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L’attesa per questo secondo capitolo
cinematografico della saga di Harry Potter,
seppur breve, si è rivelata per i fan a dir poco
spasmodica. Questo innanzitutto per la fama che gode
il secondo romanzo dell’opera di J.K. Rowling,
definito dalla larga maggioranza dei fan il migliore
tra i quattro attualmente usciti. E in secondo luogo
per l’ottima realizzazione del primo film di Chris
Columbus, che ha trovato concorde pubblico e critica
nel definirlo un piccolo gioiello del cinema. Non
c’erano dubbi sul fatto che, visti questi due
elementi, Harry Potter e la Camera dei Segreti
sarebbe stato un altro grande successo.
IL FILM
Il nuovo Harry Potter è più lungo del
precedente, dato che la sua durata si aggira sulle
due ore e quaranta minuti, quindi circa dieci minuti
in più della Pietra Filosofale. E’
sicuramente una durata molto superiore ai normali
standard, che si aggirano sulle due ore, ma
necessaria al fine di mantenersi il più possibili
fedeli al romanzo originale. Ci sono stati
considerevoli tagli nella trasposizione (di questo
si parlerà in seguito), e gli attimi di respiro e i
momenti ‘morti’ sono pressoché inesistenti, quindi –
come già capitato nel primo film – lo spettatore non
dovrebbe quasi rendersi conto della lunghezza
inconsueta. Chris Columbus, ancora nelle vesti di
produttore e regista, ha puntato di più rispetto al
precedente capitolo sul digitale: personaggi creati
totalmente al computer sono infatti l’elfo domestico
Dobby e il Basilisco, il mostro finale affrontato da
Harry. Se il Basilisco è una creazione di notevole
fattura, semplicemente terrificante, Dobby stona
però clamorosamente con ciò che lo circonda, sia
scenografie che personaggi. La sua natura digitale è
più che evidente, cosa che denota una cura forse
troppo scarsa verso questo importante effetto
speciale che ha reso meno realistico un personaggi
comunque importante (ma poco apprezzato dai fan: si
parla di un corrispettivo potteriano del detestato
Jar Jar Binks starwarsiano). I giovani protagonisti,
intanto, crescono, e la cosa è abbastanza evidente,
dato che mostrano visi molto più maturi; la cosa è
un po’ esagerata con Draco Malfoy, il quale si
mostra notevolmente più grande degli altri
protagonisti. Bisognerà vedere se tale difetto nel
terzo film diventerà incolmabile. A proposito di
terzo film, notizie preoccupanti si manifestano
all’orizzonte: Chris Columbus ha deciso di
abbandonare la regia dei film, benché rimarrà –
almeno nel terzo episodio – produttore. La regia è
stata dunque affidata al messicano Alfonso Cuaron,
poco conosciuto nel nostro ambiente ma già fattosi
notare con alcuni film notevoli: uno dai toni
favolistici, ben diretto, che gli è servito da
passaporto per ottenere il posto di regista per
Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, e un
altro film inedito in Italia su cui si è molto
discusso per scandalose scene di rapporti sessuali
espliciti tra adolescenti, cosa che depone un po’ a
suo sfavore. Ma, dato che mamma Rowling vigilerà
sempre, non ci dovrebbero essere sconvolgimenti
nella sceneggiatura. Più preoccupante è la
situazione per quanto riguarda gli attori: il trio
di protagonisti, quasi certamente, abbandonerà dopo
il terzo episodio, e questo lascerà molti dubbi sul
continuare o no la saga, e se sì come. Inoltre, la
morte di Richard Harris, interprete del preside
Silente, ha già lasciato un vuoto nel cast del terzo
film che potrebbe essere colmato da Ian McKellen, il
Gandalf del Signore degli Anelli.
