Isaac Asimov | Star Wars | J.R.R. Tolkien | Dune | Harry Potter | Star Trek | Terry Brooks

 

 

 

 

 

Il poster internazionale de L'Ordine della Fenice.

Il regista David Yates con Daniel Radcliffe.

Imelda Stanuton nel ruolo della professoressa Umbridge.

Bellatrix Lestrange ad Azkaban.

Evanna Lynch con, tra le mani, una copia del quinto romanzo della Rowling.

 

 

L'ORDINE DELLA FENICE

 DI DAVID YATES


Il più lungo romanzo e il più breve film della saga: sembra quasi un paradosso la trasposizione cinematografica del quinto episodio di Harry Potter, L’Ordine della Fenice. Il regista David Yates che ha avuto l’incarico di mettere su pellicola il più complesso romanzo di J.K. Rowling (quasi 800 pagine e tanti nodi che devono venire al pettine), ha affrontato la sfida facendo quasi una scommessa con se stesso: ridurre la mole enorme del romanzo in sole due ore e quindici minuti (a dispetto degli standard precedenti di due ore e mezzo). Possiamo dire che la scommessa è stata vinta. Beninteso, Yates non ha fatto il miracolo né ce lo si aspettava da un regista che fino ad oggi ha diretto solo film per il piccolo schermo, episodi di telefilm e qualche cosa per il cinema che non si è vista dalle nostre parti. Eppure è riuscito laddove i suoi predecessori hanno fallito nel dare finalmente lezione su come si traspone degnamente un romanzo al cinema. Il merito non è tutto suo e anzi viene il sospetto che buona parte degli onori vadano attribuiti a Michael Goldenberg, il nuovo sceneggiatore che prende il posto di Steve Kloves (che ha firmato tutti i precedenti episodi) e che non è invece uno sconosciuto avendo al suo attivo un’altra illustre trasposizione cinematografica, Contact di Zemeckis dal romanzo di Carl Sagan (un film venuto anche meglio dell’originale cartaceo). A chi dei due vadano attribuite le lodi lo si scoprirà solo nel prossimo film, il sesto, già affidato nuovamente alla regia di Yates ma senza il contributo di Goldenberg che sarà di nuovo sostituito da Kloves.

In tempi in cui un film, per dire qualcosa di perlomeno significativo, sembra dover impiegare non meno di tre ore, è rilevante che Yates abbia detto tutto quello che andava detto in così poco tempo senza nemmeno far perdere il filo allo spettatore ignaro, solitamente vittima designata di questi film in cui esce dal cinema convinto che Lucius Malfoy altro non sia che Piton con le meche bionde o cose del genere. E ciò non è stato fatto nemmeno a scapito dell’anima del romanzo che non viene sacrificata all’altare dell’effettistica, ma in uno scatto d’orgoglio almeno in una scena (di cui si parlerà oltre) supera addirittura l’interpretazione della Rowling. Infatti il senso quasi claustrofobico di impotenza che aleggia nella storia sembra quasi potersi toccare nel film, la cecità del potere di Caramell e Umbridge fa davvero digrignare i denti, le bellissime scene del romanzo della lotta coi Dissennatori  e dell’evasione di massa da Azkaban regalano qui un senso di angoscia davvero inedito. Quando al termine del film Caramell, raggelato, scorge Voldemort nella penombra del Ministero ed esclama “è tornato!”, nel cinema c’è stato un applauso non di scherno ma quasi liberatorio che dimostra la partecipazione effettiva al sentimento di frustrazione che Harry prova per tutta la storia.

