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Capire Il principe mezzosangue di David Yates è
impresa ben più ardua di quanto sembri. Per spiegare i tagli
alle spiegazioni essenziali, gli innesti un po’ fuori luogo
e le lungaggini consentite alle scene meno rilevanti bisogna
ricordare che Il principe mezzosangue è sì il sesto
film della serie cinematografica di “Harry Potter”, ma non
il penultimo. Yates, da tempo a lavoro dietro la cinepresa
per il gran finale della saga, ha avuto infatti dalla Warner
via libera per realizzare non uno ma due film tratti
dall’ultimo romanzo, I doni della morte. Così, il
“prendi uno (di libri) paghi due (di film)” ha consentito al
regista e allo sceneggiatore – Steve Kloves, ritornato dopo
la parentesi di Michael Goldenberg nel precedente episodio –
di riversare alcuni dei fondamentali intrecci presenti nel
sesto romanzo della Rowling nel film successivo, limitandosi
in questo capitolo al succo della vicenda, condito da un po’
di sana romanticheria a cui – pare – gli spettatori non
sanno rinunciare.
L’errore fondamentale di Yates – perché un errore, e grave,
è stato fatto in questo film – non sta tanto nell’aver
voluto insistere molto, probabilmente troppo, sul tasto
sentimentale; il romanzo della Rowling, anzi, è senza dubbio
tra tutti quello che maggiormente si concentrava sui patemi
d’amore di Harry, di Ron e di Hermione (senza tuttavia
giungere ai melodrammi da Dawson’s Creek a cui
quest’ultima si lascia andare nel film). Né tanto meno
nell’aver voluto stemperare i toni con un po’ di sano humour
(benché a volte forzato) di fronte alla tentazione sempre
pressante di farsi prendere la mano con il dark. Sta
piuttosto nell’aver semplicemente tradito lo spirito
dell’opera costruendo un film che non è tratto dal romanzo
della Rowling ma semplicemente “ispirato a”. Il principe
mezzosangue che dà titolo al film si riduce a una comparsa e
soprattutto manca ogni straccio di spiegazione (pur
raffazzonata come quella che in effetti dava l’autrice nel
libro) sul perché Severus Piton si facesse chiamare in quel
modo. La morte di Silente è trattata con superficialità,
come un compito sgradito assegnato a uno studente riottoso:
assai difficilmente avrà strappato allo spettatore una vera
emozione, laddove in milioni di lettori aveva provocato
stupore e disperazione. Ma quello che davvero non va nel
film è la presenza di un crescendo sempre maggiore che non
riesce a scaturire nel climax; il climax è assente.
L’irruzione dei Mangiamorte a Hogwarts – preannunciata e
quindi non sorprendente – si riduce a un mero blitz laddove
nel romanzo della Rowling rappresentava il momento
culminante, questo sì, di un intreccio quasi ansiogeno.
Vedere i Mangiamorte uccidere Silente, fare bagarre nella
Sala Grande di Hogwarts, divertirsi davanti alla capanna di
Hagrid come hooligans scatenati in un dopo-partita e
smaterializzarsi come se nulla fosse accaduto, senza una
battaglia o una minima resistenza, sgonfia l’aspettativa
cresciuta durante il film in barba a qualsiasi regola di
sceneggiatura.
Dunque Il principe mezzosangue è un film mal riuscito
perché non fedele al suo originale cartaceo? Ridurre a
questo il problema vorrebbe dire semplificare il discorso.
