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I Dursley rappresentano la sterlità piccolo-borghese opposta alla personalità di Harry.

Hogwarts è il luogo in cui avviene la formazione di Harry.

Copertina de Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister di Goethe, capostipite dei bildungsromane.

Il giovanissimo Daniel Radcliffe (Harry Potter nei film della saga) impersona David Copperfield in un film tratto dal romanzo di Dickens.

Harry e Silente.

 

HARRY POTTER COME

ROMANZO di FORMAZIONE


Una delle espressioni riguardo “Harry Potter” su cui insiste parte della stampa o della critica più superficiale è quel ‘maghetto’ che viene usato per designare il giovane protagonista della saga della Rowling. Un’espressione quanto meno fuori luogo se usata per descrivere l’Harry degli ultimi romanzi, un Harry quindicenne, sedicenne e diciassettenne che sembra aver del tutto abbandonato i modi fanciulleschi dei primi romanzi ed essersi avviato precocemente all’età adulta. Quel ‘maghetto’ così abusato da parte di chi ignora la realtà della saga di Harry Potter non tiene conto del fatto che il suo protagonista è al centro di una crescita esteriore ed interiore che costituisce la struttura stessa dell’opera, perfettamente visibile nel numero dei romanzi: sette, come sette sono gli anni che Harry trascorre ad Hogwarts, il luogo della sua formazione culturale e spirituale. Lungi dal restare sempre un maghetto protagonista di romanzi per bambini, Harry Potter è invece il soggetto di un grande romanzo di formazione, quello che in tedesco è noto come bildungsroman.

Il romanzo di formazione è un genere letterario che nasce in Germania con Wolfgang Goethe e il suo Wilhelm Meister, titolo che in realtà racchiude un ciclo di tre opere il cui protagonista (Meister, appunto) affronta il difficile cammino della maturazione e della formazione. Il termine, già d’uso negli ambienti della critica letteraria, fu consacrato dal filosofo tedesco Wilhem Dilthey nel 1906. Egli ne diede una definizione fondamentale: il bildungsroman consiste nella «storia di un giovane uomo che fa il suo ingresso nella vita avvolto da una felice incoscienza, cerca anime gemelle, incontra l’amicizia e l’amore, si scontra però con le dure realtà del mondo e, tra molteplici esperienze di vita matura, ritrova se stesso e si assicura del suo compito nel mondo». Da questa definizione è facile capire come il genere letterario del “romanzo di formazione” sia presto uscito dagli ambienti letterari tedeschi del Settecento per essere applicato a una vastissima mole di opere, dal David Copperfield di Dickens alle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo fino al Giovane Holden di Salinger. Nonostante alcuni puristi siano contrari a questo sdoganamento del concetto, è fuor di dubbio che nel novero del romanzo di formazione come genere letterario può essere inserito senza troppe forzature anche il ciclo di Harry Potter di J.K. Rowling. Anche a livello stilistico si può notare una costante evoluzione: se il primo romanzo, La Pietra Filosofale, e il secondo, La Camera dei Segreti, hanno ancora toni fanciulleschi, trame più semplici e i tre personaggi principali – Harry stesso, Ron, Hermione – ragionano ancora in termini di undicenni, nei successivi romanzi tutto cambia: Harry non percepisce più Hogwarts come un rifugio sicuro, un piccolo mondo felice, la realtà sembra farsi più cupa e lo stile si adegua a una complessizzazione delle vicende e a una maturazione anche dei lettori stessi.

