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Ci sono voluti sette anni per riportare Star Trek
sul grande schermo e, oggettivamente, potevano anche
essere molti di più. Dopo il flop dell’ultimo film,
il decimo, Nemesis (2002) e la chiusura
anticipata dell’ultima serie televisiva,
Enterprise, chi avrebbe mai scommesso su un
prodotto ormai votato al fallimento? Eppure qualcuno
ci ha scommesso davvero e non era neanche uno
qualunque: J.J. Abrams, creatore di serie televisive
capaci di divenire veri e propri cult come Alias
e soprattutto Lost, e che era riuscito nel
compito di rilanciare un altro cult questa volta
cinematografico come Mission: Impossibile,
era l’uomo con tutte le carte in regola secondo la
Paramount. Così, è stato a lui che si è deciso di
affidare una missione ben più impossibile di quella
di Tom Cruise: dare un’altra possibilità a “Star
Trek” e, possibilmente, trasformare il nuovo film (l’undicesimo)
nel trampolino di lancio di una nuova epoca. Abrams
non se l’è fatto ripetere due volte, e insieme ai
due suoi veterani sceneggiatori Alex Kuzman e
Roberto Orci (quest’ultimo vecchio fan della serie)
ha cominciato a lavorare non a Star Trek XI
ma, semplicemente, a Star Trek. Un ‘reboot’
come è di moda chiamarlo oggi, ossia una nuova
versione di un mito popolare re-interpretato per
attirare nuovi appassionati in una storia che non
necessariamente deve legarsi al contiuum storico
della serie. Era già stato fatto con il nuovo Batman
(Batman Begins, 2005) e il nuovo 007 (Casinò
Royale, 2006), per cui l’operazione risultava
già più che collaudata con i successi che queste due
pellicole avevano ottenuto. Re-inventare “Star Trek”
non era un’operazione da poco perché significava
stravolgere in parte una storia nata nella metà
degli anni Sessanta che aveva formato milioni di fan
in tutto il mondo, ma non era poi così diverso dalla
riscrittura di storie popolari come appunto Batman o
007.
Quello che ne è emerso, Star Trek, è in
effetti un “reboot” che farà scuola, dimostrando le
capacità di Abrams e dei suoi sceneggiatori di
convincere il largo pubblico e buona parte degli
appassionati della vitalità di un brand come “Star
Trek” ormai dato per morto; ma dimostra anche
l’appiattimento stilistico del cinema americano ai
canoni imposti dal marketing, che rendono questo
Star Trek assolutamente uguale – per taglio
registico, montaggio, musiche, fotografia, design
ecc. – al lungo filone di film recenti quali
Superman, I Fantastici 4, Batman
Begins e affini. La scelta temporale,
innanzitutto: la storia si ambienta alle origini
della saga, narrando il primo incontro tra Kirk,
Spock e McCoy, ossia i tre protagonisti della Serie
Classica e dei primi sei film della serie
cinematografica. Come sempre, si tratta di un
prequel; era un prequel anche Enterprise,
l’ultima serie televisiva di “Star Trek” chiusa
anticipatamente nel 2004 per il crollo degli ascolti.
Tuttavia, quella di prequel – ci viene spiegato –
non è la definizione esatta perché, trattandosi un
‘reboot’, non c’è una storia di cui narrare gli
antefatti, ma una storia completamente nuova che ha
in Star Trek (rigorosamente senza il
riferimento numerico “XI”) il suo primo episodio.
Eppure la spiegazione non convince perché, come si
vedrà, i riferimenti alla continuity canonica
non mancano e quel che sembra mancare è
l’originalità: creare una storia “ex-novo” partendo
da un punto della cronologia trekker più avanti nel
tempo rispetto a quanto finora ci è stato raccontato
avrebbe permesso di avere le mani libere per
realizzare qualcosa di completamente nuovo, invece
di rimanere invischiati negli stessi abusati schemi
del paradosso temporale.
Sui paradossi temporali, è vero, si sono costruiti
tutti i migliori episodi televisivi di “Star Trek”
(a partire dal bellissimo The City on the Edge of
Forever scritto da Harlan Ellison fino a
Endgame, il doppio episodio finale di “Voyager”)
e gli episodi meglio riusciti della saga
cinematografica: Rotta verso la Terra e
Primo contatto. La scelta di questo ennesimo
“ritorno al futuro” sarà sembrata ad Abrams quasi
obbligatoria, dato che la regola “squadra che vince
non si cambia” vale anche per le buone idee e questa
si è sempre rivelata vincente. Tanto più che gli
sceneggiatori con questo Star Trek hanno
potuto in effetti innovare qualche regola del gioco:
non essendo vincolati ai precedenti episodi grazie
all’espediente del “reboot”, si sono scatenati nel
cambiare le carte in tavola e scandalizzare lo
spettatore con inaspettati colpi di scena. Di questo
insperato coraggio gli si deve dare atto, visto che
raramente nella storia del cinema si è osato
modificare in maniera così disinibita assiomi
scolpiti nella pietra, come è sempre stata
considerata la continuity di “Star Trek”.