IL CAST
Le novità, nel cast, sono state
poche. Il trio di giovani protagonisti è sempre
quello del primo film, tutti i professori già visti
nel precedente episodio ricompaiono qui (con
l’eccezione del prof. Vitius e, naturalmente, di
Raptor). Quindi ancora la grande Maggie Smith nel
ruolo della prof.ssa McGranitt, Alan Rickman nei
panni del subdolo Piton e Richard Harris, interprete
sempre perfetto del preside Silente, per l’ultima
volta sul grande schermo. Ci sono, tuttavia, alcune
novità: in primo luogo Kenneth Branagh, il celebre
attore inglese a cui è stata affidata la parte di
uno dei protagonisti, il frivolo prof. Allock
(Lockhart nell’orginale). Si tratta di una scelta
molto ben fatta, e Branagh è stato preferito nel suo
ruolo a un forse meno adatto Hugh Grant. Più spazio
alla famiglia Weasley: la sorellina di Ron, Ginny
(Bonnie Wright), gioca un ruolo importante nella
vicenda, e riappare mamma Weasley – nel primo film
era solo una comparsa – nonché il padre di Ron. Ma
un altro padre, sicuramente più perfido, ha tuttavia
riscosso un successo maggiore: si tratta di Jason
Isaacs, sublime interprete di Lucius Malfoy, padre
di Draco. Una specie di Piton dai capelli biondi,
ancora più crudele e subdolo, che si adatta
perfettamente al ruolo affidatogli. Infine, brevi
comparse sono quelle della prof.ssa Sprite, di
Madama Chips – l’infermiera - e di alcuni alunni di
Hogwarts, Colin Canon e Justin Fintch-Fletchely,
nonché il Ministro della Magia Cornelius Caramell.
In realtà, le parti in cui compaiono personaggi
totalmente nuovi coprono una piccola parte del
film.
I LUOGHI
Come Harry Potter e la Pietra
Filosofale era perlopiù ambientato ad Hogwarts,
stessa identica cosa si può dire della Camera dei
Segreti. Ed è normale, dato che le vicende di
Harry girano intorno alla Scuola di Magia e
Stregoneria più celebre del mondo. Nella prima parte
del film ritorna Privet Drive, il viale borghese di
villette a schiera dove Harry abita durante l’estate
con gli zii. E si ritorna brevemente nel quartiere
londinese dei maghi, Diagon Alley, reso leggermente
più dark dato che Harry finisce nella zona più
malfamata, quella di Notturn Alley. Il resto del
film è a Hogwarts. Per le ambientazioni, dunque, il
regista non si è dovuto spostare molto, anzi a dir
la verità non è mai uscito dall’Inghilterra: tutti
gli ambienti sono stati ricostruiti nei Leavesden
Studios di Watford, poco lontano da Londra. Ci si è
tuttavia rivolti nuovamente, per alcune scene
d’interni (soprattutto quelle ambientate nella Sala
Grande del castello), alla celebre cattedrale di
Gloucester: la chiesa, recentemente, è stata vittima
di atti vandalici che hanno distrutto tutte le
antiche vetrate di altissimo valore storico e
artistico. Movente sconosciuto.
LA TRAMA
Harry Potter e la Camera dei Segreti
racconta il secondo anno di Harry alla scuola di
magia e stregoneria di Hogwarts. Un secondo anno
movimentato, dato che tra l’altro un misterioso elfo
domestico, Dobby, ha cercato di impedirgli di
ritornare al castello a causa di un misterioso
complotto che rischiava di metterlo in pericolo.
Dopo alterne vicende, tuttavia, Harry riesce a
tornare a Hogwarts, ma in effetti la situazione
tracolla dopo un paio di mesi: alcuni misteriosi
attentati pietrificano gli studenti della scuola, e
su Harry cadono da parte dei suoi compagni molti
sospetti. Una ancora più misteriosa scritta di
sangue su un muro rivendica gli attentati,
perpetrati da una forza oscura risvegliatasi nella
Camera dei Segreti, il cui scopo è annientare tutti
gli studenti mezzosangue (figli di maghi e babbani,
ovvero non-maghi) della scuola tramite l’Erede dei
Serpeverde. I professori tentano in ogni modo di
frenare gli attentati, ma la situazione sfugge loro
di mano e i misteri s’infittiscono: chi aprì,
cinquant’anni fa, la Camera dei Segreti? E chi l’ha
riaperta ora? Chi è Tom Riddle, il cui diario
stregato è stato ritrovato da Harry? Perché il prof.
Allock non riesce a eseguire nemmeno un incantesimo?
