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IL PRINCIPE MEZZOSANGUE

Un esame del sesto episodio della saga


E’ guerra! Dopo essere stato rimandato nel precedente episodio, il conflitto tra Bene e Male esplode ora violentissimo in questo sesto episodio della saga di Harry Potter, Il Principe Mezzosangue, che J.K. Rowling ha scritto nei panni di mamma per la terza volta (l’opera è dedicata alla sua neonata figlia Mackenzie), uscito il 21 luglio 2005 nei paesi anglosassoni e solo il 6 gennaio 2006 in Italia.  Il Principe Mezzosangue non fa sconti: nelle circa 600 pagine la Rowling mette in campo tutte le proprie capacità narrative per raccontarci il seguito delle avventure di Harry.

Una nebbia fredda cala su tutta l’Inghilterra in piena estate; un improvviso uragano causa la morte di numerose persone; un ponte crolla inaspettatamente provocando varie vittime; due omicidi inspiegabili hanno interessato le cronache dell’ultimo mese. Mentre il Primo Ministro inglese si chiede inquieto quali siano le cause di tutte queste sciagure, egli riceve la visita del suo omologo magico Cornelius Caramell. Il Ministro della Magia è stato costretto alle dimissioni richiestegli dall’intera opinione pubblica, ma ci tiene ad informare il collega inglese che la causa degli ultimi tragici episodi è una sola: il ritorno di Lord Voldemort. Caramell si fa da parte e lascia il suo posto a Rufus Scrimgeour, ex capo degli Auror (il reparto scelto incaricato di stanare Voldemort e i suoi Mangiamorte). E’ questo l’inizio delle vicende de Il Primo Mezzosangue. La Rowling decide di ambientare la sua prima scena nel mondo reale, addirittura all’interno dell’ufficio del premier inglese: una scelta interessante, che rivela il desiderio della scrittrice di rendere sempre più ‘adulta’ la storia ma di non mettere da parte il consueto humour che ne deriva (l’incontro tra i due Ministri è esilarante). Questa è un po’ la chiave di lettura di tutto il romanzo. Da una parte i temi affrontati diventano sempre più seri e cupi, impossibile non intravedere sfumature politiche che fanno riferimento a fenomeni reali e contemporanei, nonché il sempre maggior disincanto di Harry e dei suoi amici e l’uscita dal mondo sicuro e felice della prima giovinezza. I tre protagonisti hanno qui 16 anni, sono in piena adolescenza, e tutto cambia: la stessa Hogwarts, prima ritenuta inviolabile e che ha funto un po’ da famiglia di Harry – garante cioè di protezione e sicurezza per anni – diviene ora un posto pericoloso, e lo stesso Harry non è più al termine del romanzo né sereno né felice tra le sue mura. D’altra parte non si rinuncia all’umorismo, alla spensieratezza, all’inevitabile allegria e ai mille problemi dell’adolescenza che sono affrontati qui con una verve e una disinvoltura sorprendenti.

Più che incentrato sui nuovi personaggi, il Principe Mezzosangue punta tutto sui vecchi e torna a diventare Harry-centrico: meno spazio a trame alternative che coinvolgono altre figure, più spazio alle vicende di Harry e all’interazione con i suoi amici. Ancora una volta, in quest’atmosfera dove tutto cambia Ron ed Hermione restano infatti delle certezze, degli imprescindibili punti di riferimento per Harry. Silente non è più il vecchio padre protettivo, sempre conciliante con Harry: in alcuni momenti è intransigente, fermo sulle sue opinioni e a volte persino seccato delle repliche di Harry; non rinuncia inoltre a metterlo in prima linea nello scontro, quasi a voler mettere da parte le misure eccessivamente protettive che hanno portato al ‘fallimento’ da lui stesso ammesso nel precedente episodio, e quasi a voler accertarsi che Harry abbia le capacità e le forze per continuare il lavoro che gli cederà. C’è davvero poco spazio per gli altri personaggi, molti dei quali non riappaiono nemmeno o si limitano a delle fugaci apparizioni (Lupin, Fred e George, Grop). Anche Hagrid soffre di una radicale ‘messa da parte’, un’ulteriore dimostrazione che non c’è più spazio per le figure protettive. Dopo la morte di Sirius, Silente fatica a voler prendere il posto del defunto padrino di Harry come persona a lui più vicina, e alla fine anch’egli scompare. Harry resta sempre più solo. Soltanto Hermione e Ron gli restano fedelissimi fino all’ultimo e decidono di seguirlo ovunque “nella buona e nella cattiva sorte”. La mancanza di affetti di Harry è in qualche modo risolta con una relazione con Ginny, relazione che Harry sa però di dover infine sacrificare perché la missione che lo attende rischia di mettere in pericolo tutte le vite che gli gravitano intorno. Neville Paciock e Luna Lovegood, che nel precedente romanzo sembravano intenzionati a diventare nuove spalle fisse del classico trio, si appannano anch’essi un po’ ma non cessano di accorrere in aiuto ad Harry nel momento della necessità.