A tale riguardo si diceva dei riferimenti alla saga.
Il problema principale dei precedenti film è
sostanzialmente lo stesso di ogni episodio di una
saga cinematografica: lo spettatore che non ha visto
gli episodi precedenti si perderà all’interno di una
storia di cui non conoscerà gli antefatti né
coglierà rimandi e sottintesi. “Star Trek” ha
sofferto più di altri prodotti di questo problema a
causa dalla distanza tra l’uscita di un film e
l’altro e alla mancata formazione di una nuova
generazione di appassionati che rendesse possibile
per i produttori intercettare il bacino di pubblico
più importante per il cinema, quello dei giovani.
Per risolvere il problema, J.J. Abrams ha più volte
ribadito in ogni circostanza che il suo Star Trek
sarebbe stato del tutto svincolato dagli episodi
precedenti e che sarebbe stata un’esperienza
radicalmente nuova realizzata da un regista – egli
stesso – non appassionato alla vecchia serie.
Inoltre, Abrams ha cercato di invogliare il pubblico
più giovane svecchiando i canoni trek e puntando su
trailer ricchi di azione per non dare la sensazione
di un film 'già visto'. Ciò nonostante, gli
sceneggiatori hanno avuto l’intelligenza di
omaggiare di continuo la vecchia serie per
accontentare i fan e dare un minimo senso di
continuità, ma attraverso riferimenti impliciti ben
difficili da cogliere se non per gli appassionati di
lungo corso. Sono delle strizzatine d’occhio che
allo spettatore ignaro non aggiungeranno niente di
più, ma che hanno il compito di fidelizzare anche il
‘trekker’ più abbottonato: «Sono un medico non un
fisico», battuta di McCoy che riprende una vecchia
tradizione delle serie; il riferimento di Sarek a
Spock sulla ‘logicità’ del matrimonio con Amanda è
ripreso dal film Rotta verso l’ignoto; il
test della Kobayashi-Maru è una parte integrante del
secondo film, L’Ira di Khan, nel quale tra
l’altro parlando della sua soluzione al test Kirk
morde una mela come il suo omologo più giovane fa in
questo film durante il test; c’è anche il
riferimento alle ‘ossa’ di McCoy, spiegazione del
suo celebre nomignolo ‘Bones’; e poi naturalmente il
tradizionale “Spazio, ultima frontiera” che la voce
del vecchio Spock enuncia al termine del film,
accompagnato dallo storico tema musicale di Courage
che per un momento riesce a strappare l’applauso
alla vecchia guardia.
Forse senza volerlo, inoltre, Abrams in Star Trek
fa di Spock il vero grande protagonista così come in
fin dei conti è sempre stato lui, piuttosto che
Kirk, l’icona di “Star Trek” per decenni. La scelta
di Chris Pine per i panni di Kirk è piuttosto
infelice: ne emerge quasi una caricatura, un
ragazzino del tutto asservito al fascino femminile,
addirittura un ‘pluri-pregiudicato’ come quasi viene
definito in un punto del film, il cui unico merito è
quello di essere figlio di un padre eroico. Non si
capisce come uno scapestrato del genere possa uscire
dall’Accademia della Flotta Stellare e giungere
nell’arco di una singola missione a comandare una
nave stellare senza passare per la carriera canonica.
Che distanza dal James Kirk ‘self-made man’ della
saga, non sempre ligio ai regolamenti, non
insensibile al fascino delle donne, ma
straordinariamente caparbio e dotato, fedele fino in
fondo alla sua divisa. Di contro, Zachary Quinto nei
panni di Spock è il vero protagonista: nonostante la
giovane età, Quinto si dimostra straordinariamente
all’altezza di interpretare il ruolo più ‘sacro’ di
tutto Star Trek, uscendo anche indenne dal
terribile confronto con il vero Spock, che ritorna
qui interpretato sempre da Leonard Nimoy. Sembra
esserci una straordinaria continuità tra il giovane
Spock, pur terribilmente tormentato dal conflitto
tra le due anime che coabitano al suo interno, e il
vecchio Spock della linea temporale alternativa (quella
vera fino a pochi giorni fa), anch’egli tormentato
dai rimorsi della responsabilità nella distruzione
di Romulus e dal terribile adagio vulcaniano: “Le
esigenze di molti contano più di quelle dei pochi, o
di uno” (anch’esso un riferimento, all’originale
enunciazione in L’Ira di Khan che in effetti
sembra aver ispirato in più di un punto Abrams).