COMMENTI:
Personaggi
e recitazione
Sul piano della recitazione, ci sono
da fare parecchi commenti. Vediamo in primo luogo i
tre protagonisti: Daniel Radcliffe (Harry) si
dimostra apprezzabile nella sua performance, ma
nella versione italiana perde davvero molto in
quanto a solidità espressiva a causa del doppiaggio:
il giovane ragazzo che gli presta la voce è
monocorde e inespressivo come non mai (aveva già
doppiato Harry nel primo film, e il piccolo Anakin
Skywalker in Star Wars I: La Minaccia Fantasma).
Rupert Grint (Ron) già nel precedente episodio si
era fatto ammirare per una recitazione notevole,
soprattutto per la sua espressività che qui
raggiunge alte vette di bravura, specialmente nella
parte dove i due affrontano i grossi ragni che
vivono nella Foresta Proibita. A detta della
maggioranza dei critici, che qui mi trovano
concorde, Emma Watson (Hermione) è tra i tre
l’attrice più dotata di talento artistico: la sua
recitazione è perfetta, forse sostenuta anche da una
personalità del suo personaggio che sicuramente la
favorisce. Anche alcune imperfezioni nella sua
recitazione del primo film qui non si notano.
Passiamo ai professori: Harris (Silente), Rickman
(Piton) e Maggie Smith (McGranitt), ormai attori
sicuramente esperti, contribuiscono a dare solidità
a tutto il film con la loro recitazione impeccabile.
Tutti hanno comunque notato forti segni di
stanchezza in Richard Harris in questo film, dato
che era ormai alle sue ultime battute a causa del
tumore. Molti apprezzamenti sono piovuti soprattutto
su Kenneth Branagh nel suo ruolo del prof. Allock: è
veramente la performance migliore di tutto il film,
e Branagh dimostra una capacità davvero notevole di
immergersi nel suo ruolo fino a far scomparire
l’attore che c’è dietro. Molto bravi anche i
genitori di Ron Weasley: la madre, che già aveva
detto qualche battuta all’inizio del primo film, qui
ha sicuramente più spazio, ma la sua recitazione è
palesemente troppo sopra le righe per risultare
realistica, sebbene contribuisca a rendere più
caricaturale il personaggio. Arthur Weasley, il
padre di Ron, è invece veramente bravo, anche se sia
il doppiaggio italiano un po’ fuori luogo sia il suo
aspetto fisico su cui ci possono essere riserve
degradano un po’ la solidità del personaggio. I
‘cattivi’ della storia, invece, sono a dir poco
sublimi: Isaacs, interprete di Lucius Malfoy, si
dimostra perfettamente all’altezza non solo di
reggere, ma addirittura di superare la grandezza del
personaggio del romanzo della Rowling. La sua infima
crudeltà è espressa perfettamente da un attore che,
per i ruoli negativi, è veramente portato. E,
infine, molte lodi devono andare anche al giovane
interprete di Tom O. Ridde, personificazione
perfetta del personaggio descritto dall’autrice del
romanzo, che si dimostra così capace di impersonare
il ruolo del ‘cattivo assoluto’, eppure ricco di
sfaccettature, da chiedersi se non sia il diavolo in
carne ed ossa. Sul livello della recitazione, come
insomma potrete constatare, non ci sono veramente
troppe critiche da fare, e anzi non ci si può che
sprecare in lodi (a parte, come al solito, la
debolezza in varie parti del doppiaggio, come quello
del fantasma di Mirtilla Malcontenta: c’è veramente
da sentirsi male al suono della sua voce).
Effetti
speciali
Ne La Camera dei Segreti gli
effetti speciali, a cura della rinomata Industrial
Light & Magic di Gorge Lucas, sono sicuramente molti
di più di quanti ce ne fossero nel precedente film.
