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Una delle espressioni riguardo “Harry Potter” su cui insiste parte
della stampa o della critica più superficiale è quel ‘maghetto’ che
viene usato per designare il giovane protagonista della saga della
Rowling. Un’espressione quanto meno fuori luogo se usata per
descrivere l’Harry degli ultimi romanzi, un Harry quindicenne,
sedicenne e diciassettenne che sembra aver del tutto abbandonato i
modi fanciulleschi dei primi romanzi ed essersi avviato precocemente
all’età adulta. Quel ‘maghetto’ così abusato da parte di chi ignora
la realtà della saga di Harry Potter non tiene conto del fatto che
il suo protagonista è al centro di una crescita esteriore ed
interiore che costituisce la struttura stessa dell’opera,
perfettamente visibile nel numero dei romanzi: sette, come sette
sono gli anni che Harry trascorre ad Hogwarts, il luogo della sua
formazione culturale e spirituale. Lungi dal restare sempre un
maghetto protagonista di romanzi per bambini, Harry Potter è invece
il soggetto di un grande romanzo di formazione, quello che in
tedesco è noto come bildungsroman.
Il romanzo di formazione è un genere letterario che nasce in
Germania con Wolfgang Goethe e il suo Wilhelm Meister, titolo
che in realtà racchiude un ciclo di tre opere il cui protagonista
(Meister, appunto) affronta il difficile cammino della maturazione e
della formazione. Il termine, già d’uso negli ambienti della critica
letteraria, fu consacrato dal filosofo tedesco Wilhem Dilthey nel
1906. Egli ne diede una definizione fondamentale: il
bildungsroman consiste nella «storia
di un giovane uomo che fa il suo ingresso nella vita avvolto da una
felice incoscienza, cerca anime gemelle, incontra l’amicizia e
l’amore, si scontra però con le dure realtà del mondo e, tra
molteplici esperienze di vita matura, ritrova se stesso e si
assicura del suo compito nel mondo». Da questa definizione è facile
capire come il genere letterario del “romanzo di formazione” sia
presto uscito dagli ambienti letterari tedeschi del Settecento per
essere applicato a una vastissima mole di opere, dal David
Copperfield di Dickens alle Confessioni di un italiano di
Ippolito Nievo fino al Giovane Holden di Salinger. Nonostante
alcuni puristi siano contrari a questo sdoganamento del concetto, è
fuor di dubbio che nel novero del romanzo di formazione come genere
letterario può essere inserito senza troppe forzature anche il ciclo
di Harry Potter di J.K. Rowling. Anche a livello stilistico
si può notare una costante evoluzione: se il primo romanzo, La
Pietra Filosofale, e il secondo, La Camera dei Segreti,
hanno ancora toni fanciulleschi, trame più semplici e i tre
personaggi principali – Harry stesso, Ron, Hermione – ragionano
ancora in termini di undicenni, nei successivi romanzi tutto cambia:
Harry non percepisce più Hogwarts come un rifugio sicuro, un piccolo
mondo felice, la realtà sembra farsi più cupa e lo stile si adegua a
una complessizzazione delle vicende e a una maturazione anche dei
lettori stessi.
