|
Il più lungo romanzo e il più breve film della saga:
sembra quasi un paradosso la trasposizione
cinematografica del quinto episodio di Harry Potter,
L’Ordine della Fenice. Il regista David Yates
che ha avuto l’incarico di mettere su pellicola il
più complesso romanzo di J.K. Rowling (quasi 800
pagine e tanti nodi che devono venire al pettine),
ha affrontato la sfida facendo quasi una scommessa
con se stesso: ridurre la mole enorme del romanzo in
sole due ore e quindici minuti (a dispetto degli
standard precedenti di due ore e mezzo). Possiamo
dire che la scommessa è stata vinta. Beninteso,
Yates non ha fatto il miracolo né ce lo si aspettava
da un regista che fino ad oggi ha diretto solo film
per il piccolo schermo, episodi di telefilm e
qualche cosa per il cinema che non si è vista dalle
nostre parti. Eppure è riuscito laddove i suoi
predecessori hanno fallito nel dare finalmente
lezione su come si traspone degnamente un romanzo al
cinema. Il merito non è tutto suo e anzi viene il
sospetto che buona parte degli onori vadano
attribuiti a Michael Goldenberg, il nuovo
sceneggiatore che prende il posto di Steve Kloves
(che ha firmato tutti i precedenti episodi) e che
non è invece uno sconosciuto avendo al suo attivo
un’altra illustre trasposizione cinematografica,
Contact di Zemeckis dal romanzo di Carl Sagan
(un film venuto anche meglio dell’originale
cartaceo). A chi dei due vadano attribuite le lodi
lo si scoprirà solo nel prossimo film, il sesto, già
affidato nuovamente alla regia di Yates ma senza il
contributo di Goldenberg che sarà di nuovo
sostituito da Kloves.
In tempi in cui un film, per dire qualcosa di
perlomeno significativo, sembra dover impiegare non
meno di tre ore, è rilevante che Yates abbia detto
tutto quello che andava detto in così poco
tempo senza nemmeno far perdere il filo allo
spettatore ignaro, solitamente vittima designata di
questi film in cui esce dal cinema convinto che
Lucius Malfoy altro non sia che Piton con le meche
bionde o cose del genere. E ciò non è stato fatto
nemmeno a scapito dell’anima del romanzo che non
viene sacrificata all’altare dell’effettistica, ma
in uno scatto d’orgoglio almeno in una scena (di cui
si parlerà oltre) supera addirittura
l’interpretazione della Rowling. Infatti il senso
quasi claustrofobico di impotenza che aleggia nella
storia sembra quasi potersi toccare nel film, la
cecità del potere di Caramell e Umbridge fa davvero
digrignare i denti, le bellissime scene del romanzo
della lotta coi Dissennatori e dell’evasione di
massa da Azkaban regalano qui un senso di angoscia
davvero inedito. Quando al termine del film
Caramell, raggelato, scorge Voldemort nella penombra
del Ministero ed esclama “è tornato!”, nel cinema
c’è stato un applauso non di scherno ma quasi
liberatorio che dimostra la partecipazione effettiva
al sentimento di frustrazione che Harry prova per
tutta la storia.
Allora si può gridare al capolavoro? No, tanto più
che si è ribadito che Yates non ha fatto il
miracolo. Macchie vistose nel film ce ne sono, in
parte attribuibili al regista e in parte allo
sceneggiatore. Dal punto di vista registico c’è da
sottolineare una pochezza sconfortante nelle riprese
che non si discostano dalla mainstream attualmente
in voga: carrellate dal basso verso l’alto (ad
esempio la ripresa di Hogwarts dal mare, quante
volte si è già vista?) o dall’alto verso il basso
(il cortile del castello, il villaggio di Hogsmeade,
la periferia di Little Winging tutti ripresi dal
cielo e poi zoomati verso il basso). A ciò si
aggiungano le prevedibilissime scene che dovrebbero
far saltare lo spettatore dalla sedia e che
vorrebbero fare di questo film un thiller con
accenni horror, e che invece fanno sbadigliare anche
il bambino meno smaliziato: di solito avvengono
quando abbiamo un primo piano forzato su un
personaggio, musica stile Hitchcock, ombra sul retro
ed ecco che spunta o un mostruoso Dissennatore (ma
dov’è finita la spettrale figura incappucciata che
faceva rabbrividire nel terzo film?) o Voldemort in
persona, naturalmente nelle sue tante comparse da
spettro immaginato da Harry (cosa, quest’ultima, che
fa venir meno la perfetta scelta della Rowling di
introdurre Voldemort solo nelle ultimissime pagine
del romanzo, così da non sprecare un entrata in
scena veramente grandiosa che qui perde tantissimo).
