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Poster promozionale del film.

Jim Broadbent è il professor Horace Lumacorno.

Il giovane Tom Riddle all'epoca di Hogwarts.

Il regista David Yates.

 

 

IL PRINCIPE MEZZOSANGUE

SUL GRANDE SCHERMO


Capire Il principe mezzosangue di David Yates è impresa ben più ardua di quanto sembri. Per spiegare i tagli alle spiegazioni essenziali, gli innesti un po’ fuori luogo e le lungaggini consentite alle scene meno rilevanti bisogna ricordare che Il principe mezzosangue è sì il sesto film della serie cinematografica di “Harry Potter”, ma non il penultimo. Yates, da tempo a lavoro dietro la cinepresa per il gran finale della saga, ha avuto infatti dalla Warner via libera per realizzare non uno ma due film tratti dall’ultimo romanzo, I doni della morte. Così, il “prendi uno (di libri) paghi due (di film)” ha consentito al regista e allo sceneggiatore – Steve Kloves, ritornato dopo la parentesi di Michael Goldenberg nel precedente episodio – di riversare alcuni dei fondamentali intrecci presenti nel sesto romanzo della Rowling nel film successivo, limitandosi in questo capitolo al succo della vicenda, condito da un po’ di sana romanticheria a cui – pare – gli spettatori non sanno rinunciare.

L’errore fondamentale di Yates – perché un errore, e grave, è stato fatto in questo film – non sta tanto nell’aver voluto insistere molto, probabilmente troppo, sul tasto sentimentale; il romanzo della Rowling, anzi, è senza dubbio tra tutti quello che maggiormente si concentrava sui patemi d’amore di Harry, di Ron e di Hermione (senza tuttavia giungere ai melodrammi da Dawson’s Creek a cui quest’ultima si lascia andare nel film). Né tanto meno nell’aver voluto stemperare i toni con un po’ di sano humour (benché a volte forzato) di fronte alla tentazione sempre pressante di farsi prendere la mano con il dark. Sta piuttosto nell’aver semplicemente tradito lo spirito dell’opera costruendo un film che non è tratto dal romanzo della Rowling ma semplicemente “ispirato a”. Il principe mezzosangue che dà titolo al film si riduce a una comparsa e soprattutto manca ogni straccio di spiegazione (pur raffazzonata come quella che in effetti dava l’autrice nel libro) sul perché Severus Piton si facesse chiamare in quel modo. La morte di Silente è trattata con superficialità, come un compito sgradito assegnato a uno studente riottoso: assai difficilmente avrà strappato allo spettatore una vera emozione, laddove in milioni di lettori aveva provocato stupore e disperazione. Ma quello che davvero non va nel film è la presenza di un crescendo sempre maggiore che non riesce a scaturire nel climax; il climax è assente. L’irruzione dei Mangiamorte a Hogwarts – preannunciata e quindi non sorprendente – si riduce a un mero blitz laddove nel romanzo della Rowling rappresentava il momento culminante, questo sì, di un intreccio quasi ansiogeno. Vedere i Mangiamorte uccidere Silente, fare bagarre nella Sala Grande di Hogwarts, divertirsi davanti alla capanna di Hagrid come hooligans scatenati in un dopo-partita e smaterializzarsi come se nulla fosse accaduto, senza una battaglia o una minima resistenza, sgonfia l’aspettativa cresciuta durante il film in barba a qualsiasi regola di sceneggiatura.

