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E’ difficile trattenere un sorriso quando, in
sala, l’apparizione del titolo “Harry Potter” associato al
celeberrimo tema williamsiano provoca immancabilmente
scrosci di applausi trepidanti: sembra quasi di assistere a
un rito. Quali che siano i giudizi riguardo questo ‘rito’,
resta il fatto che la passione così forte e resistente nel
tempo verso le avventure di Harry è un fenomeno incredibile,
e il record che qui in Italia – ma non solo – ha ottenuto il
quarto film tratto dalla serie di J.K. Rowling, Il Calice
di Fuoco, lo conferma ancora una volta. La fatica di
trasporre sullo schermo il voluminoso quarto romanzo è
toccata a Mike Newell, regista molto convenzionale e ben
collaudato almeno riguardo le commedie (Quattro matrimoni
e un funerale, Mona Lisa Smile), e primo
britannico purosangue, per andare incontro all’anglofilia
della Rowling. La sfida non era semplice, e Newell ha fatto
del suo meglio per i propri limiti creando un film
spettacolare, appassionante, coinvolgente ma a cui manca
qualcosa.
Quel qualcosa che manca è proprio quel
sottile filo rosso che percorre l’intera vicenda del
romanzo, un senso cioè di pregnante inquietudine e ansia
costante che non riesce quasi mai a smorzarsi nemmeno nelle
parti più disimpegnate della storia (in primis, il ballo del
Ceppo). Newell, invece, lo ha relegato in secondo, se non in
terzo piano, preferendo un altro approccio alla storia.
Il Calice di Fuoco di Mike Newell cerca di essere
autoconclusivo, come invece non lo era affatto il romanzo.
Il filo rosso che la Rowling traccia a partire dal
Prigioniero di Azkaban, e che la regia del precedente
Alfonso Cùaron ha colto e tentato di trasmettere come un
testimone a Newell, è stato dunque in gran parte ignorato.
Il film pone soprattutto l’accento sulla crescita di Harry,
giunto ormai all’adolescenza e dunque alle prese con tutti i
problemi e le nuove scoperte che da essa derivano. Un tema
non secondario anche nell’opera della Rowling, ma che Newell
sembra non voler perdere occasione per rimarcare in ogni
momento possibile. E così, dopo un’introduzione cupa dai
tratti quasi gotici che rispecchia abbastanza fedelmente
quella del romanzo, subito un primo piano sui tre
protagonisti che ritroviamo – con una piccola eccezione per
Hermione – tutti abbastanza cresciuti. Chiariamoci, sono
cresciuti anche artisticamente, e la loro performance
recitativa comincia davvero a convincere. Gli inevitabili
tagli di sceneggiatura hanno portato a rimuovere alcune
parti di cui in effetti si poteva fare a meno, e per la
prima volta una delle formule fisse della Rowling, l’estate
dai Dursley, viene bypassata per giungere direttamente alla
Coppa del Mondo di Quidditich e alle occhiate che Hermione e
Ginny si scambiano alla vista di Cedric Diggory e di Viktor
Krum, il campione della squadra bulgara.
Nessuna delusione per quanto riguarda la resa
dei nuovi personaggi introdotti dalla storia (Il Calice
di Fuoco era il romanzo con più ‘new entry’ di tutti):
Krum, Diggory e la Delacour sono fisicamente adattati ai
loro ruoli benché non abbiano poi molto spazio. Di più ne ha
certamente Rita Skeeter, l’insopportabile giornalista
scandalistica della Gazzetta del Profeta, trasposta
alla perfezione e irresistibilmente antipatica (benché il
film glissi sul suo essere un’animagus, cosa che ha anche
una certa ripercussione nel successivo romanzo). Notevoli
sono poi Barty Crouch e Malocchio Moody. Il primo, tipico
burocrate zelante ma con molti scheletri nell’armadio, ha
anche qualcosa in più rispetto alla versione della Rowling,
benché venga poi liquidato con una fastidiosa semplicità
laddove vi era una delle scene più avvincenti della storia.
Moody è sensibilmente sopra le righe, ma non troppo rispetto
al suo simile romanzesco, e come caratterista comico agisce
alla perfezione rendendosi protagonista di alcune delle
scene più divertenti del film. Non soffrono di troppi tagli
neanche personaggi più collaudati. In particolare la
professoressa McGranitt, ancora una volta impersonata dalla
valente Maggie Smith, e il professor Piton, sono qui
trattati con irresistibile umorismo. Un umorismo che va però
a stonare con una scena particolarmente importante –
soprattutto per lo sviluppo della vicenda nei seguenti
romanzi – che è quella in cui Piton e Karkaroff discutono
sui loro precedenti di Mangiamorte, dove c’è serietà ma non
abbastanza. Ad ogni modo appare abbastanza chiaro che Newell
cerca in ogni momento possibile di sottolineare l’aspetto
umoristico, brioso, disimpegnato, trovandosi molto più a suo
agio nelle scene tipiche da commedia che in quelle più
oscure (a dispetto delle sue dichiarazioni di voler
realizzare con questo film un vero e proprio
fantasy-thriller). Ci riesce, ancor meglio del precedente
Cùaron, e fa ricordare che Harry Potter resta
essenzialmente una storia di un mondo a metà tra la
fanciullezza e l’adolescenza e come tale interessato spesso
a rompere la tensione rifugiandosi nell’umorismo, e qui quel
tipico humour inglese della Rowling è finalmente ben reso.
All’umorismo, Newell aggiunge la grandiosità.
