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Curioso. Tra tutti gli aggettivi che si possono usare per
descrivere questo film, il terzo della serie cinematografica
tratto dal terzo capitolo della saga della Rowling, questo
è
forse il più appropriato. Anche se 'curioso' è un termine
che più che
descrivere il film serve per descrivere la mente di Alfonso
Cuàron,
il regista
messicano che ha preso il testimone da Chris Columbus per
continuare la trasposizione cinematografica delle avventure
di Harry Potter. Perché?
Cercherò di riassumere in breve la tesi che discuterò
più
ampiamente avanti. Cuàron
ha messo su un film notevolmente artistico, nel senso
che rispetto allo stile sterilmente accademico e fedelmente
legato al romanzo di Columbus c'è
qui un vero tocco personale, pregevole e affascinante. Se i primi due
film erano sicuramente belli ma
-
come detto in
precedenti recensioni
-
senz'anima,
Il Prigioniero di Azkaban secondo Cuàron
ha invece una grande anima, indipendente da quella
presente nel romanzo. È
questo un film appassionante, che non lascia tempo allo
spettatore di capire cosa stia succedendo perché
è come se si componesse di un'unica,
inebriante e quasi onirica sequenza. Ma subito da qui
sorgono due
problemi che costituiscono la grande contraddizione del
film. Da un lato perché in questo volteggiare di azioni e avvenimenti
lo spettatore che non ha letto il libro si perde
inevitabilmente, e se pur non lo fa comunque non riesce a
cogliere pienamente tutte le affascinanti sottigliezze del
film, che il regista sottintende senza mai spiegare. Dall'altro
perché
lo spettatore che ha già letto il romanzo e si
è
naturalmente affezionato si vede tagliare un numero incredibile di scene fondamentali, scopre che spiegazioni
indispensabili vengono cancellate,
è
sgomento di fronte a
'licenze
poetiche'
praticamente inspiegabili e alla fine ha come una sensazione di grande pasticcio.
Trecentocinquanta pagine riassunte in due ore a ritmi
frenetici, come se fosse necessario parlare di tutto senza
prendere un attimo fiato pur di finire nel tempo stabilito.
E naturalmente ne viene fuori solo una versione azzoppata
del libro.
Questa
è
la mia opinione. Vediamo ora di capirla analizzando con
attenzione il film. In primo luogo notiamo una cosa: una
notevole componente umoristica. Un umorismo davvero
affascinante, tipicamente rowlinghiano, che forse mancava
nei precedenti film, un umorismo non certo infantile come
alcuni hanno criticato ma sicuramente d'effetto.
Irresistibile la sequenza di zia Marge che prende il volo a
suon di musica trionfale, con i Dursley ormai
definitivamente consacrati a comici di professione. Tra le
espressioni di Petunia, le urla supplicanti di Vernon ("Marge, torna indietro, ti prego!") e Dudley che continua a mangiare
in cucina incurante di tutto, assistiamo finalmente a
una rivalsa dei Dursley non più
come
semplici inumani oppressori (Columbus ha sottolineato questo
aspetto disegnando in modo puerile gli zii di Harry come
classici parenti cattivi disneyani), ma come creatori di
efficaci gag come la Rowling stessa voleva. E l'atmosfera
da alcuni giustamente considerata
'goliardica' di Harry e Ron nel dormitorio di Grifondoro che si divertono con gli amici, o ancora la
strepitosa performance di Piton
-
di cui si parlerà di più dopo -, sono elementi che danno
al film un'atmosfera
di commedia non 'per famiglie' ma 'per adulti'.
D'altro
canto questo
è
anche
un film
'gotico'. Non che Columbus in precedenza non abbia cercato di rendere molto, soprattutto nel
secondo film, l'atmosfera
cupa di alcune pagine dei romanzi. Ci
è
riuscito, ma Cuàron qui l'ha superato. L'assalto
al treno da parte dei Dissennatori
è
spaventoso, letteralmente raggelante proprio come l'effetto
che i Dissennatori fanno al loro arrivo. Così come l'aria
si fa cupa nelle scene di esterni spazzate dalla pioggia e
con la canzone affascinante ma sottilmente inquietante che
accompagna l'arrivo
degli
studenti a Hogwarts ("Something
wicked this way comes", citazione di Shakespeare, superba prova di forza di John Williams alle musiche e
tragicamente storpiata nell'edizione
italiana). Anche l'urlo soffocato agghiacciante che Harry
ode sotto l'effetto
dei Dissennatori
è
di sicuro effetto.