Dunque Il principe mezzosangue è un film mal riuscito perché non fedele al suo originale cartaceo? Ridurre a questo il problema vorrebbe dire semplificare il discorso. La regia di Yates, se di regia si può parlare, si limita a mantenere la camera da presa senza inventare, innovare, dare alla pellicola un suo tocco. Che il problema registico fosse dietro l’angolo lo si intuiva anche nel precedente L’ordine della fenice, dove però il film si salvava grazie a una maggiore aderenza al romanzo (un vero miracolo per il libro più lungo della serie). Il ritorno del veterano Steve Kloves alla sceneggiatura non solo non ha migliorato le cose ma le ha peggiorate: non supportato da uno storyboard brillante, Yates ha rivelato la sua assoluta piattezza narrativa riducendo il film a una serie di sequenze già viste. L’aria di tempesta che precede l’arrivo del male (inizio di questo come del precedente film); i tentativi mal riusciti di far saltare lo spettatore dalla poltrona (la prevedibilissima scena degli Inferi nel lago); il far diventare Silente un novello Gandalf che parla per frasi sibilline e sembra conoscere tutto ma sorprendentemente ignora che Voldemort abbia fatto uso degli Horcrux pur avendone distrutti due (sciocchezza ovviamente non presente nel romanzo). Se Columbus, Cuaron e persino il debole Newell erano riusciti a dare alle pellicole un loro tocco personale, Yates – che del resto è e si dimostra un novellino del grande schermo – non fa altro che attenersi ai canoni dei film hollywoodiani più alla moda: l’unica scena originale inserita nel film, del tutto gratuita del resto, è quella del combattimento nei campi di grano (fino ad allora inesistenti) fuori la Tana dei Wasley, che richiama senza originalità il Signs di ????. La sequenza del Millennium Bridge di Londra distrutto potrà essere spettacolare ma resta del tutto gratuita, così come la scelta di sostituire ai Dursley in apertura la cameriera nera che Harry abborda in un bar da camionisti all’interno di una stazione della metropolitana. La rivalsa del maghetto occhialuto novello latin lover? Puntare sulle vicende sentimentali di per sé non è un errore, ma lo diventa quando queste finiscono per avere la meglio sulla linea narrativa principale: così, quando Harry nell’ultima sequenza annuncia la sua decisione di abbandonare Hogwarts per cercare gli Horcxrux, la maliziosa frase di Hermione sul rapporto tra lui e Ginny suona inutile, fastidiosa e fuori luogo.

Il principe mezzosangue si salva grazie ai due punti fermi che hanno fatto finora la fortuna della saga cinematografica di “Harry Potter”: l’ottimo casting e l’indubbia qualità delle scenografie e della fotografia. Così, l’unica new entry del film, il professor Horace Lumacorno, è magistralmente impersonato dal premio Oscar Jim Broadbent, comunque a suo agio nei ruoli primari o comprimari di grandi produzioni (Moulin Rouge!, Le Cronache di Narnia, Indiana Jones e il Teschio di Cristallo). E’ proprio lui a salvare quasi per intero il film riuscendo a dare una lezione al contempo di humour britannico maturo e di profondità caratteriale che supera anche la prova di Kenneth Branagh ai tempi del prof. Allock (lì evidentemente limitato dai vincoli del personaggio). Ben giocata anche la carta di Lavanda Brown, il cui ruolo è stato affidato a una brava esordiente, Jessie Cave, che dà al suo ruolo la giusta verve futile e petulante che occorreva. Non sorprende che sia stato tagliato invece un altro personaggio-chiave della storia, il Ministro della Magia Scrumgeour, successore del dimissionario Caramell: senza dubbio è stato colto dalla stessa sorte toccata a tante fondamentali linee narrative – soprattutto riguardanti il passato di Voldemort – rinviate al prossimo film. Stessa cosa dicasi per il malvagio Greyback, ridotto qui a poco più di una comparsa ma che sicuramente sarà tenuto in serbo per le battaglie successive. Gli altri membri, in questo caso fissi, del cast, si rivelano all’altezza delle precedenti performance, senza comunque guizzi: Emma Watson sembra un po’ a disagio nella limitatezza del suo personaggio così come Yates l’ha voluto, mentre Grint e Radcliffe hanno ormai la padronanza dei loro ruoli senza avere però l’ambizione di ricercare nuove sfumature.