Quello che salva Yates su questo piano è il suo
continuo omaggiare i predecessori con tagli
registici basati sul deja-vu: si lascia allo
spettatore il gusto di cercare i rimandi più
nascosti, ma per tutti valga la bella scena della
farfalla di carta che vola nell’aula prima di essere
polverizzata dalla Umbridge e che cita squisitamente
una scena analoga di Cuaron nel Prigioniero di
Azkaban (anche la musica è quasi identica). Dal
punto di vista della sceneggiatura il punto di forza
sta nel fatto di essere al tempo stesso né
pietosamente didascalica né completamente
incomprensibile allo spettatore digiuno, mentre i
punti deboli stanno in almeno tre tagli davvero
inopportuni: il primo è quello di Kreatcher, che c’è
nel film ed è pure ben reso ma sul quale si glissa
completamente riguardo il ruolo avuto nella trappola
tesa dai Mangiamorte ad Harry al Ministero, così da
rendere inutile la sua presenza; il secondo è quello
che riguarda Cho Chang, anch’essa presente ma in
questo caso resa molto male nella sua storia con
Harry che risulta affrettata quasi fosse stata
inserita con fastidio e che viene messa da parte in
maniera sconsiderata e senza uno straccio di
spiegazione dopo che Harry scopre che la ragazza ha
rivelato il segreto dell’Esercito di Silente sotto
l’effetto del veritaserum somministratole dalla
Umbridge; il terzo, infine, riguarda Piton che come
sempre è ineccepibile ma soffre per il poco spazio:
c’è la scena, ben fatta, in cui finge di non capire
il riferimento che Harry gli urla su Felpato ma non
si spiega che poi è Piton ad avvertire l’Ordine
della Fenice e quindi non si capisce com’è che
d’improvviso si ritrovino tutti dentro in Ministero
a dar battaglia ai Mangiamorte.
Chi invece dimostra di non averne sbagliata una per
tutti e cinque i film è il reparto casting che
ancora una volta ha trovato gli attori migliori per
le nuove parti da interpretare: Dolores Umbridge, il
vero cattivo del film che quasi mette in ombra
Voldemort stesso, è messa in scena da una Imelda
Staunton che sembra essere nata per questo ruolo
(come lo era per Vera Drake per il quale non
per nulla ha vinto l’European Film Award e il BAFTA,
oltre alle nomination ai Golden Globe e agli Oscar
2005). Perfida come una bambola assassina,
insopportabile come la Thatcher dei tempi d’oro – a
cui assomiglia tantissimo, spiace per lei – e
politicamente astuta come una funzionaria della
Democrazia Cristiana («il progresso per il progresso
va scoraggiato», peraltro frase copiata pari pari
dal romanzo ma che non ha il copyright della
Rowling), la Umbridge impersona la “banalità del
male” al punto che se la filosofa Hannah Arendt
l’avesse vista in questo film l’avrebbe additata
come esempio al pari di Eichmann. Perfetta, forse
non tanto fisicamente quanto caratterialmente, è
Luna Lovegood impersonata da Evanna Lynch che ha
battuto 15000 concorrenti per questo ruolo con il
suo talentuoso realismo nell’impersonare il
dissociato e irresistibile personaggio del romanzo.
E poi, last but non least, Helena Bonham
Carter nel ruolo di Bellatrix Lestrange che arriva
tardi nella storia – come nel libro – ma che buca lo
schermo sia nel look che nell’interpretazione da
perfetta schizofrenica bipolare, tale da fare un
baffo ai peggiori serial killer del cinema: merito
della sua notevole filmografia (tra l’altro è la
moglie di Tim Burton, nei film del quale è comparsa
spesso, ma si è fatta notare soprattutto in Fight
Club e Le ali dell’amore) e del suo
triste passato nel mondo reale che sicuramente ha
contribuito a forgiarne la personalità un po’
“border-line”. Meno buona la performance, peraltro
giustamente di secondo piano, di Tonks che è un po’
sopra le righe e di Dudley Dursley che sembra un
altro attore ma – confermiamo – è sempre Harry
Melling piuttosto fuori dai suoi panni.