Convince l’interpretazione di Karl Urban nei panni
del dottor McCoy, buona anche la performance di
Simon Pegg nel ruolo di Scotty, che però entra un po’
troppo tardi nella storia. Non ottiene invece
l’applauso la bella Zoe Saldana che veste i panni di
Uhura, l’addetta alle comunicazioni dell’Enterprise
– xenolinguista a suo dire, anche se in realtà in
“Star Trek” ben difficilmente le comunicazioni non
sono mediate da traduttori automatici – imbalsamata
nel restrittivo ruolo di ‘donna con le palle’ che
non cede al corteggiamento di Kirk e s’innamora del
logico e freddo Spock.
La vicenda Spock-Uhura è in effetti il grande nodo
di tutto il film, l’asso nella manica che Abrams ha
voluto giocare per colpire al cuore la ‘leggenda’ e
far capire agli spettatori che il suo Star Trek
è tutta un’altra roba. Gene Roddenberry si
rigirerebbe nella tomba se ne avesse modo (per
fortuna le sue ceneri vagano nello spazio) dopo aver
visto la scena del bacio tra i due. Anche se
Roddenberry stesso aveva usato Uhura per fare
scandalo a suo tempo – fu quello tra lei e Kirk il
primo bacio interraziale della storia della
televisione – è certo che non avrebbe mai scelto il
freddo e logico Spock per una cosa del genere. E
soprattutto, non avrebbe mai permesso che Spock
contraccambiasse. Ma tant’è e in questo universo
‘re-inventato’ c’è spazio anche per l’amore tra la
quintessenza del Vulcaniano e la quintessenza della
bellezza Umana. La decisione di Abrams non può non
far rabbrividire l’appassionato ma, al contempo,
quasi commuove per il coraggio della scelta osata.
Perché c’è del resto coerenza con il comportamento
di Spock in tutto film: l’amore per Uhura, un’umana,
è chiaramente indicato come il tentativo di Spock di
risolvere la contraddizione che nella società
vulcaniana (e nel suo io) ha provocato il matrimonio
tra suo padre – il vulcaniano Sarek – e sua madre –
l’umana Amanda (che vediamo in una piccola scena
impersonata da Winona Ryder). Se egli veda in Uhura
l’ombra di sua madre, se si abbandoni al suo amore
per poter esplorare fino in fondo la propria umanità,
se piuttosto si tratti di una semplice scelta ‘logica’,
è una domanda che lo spettatore attento non si può
non porre e a cui può infine rispondere di nuovo per
bocca di Sarek quand’egli rivela di non aver sposato
Amanda «perché era la cosa più logica da fare», ma
perché l’amava (anche qui colpendo al cuore la
leggenda ‘trek’ e rovesciando il senso di quella
storica frase pronunciata in Rotta verso l’ignoto).
In tutto questo la scelta del villain pare
quasi forzata, e infatti Nero – il romulano deciso a
vendicare il suo popolo distrutto – è inserito nella
storia senza troppa convinzione, ed è un elemento
stonato difficile da mandar giù. Chi ha
dimestichezza con i film della serie ritroverà in
Nero tutta la gamma di sfumature che hanno connotato
i cattivi di “Star Trek”: il desiderio di vendetta
di Khan, la follia messianica di Sybok e di Soran (anche
quest’ultimo, come Nero, ansioso di restaurare un
passato ormai perduto), fino allo Shinzon di
Nemesis, che nel make-up assomiglia fin
troppo al nostro Nero (necessariamente, si dirà,
perché entrambi sono membri dell’Impero romulano,
anche se Shinzon è umano). Di tutti questi
villain, Nero prende le parti peggiori mancando
completamente di spessore e psicologia e dando senso
alle proprie azioni attraverso la mera volontà di
riscatto. Riscatto, beninteso, che non gode
dell’afflato quasi omerico di terribili antagonisti
come Khan o il generale Chang, nonostante in termini
di distruzione riesca forse più di tutti quanti
messi insieme (non è cosa da poco fare a pezzi
cinque o sei astronavi della Flotta Stellare messe
insieme). Forse si tratta di una scelta consapevole
di Abrams, desideroso di liberarsi di troppo
ingombranti antagonisti per concentrasti più sulla
storia di Kirk & Co. Forse si tratta di un omaggio
ai villain precedenti. O forse è solo
mancanza di originalità, e il dubbio qui resta.