La regia di Yates, se di regia si può parlare, si limita a
mantenere la camera da presa senza inventare, innovare, dare
alla pellicola un suo tocco. Che il problema registico fosse
dietro l’angolo lo si intuiva anche nel precedente
L’ordine della fenice, dove però il film si salvava
grazie a una maggiore aderenza al romanzo (un vero miracolo
per il libro più lungo della serie). Il ritorno del veterano
Steve Kloves alla sceneggiatura non solo non ha migliorato
le cose ma le ha peggiorate: non supportato da uno
storyboard brillante, Yates ha rivelato la sua assoluta
piattezza narrativa riducendo il film a una serie di
sequenze già viste. L’aria di tempesta che precede l’arrivo
del male (inizio di questo come del precedente film); i
tentativi mal riusciti di far saltare lo spettatore dalla
poltrona (la prevedibilissima scena degli Inferi nel lago);
il far diventare Silente un novello Gandalf che parla per
frasi sibilline e sembra conoscere tutto ma
sorprendentemente ignora che Voldemort abbia fatto uso degli
Horcrux pur avendone distrutti due (sciocchezza ovviamente
non presente nel romanzo). Se Columbus, Cuaron e persino il
debole Newell erano riusciti a dare alle pellicole un loro
tocco personale, Yates – che del resto è e si dimostra un
novellino del grande schermo – non fa altro che attenersi ai
canoni dei film hollywoodiani più alla moda: l’unica scena
originale inserita nel film, del tutto gratuita del resto, è
quella del combattimento nei campi di grano (fino ad allora
inesistenti) fuori la Tana dei Wasley, che richiama senza
originalità il Signs di ????. La sequenza del
Millennium Bridge di Londra distrutto potrà essere
spettacolare ma resta del tutto gratuita, così come la
scelta di sostituire ai Dursley in apertura la cameriera
nera che Harry abborda in un bar da camionisti all’interno
di una stazione della metropolitana. La rivalsa del maghetto
occhialuto novello latin lover? Puntare sulle vicende
sentimentali di per sé non è un errore, ma lo diventa quando
queste finiscono per avere la meglio sulla linea narrativa
principale: così, quando Harry nell’ultima sequenza annuncia
la sua decisione di abbandonare Hogwarts per cercare gli
Horcxrux, la maliziosa frase di Hermione sul rapporto tra
lui e Ginny suona inutile, fastidiosa e fuori luogo.
Il principe mezzosangue
si salva grazie ai due punti fermi che hanno fatto finora la
fortuna della saga cinematografica di “Harry Potter”:
l’ottimo casting e l’indubbia qualità delle scenografie e
della fotografia. Così, l’unica new entry del film, il
professor Horace Lumacorno, è magistralmente impersonato dal
premio Oscar Jim Broadbent, comunque a suo agio nei ruoli
primari o comprimari di grandi produzioni (Moulin
Rouge!,
Le
Cronache di Narnia,
Indiana Jones e il Teschio di Cristallo).
E’ proprio lui a salvare quasi per intero il film riuscendo
a dare una lezione al contempo di humour britannico maturo e
di profondità caratteriale che supera anche la prova di
Kenneth Branagh ai tempi del prof. Allock (lì evidentemente
limitato dai vincoli del personaggio). Ben giocata anche la
carta di Lavanda Brown, il cui ruolo è stato affidato a una
brava esordiente, Jessie Cave, che dà al suo ruolo la giusta
verve futile e petulante che occorreva. Non sorprende che
sia stato tagliato invece un altro personaggio-chiave della
storia, il Ministro della Magia Scrumgeour, successore del
dimissionario Caramell: senza dubbio è stato colto dalla
stessa sorte toccata a tante fondamentali linee narrative –
soprattutto riguardanti il passato di Voldemort – rinviate
al prossimo film. Stessa cosa dicasi per il malvagio
Greyback, ridotto qui a poco più di una comparsa ma che
sicuramente sarà tenuto in serbo per le battaglie
successive. Gli altri membri, in questo caso fissi, del
cast, si rivelano all’altezza delle precedenti performance,
senza comunque guizzi: Emma Watson sembra un po’ a disagio
nella limitatezza del suo personaggio così come Yates l’ha
voluto, mentre Grint e Radcliffe hanno ormai la padronanza
dei loro ruoli senza avere però l’ambizione di ricercare
nuove sfumature.
I
ruoli della MacGranitt e di Piton sembrano essersi ridotti a
pure caricature, cosa del tutto sbagliata soprattutto per
Piton, il “principe mezzosangue”. Non solo non si riesce a
intuire la profondità del personaggio, che senza dubbio non
reggerà alla rivelazione finale dell’ultimo film; ma
soprattutto risulta mancante dell’ambiguità necessaria per
il ruolo giocato in questa storia. Al termine del
Principe mezzosangue
scritto dalla Rowling, anche il lettore più scaltro restava
dubbioso delle reali intenzioni di Piton nonostante alcuni
indizi lasciati dalla scrittrice nelle pagine. Al termine
del
Principe mezzosangue
diretto da Yates chiunque, uscito dalla sala, sarebbe corso
dal primo bookmaker per scommettere sulle finalità di Piton:
gli indizi, in questo caso, erano disseminati nel film in
maniera più vistosa di quelli di una puntata della
Signora in giallo,
cosicché l’Avada Kedavra lanciato da Piton sulla torre
contro Silente non sconvolge, non indigna, non rende
perplessi. L’assenza stessa di pathos in quella scena sembra
suggerire che si sia di fronte non al tragico omicidio del
più grande mago di tutti i tempi ma al compimento di un
preciso progetto di Silente; il che è vero, ma lo si sarebbe
dovuto capire con certezza solo al termine dell’ultimo film,
lasciando così allo spettatore tutti i dubbi sulla lealtà di
Piton. E’ vero che J.K. Rowling, sorprendendo praticamente
tutti, aveva in parte svelato il ruolo di Piton nel romanzo
con il secondo capitolo, quello del Voto Infrangibile. Ma la
vera suspance nel
Principe mezzosangue
derivava dall’impossibilità di comprendere il piano di
Malfoy, ossia l’uso dell’armadio svanitore che nel film si
intuisce fin dalle prime scene. Lo stesso dramma che
affligge Malfoy nel romanzo è trattato da Yates in maniera
superficiale, con un incomprensibile piagnisteo nel bagno.