Nel corso della saga, in effetti, assistiamo al lungo processo di formazione di Harry. Egli è un ragazzino del tutto inconsapevole delle proprie capacità e a cui vengono sistematicamente nascoste le vere origini. La scuola di magia e stregoneria di Hogwarts è il luogo in cui Harry affronta la propria crescita e maturazione attraverso un duplice percorso: da un lato egli impara a conoscere e dominare i propri poteri che derivano dalla sua eredità magica, dall’altro egli cresce spiritualmente dopo aver affrontato prove estremamente difficili che lo portano alla consapevolezza che la propria forza e le proprie capacità non derivano dalla magia che ha ereditato ‘biologicamente’ ma dalle qualità che ha acquisito nel corso del suo processo di crescita. Molti romanzi di formazione hanno nella scuola o nella figura del precettore privato uno degli elementi centrali nell’economia della vicenda, proprio perché segni tangibili di quel processo di educazione e apprendimento a cui il protagonista si sottomette. Va tuttavia notato – e questo Harry Potter lo dimostra chiaramente – come in realtà la maturazione del protagonista non coincida mai con il successo scolastico o accademico ma segua strade diverse, spesso in opposizione ad esso: Harry non è certo il primo della classe, benché in alcune materie primeggi, ed anzi vengono sottolineati i suoi costanti insuccessi in alcuni corsi. Spessissimo egli entra in conflitto con i propri insegnanti, non soltanto con l’odiato Severus Piton che ha con lui un conto in sospeso ma anche con altri professori e tra questi non manca lo stesso Silente, che nel quinto e sesto episodio della saga viene spesso criticato da Harry (il quale prima lo assumeva come insegnante modello, ma di questo parleremo tra poco). Harry ad Hogwarts impara a conoscere e usare i propri poteri latenti e comincia a conoscere meglio se stesso e il suo ruolo nel mondo, ma in realtà la sua evoluzione non segue – come può essere, ma neanche tanto, per Hermione – la carriera scolastica: è indicativo anzi che al termine de Il Principe Mezzosangue egli decida di abbandonare Hogwarts proprio perché consapevole che il passo finale verso la definitiva maturazione non può avvenire all’interno delle mura scolastiche ma, come accade per esempio con Holden Caulfield nel romanzo di Salinger, nel mondo esterno.

Il romanzo di formazione si concentra soprattutto sulla difficoltà del suo protagonista ad entrare in sintonia con la società che lo circonda. Harry, come Wilhelm Meister o il Toerless del romanzo di Musil è un “disadattato”, totalmente ignaro di come va il mondo e di quali sono le leggi che lo regolano. Orfano dei genitori e cresciuto sotto l’oppressiva tirannia degli zii Dursley, che non gli hanno mai permesso di avere amici o anche solo conoscenti, Harry viene tutto d’un tratto sballottato in un mondo in cui egli non solo dev’essere il più possibile autosufficiente ma dove la sua vita è in costante pericolo. Come per tutti i protagonisti dei bildungsromane, anche per Harry l’incontro con il mondo esterno assume le fattezze di un vero e proprio scontro. Il mondo della magia è ad Harry completamente sconosciuto, diversamente da come accade per gli altri suoi giovanissimi coetanei che al primo anno di Hogwarts già sanno dalla nascita di essere maghi ed hanno potuto apprendere le prime nozioni grazie ai genitori. Addirittura Hermione, anch’ella come Harry ignara della sua vera natura fino agli 11 anni, ne sa più di lui e più di qualsiasi altro suo coetaneo perché ha già letto tutto il possibile sul mondo di cui è entrata a far parte. Quando Harry si trova in difficoltà davanti ad una porta chiusa e Ron la apre con un incantesimo come se fosse la cosa più semplice del mondo, o anche quando tutti i suoi compagni parlano entusiasti del Quidditich mentre Harry ignora totalmente cosa significhi la parola stessa, ebbene questi episodi sono la metafora dello spaesamento di chi si ritrova a dover far parte di un “sottouniverso” (come lo avrebbe definito il filosofo William James) di cui ignora completamente il modo peculiare di interpretare, categorizzare la realtà che invece è condiviso dagli altri membri di questo sottouniverso. Harry non è capace di interagire con i suoi simili, siano essi maghi o anche “babbani”, proprio perché egli non si riconosce né negli uni né negli altri. Cosa Harry sia veramente, quale sia il suo vero posto nel mondo, ebbene sono queste le domande che egli si pone nel corso dei romanzi e a cui le vicende stesse della saga tentano di dare risposta.  