Nel corso della saga, in effetti, assistiamo al lungo processo di
formazione di Harry. Egli è un ragazzino del tutto inconsapevole
delle proprie capacità e a cui vengono sistematicamente nascoste le
vere origini. La scuola di magia e stregoneria di Hogwarts è il
luogo in cui Harry affronta la propria crescita e maturazione
attraverso un duplice percorso: da un lato egli impara a conoscere e
dominare i propri poteri che derivano dalla sua eredità magica,
dall’altro egli cresce spiritualmente dopo aver affrontato prove
estremamente difficili che lo portano alla consapevolezza che la
propria forza e le proprie capacità non derivano dalla magia che ha
ereditato ‘biologicamente’ ma dalle qualità che ha acquisito nel
corso del suo processo di crescita. Molti romanzi di formazione
hanno nella scuola o nella figura del precettore privato uno degli
elementi centrali nell’economia della vicenda, proprio perché segni
tangibili di quel processo di educazione e apprendimento a cui il
protagonista si sottomette. Va tuttavia notato – e questo Harry
Potter lo dimostra chiaramente – come in realtà la maturazione
del protagonista non coincida mai con il successo scolastico o
accademico ma segua strade diverse, spesso in opposizione ad esso:
Harry non è certo il primo della classe, benché in alcune materie
primeggi, ed anzi vengono sottolineati i suoi costanti insuccessi in
alcuni corsi. Spessissimo egli entra in conflitto con i propri
insegnanti, non soltanto con l’odiato Severus Piton che ha con lui
un conto in sospeso ma anche con altri professori e tra questi non
manca lo stesso Silente, che nel quinto e sesto episodio della saga
viene spesso criticato da Harry (il quale prima lo assumeva come
insegnante modello, ma di questo parleremo tra poco). Harry ad
Hogwarts impara a conoscere e usare i propri poteri latenti e
comincia a conoscere meglio se stesso e il suo ruolo nel mondo, ma
in realtà la sua evoluzione non segue – come può essere, ma neanche
tanto, per Hermione – la carriera scolastica: è indicativo anzi che
al termine de Il Principe Mezzosangue egli decida di
abbandonare Hogwarts proprio perché consapevole che il passo finale
verso la definitiva maturazione non può avvenire all’interno delle
mura scolastiche ma, come accade per esempio con Holden Caulfield
nel romanzo di Salinger, nel mondo esterno.
Il romanzo di formazione si concentra soprattutto sulla difficoltà
del suo protagonista ad entrare in sintonia con la società che lo
circonda. Harry, come Wilhelm Meister o il Toerless del romanzo di
Musil è un “disadattato”, totalmente ignaro di come va il mondo e di
quali sono le leggi che lo regolano. Orfano dei genitori e cresciuto
sotto l’oppressiva tirannia degli zii Dursley, che non gli hanno mai
permesso di avere amici o anche solo conoscenti, Harry viene tutto
d’un tratto sballottato in un mondo in cui egli non solo dev’essere
il più possibile autosufficiente ma dove la sua vita è in costante
pericolo. Come per tutti i protagonisti dei bildungsromane,
anche per Harry l’incontro con il mondo esterno assume le fattezze
di un vero e proprio scontro. Il mondo della magia è ad Harry
completamente sconosciuto, diversamente da come accade per gli altri
suoi giovanissimi coetanei che al primo anno di Hogwarts già sanno
dalla nascita di essere maghi ed hanno potuto apprendere le prime
nozioni grazie ai genitori. Addirittura Hermione, anch’ella come
Harry ignara della sua vera natura fino agli 11 anni, ne sa più di
lui e più di qualsiasi altro suo coetaneo perché ha già letto tutto
il possibile sul mondo di cui è entrata a far parte. Quando Harry si
trova in difficoltà davanti ad una porta chiusa e Ron la apre con un
incantesimo come se fosse la cosa più semplice del mondo, o anche
quando tutti i suoi compagni parlano entusiasti del Quidditich
mentre Harry ignora totalmente cosa significhi la parola stessa,
ebbene questi episodi sono la metafora dello spaesamento di chi si
ritrova a dover far parte di un “sottouniverso” (come lo avrebbe
definito il filosofo William James) di cui ignora completamente il
modo peculiare di interpretare, categorizzare la realtà che invece è
condiviso dagli altri membri di questo sottouniverso. Harry non è
capace di interagire con i suoi simili, siano essi maghi o anche
“babbani”, proprio perché egli non si riconosce né negli uni né
negli altri. Cosa Harry sia veramente, quale sia il suo vero posto
nel mondo, ebbene sono queste le domande che egli si pone nel corso
dei romanzi e a cui le vicende stesse della saga tentano di dare
risposta.