E, per quanto spesso risultino perfettamente
amalgamati con tutto il resto, a volte stonano
completamente: e già ho citato a questo proposito,
all’inizio dell’articolo, l’elfo domestico Dobby,
che alla maggioranza degli spettatori non è andato
proprio giù. Sicuramente non critico il realismo
dato al personaggio, ottimo grazie alle imperfezioni
nella pelle e allo squallore dell’abito (ma su
questo la ILM lucasiana è maestra: si vedano le
splendide creature di Star Wars II: L’Attacco dei
Cloni). Ciò che non si può evitare di criticare
è la scarsa integrazione tra personaggi digitali e
reali: lo spettatore non potrà mai pensare che Dobby
è un pupazzo o un attore molto truccato. Gli si può
vedere da un miglio la sua natura digitale. E’
proprio questo che stona nel film, la scarsa
integrazione. Per la verità, il resto degli effetti
speciali è veramente ben curato, soprattutto per
quanto riguarda le magie. E il Basilisco dell’ultima
parte del film, anch’esso completamente digitale, si
amalgama meglio col resto della scena rispetto a
Dobby, forse perché è un mostro senza voce. Anche
qui, tuttavia, sembra che i creatori degli effetti
si siano sbizzarriti un po’ troppo con risultati
troppo tirati per i capelli. Per il resto, invece,
come già si è detto, gli effetti funzionano alla
perfezione, ma stiamo parlando di effetti semplici
e, dato che la ILM è caposcuola in questo genere di
trucchi dal ’77, la cosa certo non stupisce.
Stupisce invece che, dopo tutto quello che si è
detto sul poco realismo dei personaggi digitali, la
scena dei ragni sia invece perfetta: forse per il
buio, o forse perché il cinema è abituato a creare
enormi ragni con effetti speciali. Ad ogni modo, la
scena con Aragog è forse tra quelle meglio riuscite
da questo punto di vista, e anche dal punto di vista
della regia. Cosa dire, insomma, sugli effetti
speciali del film? Notevoli, come sempre, ma fin
troppo esagerati. Dato che Harry Potter, in
fin dei conti, non necessita di troppi ritocchi
digitali e quant’altro – come Star Wars –, il numero
di effetti speciali è spropositato e, dal punto di
vista del pubblico, troppo spesso sono stati messi
non per volere della trama ma per stupire.
Scenografie
e regia
L’atmosfera tipicamente britannica,
d’obbligo in un film di Harry Potter, è stata come
sempre rigorosamente rispettata. Le scenografie per
la maggior parte non cambiano rispetto al precedente
capitolo, e risultano come sempre perfette.
Prevalentemente gotiche, con qualche sfumatura di
barocco e, a volte, terribilmente cavernose,
soprattutto nell’ultima parte del film, quella dello
scontro finale. Il castello di Hogwarts, dal punto
di vista della trasposizione cinematografica, è
inappuntabile come sempre. Chris Columbus ha invece
deciso di calcare un po’ la mano per questo secondo
film, e dare alla storia di Harry Potter
un’atmosfera più grandiosa rispetto al precedente
capitolo. Lo si nota fin dalla scena iniziale: dopo
l’epica sigla d’inizio, la cinepresa compie un lento
zoom che inizia dall’enorme distesa di villette a
schiera viste dall’altro che compongono la periferia
della grande città dove si trova Privet Drive e man
mano scende fino alla finestra del primo piano di
casa Dursley, dove si trova Harry. Un inizio forse
troppo maestoso che si conclude con una scena che sa
fin troppo di aria di famiglia. E le cose andranno
avanti per tutto il tempo così: sicuramente
ammirabili i momenti in cui l’auto volante dei
Weasley entra in scena dall’alto come gli Star
Destroyer di Guerre Stellari: un tocco di classe.
Invece si rasenta l’esagerazione nelle scene del
volo di Harry e Ron a bordo della macchina magica
durante l’inseguimento dell’Hogwarts Express
(riprese mozzafiato tra ponti ferroviari e con Harry
che sta per cadere giù dall’auto, ma che sono state
aggiunte più che altro per colpire l’immaginazione
del pubblico) e nelle scene dell’inseguimento dei
ragni: qui Chris Columbus si fa forse prendere
troppo la mano dalle potenzialità della situazione,
e le sfrutta appieno dando vita a un inseguimento
spettacolare con centinaia di enormi ragni; una
parte del film che in certi punti scade nello
splatter e altre volte si riprende con trovate
geniali, ma in fin dei conti una parte che si poteva
abbreviare, e che è esemplare per rendersi conto
dell’esagerazione del regista in questo film.