Cuàron
però sembra spesso voler cambiare alcuni aspetti originali del romanzo
in stereotipi che poco hanno a che fare non soltanto con l'idea di partenza ma a volta sembrano contraddire la fama di artista innovativo che ha questo
regista (anche per questo l'aggettivo
curioso). Esempi? Il Silente dai capelli
'corti' col
cappellino alla Gheddafi, un preside un po'
hippy e un po' rimbambito (come
quando insiste nel battere sulla gamba ingessata di Ron) che
ha poco a che fare con la figura del Silente che i romanzi
successivi ci hanno fatto conoscere meglio: l'Unico
che Abbia mai Temuto, così s'intitola uno degli ultimi
capitoli dell'Ordine della Fenice riferendosi al timore che Voldemort ha per
Silente. Non basta certo qualche frase un po' poetica piazzatagli in bocca senza
senso per rivalutare la figura, considerando che Silente non
dice mai niente che non abbia un significato. E che dire
dell'Hermione
un po' frivola e forzatamente puntigliosa, come nella scena di Harry che giunge a Hogsmeade
nascosto dal mantello dell'invisibilità:
Hermione, ben lungi dal fargli la consueta predica, ride di gusto. Non convince nemmeno il
comportamento dei Dissennatori, che invece di scivolare
melliflui addirittura volano negli strati alti dell'atmosfera.
Tutti ritocchi - il vecchio rintronato, la ragazzina frivola,
i mostri volanti
-
che invece di dare originalità sviliscono le buone idee
della
Rowling.
Ancora una volta la scelta dei personaggi sembra appropriata. Lupin
forse non dovrebbe avere quei baffetti, ma rende bene l'idea di professore vicino ai ragazzi. La professoressa
Cooman, interpretata dalla bravissima Emma Thomson,
è
trasposta perfettamente:
sopra le righe, immersa in un mondo proprio, completamente
fuori di testa. Non gode però dello spazio che meriterebbe. Molto buona anche la scelta di
cambiare
l'insipido
interprete del ministro Cornelius Caramell del secondo film con un attore che
nella recitazione dà una discreta dimostrazione di essere un
personaggio
'avvezzo al potere'.
Gary Oldman nella parte di Sirius Black è
difficile da definire. Come interprete di un assassino folle
e di un carcerato evaso rende in modo egregio l'idea. Stenta invece nell'apparire
quell'uomo
onesto che ha dovuto soffrire tredici anni in prigione per
qualcosa che non ha commesso, e soprattutto stenta a dare
quell'idea di fiducia che nel romanzo
dovrebbe dare ad Harry. Se infatti nel libro la decisione di
Harry di credere a Sirius avviene lentamente ed
è
verosimile, nel film si rimane stupiti dal cambio
di opinione repentino che Harry ha nei confronti di Sirius.
Due minuti prima lo vedevano assassino maniacale, due minuti
dopo
è
un uomo gentile e sensibile. Ma
il cambiamento stona per la rapidità
con cui avviene. Certo non è Oldman il
problema, ma l'eccessiva
disinvoltura con cui Cuàron
ha affrontato il finale del
film. Avevamo accennato prima al personaggio di Severus
Piton. Il valente attore Alan Rickman ha finalmente in
questo film uno spazio degno del suo ruolo, con un'interpretazione
straordinariamente ironica che rende impossibile non assimilare il personaggio
della Rowling con quello del film, tale
è
la
somiglianza caratteriale. Tuttavia qui c'è
un cambiamento rispetto alla figura
classica di Piton. Nel romanzo della Rowling, Piton rispetto
ai precedenti due romanzi perde completamente le staffe
verso la fine della storia, diviene cinico e spietato,
rimanendo sempre però dalla parte
'dei buoni', se così vogliamo
dire. Qui invece c'è poco del Piton perfido.