I vecchi protagonisti non deludono le aspettative,
il trio Harry-Ron-Hermione è ormai fin troppo ben
oliato e va alla perfezione (sempre, però, il solito
neo del doppiaggio di Harry), una sicurezza per
tutti i registi che sanno di poter costruire sempre
su basi solide. Si è discusso molto della scelta di
Emma Watson di abbandonare il ruolo di Hermione
Granger, scelta sulla quale l’attrice è tornata
indietro – forse di malavoglia – per concludere i
due film della serie: sicuramente sarebbe stata una
grave perdita visto che ormai Harry Potter
come film non può fare a meno di nessuno dei tre
protagonisti. Silente compare poco, come del resto
era nel romanzo, ma spiana la strada al suo
ruolo-chiave nel prossimo film e Michael Gambon
dimostra di essere riuscito a prendere degnamente il
testimone di Richard Harris dopo tre episodi nei
panni del vecchio Preside di Hogwarts. Infine Sirius
Black giunge quasi all’apoteosi e Gary Oldman dà il
meglio di sé: dopo essere stato quasi messo alla
porta nel quarto film, ora riscatta tutta la sua
figura non troppo convincente del terzo episodio
dimostrandosi un personaggio umanissimo, più che
degno nei panni del padrino di Harry. La scena della
sua morte è preparata molto bene ed è un pugno nello
stomaco come lo era nel romanzo.
Brutta senza appello è la colonna sonora di Nicholas
Hooper, compagno di avventure di David Yates in
diversi film per la TV del regista, che fa
rimpiangere all’unisono John Williams e Patrick
Doyle. Più che di colonna sonora è giusto parlare di
commento sonoro o di mero sottofondo, visto che
presa a sé stante la musica non significa nulla e
anche all’interno del film non si avverte quasi se
non forse nell’ultima mezz’ora dove accenna a
qualche tema interessante. Per il resto è del tutto
privo di originalità scopiazzando non solo i
classici commenti sonori di filmetti di quart’ordine
ma anche partiture classiche nei pochi pezzi più
orecchiabili, specialmente la reinterpretazione
dell’Edwige’s theme di Williams in “Journey to
Hogwarts”che è identico a La Moldava di
Smetana. Ci si augura che non ritorni anche nel
sesto film.
Per concludere, va spezzata una lancia in favore di
tre scene notevoli che danno alla pellicola un tocco
personale discostandosi garbatamente dal romanzo
della Rowling e contribuendo a dare una
interpretazione significativa di tutto il film. La
prima è quando Harry incontra Luna al limitare della
Foresta Proibita e la ragazza le parla dei Thestral,
che solo loro due possono vedere perché hanno visto
in faccia la morte (Cedric per Harry, la propria
madre per Luna): la ragazza gli spiega che i
Thestral sono diversi e perciò tenuti alla lontana,
ed Harry sottolinea con una parola il fatto che la
cosa vale anche per loro due che in quanto diversi
sono emarginati. È una bella scena che fa
riflettere, senza troppe forzature, sulla diversità
e l’irrazionalità. Poi c’è la scena in cui, pochi
attimi prima di essere ucciso, Sirius chiama Harry
col nome del padre, James, e che rende meglio di
tutte le parole della Rowling lo sconvolgimento del
ragazzo che teme di essere equiparato al padre da
parte di Sirius e quindi dubita – almeno per un
istante – che Sirius gli voglia davvero bene in
quanto “Harry” e non piuttosto in quanto “James”.
Infine la scena forse più bella del film avviene
quando Voldemort s’impossessa del corpo di Harry:
Silente gli parla della differenza del bene e del
male, e di come stia nella scelta, che poi è il tema
centrale di tutta la saga. Ma Harry non sconfigge
Voldemort su queste basi, nemmeno quando vede le
facce di Ron, Hermione, del padre e della madre, di
Sirius. Lo sconfigge quando afferma: “Tu non sarai
mai in grado di amare, e mi dispiace per te”.
Si sbaglierebbe a non leggere in questa frase il
senso del gesto di Harry: non è un semplice “hai
perso, mi dispiace” che è più ironico che altro. È
un sentimento che viene dal cuore di Harry, è la
pietà. Harry odia Voldemort, non lo perdona
certo, ma prova per lui compassione in quanto essere
disumano incapace di provare l’amore. Solo allora,
forse, si rende conto che la vera arma che egli
possiede capace di sconfiggere Voldemort è l’amore
stesso perché è su quella base che va letta la
differenza completa tra lui e l’Oscuro Signore, al
di là delle tante somiglianze. Infatti, il film si
chiude con una bella frase non proprio originale ma
che dà al film la sua personale interpretazione:
“Noi siamo diversi da Voldemort, perché abbiamo
qualcosa per cui lottare”. Era lo stesso pensiero
che Sam ne Il Signore degli Anelli – Le Due Torri
di Jackson usava per sottolineare la differenza tra
Bene e Male, anche se Sirius in questo film ci ha
giustamente insegnato che il mondo non è diviso in
buoni e cattivi permettendoci di crescere un po’ di
più insieme ad Harry.
©
Fabbricantidiuniversi.it 2004-2007 - i testi
del sito sono liberamente
riproducibili citandone la fonte. |