Comunque, l’atmosfera dark di cui era già
leggermente impregnato il romanzo viene adattata
alla perfezione, e un tocco di classe magistrale è
la scena del confronto finale nella sua interezza,
resa grandiosa e terribile grazie a un Tom Riddle
eccellente, a un Basilisco terrorizzante, a un
commento sonoro elettrizzante e, in fin dei conti, a
un’ottima regia (i critici si dividono su quale
regista Columbus volesse citare nella parte in cui
Harry si arrampica sulla statua di Salazar
Serpeverde: Hitchcock o Spielberg?). E veramente
stupefacente è la partita a Quidditich in cui
abbiamo lo scontro tra Harry e Malfoy: forse un po’
troppo megalomane, ma ugualmente spettacolare; la
scena ha lasciato a bocca aperta praticamente
tutti.
Musiche
E’ triste criticare un genio, ma a
volte è necessario. E questa volta, nonostante la
grande stima che abbia per John Williams, autore
delle musiche per questo film, debbo rivolgergli
delle critiche. In pratica, il commento in Harry
Potter e la Camera dei Segreti è inesistente.
Molte delle scene più belle del romanzo della
Rowling, che Columbus in qualche modo era riuscito a
trasporre quasi alla perfezione, perdono molto per
l’assenza di un commento sonoro decente. Di musiche
nuove praticamente non ce ne sono, e quelle vecchie
vengono usate troppo poco, e mai nei momenti in cui
ci dovrebbero essere. Unica notevole eccezione è,
come già si è detto, la scena del confronto final.
Qui Williams ripesca per l’occasione una delle
migliori musiche del primo film, utilizzata nel
finale della sfida a scacchi quando la Regina sta
per colpire Ron. La straordinaria capacità di quel
pezzo di far aumentare l’adrenalina è sicuramente il
motivo per cui Williams l’ha voluta utilizzare in
quella che in pratica è la scena clou di tutto il
film. E, come già nel primo film, viene ripetuto
proprio all’inizio de La Camera dei Segreti
quel piccolo tocco di classe che è l’apparizione del
logo della Warner Bros con sotto la sinfonia ormai
celebre di Harry Potter: un mix che non smette mai
di far scoppiare la platea di un cinema in applausi
fragorosi.
Trasposizione
Su questo non è possibile avanzare
nessuna critica. Di film che si attengono fedelmente
alla trama ne esistono pochi, ma di film che la
traspongono in tutto e per tutto veramente non ce ne
sono. Chi si avvicina di più in tutta la storia del
cinema è Harry Potter e la Camera dei Segreti.
Praticamente non c’è una scena che non sia stata
ripresa dal libro, e in tutto il film Columbus non
aggiunge nessun tocco personale. Certo, ci sono dei
piccoli ritocchi, di cui abbiamo già trattato
parlando della regia, ma sono sfumature che invece
di peggiorare il film lo migliorano notevolmente.
Alcune modifiche, naturalmente, sono state
obbligatorie, ma anche queste sono davvero
sottigliezze. Unico grosso taglio che ha scontentato
i fan è stato quello che ha riguardato la festa di
complemorte di Nick Quasi-senza-testa. Uno dei punti
più belli del romanzo della Rowling che non sia
stato trasposto nella versione cinematografica.
Colmbus lo ha fatto a malincuore, ma obbligato dalle
ristrettezze dei tempi. In fin dei conti, si tratta
comunque di un neo che si perdona a cuor leggero. Ai
critici, tuttavia, non è andato a genio che Colmbus
abbia trasposto fedelmente il romanzo senza
inserirvi nulla di suo. Il regista è stato giudicato
una macchina fotocopiatrice, capace solo di
trasporre una trama senza dotarla di un’anima. Non
si capisce proprio dove sia il punto: a differenza
addirittura del primo film, qui Columbus riesce ad
adattare in forma cinematografica anche l’anima che
permeava il romanzo della Rowling. Un’anima, quindi,
già c’era: perché crearne un’altra?
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parte I: La pietra
filosofale
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