I ruoli della MacGranitt e di Piton sembrano essersi ridotti a pure caricature, cosa del tutto sbagliata soprattutto per Piton, il “principe mezzosangue”. Non solo non si riesce a intuire la profondità del personaggio, che senza dubbio non reggerà alla rivelazione finale dell’ultimo film; ma soprattutto risulta mancante dell’ambiguità necessaria per il ruolo giocato in questa storia. Al termine del Principe mezzosangue scritto dalla Rowling, anche il lettore più scaltro restava dubbioso delle reali intenzioni di Piton nonostante alcuni indizi lasciati dalla scrittrice nelle pagine. Al termine del Principe mezzosangue diretto da Yates chiunque, uscito dalla sala, sarebbe corso dal primo bookmaker per scommettere sulle finalità di Piton: gli indizi, in questo caso, erano disseminati nel film in maniera più vistosa di quelli di una puntata della Signora in giallo, cosicché l’Avada Kedavra lanciato da Piton sulla torre contro Silente non sconvolge, non indigna, non rende perplessi. L’assenza stessa di pathos in quella scena sembra suggerire che si sia di fronte non al tragico omicidio del più grande mago di tutti i tempi ma al compimento di un preciso progetto di Silente; il che è vero, ma lo si sarebbe dovuto capire con certezza solo al termine dell’ultimo film, lasciando così allo spettatore tutti i dubbi sulla lealtà di Piton. E’ vero che J.K. Rowling, sorprendendo praticamente tutti, aveva in parte svelato il ruolo di Piton nel romanzo con il secondo capitolo, quello del Voto Infrangibile. Ma la vera suspance nel Principe mezzosangue derivava dall’impossibilità di comprendere il piano di Malfoy, ossia l’uso dell’armadio svanitore che nel film si intuisce fin dalle prime scene. Lo stesso dramma che affligge Malfoy nel romanzo è trattato da Yates in maniera superficiale, con un incomprensibile piagnisteo nel bagno. Così non solo manca il climax – la convulsa morte di Silente con il tradimento di Piton, la cruenta battaglia a Hogwarts contro i Mangiamorte – ma manca anche l’enigma perché tutto è già chiarito, tutto è già scontato. Persino l’emergere degli Inferi dal lago è suggerito nelle scene precedenti, e così il precedente tormento di Silente nel bere l’acqua che copre l’Horcrux (una delle scene più intense e terribili del romanzo). Una nota di demerito finale è per il personaggio di Ginny Weasley, trattato in maniera piatta e scadente: se davvero Ginny dovrebbe essere il grande amore di Harry, senza dubbio ci si sarebbe aspettato un carattere più determinato di quello dimostrato nelle scene del film. Non certo, insomma, la Ginny che si inginocchia per allacciare le scarpe a Harry! La cosa straordinaria è che, nel precedente film, i due quasi si ignorano, e manca del tutto un lavoro di raccordo che potesse rendere credibile l’improvvisa (che improvvisa non è) scoperta di Ginny da parte di Harry.

Un tocco di classe è la fotografia di Bruno Delbolnell, curiosa scelta francese che si dimostra capace di recuperare quel senso un po’ surrealista perso nei precedenti episodi: i pregevoli flash-back nel pensatoio di Silente sul passato di Voldemort, i bui anditi di Nocturn Alley, la pretenziosa imponenza delle scene nella grotta, la gotica cittadina immersa in una notte irreale dove Silente e Harry recuperano il prof. Lumacorno. Una fotografia che fa da perfetto contraltare alle inappuntabili scenografie della veterana coppia Stephanie McMillan-Stuart Craig, che hanno dato vita al mondo della Rowling sul grande schermo fin dal primo film, riuscendo sempre a colpire nel segno (che dire dello spettacolare negozio dei Tiri Vispi Weasley?). Mal sfruttata invece la colonna sonora di Nicholas Hooper, la cui partitura come quella del precedente film dona qualche pezzo particolarmente ispirato insieme ad altri di pura accademia. Purtroppo anche qui Yates non ha saputo valorizzare il lavoro del suo collaboratore, fatta eccezione per la scena dell’arrivo di Harry e Silente alla grotta sul mare superbamente commentata (Journey to the Cave) e per l’eccentrico e ben riuscito pezzo dell’addio ad Aragog (Farewell to Aragog); il tema forse migliore, l’inquietante In Noctem scandito da cori quasi gregoriani, è stato eliminato dal film e compare solo nella colonna sonora originale. Il resto è poca roba; per fortuna Hooper non comporrà le musiche degli ultimi due film la cui partitura potrebbe tornare a John Williams (gli spetterebbe di diritto).

Cosa salvare della regia di Yates in questo Principe mezzosangue? Giusto una scena, molto toccante, quella successiva alla morte di Silente, con gli studenti e i professori di Hogwarts che alzano le bacchette al cielo in un muto atto di resistenza al potere di Voldemort. Una soluzione originale che risolve il problema del funerale di Silente, parte poco riuscita del romanzo della Rowling. Attenendo con scarsa impazienza gli ultimi due capitoli della saga cinematografica, non si può fare a meno di rimpiangere l’assenza di un maggiore controllo dell’autrice nell’elaborazione del copione, l’abbandono delle atmosfere delicate di Columbus e Cuaron a favore di una spettacolarità a tutti i costi, e il timore le scellerate scelte di una produzione assetata di denaro possano rovinare il gran finale della saga più celebre del mondo.

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