L’unico nuovo personaggio che domina la scena è Horace Lumacorno (traduzione dello “Slughorn” originale). La prima impressione è che la Rowling si ripeta delineando una figura dai tratti molti simili al Gilderoy Allock del secondo romanzo: Lumacorno è un mago egocentrico che ha fatto fortuna grazie alla capacità di saper fare le amicizie che contano, circondandosi di personalità di alto calibro. Egli tiene alla sua pelle ed è restio ad accettare la cattedra vacante ad Hogwarts che gli offre Silente, suo vecchio amico. Ma nel dipanarsi della vicenda scopriamo che Lumacorno è ben lontano dall’essere un sempliciotto vanesio alla Allock. Divenuto professore di Pozioni, dopo il sorprendente passaggio di cattedra di Severus Piton titolare ora di Difesa Contro le Arti Oscure, Lumacorno non perde tempo ad attorniarsi nuovamente di quelle persone che ritiene le più capaci della scuola e che hanno i contatti più in alto: tra queste Harry stesso, che si ritrova membro d’onore del “Lumaclub”, e scopre tra i riottosi ricordi del professore che Tom Riddle – il futuro Voldemort – vantava la stessa posizione nel circolo del “vecchio Luma”. Diversamente da altri, Lumacorno diede fiducia a Riddle e gli rivelò preziose informazioni di Arti Oscure che gli permisero di divenire Lord Voldemort. Avendo scoperto altresì che Lumacorno fu direttore di Serpeverde, Harry si fida sempre meno di lui, alle cui lezioni tuttavia si rivela il migliore grazie a un aiuto poco ortodosso (che vedremo dopo).

Al termine della storia resta poco chiaro il ruolo e il futuro di Lumacorno, se egli resterà cioè ad Hogwarts, e se Harry lo riabilita o meno. Lumacorno è una di quelle figure sempre meno nettamente divise tra il lato chiaro e il lato oscuro. Allo stesso modo sembra esserlo Rufus Scrimgeour, il nuovo Ministro della Magia. E’ lui il personaggio che tempo fa la Rowling descrisse come “somigliante a un vecchio leone”, indizio che fece sbizzarrire le fantasie degli appassionati. Scrimgeour è in realtà poco importante per l’economia della storia. Presentato già nel primo capitolo come successore dell’inetto Caramell, egli sembra non riscuotere le simpatie di Silente pur essendo un abile Auror che ben comprende il pericolo del ritorno di Voldemort. Il perché di questa diffidenza lo scopriamo più avanti: Scrimegeour cerca di convincere Harry a diventare la ‘mascotte’ del Ministero, facendo sapere all’opinione pubblica che egli approva il loro lavoro contro Voldemort. Ancora una volta, Harry scopre sgomento il cieco e ottuso desiderio di potere dei burocrati, del tutto disinteressati al bene pubblico ma ansiosi solo di mantenere la propria poltrona. Percy Weasley, che nel precedente romanzo aveva abbandonato la famiglia Weasley schierandosi dalla parte del Ministero contro Harry, sembra restare fermo sulle sue posizioni. Nella fretta di dar prova di forza, Scrimgeour non esita ad accusare di complicità con i Mangiamorte anche Stan Picchetto, l’innocuo bigliettaio del Nottetempo che Harry aveva incontrato tre anni prima, e di gettare ad Azkaban le persone più disparate. L’eccesso di zelo del Ministero teso a rassicurare la popolazione porta Harry a chiedersi se col pretesto di mantenere la sicurezza il Ministero non stia dimostrando di essere più vicino nei metodi agli stessi Mangiamorte che combatte. Qualcosa del genere se lo chiedono in molti oggi per situazioni più reali ed attuali ma non meno inquietanti.

