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Sembra che
per i sociologi, gli psicologici e la più
generica categoria degli opinionisti ogni
fenomeno di massa abbia bisogno di una
spiegazione. Nel corso dell'ultimo decennio
è imperversata nel mondo (o meglio, nella
parte più 'moderna' del mondo) ogni genere
di manie: i cartoni dei Pokémon o di Dragon
Ball, i grandi film come Titanic, la
Playstation, i cellulari, i libri di Piccoli
Brividi in Italia, i Diddles e molto altro.
Ogni volta che simili mode sono esplose,
sono fioriti studi più o meno seri per
comprenderne le ragioni. La stessa cosa è
capitata con il dilagare della “Harry Potter
Mania”, con la differenza che in questo caso
nessuno si era aspettato un simile successo:
del resto, non è mai capitato che un romanzo
generasse un fenomeno di massa nel mondo. Le
mode sono perlopiù dovute a cose di facile
presa, come appunto cartoni animati
disimpegnati o giochi scacciapensieri.
Harry Potter, invece, è non solo un
romanzo ma una saga di più di 3000 pagine
che inevitabilmente impone tempo, attenzione
e coinvolgimento attivo (come per tutti i
romanzi e in generale i testi scritti). La
febbre per i libri, invece di infrangersi
davanti alla sempre maggiore crescita del
numero di pagine, è andata aumentando.
La “Harry
Potter Mania” tra gli italiani è iniziata
verso il 2000, dopo l’uscita dei primi tre
libri. Si trattava, però, di un fenomeno
ancora abbastanza isolato: nelle librerie
non si avevano gli assalti dei fan come
succedeva in Gran Bretagna o negli USA e i
libri di Harry Potter rimanevano
generalmente relegati tra gli scaffali della
letteratura per ragazzi e quelli del fantasy
(due generi che probabilmente per i librai
sono logicamente legati). Tutto ciò è ben
presto cambiato a partire dall’uscita del
quarto episodio, Il Calice di Fuoco.
Accortesi dell’ampiezza del fenomeno, le
librerie hanno dedicato alla saga di J.K.
Rowling intere sezioni, alcune addirittura
interi piani fino a raggiungere livelli
parossistici. L'uscita del primo film di
Chris Columbus ha poi definitivamente fatto
puntare i riflettori su quanto stava
accadendo: su tutti i giornali italiani sono
usciti articoli sulla moda di Harry Potter,
spiegata quasi sempre come uno strumento di
evasione, un modo per uscire dalla realtà,
ma la perplessità era tanta di fronte a
questi romanzi scritti in puro stile
british, con il classico humor garbato
del Regno Unito, così lontani dalla
grossolanità che per i critici nostrani
caratterizza il gusto italiano verso i
fenomeni d’intrattenimento. Il difetto è
stato quello di sottovalutare il romanzo,
giudicandolo fin da subito un nuovo Mary
Poppins, una storia della buonanotte o
al massimo uno di quei classici della
letteratura per ragazzi destinati a un
temporaneo successo e all’inevitabile
sostituzione con nuovi prodotti. Così non è:
innanzitutto perché i romanzi sono stati
letti e apprezzati anche da un enorme
pubblico adulto; in secondo luogo perché
hanno dato vita a una saga che si è man mano
evoluta giungendo a complessità tali da
farla uscire dal novero dei romanzi per
bambini; in terzo luogo perché, pur
traducendosi in un grande affare per gli
esperti di merchandising, Harry Potter ha
raggiunto la celebrità attraverso la forza
della sua storia e solo in seguito ha
assunto i livelli odierni grazie ai film, ai
videogiochi e ai prevedibili supporti
mediatici che hanno tentato di banalizzare
il prodotto (o, meglio, di trasformare l’opera
in prodotto).
Non si
tratta quindi di cercare una sorta di
“equazione del successo” di cui la Rowling
si sarebbe sapientemente servita per
guadagnare soldi. Si tratta di comprendere
la magia del successo, che non ha
nulla a che fare con la razionalità del
marketing e delle norme precostituite ma con
una vera e propria “formula magica” che la
Rowling ha scoperto senza volerlo, mentre
altri studiosi di quella che potremmo
chiamare la “letteratura dell’inconscio”
hanno scoperto solo dopo lunghi studi.