La conflittualità con l’out there, con il mondo al di fuori
di sé, si esplica nel rapporto di Harry e con i Dursley e con i suoi
veri genitori (per quanto essi siano morti). I Dursley rappresentano
infatti la crudezza della realtà, poiché incarnano tutti gli aspetti
più disincantati e gretti di quel mondo che Harry impara lentamente
a conoscere. Vernon Dursley è il “padre padrone” dai valori
piccolo-borghesi che cerca di normalizzare le stranezze di Harry e
riportarlo ai propri avvilenti schemi. Di contro, James e Lily
Potter vengono da Harry idealizzati al punto che, quando ne
L’Ordine della Fenice scopre come suo padre fosse in realtà
diverso da quell’immagine che si era costruito, Harry non può fare a
meno di entrare in crisi. I suoi genitori rappresentano per lui un
porto sicuro, una temporanea fuga dalla realtà: quando nel primo
romanzo Harry comincia a passare le sue notti davanti allo Specchio
dei Desideri osservando i volti sorridenti dei suoi genitori,
Silente lo ammonisce spiegandogli come non serva a nulla «rifugiarsi
nei sogni e dimenticare di vivere». Ciò che Silente vuole da Harry è
che egli affronti invece la realtà che lo circonda. Nel romanzo di
formazione questo è un topos ricorrente: il protagonista dei
bildungsromane cerca in personalità idealizzate ciò che non è
capace di trovare nel mondo reale, in primis l’affetto – ne è un
esempio David Copperfield nei rapporti con la madre e la governante,
ma anche col ricordo di un padre che non ha mai conosciuto – e il
valore, la grandezza: si pensi a come Julien Sorel ne Il Rosso e
il Nero prenda a modello Napoleone Bonaparte da lui ammirato
fino all’idolatria (ne conserva addirittura un’immagine sotto il
cuscino). Per Harry, il padre in qualche modo riunisce le istanze
sia di David Copperfield che di Julien Sorel: egli rappresenta
l’affetto paterno che è sempre mancato ad Harry e anche l’ideale a
cui conformarsi, quello di un mago altruista, eroico e di
grandissime capacità. Col tempo, tuttavia, Harry si renderà conto
che James Potter è diverso da lui, è diverso dall’ideale a cui Harry
si ispira: un passaggio centrale nel percorso di formazione di
Harry, il quale d’ora in avanti abbandonerà qualsiasi punto di
riferimento astratto per gettarsi anima e corpo in una realtà che va
affrontata.
Un altro elemento importante nel processo di maturazione di Harry è
il suo accostarsi al mondo femminile. Il primo amore di Harry è Cho
Chang, la cercatrice della squadra di Corvonero che egli incontra
nel terzo romanzo, benché solo nel quarto se ne scoprirà davvero
innamorato. Il rapporto con Cho avrà una svolta ne L’Ordine della
Fenice, quando i due iniziano a frequentarsi dopo essersi
baciati. Cho è l’ennesima idealizzazione di Harry, una ragazza di
cui egli vede solo gli aspetti positivi ma di cui non tarda a
scoprirne i difetti non appena inizia a frequentarla. Ancora una
volta Harry appare incapace di affrontare questa nuova relazione,
non sa come comportarsi, l’invitare la ragazza ad uscire o baciarla
gli appaiono difficoltà insormontabili. Nel successivo, sesto
capitolo della saga, Il Principe Mezzosangue, il rapporto con
Cho sembra ormai essere definitivamente relegato in un cassetto;
Harry scopre di essere attratto da Ginny, una ragazza più “terrena”
con cui egli ha imparato a convivere per anni frequentando casa
Weasley. Pur se al termine del romanzo Harry comprende di non poter
continuare a frequentare Ginny per non farle rischiare la vita nella
lotta contro Voldemort, il suo rapporto con la ragazza è molto più
tranquillo – anche se meno idilliaco – rispetto a quello con Cho.
Harry riesce cioè a “sbloccarsi” dopo la delusione del precedente
rapporto e comprende che la felicità non può essere raggiunta
attraverso l’amore di una persona che lui in fin dei conti non
conosce affatto se non nella propria fantasia, ma attraverso l’amore
di una ragazza che ha imparato a conoscere da anni. Questo passaggio
è un altro topos dei bildungsromane. E’ quello che avviene
dopo la morte della prima moglie di David Copperfield, Dora, che è
più una bambola di porcellana che una fanciulla vera e propria:
David sposa Agnes, la vecchia amica d’adolescenza figlia del signor
Winckfield con cui ha sempre avuto un ottimo rapporto; il loro
matrimonio non è quell’ideale romantico a cui David aspirava, ma dà
a David quella sospirata felicità a lungo cercata. In chiave
rovesciata è ciò che avviene in Anna Karenina allorquando la
giovane Kitty rinuncia suo malgrado all’amore per Vronskij – uomo di
società e destinato a una brillante carriera – scegliendo invece
l’amico di un tempo, Lévin, possidente terriero e uomo di campagna
che non può garantirgli la vita in società che Kitty sognava ma che
le garantisce la felicità che invece Anna Karenina non trova nel suo
rapporto con Vronskij.