C'è, naturalmente, il Piton subdolo. Ma quando irrompe nella Stamberga
Strillante non ha alcun impeto d'ira
verso Harry e i suoi amici, e ancora di più
è sorprendente la scena in cui Piton
giunge a proteggere col suo stesso corpo i tre protagonisti
davanti all'attacco
del lupo mannaro. Cuàron
sembra
aver deciso per una forte
'umanizzazione' del
personaggio di Piton, così
come ha fatto con i Dursley. In fin dei conti, una
trovata molto adulta.
Cosa dire delle performance degli attori? Il giovane terzetto di
protagonisti dimostra di essere in costante evoluzione, e in
miglioramento. Soprattutto Daniel Radcliff (Harry) ha
visibilmente migliorato la propria recitazione, che ora
possiede un discreto realismo e una buona dose di
disinvoltura. Rupert Grint (Ron) riesce finalmente a
limitarsi nelle sue celebri manifestazioni facciali e calca
meno la mano nella recitazione, diversamente da Emma Watson
(Hermione), che in questo film sembra voler un po' strafare, forse anche per via delle attenzioni eccessive del
regista, e risulta spesso inappropriata e forzata nell'interpretazione
del
personaggio. Ma in fin dei conti la recitazione complessiva
è
a livelli
notevoli, dà solidità alla trama e verosimiglianza al tutto; unico neo,
come sempre, un doppiaggio italiano spesso
non all'altezza,
che se riesce bene a trasporre la voce venerabile di Silente
o quella unticcia di Piton, traballa su Harry, esagera su
Hermione (i suoi leziosi acuti sono fuori luogo) e toglie
emozione ad alcuni dialoghi, esempio per tutti la
rivelazione della McGranitt nel bar dei Tre Manici di Scopa.
Il
lato tecnico del film
è
come sempre ineccepibile. Gli effetti speciali sono ben
curati, le
scenografie grandiose. Non si capisce perché,
però, quando si tratta di creare
'mostri' in computer-grafica i tecnici degli effetti
speciali non rendono
per niente. L'ippogrifo
Fierobecco è realizzato con evidente disomogeneità, per
quanto comunque un certo realismo lo abbia. Diversamente, il
lupo mannaro in cui si trasforma Lupin e il cane in cui si
trasforma Black sono due grossi pasticci, realizzati
probabilmente con superficialità
e in poco tempo. Un peccato perché chi ormai
è
avvezzo ai film con grandi dispendi (spesso e volentieri
inutili) di
effetti in CGI sa che si può
fare molto meglio. La stessa cosa si era avuta nel
film precedente con Dobby e il Basilisco. D'altro
canto, questa volta si può spezzare con soddisfazione una lancia a favore
di John Williams, che alle musiche dimostra ancora di saper
fare scuola. Geniale quando si tratta di creare sottofondi a
scene di suspance, che a stento vengono percepiti dagli
spettatori (come
è
tipico di un determinato tipo di scuola di pensiero sulle
colonne sonore), Williams rimane un superbo
compositore di temi singoli. E'
per questo
che Cuàron
gli rende giustizia regalando al bellissimo tema di
Fierobecco
un'intera sequenza da protagonista, in cui
è
solo la musica a dominare. E il tema di Fierobecco, che nella sua semplice grandiosità
ha anche il senso di
'tema della libertà', torna protagonista nell'ultima parte
del film, quando Black e l'ippogrifo,
due colpevoli d'innocenza,
fuggono insieme nella notte allontanandosi sullo sfondo della luna in una scena forse poco
originale ma sicuramente sublime.
