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La locandina del nuovo Star Trek.

Chris Pine è Kirk.

Zachary Quinto è Spock.

Il regista e produttore J.J. Abrams.

 
STAR TREK, TUTTA UN'ALTRA STORIA

La recensione del nuovo "Star Trek secondo Abrams"


Ci sono voluti sette anni per riportare Star Trek sul grande schermo e, oggettivamente, potevano anche essere molti di più. Dopo il flop dell’ultimo film, il decimo, Nemesis (2002) e la chiusura anticipata dell’ultima serie televisiva, Enterprise, chi avrebbe mai scommesso su un prodotto ormai votato al fallimento? Eppure qualcuno ci ha scommesso davvero e non era neanche uno qualunque: J.J. Abrams, creatore di serie televisive capaci di divenire veri e propri cult come Alias e soprattutto Lost, e che era riuscito nel compito di rilanciare un altro cult questa volta cinematografico come Mission: Impossibile, era l’uomo con tutte le carte in regola secondo la Paramount. Così, è stato a lui che si è deciso di affidare una missione ben più impossibile di quella di Tom Cruise: dare un’altra possibilità a “Star Trek” e, possibilmente, trasformare il nuovo film (l’undicesimo) nel trampolino di lancio di una nuova epoca. Abrams non se l’è fatto ripetere due volte, e insieme ai due suoi veterani sceneggiatori Alex Kuzman e Roberto Orci (quest’ultimo vecchio fan della serie) ha cominciato a lavorare non a Star Trek XI ma, semplicemente, a Star Trek. Un ‘reboot’ come è di moda chiamarlo oggi, ossia una nuova versione di un mito popolare re-interpretato per attirare nuovi appassionati in una storia che non necessariamente deve legarsi al contiuum storico della serie. Era già stato fatto con il nuovo Batman (Batman Begins, 2005) e il nuovo 007 (Casinò Royale, 2006), per cui l’operazione risultava già più che collaudata con i successi che queste due pellicole avevano ottenuto. Re-inventare “Star Trek” non era un’operazione da poco perché significava stravolgere in parte una storia nata nella metà degli anni Sessanta che aveva formato milioni di fan in tutto il mondo, ma non era poi così diverso dalla riscrittura di storie popolari come appunto Batman o 007.

Quello che ne è emerso, Star Trek, è in effetti un “reboot” che farà scuola, dimostrando le capacità di Abrams e dei suoi sceneggiatori di convincere il largo pubblico e buona parte degli appassionati della vitalità di un brand come “Star Trek” ormai dato per morto; ma dimostra anche l’appiattimento stilistico del cinema americano ai canoni imposti dal marketing, che rendono questo Star Trek assolutamente uguale – per taglio registico, montaggio, musiche, fotografia, design ecc. – al lungo filone di film recenti quali Superman, I Fantastici 4, Batman Begins e affini. La scelta temporale, innanzitutto: la storia si ambienta alle origini della saga, narrando il primo incontro tra Kirk, Spock e McCoy, ossia i tre protagonisti della Serie Classica e dei primi sei film della serie cinematografica. Come sempre, si tratta di un prequel; era un prequel anche Enterprise, l’ultima serie televisiva di “Star Trek” chiusa anticipatamente nel 2004 per il crollo degli ascolti. Tuttavia, quella di prequel – ci viene spiegato – non è la definizione esatta perché, trattandosi un ‘reboot’, non c’è una storia di cui narrare gli antefatti, ma una storia completamente nuova che ha in Star Trek (rigorosamente senza il riferimento numerico “XI”) il suo primo episodio. Eppure la spiegazione non convince perché, come si vedrà, i riferimenti alla continuity canonica non mancano e quel che sembra mancare è l’originalità: creare una storia “ex-novo” partendo da un punto della cronologia trekker più avanti nel tempo rispetto a quanto finora ci è stato raccontato avrebbe permesso di avere le mani libere per realizzare qualcosa di completamente nuovo, invece di rimanere invischiati negli stessi abusati schemi del paradosso temporale.