Allora si può gridare al capolavoro? No, tanto più che si è ribadito che Yates non ha fatto il miracolo. Macchie vistose nel film ce ne sono, in parte attribuibili al regista e in parte allo sceneggiatore. Dal punto di vista registico c’è da sottolineare una pochezza sconfortante nelle riprese che non si discostano dalla mainstream attualmente in voga: carrellate dal basso verso l’alto (ad esempio la ripresa di Hogwarts dal mare, quante volte si è già vista?) o dall’alto verso il basso (il cortile del castello, il villaggio di Hogsmeade, la periferia di Little Winging tutti ripresi dal cielo e poi zoomati verso il basso). A ciò si aggiungano le prevedibilissime scene che dovrebbero far saltare lo spettatore dalla sedia e che vorrebbero fare di questo film un thiller con accenni horror, e che invece fanno sbadigliare anche il bambino meno smaliziato: di solito avvengono quando abbiamo un primo piano forzato su un personaggio, musica stile Hitchcock, ombra sul retro ed ecco che spunta o un mostruoso Dissennatore (ma dov’è finita la spettrale figura incappucciata che faceva rabbrividire nel terzo film?) o Voldemort in persona, naturalmente nelle sue tante comparse da spettro immaginato da Harry (cosa, quest’ultima, che fa venir meno la perfetta scelta della Rowling di introdurre Voldemort solo nelle ultimissime pagine del romanzo, così da non sprecare un entrata in scena veramente grandiosa che qui perde tantissimo). Quello che salva Yates su questo piano è il suo continuo omaggiare i predecessori con tagli registici basati sul deja-vu: si lascia allo spettatore il gusto di cercare i rimandi più nascosti, ma per tutti valga la bella scena della farfalla di carta che vola nell’aula prima di essere polverizzata dalla Umbridge e che cita squisitamente una scena analoga di Cuaron nel Prigioniero di Azkaban (anche la musica è quasi identica). Dal punto di vista della sceneggiatura il punto di forza sta nel fatto di essere al tempo stesso né pietosamente didascalica né completamente incomprensibile allo spettatore digiuno, mentre i punti deboli stanno in almeno tre tagli davvero inopportuni: il primo è quello di Kreatcher, che c’è nel film ed è pure ben reso ma sul quale si glissa completamente riguardo il ruolo avuto nella trappola tesa dai Mangiamorte ad Harry al Ministero, così da rendere inutile la sua presenza; il secondo è quello che riguarda Cho Chang, anch’essa presente ma in questo caso resa molto male nella sua storia con Harry che risulta affrettata quasi fosse stata inserita con fastidio e che viene messa da parte in maniera sconsiderata e senza uno straccio di spiegazione dopo che Harry scopre che la ragazza ha rivelato il segreto dell’Esercito di Silente sotto l’effetto del veritaserum somministratole dalla Umbridge; il terzo, infine, riguarda Piton che come sempre è ineccepibile ma soffre per il poco spazio: c’è la scena, ben fatta, in cui finge di non capire il riferimento che Harry gli urla su Felpato ma non si spiega che poi è Piton ad avvertire l’Ordine della Fenice e quindi non si capisce com’è che d’improvviso si ritrovino tutti dentro in Ministero a dar battaglia ai Mangiamorte.

Chi invece dimostra di non averne sbagliata una per tutti e cinque i film è il reparto casting che ancora una volta ha trovato gli attori migliori per le nuove parti da interpretare: Dolores Umbridge, il vero cattivo del film che quasi mette in ombra Voldemort stesso, è messa in scena da una Imelda Staunton che sembra essere nata per questo ruolo (come lo era per Vera Drake per il quale non per nulla ha vinto l’European Film Award e il BAFTA, oltre alle nomination ai Golden Globe e agli Oscar 2005). Perfida come una bambola assassina, insopportabile come la Thatcher dei tempi d’oro – a cui assomiglia tantissimo, spiace per lei – e politicamente astuta come una funzionaria della Democrazia Cristiana («il progresso per il progresso va scoraggiato», peraltro frase copiata pari pari dal romanzo ma che non ha il copyright della Rowling), la Umbridge impersona la “banalità del male” al punto che se la filosofa Hannah Arendt l’avesse vista in questo film l’avrebbe additata come esempio al pari di Eichmann. Perfetta, forse non tanto fisicamente quanto caratterialmente, è Luna Lovegood impersonata da Evanna Lynch che ha battuto 15000 concorrenti per questo ruolo con il suo talentuoso realismo nell’impersonare il dissociato e irresistibile personaggio del romanzo. E poi, last but non least, Helena Bonham Carter nel ruolo di Bellatrix Lestrange che arriva tardi nella storia – come nel libro – ma che buca lo schermo sia nel look che nell’interpretazione da perfetta schizofrenica bipolare, tale da fare un baffo ai peggiori serial killer del cinema: merito della sua notevole filmografia (tra l’altro è la moglie di Tim Burton, nei film del quale è comparsa spesso, ma si è fatta notare soprattutto in Fight Club e Le ali dell’amore) e del suo triste passato nel mondo reale che sicuramente ha contribuito a forgiarne la personalità un po’ “border-line”. Meno buona la performance, peraltro giustamente di secondo piano, di Tonks che è un po’ sopra le righe e di Dudley Dursley che sembra un altro attore ma – confermiamo – è sempre Harry Melling piuttosto fuori dai suoi panni.