La conflittualità con l’out there, con il mondo al di fuori di sé, si esplica nel rapporto di Harry e con i Dursley e con i suoi veri genitori (per quanto essi siano morti). I Dursley rappresentano infatti la crudezza della realtà, poiché incarnano tutti gli aspetti più disincantati e gretti di quel mondo che Harry impara lentamente a conoscere. Vernon Dursley è il “padre padrone” dai valori piccolo-borghesi che cerca di normalizzare le stranezze di Harry e riportarlo ai propri avvilenti schemi. Di contro, James e Lily Potter vengono da Harry idealizzati al punto che, quando ne L’Ordine della Fenice scopre come suo padre fosse in realtà diverso da quell’immagine che si era costruito, Harry non può fare a meno di entrare in crisi. I suoi genitori rappresentano per lui un porto sicuro, una temporanea fuga dalla realtà: quando nel primo romanzo Harry comincia a passare le sue notti davanti allo Specchio dei Desideri osservando i volti sorridenti dei suoi genitori, Silente lo ammonisce spiegandogli come non serva a nulla «rifugiarsi nei sogni e dimenticare di vivere». Ciò che Silente vuole da Harry è che egli affronti invece la realtà che lo circonda. Nel romanzo di formazione questo è un topos ricorrente: il protagonista dei bildungsromane cerca in personalità idealizzate ciò che non è capace di trovare nel mondo reale, in primis l’affetto – ne è un esempio David Copperfield nei rapporti con la madre e la governante, ma anche col ricordo di un padre che non ha mai conosciuto – e il valore, la grandezza: si pensi a come Julien Sorel ne Il Rosso e il Nero prenda a modello Napoleone Bonaparte da lui ammirato fino all’idolatria (ne conserva addirittura un’immagine sotto il cuscino). Per Harry, il padre in qualche modo riunisce le istanze sia di David Copperfield che di Julien Sorel: egli rappresenta l’affetto paterno che è sempre mancato ad Harry e anche l’ideale a cui conformarsi, quello di un mago altruista, eroico e di grandissime capacità. Col tempo, tuttavia, Harry si renderà conto che James Potter è diverso da lui, è diverso dall’ideale a cui Harry si ispira: un passaggio centrale nel percorso di formazione di Harry, il quale d’ora in avanti abbandonerà qualsiasi punto di riferimento astratto per gettarsi anima e corpo in una realtà che va affrontata.

Un altro elemento importante nel processo di maturazione di Harry è il suo accostarsi al mondo femminile. Il primo amore di Harry è Cho Chang, la cercatrice della squadra di Corvonero che egli incontra nel terzo romanzo, benché solo nel quarto se ne scoprirà davvero innamorato. Il rapporto con Cho avrà una svolta ne L’Ordine della Fenice, quando i due iniziano a frequentarsi dopo essersi baciati. Cho è l’ennesima idealizzazione di Harry, una ragazza di cui egli vede solo gli aspetti positivi ma di cui non tarda a scoprirne i difetti non appena inizia a frequentarla. Ancora una volta Harry appare incapace di affrontare questa nuova relazione, non sa come comportarsi, l’invitare la ragazza ad uscire o baciarla gli appaiono difficoltà insormontabili. Nel successivo, sesto capitolo della saga, Il Principe Mezzosangue, il rapporto con Cho sembra ormai essere definitivamente relegato in un cassetto; Harry scopre di essere attratto da Ginny, una ragazza più “terrena” con cui egli ha imparato a convivere per anni frequentando casa Weasley. Pur se al termine del romanzo Harry comprende di non poter continuare a frequentare Ginny per non farle rischiare la vita nella lotta contro Voldemort, il suo rapporto con la ragazza è molto più tranquillo – anche se meno idilliaco – rispetto a quello con Cho. Harry riesce cioè a “sbloccarsi” dopo la delusione del precedente rapporto e comprende che la felicità non può essere raggiunta attraverso l’amore di una persona che lui in fin dei conti non conosce affatto se non nella propria fantasia, ma attraverso l’amore di una ragazza che ha imparato a conoscere da anni. Questo passaggio è un altro topos dei bildungsromane. E’ quello che avviene dopo la morte della prima moglie di David Copperfield, Dora, che è più una bambola di porcellana che una fanciulla vera e propria: David sposa Agnes, la vecchia amica d’adolescenza figlia del signor Winckfield con cui ha sempre avuto un ottimo rapporto; il loro matrimonio non è quell’ideale romantico a cui David aspirava, ma dà a David quella sospirata felicità a lungo cercata. In chiave rovesciata è ciò che avviene in Anna Karenina allorquando la giovane Kitty rinuncia suo malgrado all’amore per Vronskij – uomo di società e destinato a una brillante carriera – scegliendo invece l’amico di un tempo, Lévin, possidente terriero e uomo di campagna che non può garantirgli la vita in società che Kitty sognava ma che le garantisce la felicità che invece Anna Karenina non trova nel suo rapporto con Vronskij.