Passiamo ora ai difetti della sceneggiatura, su cui non si può sorvolare come in altri campi. Ciò che si nota subito
è
la brevità dei tempi di narrazione. Tra il momento in cui Harry gonfia sua zia Marge e il momento in
cui giunge a Hogwarts sono passati nel film solo 36 ore,
diversamente dal mese intero che passa nel romanzo. Così anche per quanto concerne il finale,
che avviene non a Giugno, cioè alla fine della scuola, ma in primavera, presupponendo che
al termine del film Harry dovrà affrontare ancora alcuni mesi a scuola, così che il regista
può farsi perdonare l'assenza
di due importanti eventi del libro, gli esami (che vengono mostrati per la prima volta) e la prima vittoria
del Grifondoro al Campionato di Quidditch grazie alla
Firebolt regalata da Sirius, che appare invece nella
sequenza finale del film, che tra l'altro
riecheggia simpaticamente il Superman degli anni
'70 o il
Matrix Reloaded del 2000. Inoltre una mancanza che i
lettori del libro hanno giustamente additato come gravissima
è
davvero sconcertante: nel film non si accenna
assolutamente a rivelare le identità di coloro che hanno fabbricato la Mappa
del Malandrino - Lunastorta, Ramoso, Codaliscia e Falpato.
Tenendo conto dell'importanza
capitale che questo
'particolare' ha non solo nel Prigioniero di Azkaban, ma ancora più nei
seguenti romanzi, appare scioccante questa presa di
posizione che lo stesso Cuàron
ha fatto notare senza voler spiegare. Le spiegazioni
probabilmente non
sono proprio il punto di forza di questo regista, ed
è
infatti proprio nelle
spiegazioni che il film crolla come un castello di carte. La
frettolosa e risibile discussione tra la McGranitt, Caramell
e Madama Rosmerta ai Tre Manici di Scopa non spiega alcunchè, cioò non spiega
l'importanza del fatto che Sirius fosse il
'padrino' di Harry. Non spiega che Sirius era
il miglior amico di James e Lily Potter. E ancora di
più
la spiegazione
finale del film nella Stamberga Strillante
è
assurda. Non si spiega come Sirius sia riuscito a fuggire da Azkaban (particolare mica di secondaria importanza!).
Ancora peggio, non si spiega perché
fosse stato Peter Minus a consegnare i Potter a Voldemort. Non si accenna al fatto che Sirius era l'unico
Custode Segreto dei Potter e che però passò questo incarico a Peter. Non si spiega bene perché Peter fuggì e Sirius fu
arrestato. Tutte queste rivelazioni, che sono alla base dell'intera
trama del
romanzo, vengono archiviate in modo indegno.
E allora? E allora diciamo che sarebbero bastati quei cinque minuti
in più di spiegazioni per gli spettatori per salvare del tutto Harry
Potter e il Prigioniero di Azkaban secondo Cuàron.
Sarebbero bastati quei cinque minuti, che oltre a spiegare meglio la trama avrebbero
spezzato anche l'eccessiva
rapidità degli eventi del
finale, di una confusione assurda. C'era forse bisogno di mostrare per tutto
quel tempo quel (tra l'altro
mal fatto) lupo mannaro? La Rowling lo fa
subito uscire di scena perché poco essenziale.
Cuàron no. Perché? Non si sa. E' un
registra curioso, e ha fatto un film davvero curioso.
Tirando rapidamente le file di questi anni di Harry Potter
cinematografico, cosa ci aspetta per il futuro? Il terzetto
di protagonisti si credeva si sarebbe ritirato dopo questo
film, ma dopo un po' di problemi ha accettato di girare Il Calice di Fuoco, il quarto episodio della serie.
Questo quarto episodio
è già da un po' di tempo in fase di produzione, e il cast è ormai
al completo tranne (al momento in cui scrivo) per l'interprete
di Lord Voldemort.
Il regista
è
Mike Newell, che succede a Cuàron e a Columbus. Il quarto
film sarà enormemente problematico. Un romanzo di più di 600 pagine condensato in un massimo di 3 ore (sicuramente di meno) di film. Non ci saranno
neanche i Dursley! E cosa ci riserva il prossimo futuro? Ci
sarà il film de
L'Ordine
della Fenice? I tre protagonisti potrebbero lasciare dopo il quarto
episodio. E d'altronde
il quinto romanzo, con le sue
800 pagine, si presterebbe molto, molto male a una riduzione
cinematografica. Il destino di Harry Potter sugli schermi
è indeciso. Per ora, attendiamo il sesto romanzo con impazienza. |