I vecchi protagonisti non deludono le aspettative, il trio Harry-Ron-Hermione è ormai fin troppo ben oliato e va alla perfezione (sempre, però, il solito neo del doppiaggio di Harry), una sicurezza per tutti i registi che sanno di poter costruire sempre su basi solide. Si è discusso molto della scelta di Emma Watson di abbandonare il ruolo di Hermione Granger, scelta sulla quale l’attrice è tornata indietro – forse di malavoglia – per concludere i due film della serie: sicuramente sarebbe stata una grave perdita visto che ormai Harry Potter come film non può fare a meno di nessuno dei tre protagonisti. Silente compare poco, come del resto era nel romanzo, ma spiana la strada al suo ruolo-chiave nel prossimo film e Michael Gambon dimostra di essere riuscito a prendere degnamente il testimone di Richard Harris dopo tre episodi nei panni del vecchio Preside di Hogwarts. Infine Sirius Black giunge quasi all’apoteosi e Gary Oldman dà il meglio di sé: dopo essere stato quasi messo alla porta nel quarto film, ora riscatta tutta la sua figura non troppo convincente del terzo episodio dimostrandosi un personaggio umanissimo, più che degno nei panni del padrino di Harry. La scena della sua morte è preparata molto bene ed è un pugno nello stomaco come lo era nel romanzo.

Brutta senza appello è la colonna sonora di Nicholas Hooper, compagno di avventure di David Yates in diversi film per la TV del regista, che fa rimpiangere all’unisono John Williams e Patrick Doyle. Più che di colonna sonora è giusto parlare di commento sonoro o di mero sottofondo, visto che presa a sé stante la musica non significa nulla e anche all’interno del film non si avverte quasi se non forse nell’ultima mezz’ora dove accenna a qualche tema interessante. Per il resto è del tutto privo di originalità scopiazzando non solo i classici commenti sonori di filmetti di quart’ordine ma anche partiture classiche nei pochi pezzi più orecchiabili, specialmente la reinterpretazione dell’Edwige’s theme di Williams in “Journey to Hogwarts”che è identico a La Moldava di Smetana. Ci si augura che non ritorni anche nel sesto film.

Per concludere, va spezzata una lancia in favore di tre scene notevoli che danno alla pellicola un tocco personale discostandosi garbatamente dal romanzo della Rowling e contribuendo a dare una interpretazione significativa di tutto il film. La prima è quando Harry incontra Luna al limitare della Foresta Proibita e la ragazza le parla dei Thestral, che solo loro due possono vedere perché hanno visto in faccia la morte (Cedric per Harry, la propria madre per Luna): la ragazza gli spiega che i Thestral sono diversi e perciò tenuti alla lontana, ed Harry sottolinea con una parola il fatto che la cosa vale anche per loro due che in quanto diversi sono emarginati. È una bella scena che fa riflettere, senza troppe forzature, sulla diversità e l’irrazionalità. Poi c’è la scena in cui, pochi attimi prima di essere ucciso, Sirius chiama Harry col nome del padre, James, e che rende meglio di tutte le parole della Rowling lo sconvolgimento del ragazzo che teme di essere equiparato al padre da parte di Sirius e quindi dubita – almeno per un istante – che Sirius gli voglia davvero bene in quanto “Harry” e non piuttosto in quanto “James”. Infine la scena forse più bella del film avviene quando Voldemort s’impossessa del corpo di Harry: Silente gli parla della differenza del bene e del male, e di come stia nella scelta, che poi è il tema centrale di tutta la saga. Ma Harry non sconfigge Voldemort su queste basi, nemmeno quando vede le facce di Ron, Hermione, del padre e della madre, di Sirius. Lo sconfigge quando afferma: “Tu non sarai mai in grado di amare, e mi dispiace per te”. Si sbaglierebbe a non leggere in questa frase il senso del gesto di Harry: non è un semplice “hai perso, mi dispiace” che è più ironico che altro. È un sentimento che viene dal cuore di Harry, è la pietà. Harry odia Voldemort, non lo perdona certo, ma prova per lui compassione in quanto essere disumano incapace di provare l’amore. Solo allora, forse, si rende conto che la vera arma che egli possiede capace di sconfiggere Voldemort è l’amore stesso perché è su quella base che va letta la differenza completa tra lui e l’Oscuro Signore, al di là delle tante somiglianze. Infatti, il film si chiude con una bella frase non proprio originale ma che dà al film la sua personale interpretazione: “Noi siamo diversi da Voldemort, perché abbiamo qualcosa per cui lottare”. Era lo stesso pensiero che Sam ne Il Signore degli Anelli – Le Due Torri di Jackson usava per sottolineare la differenza tra Bene e Male, anche se Sirius in questo film ci ha giustamente insegnato che il mondo non è diviso in buoni e cattivi permettendoci di crescere un po’ di più insieme ad Harry.

© Fabbricantidiuniversi.it 2004-2007 - i testi del sito sono liberamente riproducibili citandone la fonte.