La regia si compiace di insistere su scene imponenti, che
tolgono il fiato: l’immenso stadio della Coppa del Mondo di
Quidditch, l’arrivo della nave di Durmstrang, il labirinto
dell’ultima prova del Torneo Tre Maghi sono solo alcuni
esempi. A un taglio intimistico come quello del precedente
film, Il Calice di Fuoco sembra preferire un ritorno
allo stile di Columbus teso a sottolineare particolarmente
l’aspetto visivo, con scenografie sempre più elaborate e
suggestive, ampissime visuali e dispendio di effetti
speciali in grandi scene d’azione. In effetti tutta la parte
dello scontro tra Harry e l’Ungaro Spinato (la prima prova
del Torneo) si dilunga per moltissimo tempo nel rocambolesco
inseguimento tra i due nei cieli di Hogwarts: una scena tesa
a entusiasmare gli spettatori e a mostrare la capacità del
regista e del reparto effetti speciali, ma che in realtà non
aggiunge niente alla storia. Come non aggiunge niente alla
storia l’eccessiva lungaggine del Ballo del Ceppo, da Newell
trasformato nel momento cult del film. Qui si ha la
possibilità di vedere finalmente i nostri eroi adolescenti
all’azione, e le simpatie del pubblico vanno tutte verso di
loro. Ad ogni modo le scene non riescono a liberarsi dai
banali stereotipi dei balli liceali americani, che le
commedie anglosassoni hanno reso un vero e proprio leit
motiv, e nonostante alcune battute molto simpatiche e alcune
gag irresistibili resta l’impressione che molti minuti sono
andati davvero sprecati.
Notevole il cambiamento nelle musiche: esce
John Williams, veterano dei precedenti tre film, entra
Patrick Doyle. Lo stile cambia in effetti completamente. Il
taglio musicale di Williams, ormai inconfondibile, lascia
spazio a una partitura molto più sinfonica, in certi tratti
quasi wagneriana (in particolare il tema della nave di
Durmstrang sembra riecheggiare l’Olandese Volante di
Wagner), ma piacevolissima sia se presa a sé stante (pregio
che Williams ultimamente ha perso) sia se inserita appunto
nel film. In realtà si assiste, sempre nell’ambito del
discorso sulla grandeur newelliana, quasi a un
debordare delle musiche in talune scene: particolarmente
nella parte dell’arrivo delle delegazioni di Beauxbotons e
Durmstrang a Hogawarts sembra di assistere a una sorta di
musical, dove sono proprio i peculiari temi composti da
Doyle a fare da protagonisti. Il compositore riesce a dare
la giusta enfasi ai momenti critici, con musiche suggestive
e a tratti inquietanti, ma si dimostra forse ancora più
eccezionale nell’affrontare scene più disimpegnate: gli
allegri valzer composti per il ballo del ceppo
impreziosiscono tutta quella parte. Stenta ad affermarsi un
tema di fondo ben definito, che è in realtà un vizio ormai
radicato di Williams (l’Edvige theme nel primo film,
diventato poi sorta di inno di Harry Potter, il tema di
Fanny la Fenice e il bellissimo A Window to the Past
rispettivamente nel secondo e nel terzo film), ma questo non
danneggia il successo dell’operazione complessiva.
Difetto di fondo resta invece il tempo,
tiranno come non mai in questo film. Del resto lo si sapeva
vista l’imponente mole di vicende da raccontare, ma la
scelta dei tempi resta discutibile. L’inizio catapulta lo
spettatore direttamente nel cuore della storia, e senza che
vi siano soluzioni di continuità la vicenda prosegue
ininterrotta lasciando chi non ha letto il romanzo a dir
poco perplesso. Inoltre si assiste, sempre nella parte
iniziale, a uno spezzettamento degli episodi. Si passa da
casa Weasley alla Coppa del Mondo, di qui immediatamente a
Hogwarts. Non si ha neanche il tempo di abituarsi a una
situazione che questa subito cambia, e sembra quasi che lo
sceneggiatore abbia inserito le prima parti della storia più
per formalità, come se volesse giungere subito al sodo - ad
Hogwarts, che nel romanzo si raggiunge solo dopo moltissime
pagine. In realtà dopo essere giunti alla Scuola di magia, e
dopo che si è dato ufficialmente inizio al Torneo, il film
continua in maniera molto più rilassata, approfondendo con
cura le varie parti.
Il danno di questo inizio rapidissimo e della
perdita di tempo in alcuni episodi (la prima prova, il
ballo) si sconta tutto nel finale dove - nonostante l’ottima
robustezza della scena di Voldemort (eccezionale Ralph
Fiennes) e del seguito - non è dato abbastanza spazio né
alle spiegazioni né alla necessaria preparazione al quinto
episodio: Silente avrebbe dovuto convocare i futuri membri
dell’Ordine della Fenice preparandoli al combattimento con
Voldemort; il ministro Caramell doveva mostrarsi totalmente
scettico della storia di Harry; doveva iniziare quella
sistematica campagna di diffamazione contro lo stesso Harry.
Niente di tutto ciò ha luogo e il film si sforza di essere,
come si è detto, autoconclusivo. Le battute finali,
necessarie proprio a questo scopo, non rendono affatto
l’importanza degli avvenimenti che attendono Harry in
futuro. Sarebbe stato forse bello concludere, alla domanda
di Hermione “Allora adesso tutto cambierà?”, con la risposta
di Harry - che nel romanzo chiude la storia - “quel che
sarà sarà e quando sarebbe arrivato il momento lo avrebbe
affrontato”. Avrebbe in qualche modo dato intensità
all’intera opera, piena di scene drammatiche a metà (la
struggente morte di Cedric, il cupo processo visto nel
Pensatoio). Invece no, e quel che sarà lo attenderemo nel
prossimo film.
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