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Il povero Silente sembra non avere mai tregua!

Ad Halloween il costume di Harry Potter impazza tra i bambini americani.

Scene di giubilo durante le code notturne alle librerie per l'uscita del quinto libro.

Il Giappone non è rimasto immune al contagio!

 

 

 
LA MAGIA DEL SUCCESSO

Sembra che per i sociologi, gli psicologici e la più generica categoria degli opinionisti ogni fenomeno di massa abbia bisogno di una spiegazione. Nel corso dell'ultimo decennio è imperversata nel mondo (o meglio, nella parte più 'moderna' del mondo) ogni genere di manie: i cartoni dei Pokémon o di Dragon Ball, i grandi film come Titanic, la Playstation, i cellulari, i libri di Piccoli Brividi in Italia, i Diddles e molto altro. Ogni volta che simili mode sono esplose, sono fioriti studi più o meno seri per comprenderne le ragioni. La stessa cosa è capitata con il dilagare della “Harry Potter Mania”, con la differenza che in questo caso nessuno si era aspettato un simile successo: del resto, non è mai capitato che un romanzo generasse un fenomeno di massa nel mondo. Le mode sono perlopiù dovute a cose di facile presa, come appunto cartoni animati disimpegnati o giochi scacciapensieri. Harry Potter, invece, è non solo un romanzo ma una saga di più di 3000 pagine che inevitabilmente impone tempo, attenzione e coinvolgimento attivo (come per tutti i romanzi e in generale i testi scritti). La febbre per i libri, invece di infrangersi davanti alla sempre maggiore crescita del numero di pagine, è andata aumentando.

 

La “Harry Potter Mania” tra gli italiani è iniziata verso il 2000, dopo l’uscita dei primi tre libri. Si trattava, però, di un fenomeno ancora abbastanza isolato: nelle librerie non si avevano gli assalti dei fan come succedeva in Gran Bretagna o negli USA e i libri di Harry Potter rimanevano generalmente relegati tra gli scaffali della letteratura per ragazzi e quelli del fantasy (due generi che probabilmente per i librai sono logicamente legati). Tutto ciò è ben presto cambiato a partire dall’uscita del quarto episodio, Il Calice di Fuoco. Accortesi dell’ampiezza del fenomeno, le librerie hanno dedicato alla saga di J.K. Rowling intere sezioni, alcune addirittura interi piani fino a raggiungere livelli parossistici. L'uscita del primo film di Chris Columbus ha poi definitivamente fatto puntare i riflettori su quanto stava accadendo: su tutti i giornali italiani sono usciti articoli sulla moda di Harry Potter, spiegata quasi sempre come uno strumento di evasione, un modo per uscire dalla realtà, ma la perplessità era tanta di fronte a questi romanzi scritti in puro stile british, con il classico humor garbato del Regno Unito, così lontani dalla grossolanità che per i critici nostrani caratterizza il gusto italiano verso i fenomeni d’intrattenimento. Il difetto è stato quello di sottovalutare il romanzo, giudicandolo fin da subito un nuovo Mary Poppins, una storia della buonanotte o al massimo uno di quei classici della letteratura per ragazzi destinati a un temporaneo successo e all’inevitabile sostituzione con nuovi prodotti. Così non è: innanzitutto perché i romanzi sono stati letti e apprezzati anche da un enorme pubblico adulto; in secondo luogo perché hanno dato vita a una saga che si è man mano evoluta giungendo a complessità tali da farla uscire dal novero dei romanzi per bambini; in terzo luogo perché, pur traducendosi in un grande affare per gli esperti di merchandising, Harry Potter ha raggiunto la celebrità attraverso la forza della sua storia e solo in seguito ha assunto i livelli odierni grazie ai film, ai videogiochi e ai prevedibili supporti mediatici che hanno tentato di banalizzare il prodotto (o, meglio, di trasformare l’opera in prodotto).

 