Nel quadro di questo processo di formazione che Harry affronta, la morte di Silente ne Il Principe Mezzosangue assume un ruolo chiave: così come con la morte di Sirius Black nel precedente episodio, la perdita di Silente rappresenta un colpo durissimo per Harry, il quale si vede privo di quella necessaria figura di “padre putativo” che Sirius e Silente hanno impersonato fino a quel momento. La morte del preside di Hogwarts è quindi necessaria per permettere ad Harry di affrontare senza più aiuti superiori la dura realtà che lo circonda. Silente fino a quel momento lo aveva infatti aiutato per quanto possibile, tenendogli nascoste informazioni che potevano metterlo in difficoltà, cercando in ogni modo di tenerlo lontano da dolori e sofferenze: «Mi ero troppo affezionato a te», gli spiega Silente nelle ultime fondamentali pagine de L’Ordine della Fenice. «Tenevo più alla tua felicità che a farti conoscere la verità, più alla tua serenità che al mio piano, più alla tua vita che alle vite che sarebbero state in pericolo se io avessi fallito». Silente comprende forse troppo tardi il suo errore, quello di aver eccessivamente protetto Harry al punto tale da renderlo ora anche troppo vulnerabile quando egli dovrà affrontare Voldemort nello scontro finale. Ecco perché nel successivo capitolo della saga Silente assume con Harry modi più bruschi e non esita a metterlo in pericolo coinvolgendolo in avventure rischiose ma necessarie per portare il ragazzo a comprendere tutto ciò che serve e per permettergli di appropriarsi di tutti gli strumenti necessari per affrontare la sfida che lo attende nel settimo, conclusivo romanzo del ciclo. Silente infine muore - forse deliberatamente - ed Harry si ritrova solo, solo a parte Ron ed Hermione e forse Hagrid, gli unici che possono aiutarlo nella sfida che dovrà affrontare ma che non potranno offrirgli quella mano in più e quella protezione che Silente poteva invece garantire.

Il percorso di formazione di Harry si concluderà con il settimo romanzo. Qui Harry dovrà infine affrontare Voldemort per l’ultima volta, dovrà ucciderlo o sarà lui a morire. Voldemort è l’ostacolo finale che Harry deve affrontare per eliminare quegli ostacoli che gli hanno impedito fino ad ora di giungere alla piena maturazione. Fu Voldemort l’artefice della morte di James e Lily Potter e dunque l’artefice dell’infelicità di Harry, della sua solitudine, del suo essere all’inizio della saga un “disadattato” incapace di comprendere come va il mondo. Ma nel corso dei romanzi Harry ha imparato ad attingere dal di dentro la forza e i mezzi per affrontare la realtà, quella forza e quei mezzi che forse sono sempre stati dentro di lui ma che egli non aveva fino ad allora imparato ad usare, come per la magia. Uccidere Voldemort significa affrontare quella sorta di “rito d’iniziazione” necessario a un giovane per considerarsi finalmente adulto; Harry è stato in alcuni aspetti un adulto anzitempo, ha affrontato morti e sofferenze come pochi per la sua età. Eppure, in altri aspetti è rimasto un bambino e questo proprio per colpa di Voldemort. Ucciderlo significa eliminare quell’ultimo ostacolo che si frappone fra lui e la felicità a lungo agognata: perché sarà lui, e solo lui con le sue proprie forze, a portare a termine quel compito, così da poter finalmente dire di aver raggiunto la definitiva maturazione, l’essere divenuto un uomo finito e non più “in atto”.

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