Sui paradossi temporali, è vero, si sono costruiti tutti i migliori episodi televisivi di “Star Trek” (a partire dal bellissimo The City on the Edge of Forever scritto da Harlan Ellison fino a Endgame, il doppio episodio finale di “Voyager”) e gli episodi meglio riusciti della saga cinematografica: Rotta verso la Terra e Primo contatto. La scelta di questo ennesimo “ritorno al futuro” sarà sembrata ad Abrams quasi obbligatoria, dato che la regola “squadra che vince non si cambia” vale anche per le buone idee e questa si è sempre rivelata vincente. Tanto più che gli sceneggiatori con questo Star Trek hanno potuto in effetti innovare qualche regola del gioco: non essendo vincolati ai precedenti episodi grazie all’espediente del “reboot”, si sono scatenati nel cambiare le carte in tavola e scandalizzare lo spettatore con inaspettati colpi di scena. Di questo insperato coraggio gli si deve dare atto, visto che raramente nella storia del cinema si è osato modificare in maniera così disinibita assiomi scolpiti nella pietra, come è sempre stata considerata la continuity di “Star Trek”.

A tale riguardo si diceva dei riferimenti alla saga. Il problema principale dei precedenti film è sostanzialmente lo stesso di ogni episodio di una saga cinematografica: lo spettatore che non ha visto gli episodi precedenti si perderà all’interno di una storia di cui non conoscerà gli antefatti né coglierà rimandi e sottintesi. “Star Trek” ha sofferto più di altri prodotti di questo problema a causa dalla distanza tra l’uscita di un film e l’altro e alla mancata formazione di una nuova generazione di appassionati che rendesse possibile per i produttori intercettare il bacino di pubblico più importante per il cinema, quello dei giovani. Per risolvere il problema, J.J. Abrams ha più volte ribadito in ogni circostanza che il suo Star Trek sarebbe stato del tutto svincolato dagli episodi precedenti e che sarebbe stata un’esperienza radicalmente nuova realizzata da un regista – egli stesso – non appassionato alla vecchia serie. Inoltre, Abrams ha cercato di invogliare il pubblico più giovane svecchiando i canoni trek e puntando su trailer ricchi di azione per non dare la sensazione di un film 'già visto'. Ciò nonostante, gli sceneggiatori hanno avuto l’intelligenza di omaggiare di continuo la vecchia serie per accontentare i fan e dare un minimo senso di continuità, ma attraverso riferimenti impliciti ben difficili da cogliere se non per gli appassionati di lungo corso. Sono delle strizzatine d’occhio che allo spettatore ignaro non aggiungeranno niente di più, ma che hanno il compito di fidelizzare anche il ‘trekker’ più abbottonato: «Sono un medico non un fisico», battuta di McCoy che riprende una vecchia tradizione delle serie; il riferimento di Sarek a Spock sulla ‘logicità’ del matrimonio con Amanda è ripreso dal film Rotta verso l’ignoto; il test della Kobayashi-Maru è una parte integrante del secondo film, L’Ira di Khan, nel quale tra l’altro parlando della sua soluzione al test Kirk morde una mela come il suo omologo più giovane fa in questo film durante il test; c’è anche il riferimento alle ‘ossa’ di McCoy, spiegazione del suo celebre nomignolo ‘Bones’; e poi naturalmente il tradizionale “Spazio, ultima frontiera” che la voce del vecchio Spock enuncia al termine del film, accompagnato dallo storico tema musicale di Courage che per un momento riesce a strappare l’applauso alla vecchia guardia.

Forse senza volerlo, inoltre, Abrams in Star Trek fa di Spock il vero grande protagonista così come in fin dei conti è sempre stato lui, piuttosto che Kirk, l’icona di “Star Trek” per decenni. La scelta di Chris Pine per i panni di Kirk è piuttosto infelice: ne emerge quasi una caricatura, un ragazzino del tutto asservito al fascino femminile, addirittura un ‘pluri-pregiudicato’ come quasi viene definito in un punto del film, il cui unico merito è quello di essere figlio di un padre eroico. Non si capisce come uno scapestrato del genere possa uscire dall’Accademia della Flotta Stellare e giungere nell’arco di una singola missione a comandare una nave stellare senza passare per la carriera canonica. Che distanza dal James Kirk ‘self-made man’ della saga, non sempre ligio ai regolamenti, non insensibile al fascino delle donne, ma straordinariamente caparbio e dotato, fedele fino in fondo alla sua divisa. Di contro, Zachary Quinto nei panni di Spock è il vero protagonista: nonostante la giovane età, Quinto si dimostra straordinariamente all’altezza di interpretare il ruolo più ‘sacro’ di tutto Star Trek, uscendo anche indenne dal terribile confronto con il vero Spock, che ritorna qui interpretato sempre da Leonard Nimoy. Sembra esserci una straordinaria continuità tra il giovane Spock, pur terribilmente tormentato dal conflitto tra le due anime che coabitano al suo interno, e il vecchio Spock della linea temporale alternativa (quella vera fino a pochi giorni fa), anch’egli tormentato dai rimorsi della responsabilità nella distruzione di Romulus e dal terribile adagio vulcaniano: “Le esigenze di molti contano più di quelle dei pochi, o di uno” (anch’esso un riferimento, all’originale enunciazione in L’Ira di Khan che in effetti sembra aver ispirato in più di un punto Abrams). Convince l’interpretazione di Karl Urban nei panni del dottor McCoy, buona anche la performance di Simon Pegg nel ruolo di Scotty, che però entra un po’ troppo tardi nella storia. Non ottiene invece l’applauso la bella Zoe Saldana che veste i panni di Uhura, l’addetta alle comunicazioni dell’Enterprise – xenolinguista a suo dire, anche se in realtà in “Star Trek” ben difficilmente le comunicazioni non sono mediate da traduttori automatici – imbalsamata nel restrittivo ruolo di ‘donna con le palle’ che non cede al corteggiamento di Kirk e s’innamora del logico e freddo Spock.