Infine, il personaggio che più di tutti sembra oscillare tra il bene e il male senza chiarire la sua posizione è il Principe Mezzosangue. La misteriosa figura che dà il nome a questo sesto romanzo, e sulla cui identità si sono fatte le ipotesi più disparate prima dell’uscita del libro, altri non è che Severus Piton. In realtà, che Piton sia il Principe Mezzosangue si scopre solo nelle ultimissime pagine grazie alla sua stessa rivelazione buttata quasi per caso e alla scoperta di Hermione che la madre di Piton si chiamava Eileen Prince (inglese per “Principe”). Il Principe Mezzosangue è infatti noto come il misterioso ex proprietario di un libro di pozioni che Harry scopre per caso in un vecchio armadio della scuola, e di cui s’impossessa dopo aver scoperto che i suggerimenti e le correzioni al margine del testo scritte dal Principe gli permettono di essere il più bravo nel corso di Pozioni del professor Lumacorno. Diversamente da Hermione, Harry si fida ciecamente delle istruzioni del Principe; ad un certo punto s’imbatte in un incantesimo che si consiglia di usare “contro i nemici”. In un momento di pericolo, Harry lo scaglia contro Malfoy il cui corpo viene di conseguenza squassato da laceranti esplosioni che quasi lo uccidono. Qui scopriamo che il Principe s’intendeva non poco di Arti Oscure, e il sospetto comincia a insinuarsi nella mente di Harry. Ma perché tutta questa importanza data al “Principe Mezzosangue” il cui nome alla fine altro non è che un inquietante gioco di parole? Perché la Rowling lo ha reso il titolo del romanzo? Di sicuro la figura di Piton, nelle ultime pagine della storia, assume una rilevanza centrale, ma non nelle vesti di “Principe Mezzosangue”. Tuttavia si può affermare che proprio l’ambiguità del Principe rispecchia alla perfezione l’ambiguità di Piton, e che quindi questa figura sia servita alla Rowling per dimostrare i due lati del personaggio.

La chiave di volta del romanzo è la morte di Silente. In questo momento catartico tutto si concentra sui suoi due assassini: Piton e Malfoy. Il primo senza esitazione lancia contro Silente l’Anatema Che Uccide, un gesto che sancisce non solo la morte di Silente ma anche la definitiva (?) caduta al lato oscuro di Piton. Il secondo di fronte alla prospettiva di uccidere Silente non riesce a decidersi, sembra infine quasi cedere ma la sua possibile redenzione è mandata all’aria dall’intervento dei Mangiamorte. In questo romanzo Malfoy si rivela infine una vittima, sulle cui giovani spalle incombe la minaccia di Voldemort che lo costringe a passare al servizio del Male. I suoi metodi sempre più violenti non sono che il tentativo di nascondere un terrore che rischia di sopraffarlo, e che confida solo al fantasma di Mirtilla Malcontenta. Allo stesso tempo Piton da ambiguo eroe del Bene sembra passare definitivamente dalla parte di Voldemort, chiarendo anche in un episodio cruciale il perché dell’essersi apparentemente schierato con Silente. I ruoli insomma si rovesciano e tutto diventa più confuso. Soprattutto, si scopre come il Male è sempre più relativo: Malfoy è costretto ad essere un Mangiamorte per l’attaccamento ai genitori e per paura della vendetta di Voldemort; Piton lo è costretto a causa di un’infanzia e di una giovinezza tormentata, e forse per almeno un altro elemento che potrebbe rivelarsi nel prossimo ultimo capitolo.

