaggi c’è invece da parlare di
più, perché a tratti sono delle vere rivelazioni a
tratti delle delusioni cocenti. Alec Newman è il
giovane Paul Atreides. Pur dimostrando nelle prime
scene l’aria tipica da sedicenne tipica del Paul
delle prime pagine del romanzo di Herbert, Newman si
dimostra più tardi fin troppo adulto ma ad ogni modo
riesce a rendere abbastanza bene un personaggio
chiave di tutta l’opera. Discutibile comunque la
scelta dell’attore, il quale con i suoi capelli
chiari e gli occhi azzurri (naturali, cioè anche
senza “effetto spezia”) non è il più adatto
fisicamente a interpretare il Paul dai capelli
corvini del romanzo. Notevole è invece John Hurt, un
attore già ben noto nel mondo del cinema e della
televisione e che i produttori hanno usato come
punta di diamante del film. In effetti Hurt
si dimostra eccezionale nell’interpretazione del
duca Leto Atreides, con un interpretazione seria e
degna di uno dei più bei personaggi del romanzo.
Lady Jessica è un altro punto a favore del cast, sia
per come si presenta – è fisicamente uguale al
personaggio – sia per l’interpretazione che rende
molto bene l’idea del contrasto tra la severa Bene
Gesserit e la madre protettiva. Deludente è invece
Chani, una donna fin troppo dura e sicura di sé e
che fisicamente non ha nemmeno un accenno a quei
“tratti da elfo” che Herbert più volte sottolinea
nel romanzo.
I personaggi minori di Thufir Hawat,
Gurney Halleck e Ducan Idaho sono trattati con
estrema superficialità, e la cosa risulta molto
spiacevole soprattutto per Hawat, una delle figure
più riuscite del romanzo e più apprezzate tra i fan.
Ma l’opera si riprende perfettamente con i
“cattivi”. Il Barone Vadimir Harkonnen è reso
magistralmente e si individua fin da subito
l’ispirazione all’Harkonnen di Lynch. Grasso,
bruttissimo e subdolo, si dimostra subito un
personaggi di grande carattere grazie ad un
interpretazione un po’ troppo sopra le righe ma che
è davvero ben intonata. Molto ben reso anche suo
nipote Feyd-Rautha, di aspetto fisico completamente
diverso dallo zio ma dalla identica perfida
mentalità. Giancarlo Giannini nel ruolo
dell’Imperatore Shaddam IV è invece clamorosamente
fuori luogo e fa rimpiangere il grande José Ferrer
del film di Lynch. Gli si dà un certo spazio, ma del
tutto immeritato. Un viso che non ha nulla
dell’imperiale altezzosità che dovrebbe manifestare
ma che invece sembra un qualsiasi uomo di strada.
Ridicolmente vestito con abiti da pagliaccio, anche
quando indossa vesti più formali e adatti al suo
rango sembrano sempre stonati rispetto alla figura.
L’unica parte in cui si dimostra un degno attore è
quella finale in cui viene sconfitto da Paul, e
davvero da grande capolavoro è la scena conclusiva
in cui – nel palazzo di Arrakeen avvolto in una luce
mistica – vediamo Paul ormai vittorioso abbracciare
Chani e disprezzare l’altezzosità della principessa
Irulan mentre dietro di loro, tra la folla,
l’Imperatore Shaddam se ne va lento e sconsolato
conscio della sua sconfitta. Alcune scene, come
questa, sono davvero delle scene che meriterebbero
una cornice migliore di quella di una semplice
televisione.
Nel quadro degli effetti speciali il
giudizio dipende dal modo in cui si guarda il film.
Come prodotto per il cinema ovviamente vale ben poco,
ma come prodotto destinato alla TV è davvero
notevole. Forse è il film per il piccolo schermo con
gli effetti speciali meglio realizzati. A dir la
verità il romanzo di Herbert non necessita di grandi
ritocchi digitali o quant’altro, come ci si
aspetterebbe da un’opera di fantascienza. Come anche
il grande Asimov, Frank Herbert basava la sua saga,
la sua creazione letteraria sulle trame e i
personaggi più che sullo stupire con narrazioni di
battaglie e rocambolesche fughe e avventure.
Tuttavia effetti speciali erano comunque necessari,
e sono stati realizzati bene. Le navi spaziali, gli
ornitotteri, i semplici strumenti tecnici come le
eleganti sfere che si accendono sfregandole con le
mani. Ben realizzato anche il celebre effetto degli
occhi blu dovuti all’azione della spezia, forse qui
un po’ troppo calcati (molti fan hanno notato
l’assurdità degli occhi dei Fremen che brillano nel
buio). Ciò che più stupisce, al di là di questi
normali effetti speciali, è invece la grandiosità
dei luoghi. Gli interni sembrano essere realizzati
senza alcuna economia, sono enormi, colossali, così
come ci si aspetterebbe: è straordinario pensare che
in un’opera modesta come questa si sia riuscito a
fare così tanto. E la regia anche ha fatto un ottimo
lavoro. Alcune scene, come già detto, sono veramente
ben fatte, ma anche le riprese dal basso verso
l’alto, o inclinate come nel palazzo del Barone
Harkonnen, sono tocchi di classe che dimostrano la
voglia di fare un grande lavoro, cosa che in effetti
è riuscita quasi in pieno.
©
Fabbricantidiuniversi.it 2004-2007 - i testi
del sito sono liberamente
riproducibili citandone la fonte. |