La vicenda Spock-Uhura è in effetti il grande nodo di tutto il film, l’asso nella manica che Abrams ha voluto giocare per colpire al cuore la ‘leggenda’ e far capire agli spettatori che il suo Star Trek è tutta un’altra roba. Gene Roddenberry si rigirerebbe nella tomba se ne avesse modo (per fortuna le sue ceneri vagano nello spazio) dopo aver visto la scena del bacio tra i due. Anche se Roddenberry stesso aveva usato Uhura per fare scandalo a suo tempo – fu quello tra lei e Kirk il primo bacio interraziale della storia della televisione – è certo che non avrebbe mai scelto il freddo e logico Spock per una cosa del genere. E soprattutto, non avrebbe mai permesso che Spock contraccambiasse. Ma tant’è e in questo universo ‘re-inventato’ c’è spazio anche per l’amore tra la quintessenza del Vulcaniano e la quintessenza della bellezza Umana. La decisione di Abrams non può non far rabbrividire l’appassionato ma, al contempo, quasi commuove per il coraggio della scelta osata. Perché c’è del resto coerenza con il comportamento di Spock in tutto film: l’amore per Uhura, un’umana, è chiaramente indicato come il tentativo di Spock di risolvere la contraddizione che nella società vulcaniana (e nel suo io) ha provocato il matrimonio tra suo padre – il vulcaniano Sarek – e sua madre – l’umana Amanda (che vediamo in una piccola scena impersonata da Winona Ryder). Se egli veda in Uhura l’ombra di sua madre, se si abbandoni al suo amore per poter esplorare fino in fondo la propria umanità, se piuttosto si tratti di una semplice scelta ‘logica’, è una domanda che lo spettatore attento non si può non porre e a cui può infine rispondere di nuovo per bocca di Sarek quand’egli rivela di non aver sposato Amanda «perché era la cosa più logica da fare», ma perché l’amava (anche qui colpendo al cuore la leggenda ‘trek’ e rovesciando il senso di quella storica frase pronunciata in Rotta verso l’ignoto).

In tutto questo la scelta del villain pare quasi forzata, e infatti Nero – il romulano deciso a vendicare il suo popolo distrutto – è inserito nella storia senza troppa convinzione, ed è un elemento stonato difficile da mandar giù. Chi ha dimestichezza con i film della serie ritroverà in Nero tutta la gamma di sfumature che hanno connotato i cattivi di “Star Trek”: il desiderio di vendetta di Khan, la follia messianica di Sybok e di Soran (anche quest’ultimo, come Nero, ansioso di restaurare un passato ormai perduto), fino allo Shinzon di Nemesis, che nel make-up assomiglia fin troppo al nostro Nero (necessariamente, si dirà, perché entrambi sono membri dell’Impero romulano, anche se Shinzon è umano). Di tutti questi villain, Nero prende le parti peggiori mancando completamente di spessore e psicologia e dando senso alle proprie azioni attraverso la mera volontà di riscatto. Riscatto, beninteso, che non gode dell’afflato quasi omerico di terribili antagonisti come Khan o il generale Chang, nonostante in termini di distruzione riesca forse più di tutti quanti messi insieme (non è cosa da poco fare a pezzi cinque o sei astronavi della Flotta Stellare messe insieme). Forse si tratta di una scelta consapevole di Abrams, desideroso di liberarsi di troppo ingombranti antagonisti per concentrasti più sulla storia di Kirk & Co. Forse si tratta di un omaggio ai villain precedenti. O forse è solo mancanza di originalità, e il dubbio qui resta.