Nel quadro di questo processo di formazione che Harry affronta, la
morte di Silente ne Il Principe Mezzosangue assume un ruolo
chiave: così come con la morte di Sirius Black nel precedente
episodio, la perdita di Silente rappresenta un colpo durissimo per
Harry, il quale si vede privo di quella necessaria figura di “padre
putativo” che Sirius e Silente hanno impersonato fino a quel
momento. La morte del preside di Hogwarts è quindi necessaria per
permettere ad Harry di affrontare senza più aiuti superiori la dura
realtà che lo circonda. Silente fino a quel momento lo aveva infatti
aiutato per quanto possibile, tenendogli nascoste informazioni che
potevano metterlo in difficoltà, cercando in ogni modo di tenerlo
lontano da dolori e sofferenze: «Mi ero troppo affezionato a te»,
gli spiega Silente nelle ultime fondamentali pagine de L’Ordine
della Fenice. «Tenevo più alla tua felicità che a farti
conoscere la verità, più alla tua serenità che al mio piano, più
alla tua vita che alle vite che sarebbero state in pericolo se io
avessi fallito». Silente comprende forse troppo tardi il suo errore,
quello di aver eccessivamente protetto Harry al punto tale da
renderlo ora anche troppo vulnerabile quando egli dovrà affrontare
Voldemort nello scontro finale. Ecco perché nel successivo capitolo
della saga Silente assume con Harry modi più bruschi e non esita a
metterlo in pericolo coinvolgendolo in avventure rischiose ma
necessarie per portare il ragazzo a comprendere tutto ciò che serve
e per permettergli di appropriarsi di tutti gli strumenti necessari
per affrontare la sfida che lo attende nel settimo, conclusivo
romanzo del ciclo. Silente infine muore - forse deliberatamente - ed
Harry si ritrova solo, solo a parte Ron ed Hermione e forse Hagrid,
gli unici che possono aiutarlo nella sfida che dovrà affrontare ma
che non potranno offrirgli quella mano in più e quella protezione
che Silente poteva invece garantire.
Il percorso di formazione di Harry si concluderà con il settimo
romanzo. Qui Harry dovrà infine affrontare Voldemort per l’ultima
volta, dovrà ucciderlo o sarà lui a morire. Voldemort è l’ostacolo
finale che Harry deve affrontare per eliminare quegli ostacoli che
gli hanno impedito fino ad ora di giungere alla piena maturazione.
Fu Voldemort l’artefice della morte di James e Lily Potter e dunque
l’artefice dell’infelicità di Harry, della sua solitudine, del suo
essere all’inizio della saga un “disadattato” incapace di
comprendere come va il mondo. Ma nel corso dei romanzi Harry ha
imparato ad attingere dal di dentro la forza e i mezzi per
affrontare la realtà, quella forza e quei mezzi che forse sono
sempre stati dentro di lui ma che egli non aveva fino ad allora
imparato ad usare, come per la magia. Uccidere Voldemort significa
affrontare quella sorta di “rito d’iniziazione” necessario a un
giovane per considerarsi finalmente adulto; Harry è stato in alcuni
aspetti un adulto anzitempo, ha affrontato morti e sofferenze come
pochi per la sua età. Eppure, in altri aspetti è rimasto un bambino
e questo proprio per colpa di Voldemort. Ucciderlo significa
eliminare quell’ultimo ostacolo che si frappone fra lui e la
felicità a lungo agognata: perché sarà lui, e solo lui con le sue
proprie forze, a portare a termine quel compito, così da poter
finalmente dire di aver raggiunto la definitiva maturazione,
l’essere divenuto un uomo finito e non più “in atto”.
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