Tuttavia la relatività del Male è concentrata tutta in Voldemort. In questo romanzo scopriamo i dettagli della sua giovinezza, le inquietanti similitudini con Harry, la scelta del Male anziché del Bene e il desidero del Potere attraverso vie che vanno al di là dell’esistente. Anche Voldemort, o almeno la sua parte umana Tom Riddle, è frutto di una vita tormentata e priva di effetti, dove il suo desiderio di mostrare le proprie capacità è frustrato fino alla scoperta di essere un mago. Solo a Hogwarts, dove le sue potenzialità sono messe allo scoperto, Riddle diviene infine una personalità dominante e accarezza il sogno di vendicarsi di tutti i tormenti subiti, in primo luogo dai Babbani nei quali identifica la figura del padre, reo di aver abbandonato la madre ai tormenti del parto e alla morte e di aver abbandonato lui in un orfanotrofio. Harry ad un certo momento sembra mostrare quasi pietà per il destino di Riddle. Voldemort diviene sempre più simile all’Anakin Skywalker di Star Wars: un giovane dotato di incredibili poteri ma che cede al desiderio di metterli al servizio del Male per vendetta e sete di potere; entrambi, Anakin e Tom Riddle, cedono al Male a causa dell’esperienza dolorosa che hanno vissuto; entrambi dimostrano come cedere al lato oscuro sia semplicemente la risposta a un desiderio di sicurezza. Benché concretamente Voldemort non appaia in questo romanzo (solo ne La Camera dei Segreti ciò era accaduto), la sua figura schiaccia tutte le altre nelle pagine del Principe Mezzosangue.

Si è detto che la chiave di volta del romanzo è la morte di Silente. Non è vero. La morte di Silente è infatti la chiave di volta di tutta la saga. E’ un evento necessario che chi scrive attendeva da tempo. Seguendo un topos atavico, quello della morte del vecchio maestro che lascia l’eroe solo ad affrontare la prova finale, Silente muore e lascia Harry privo di ogni appoggio se non quello di sé stesso e spiana infine la strada allo scontro finale con Voldemort. Così come Gandalf con Frodo, Obi-Wan con Luke, Allanon con gli Ohmsford, Aslan con i fratelli Pevensie, il mentore muore ma in realtà si sacrifica per uno scopo più grande: il suo sacrificio è essenziale per portare alla vittoria del Bene. Solo letta in quest’ottica la morte di Silente si rivela per quella che è: assolutamente non casuale. Come s’intuisce da altri indizi, che analizzeremo tra poco, Silente ha architettato la sua morte con premeditazione e ha fatto sì che Harry d’ora in avanti abbia tutto ciò che gli occorre per affrontare la sfida conclusiva con Voldemort.

La morte di Silente è anche il momento in cui si scopre su cosa si basa la differenza tra Bene e Male. I due grandi temi che hanno accompagnato tutta la saga di Harry sembrano in questo romanzo quasi personificarsi: sono il tema della morte e quello dell’amore. Lo stesso Silente rivela ad Harry che su questi due piani si legge la differenza tra lui e Voldemort. Harry e Riddle provengono da uno stesso retroterra psicologico, ma il primo ha scelto l’amore e il secondo la morte. E’ l’amore che ha permesso ad Harry di sopravvivere: l’amore della madre. E, come rivela la profezia, sarà l’amore l’arma che Harry userà per sconfiggere Voldemort. Viceversa, Riddle sceglie la morte. Quando è ancora un semplice studente, egli disegna il progetto di vincere la morte dividendo la sua anima in sette parti, negli Horcrux. Per farlo, tuttavia, dovrà uccidere sette volte. Voldemort ucciderà ben più di sette volte, ma questa smania omicida deriva da una paura atavica che Silente rivela: Voldemort ha paura della morte e perciò semina la morte. Una sottile necrofilia sembra aleggiare su tutto il romanzo, un alone che si concentra tutto nella figura di Voldemort. Ma amore e morte sono inesorabilmente legati. E’ per amore, per amore di Harry e per amor del Bene, che Silente decide di morire. Ed è forse per amore che Piton ha scelto di essere lo strumento della morte di Silente. Infine, l’amore di Ron ed Hermione verso Harry, la loro lealtà fino alla morte, è un’altra arma che si rivolgerà contro Voldemort. Se il legame che vincola Voldemort ai Mangiamorte è la paura della morte che vince la loro slealtà, il legame che unisce Harry a Ron, Hermione e Silente è l’amore che rende più forte la loro leltà. «Voldemort probabilmente non ha mai amato nessuno», afferma Silente in un passo del romanzo. Ed Harry riferirà a Scrimgeour una frase dello stesso Silente detta quattro anni prima: «Avrà veramente lasciato la scuola solo quando non ci sarà più nessuno che gli sia fedele».