A livello d’immagine l’ispirazione e l’omaggio
sembrano essere più a Star Wars che alla
tradizione visiva di “Star Trek”: lo stesso Abrams
aveva rivelato più volte di essersi ispirato molto
alla saga di Lucas per innovare il suo Star Trek,
ammettendo che la scena della rissa nel bar era un
preciso omaggio al capostipite Guerre stellari
(ma anche Kirk in sella alla sua inseparabile moto
ricorda Brando ne Il Selvaggio o più
prosaicamente la scialba imitazione di Shia LeBeouf
nell’ultimo Indiana Jones). A modificare il
design canonico è stato dunque chiamato Ryan Church,
veterano dei prequel di Star Wars già provato
da Abrams in Cloverfield; a Church è stato
comunque affiancato John Eaves, designer per tutti
gli ultimi film di “Star Trek” nonché per le serie
televisive “Deep Space Nine” e “Enterprise”: a lui,
creatore della splendida Enterprise-E, è stato
affidato l’incarico di ridisegnare la più storica
delle Enterprise, quella rigorosamente senza lettera
di suffisso. Michael Kaplan ha ridisegnato invece i
celebri ‘pigiamini’ della Serie originale, in una
laboriosa opera di conservazione e innovazione al
tempo stesso. Il lavoro emerso è di indubbia qualità
e lo spettatore lo può ammirare nei sontuosi interni
dell’Enterprise che conservano il loro gusto retrò,
e nelle divise che mantengono un riferimento a
quelle dell’equipaggio della prima serie. Gli
effetti speciali, ovviamente firmati dalla ILM di
Lucas come per tutti i precedenti “Star Trek”, hanno
per la prima volta ceduto interamente il passo al
digitale, usato per la realizzazione dell’intero
film. Alle musiche è stato chiamato il collaboratore
fisso di Abrams, Michael Gioacchino, noto per i suoi
lavori nelle colonne sonore di diversi videogames
di successo e per tutti i prodotti targati J.J.
Abrams: Gioacchino compone un ottimo e orecchiabile
‘main theme’ che regge il confronto con molte
precedenti partiture, ma non va oltre la consegna
scolastica e si rivela piuttosto legato alla
mainstream delle colonne sonore dei film di
genere negli ultimi anni. L’omaggio al tema di
Alexander Courage è solo nei titoli di coda, come
giusto che sia.
Tirare un bilancio di questo Star Trek è
difficile. Passata la sbornia, probabilmente, le
percentuali bulgare di consenso attribuite dai fan (secondo
un sondaggio di BoxOfficeMojo, il 64% lo elegge a
miglior film della serie) caleranno anche se
indubbiamente il film di Abrams si situa per qualità
tra i primi posti della classifica. Tuttavia, come
si diceva in apertura, il problema di questo film
sta nell’originalità. Non è stato originale
scegliere il ‘reboot’, opzione che sta diventando
inflazionata a Hollywood (sono attualmente in
lavorazione almeno una decina di prodotti del genere,
tra cui reboot di Superman, Il pianeta
delle scimmie, I fantastici quattro,
Tomb Raider ecc.); né originale è stato puntare
sul paradosso temporale e le realtà alternative; né
originali si sono rivelati i temi trattati: la
maturazione di Kirk che si sente investito del
compito di eguagliare il padre, il dilemma morale di
Spock diviso tra ‘due mondi’, il contrasto
emozione-logica costruito intorno ai due
protagonisti è non solo abusato nel cinema ma già
visto in centinaia di episodi televisivi di “Star
Trek” e forse in tutti e dieci i film finora usciti.
A ciò si aggiunge l’assenza di un vero spirito
‘trek’, quello spirito pionieristico che si è sempre
respirato negli episodi e nelle pellicole: il
bruciante desiderio di esplorazione, la spinta etica
verso il progresso e la civilizzazione, la ricerca
del perfezionamento… E' stato detto che questo
Star Trek è molto più ‘umano’ di tutti i suoi
predecessori, ma forse è umano nell’accezione errata
del termine. Era umano anche Spock che sacrificava
la sua vita per l’equipaggio dell’Enterprise, era
umano anche il Kirk che non perdonava ai Klingon la
morte del figlio o il Kirk che “non ha mai
affrontato la morte”, era umano anche McCoy davanti
al dramma del padre. L’umanità non si ritrova nelle
urla, nel pathos, nella violenza o nell’impulso
erotico, ma in ciò che ci rende superiori alle
emozioni che condividiamo con gli altri animali: in
questo, il vecchio Kirk aveva intuito che Spock era
più umano di chiunque altro, mentre J.J. Abrams non
ha imparato la lezione e ha voluto renderlo più
umano secondo il suo metro di misurazione che,
applicato a tutto Star Trek, renderà questo
film più comprensibile al grande pubblico ma non
ugualmente problematico ed edificante come è sempre
stato e dovrebbe essere il vero “Star Trek”.
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