Non si tratta quindi di cercare una sorta di “equazione del successo” di cui la Rowling si sarebbe sapientemente servita per guadagnare soldi. Si tratta di comprendere la magia del successo, che non ha nulla a che fare con la razionalità del marketing e delle norme precostituite ma con una vera e propria “formula magica” che la Rowling ha scoperto senza volerlo, mentre altri studiosi di quella che potremmo chiamare la “letteratura dell’inconscio” hanno scoperto solo dopo lunghi studi. Un'analisi seria della saga di Harry Potter dovrebbe servirsi appunto degli strumenti di questi studiosi – Vladimir Propp, Marie-Louis Von Franz, Bruno Bettlheim, Tzvetan Todorov. Studiare il fenomeno Harry Potter non vuol dire però riuscire a comprenderlo, a strappare alla Rowling il segreto del suo successo per poterlo così replicare. Vuol dire scoprire soprattutto che il successo di Harry Potter va ricercato proprio nei meandri più irrazionali e più lontani dall’intelletto della quotidianità a cui siamo abituati e perciò può essere compreso – non spiegato, ma compreso – solo attraverso questa parte della nostra ragione. La stessa Rowling lo aveva capito quando iniziò a scrivere il suo primo romanzo: se Vernon Dursley, zio di Harry, non può comprendere e nemmeno tollerare l’esistenza di un mondo della magia è perché questa esula dai rigidi canoni che la modernità omogeneizzante gli ha imposto; Harry invece ne rappresenta l’antitesi, lontano com’è dal senso comune della società babbana e così rapidamente capace di accettare l’altro senso comune, quello tipico di tutti gli esseri umani fino all’età dell’adolescenza che sta nell’immaginario, nell’incanto, nel senso del meraviglioso.

 

Perciò non deve stupire se la saga di Harry Potter sia stata scritta inizialmente per un pubblico giovanile e sia stata poi letta da una vastissima parte del pubblico adulto: coloro che hanno apprezzato la saga possono non essersi immedesimati in Harry Potter come personaggio (immedesimazione che è tipica del bambino, non dell’adulto), ma tutti lo hanno accettato. Ed è questo il primo passo: accettare il suo mondo e le sue stranezze, le sue capacità magiche e gli ancor più strani amici che Harry ha. Se il lettore ci riesce, e non storce il naso al primo segno di qualcosa di diverso dal suo mondo normale, allora è già abbastanza vicino ad apprezzare il romanzo. J.K. Rowling ci porta nel mondo di Harry in maniera molto lenta, abituandoci per gradi a quello che sta per succedere. All’inizio, ci sembra che Harry sia un ragazzo come gli altri, ma man mano scopriamo che non è affatto così. Quando però scopriamo la sua ‘diversità’, già ce lo aspettiamo e non ne siamo stupiti. È un ottimo modo, inevitabile del resto, per introdurre il lettore in un mondo che nella nostra epoca moderna è difficile da accettare.

 

Il mondo di Harry Potter è un mondo semplice, ma non è un mondo facile. Il Ministero della Magia non sarà soffocato dalla burocrazia opprimente del mondo babbano, ma ha anch’esso i suoi problemi. La scuola di Hogwarts non insegnerà ai suoi studenti l’algebra o la filosofia, ma non rende la vita facile a nessuno. Le banche non emetteranno titoli obbligazionari, ma devono comunque difendersi dai rischi di furti. Infine, il mondo di Harry non è l’Isola-Che-Non-C’è: esiste la morte, ed esiste il male. Voldemort, il ‘cattivo’ della serie, è una personificazione del Male molto ben realizzata perché sfuggente come sfuggente è il male vero, quello scritto con la “m” minuscola non perché meno crudele ma perché meno assolutizzato. Nel sesto episodio, Il principe mezzosangue, Harry scopre il passato di Voldemort e ne comprende le ragioni della sua caduta. Prima ancora, ne L’Ordine della Fenice, Harry scopre che suo padre non era quella figura perfetta e immacolata che s’immaginava, scopre che il Preside Silente non è quell’essere incapace di sbagliare come prima credeva. Insomma, anche se lentamente il mondo di Harry Potter si avvicina al mondo reale, non vuole promuovere una fuga dalla realtà: «Non serve a niente rifugiarsi nei sogni e dimenticare di vivere», ammonisce Silente già nel primo episodio, introducendo quello che forse è lo scopo principale della signora Rowling, esortare cioè i lettori a non abbandonare Harry nel suo mondo, ma a fare tesoro delle sue esperienze nel mondo reale.

 

Ciò è reso possibile solo comprendendo che la magia è solo un mezzo, non un fine. Harry comprende già nella Pietra filosofale che ciò che rende grande una persona non è quanto ha imparato tra le mura della scuola ma quanto ha imparato dalla vita reale. Ed in effetti Harry affronta e sconfigge tutti gli ostacoli non grazie alla magia ma grazie a quanto ha appreso nel suo percorso formativo come persona. Proprio per questo, infatti, la Rowling dà ad Harry un’arma per sconfiggere Voldemort che definisce essere una “magia” ma che è una magia esistente anche nel nostro mondo: l’amore. L’intera saga acquista così un significato fondamentale, tenta infatti di trasmettere al lettore un po’ della magia che la Rowling ha scoperto esistere in ognuno ma che noi babbani non riusciamo più ad utilizzar

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