Un altro piano di lettura per interpretare la differenza tra il Bene e il Male è nella Profezia. Rivelata al termine del precedente episodio, la Profezia inizialmente è sembrata a molti lettori essere quasi una costrizione che ha portato alla necessità di uno scontro tra Harry e Voldemort. Non sarebbe stato tuttavia degno della Rowling se le cose fossero realmente state così: da una scrittrice che non dimentica mai di prendere in giro la capacità di prevedere il futuro, la Profezia non poteva certo essere l’elemento centrale della saga. E’ in realtà l’interpretazione personale della Profezia a fungere da elemento centrale. Voldemort, infatti, decide di crederci e da quel momento in poi non si dà pace fino a che Harry non sarà morto. Ma Harry, come gli rivela Silente, non è costretto a crederci. Potrebbe benissimo rinunciare a uccidere Voldemort perché a differenza del suo nemico egli non ragiona in maniera monomaniacale ma è dotato del libero arbitrio. Quello che Silente intende, e che infine Harry capisce, è che affrontare Voldemort dovrà essere una sua scelta: «Era, si disse, la differenza fra l’essere trascinato nell’arena ad affrontare una battaglia mortale e scendere nell’arena a testa alta. Forse qualcuno avrebbe detto che non era una gran scelta, ma Silente sapeva – e lo so anch’io, pensò Harry con uno slancio di feroce orgoglio, e lo sapevano i miei genitori – che c’era tutta la differenza del mondo». Nel momento in cui Harry sceglie di affrontare Voldemort, e non è costretto da un’infallibile Profezia a farlo, egli dimostra ancora una volta di preferire il coraggio dell’amore piuttosto che l’ineluttabilità della morte che domina la mente e il cuore di Voldemort.

Questo Principe Mezzosangue ci lascia con mille dubbi in testa. Se il precedente episodio era riuscito a dare risposte alle tante domande scaturite fin dal primo libro, questo penultimo episodio pone nuovi quesiti che mettono in crisi anche le risposte precedenti. In qualche modo è un romanzo di preludio, non può essere altrimenti. Ma esso esplica finalmente nella morte di Silente i temi sopra esposti, e chiarisce il significato profondo di tutta la saga. Al termine dell’opera, un futuro oscuro attende Harry e l’ultimo romanzo del ciclo. Hogwarts potrebbe essere chiusa, e ad ogni modo Harry potrebbe non tornarci, ormai deciso ad andare in cerca degli Horcrux per giungere così alla sfida contro Voldemort. Il settimo episodio non sarà dunque ambientato ad Hogwarts? Pare difficile crederlo, eppure sembra così. Sicuramente, tuttavia, la Rowling riuscirà a non strappare Harry dall’ambiente che ha fatto da sfondo e da fortuna a tutta la saga e c’è da scommettere che anche il settimo episodio si svolgerà se non tutto almeno in buona parte tra le mura di Hogwarts. Ma cosa possiamo aspettarci dal gran finale che la Rowling sta preparando? Di sicuro, la centralità della figura di Piton e la verità sulla morte di Silente. Perché, se anche Piton è del tutto caduto al lato oscuro come la Rowling cerca di farci intendere, certo è che Silente non è inaspettatamente morto per mano sua. Basta leggere la grandiosa scena della morte. Silente è calmo, tranquillo, impassibile di fronte a Malfoy pronto ad ucciderlo e agli altri Mangiamorte uniti nello stesso obiettivo. Ma solo quando entra Piton, improvvisamente, egli lo implora: “Severus… Ti prego!”. Una disperata richiesta di aiuto quando pochi attimi prima Silente non dava alcun peso alle minacce dei Mangiamorte? Difficile crederlo. Forse non è altro che l’implorazione a Piton di fare ciò che gli aveva richiesto, ucciderlo per uno scopo superiore. «L’errore di Voldemort è di aver sempre creduto che la morte sia la cosa più terribile. Ce ne sono di peggiori», è sempre stato il convincimento di Silente. Perciò è da credere che Silente fosse pronto a morire per permettere ad Harry, a cui in quest’ultimo romanzo rivela tutto ciò che gli è necessario sapere, di affrontare Voldemort da solo. Sarà dunque l’amore a vincere sulla morte? L’ultimo episodio ci chiarirà ogni dubbio.

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