Un'analisi seria della saga di Harry
Potter dovrebbe servirsi appunto degli
strumenti di questi studiosi – Vladimir
Propp, Marie-Louis Von Franz, Bruno
Bettlheim, Tzvetan Todorov. Studiare il
fenomeno Harry Potter non vuol dire però
riuscire a comprenderlo, a strappare alla
Rowling il segreto del suo successo per
poterlo così replicare. Vuol dire scoprire
soprattutto che il successo di Harry Potter
va ricercato proprio nei meandri più
irrazionali e più lontani dall’intelletto
della quotidianità a cui siamo abituati e
perciò può essere compreso – non spiegato,
ma compreso – solo attraverso questa
parte della nostra ragione. La stessa
Rowling lo aveva capito quando iniziò a
scrivere il suo primo romanzo: se Vernon
Dursley, zio di Harry, non può comprendere e
nemmeno tollerare l’esistenza di un mondo
della magia è perché questa esula dai rigidi
canoni che la modernità omogeneizzante gli
ha imposto; Harry invece ne rappresenta
l’antitesi, lontano com’è dal senso comune
della società babbana e così rapidamente
capace di accettare l’altro senso comune,
quello tipico di tutti gli esseri umani fino
all’età dell’adolescenza che sta
nell’immaginario, nell’incanto, nel senso
del meraviglioso.
Perciò non
deve stupire se la saga di Harry Potter sia
stata scritta inizialmente per un pubblico
giovanile e sia stata poi letta da una
vastissima parte del pubblico adulto: coloro
che hanno apprezzato la saga possono non
essersi immedesimati in Harry Potter come
personaggio (immedesimazione che è tipica
del bambino, non dell’adulto), ma tutti lo
hanno accettato. Ed è questo il primo
passo: accettare il suo mondo e le sue
stranezze, le sue capacità magiche e gli
ancor più strani amici che Harry ha. Se il
lettore ci riesce, e non storce il naso al
primo segno di qualcosa di diverso dal suo
mondo normale, allora è già abbastanza
vicino ad apprezzare il romanzo. J.K.
Rowling ci porta nel mondo di Harry in
maniera molto lenta, abituandoci per gradi a
quello che sta per succedere. All’inizio, ci
sembra che Harry sia un ragazzo come gli
altri, ma man mano scopriamo che non è
affatto così. Quando però scopriamo la sua ‘diversità’,
già ce lo aspettiamo e non ne siamo stupiti.
È un ottimo modo, inevitabile del resto, per
introdurre il lettore in un mondo che nella
nostra epoca moderna è difficile da
accettare.
Il mondo di
Harry Potter è un mondo semplice, ma
non è un mondo facile. Il Ministero
della Magia non sarà soffocato dalla
burocrazia opprimente del mondo babbano, ma
ha anch’esso i suoi problemi. La scuola di
Hogwarts non insegnerà ai suoi studenti
l’algebra o la filosofia, ma non rende la
vita facile a nessuno. Le banche non
emetteranno titoli obbligazionari, ma devono
comunque difendersi dai rischi di furti.
Infine, il mondo di Harry non è
l’Isola-Che-Non-C’è: esiste la morte, ed
esiste il male. Voldemort, il ‘cattivo’
della serie, è una personificazione del Male
molto ben realizzata perché sfuggente come
sfuggente è il male vero, quello scritto con
la “m” minuscola non perché meno crudele ma
perché meno assolutizzato. Nel sesto
episodio, Il principe mezzosangue,
Harry scopre il passato di Voldemort e ne
comprende le ragioni della sua caduta. Prima
ancora, ne L’Ordine della Fenice,
Harry scopre che suo padre non era quella
figura perfetta e immacolata che
s’immaginava, scopre che il Preside Silente
non è quell’essere incapace di sbagliare
come prima credeva. Insomma, anche se
lentamente il mondo di Harry Potter si
avvicina al mondo reale, non vuole
promuovere una fuga dalla realtà: «Non serve
a niente rifugiarsi nei sogni e dimenticare
di vivere», ammonisce Silente già nel primo
episodio, introducendo quello che forse è lo
scopo principale della signora Rowling,
esortare cioè i lettori a non abbandonare
Harry nel suo mondo, ma a fare tesoro delle
sue esperienze nel mondo reale.
Ciò è reso
possibile solo comprendendo che la magia è
solo un mezzo, non un fine. Harry comprende
già nella Pietra filosofale che ciò
che rende grande una persona non è quanto ha
imparato tra le mura della scuola ma quanto
ha imparato dalla vita reale. Ed in effetti
Harry affronta e sconfigge tutti gli
ostacoli non grazie alla magia ma grazie a
quanto ha appreso nel suo percorso formativo
come persona. Proprio per questo, infatti,
la Rowling dà ad Harry un’arma per
sconfiggere Voldemort che definisce essere
una “magia” ma che è una magia esistente
anche nel nostro mondo: l’amore. L’intera
saga acquista così un significato
fondamentale, tenta infatti di trasmettere
al lettore un po’ della magia che la Rowling
ha scoperto esistere in ognuno ma che noi
babbani non riusciamo più ad utilizzar
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