Così non solo manca il climax – la convulsa morte di Silente
con il tradimento di Piton, la cruenta battaglia a Hogwarts
contro i Mangiamorte – ma manca anche l’enigma perché tutto
è già chiarito, tutto è già scontato. Persino l’emergere
degli Inferi dal lago è suggerito nelle scene precedenti, e
così il precedente tormento di Silente nel bere l’acqua che
copre l’Horcrux (una delle scene più intense e terribili del
romanzo). Una nota di demerito finale è per il personaggio
di Ginny Weasley, trattato in maniera piatta e scadente: se
davvero Ginny dovrebbe essere il grande amore di Harry,
senza dubbio ci si sarebbe aspettato un carattere più
determinato di quello dimostrato nelle scene del film. Non
certo, insomma, la Ginny che si inginocchia per allacciare
le scarpe a Harry! La cosa straordinaria è che, nel
precedente film, i due quasi si ignorano, e manca del tutto
un lavoro di raccordo che potesse rendere credibile
l’improvvisa (che improvvisa non è) scoperta di Ginny da
parte di Harry.
Un
tocco di classe è la fotografia di Bruno Delbolnell, curiosa
scelta francese che si dimostra capace di recuperare quel
senso un po’ surrealista perso nei precedenti episodi: i
pregevoli flash-back nel pensatoio di Silente sul passato di
Voldemort, i bui anditi di Nocturn Alley, la pretenziosa
imponenza delle scene nella grotta, la gotica cittadina
immersa in una notte irreale dove Silente e Harry recuperano
il prof. Lumacorno. Una fotografia che fa da perfetto
contraltare alle inappuntabili scenografie della veterana
coppia Stephanie McMillan-Stuart Craig, che hanno dato vita
al mondo della Rowling sul grande schermo fin dal primo
film, riuscendo sempre a colpire nel segno (che dire dello
spettacolare negozio dei Tiri Vispi Weasley?). Mal sfruttata
invece la colonna sonora di Nicholas Hooper, la cui
partitura come quella del precedente film dona qualche pezzo
particolarmente ispirato insieme ad altri di pura accademia.
Purtroppo anche qui Yates non ha saputo valorizzare il
lavoro del suo collaboratore, fatta eccezione per la scena
dell’arrivo di Harry e Silente alla grotta sul mare
superbamente commentata (Journey
to the Cave)
e per l’eccentrico e ben riuscito pezzo dell’addio ad Aragog
(Farewell to Aragog);
il tema forse migliore, l’inquietante In Noctem
scandito da cori quasi gregoriani, è stato eliminato dal
film e compare solo nella colonna sonora originale. Il resto
è poca roba; per fortuna Hooper non comporrà le musiche
degli ultimi due film la cui partitura potrebbe tornare a
John Williams (gli spetterebbe di diritto).
Cosa salvare della regia di Yates in questo
Principe mezzosangue?
Giusto una scena, molto toccante, quella successiva alla
morte di Silente, con gli studenti e i professori di
Hogwarts che alzano le bacchette al cielo in un muto atto di
resistenza al potere di Voldemort. Una soluzione originale
che risolve il problema del funerale di Silente, parte poco
riuscita del romanzo della Rowling. Attenendo con scarsa
impazienza gli ultimi due capitoli della saga
cinematografica, non si può fare a meno di rimpiangere
l’assenza di un maggiore controllo dell’autrice
nell’elaborazione del copione, l’abbandono delle atmosfere
delicate di Columbus e Cuaron a favore di una spettacolarità
a tutti i costi, e il timore le scellerate scelte di una
produzione assetata di denaro possano rovinare il gran
finale della saga più celebre del mondo.
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