A livello d’immagine l’ispirazione e l’omaggio sembrano essere più a Star Wars che alla tradizione visiva di “Star Trek”: lo stesso Abrams aveva rivelato più volte di essersi ispirato molto alla saga di Lucas per innovare il suo Star Trek, ammettendo che la scena della rissa nel bar era un preciso omaggio al capostipite Guerre stellari (ma anche Kirk in sella alla sua inseparabile moto ricorda Brando ne Il Selvaggio o più prosaicamente la scialba imitazione di Shia LeBeouf nell’ultimo Indiana Jones). A modificare il design canonico è stato dunque chiamato Ryan Church, veterano dei prequel di Star Wars già provato da Abrams in Cloverfield; a Church è stato comunque affiancato John Eaves, designer per tutti gli ultimi film di “Star Trek” nonché per le serie televisive “Deep Space Nine” e “Enterprise”: a lui, creatore della splendida Enterprise-E, è stato affidato l’incarico di ridisegnare la più storica delle Enterprise, quella rigorosamente senza lettera di suffisso. Michael Kaplan ha ridisegnato invece i celebri ‘pigiamini’ della Serie originale, in una laboriosa opera di conservazione e innovazione al tempo stesso. Il lavoro emerso è di indubbia qualità e lo spettatore lo può ammirare nei sontuosi interni dell’Enterprise che conservano il loro gusto retrò, e nelle divise che mantengono un riferimento a quelle dell’equipaggio della prima serie. Gli effetti speciali, ovviamente firmati dalla ILM di Lucas come per tutti i precedenti “Star Trek”, hanno per la prima volta ceduto interamente il passo al digitale, usato per la realizzazione dell’intero film. Alle musiche è stato chiamato il collaboratore fisso di Abrams, Michael Gioacchino, noto per i suoi lavori nelle colonne sonore di diversi videogames di successo e per tutti i prodotti targati J.J. Abrams: Gioacchino compone un ottimo e orecchiabile ‘main theme’ che regge il confronto con molte precedenti partiture, ma non va oltre la consegna scolastica e si rivela piuttosto legato alla mainstream delle colonne sonore dei film di genere negli ultimi anni. L’omaggio al tema di Alexander Courage è solo nei titoli di coda, come giusto che sia.

Tirare un bilancio di questo Star Trek è difficile. Passata la sbornia, probabilmente, le percentuali bulgare di consenso attribuite dai fan (secondo un sondaggio di BoxOfficeMojo, il 64% lo elegge a miglior film della serie) caleranno anche se indubbiamente il film di Abrams si situa per qualità tra i primi posti della classifica. Tuttavia, come si diceva in apertura, il problema di questo film sta nell’originalità. Non è stato originale scegliere il ‘reboot’, opzione che sta diventando inflazionata a Hollywood (sono attualmente in lavorazione almeno una decina di prodotti del genere, tra cui reboot di Superman, Il pianeta delle scimmie, I fantastici quattro, Tomb Raider ecc.); né originale è stato puntare sul paradosso temporale e le realtà alternative; né originali si sono rivelati i temi trattati: la maturazione di Kirk che si sente investito del compito di eguagliare il padre, il dilemma morale di Spock diviso tra ‘due mondi’, il contrasto emozione-logica costruito intorno ai due protagonisti è non solo abusato nel cinema ma già visto in centinaia di episodi televisivi di “Star Trek” e forse in tutti e dieci i film finora usciti. A ciò si aggiunge l’assenza di un vero spirito ‘trek’, quello spirito pionieristico che si è sempre respirato negli episodi e nelle pellicole: il bruciante desiderio di esplorazione, la spinta etica verso il progresso e la civilizzazione, la ricerca del perfezionamento… E' stato detto che questo Star Trek è molto più ‘umano’ di tutti i suoi predecessori, ma forse è umano nell’accezione errata del termine. Era umano anche Spock che sacrificava la sua vita per l’equipaggio dell’Enterprise, era umano anche il Kirk che non perdonava ai Klingon la morte del figlio o il Kirk che “non ha mai affrontato la morte”, era umano anche McCoy davanti al dramma del padre. L’umanità non si ritrova nelle urla, nel pathos, nella violenza o nell’impulso erotico, ma in ciò che ci rende superiori alle emozioni che condividiamo con gli altri animali: in questo, il vecchio Kirk aveva intuito che Spock era più umano di chiunque altro, mentre J.J. Abrams non ha imparato la lezione e ha voluto renderlo più umano secondo il suo metro di misurazione che, applicato a tutto Star Trek, renderà questo film più comprensibile al grande pubblico ma non ugualmente problematico ed edificante come è sempre stato e dovrebbe essere il vero “Star Trek”.

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