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Si potrebbe essere portati a ritenere che il personaggio del
capitano Kirk si presti poco a una dettagliata analisi come quella
che avviamo in questa serie di brevi ‘monografie’. Questo
innanzitutto perché la Serie Classica di Star Trek si è protratta
per sole tre stagioni, dunque per un numero sensibilmente minore di
episodi rispetto alle serie successive. E poi perché Kirk è divenuto
quasi un’icona, uno stereotipo, e si potrebbe descriverlo con pochi,
semplici aggettivi. In realtà non è affatto così, perché la
personalità di Kirk è tra quelle dei cinque capitani di Star Trek la
più curata e la più affascinante, anche e soprattutto perché ha
avuto modo di evolversi non solo in quei tre anni di telefilm ma
nell’arco dei 15 anni che sono passati da Star Trek – the Motion
Picture a Generazioni, i sette film che vedono il
capitano Kirk protagonista indiscusso.
Il sostrato della personalità di James Tiberius Kirk è il prodotto
di due diversi universi, uno fittizio e l’altro reale. Ma sono due
piani in realtà se non identici perlomeno molto simili.
Nell’universo fittizio dal quale Kirk proviene, egli è il prodotto
di un determinato periodo storico: la Federazione è ormai
consolidata al suo interno, ma la sua conoscenza della galassia è
ancora scarsa, per non dire nulla. In quest’epoca, dunque, l’umanità
– risolti tutti i problemi interni – volge lo sguardo alle stelle e
si chiede cosa vi sia oltre l’arco di quei pochi anni luce di
estensione della Federazione. Compito di scoprirlo è assegnato alla
Flotta Stellare, la quale è in questo periodo qualcosa di
completamente diverso dalle serie successive: non è una forza
militare, il braccio armato della Federazione; né tanto meno ha
assunto quel potere tale da considerarla la vera Federazione. La
Flotta Stellare è una NASA un po’ diversa. La sua missione è
l’esplorazione stellare in senso geografico (ma anche scientifico),
con l’eccezione che ad essa è affidata la procedura di entrare in
contatto con altre civiltà e stabilire delle relazioni in vece della
Federazione. Dunque le astronavi come l’Enterprise sono delle specie
di caravelle di Colombo quasi scagliate in mezzo al nulla col
compito di estendere le conoscenze umane e spingersi “lì dove
nessuno è mai giunto prima”. In questo senso Kirk è come capitano
sensibilmente diverso dai suoi successori. Il suo legame con la
Flotta Stellare è inizialmente molto labile: nel suo viaggio egli
molto raramente riceve ordini dai suoi superiori, come accade
sovente nelle serie successive, in pratica agisce in modo del tutto
autonomo e slegato dal contesto e dagli ordini della Federazione.
Dunque è un uomo che deve provvedere da sé a tutte le esigenze della
nave e dell’equipaggio, che deve contare solo su sé stesso e che di
contro è dotato di pieni poteri gestionali nell’ambito della sua
nave. La figura di Kirk è del tutto simile a quella dei primi
esploratori, di Magellano, di De Gama: come loro, Kirk è legato allo
Stato che rappresenta, ma agisce come plenipotenziario e dunque
nelle sue scelte è assolutamente autonomo. E’ questa autonomia
necessaria che lo porta ad essere quell’uomo apparentemente
impulsivo ma sicuro di sé che compie anche scelte terribili ma che
ha sempre la forza di compiere.
Dicevamo che questo è il Kirk frutto del suo mondo fittizio. Ma Kirk
è anche il prodotto della nostra realtà. Ricordiamo innanzitutto che
il suo personaggio viene creato in uno spazio e in un tempo molto
particolari, gli Stati Uniti di fine anni ’60. E’ un periodo del
tutto originale nella storia americana, perché è il periodo in cui
si potrebbe dire che nasce l’american way-of-live che ben
conosciamo. E’ il periodo in cui s’impone il modello del cinema
americano, s’impone il modello della musica americana, il modello
della famiglia americana, del capitalismo americano, dei valori
americani, dunque di tutto quell’apparato di tradizioni che
ancor’oggi identifica la civiltà americana. E’ il momento in cui gli
Stati Uniti, passata l’epoca della costruzione della nazione, della
competizione con l’Europa, delle due guerre mondiali, sono ormai una
potenza egemone. Una potenza creatasi nel giro di soli
centocinquanta anni dal nulla, che si è costruita un modello di vita
interpersonale ma soprattutto sociale del tutto originale dagli
schemi precedenti, e che ora non ha eguali nel mondo. Il mito
americano nasce ora, nel momento del massimo apogeo della sua
civiltà; la ‘leggenda aurea’ s’incarna nel simbolo di un uomo, il
cosiddetto self-made man, l’uomo autosufficiente che è nato
dal nulla. In questo senso, dunque, Kirk è il simbolo di una civiltà,
di un modo nuovo di vedere il mondo. Egli incarna il sogno americano
del pioniere di una nuova frontiera, che lo stesso Roddenberry aveva
trasferito dall’ormai conquistato Far West allo spazio. La
Federazione – ma più propriamente l’umanità – rappresenta in Star
Trek l’America nel periodo del suo consolidamento, tra
espansione verso l’ovest e il conflitto con gli indiani (Klingon,
Romulani).
Dunque Kirk è un uomo che più per imposizione della realtà che lo
circonda che per vero carattere agisce in modo impulsivo e autonomo.
Però comunque almeno una caratteristica di Kirk sappiamo che gli
viene dal suo codice genetico: l’incapacità di accettare la
sconfitta. Ne L’Ira di Khan veniamo a sapere del suo
‘imbroglio’ nel test senza soluzione della Kobaiashy-Maru: pur di
non perdere egli cambia le condizioni del test in modo da poterne
uscire vincitore. Alla fine del film giustamente dichiarerà però:
«Io non ho mai affrontato la morte, l’ho imbrogliata». Si rende
conto che l’incapacità di affrontare la sconfitta è per lui un
ostacolo, un grave problema che lo porterà in futuro verso
l’incapacità di affrontare la morte. Ma prima suo figlio David e poi
nel film successivo McCoy gli rivelano che questa sua incapacità è
un valore, perché quello che fa Kirk è «trasformare la morte in una
continua battaglia per la vita». Importantissimo questo tema per
capire tutta la figura di Kirk, fino all’ultimo suo respiro, che
idealmente conclude lo sviluppo del personaggio. In questo senso può
essere utile riallacciarsi ad un altro tema, il suo cosiddetto
‘amore per la poltrona del capitano’. L’intero ciclo del film della
Serie Classica ci presenta un Kirk molto diverso da quello che
abbiamo avuto modo di conoscere nella serie TV. In lui vi è il
sentimento del rimpianto e soprattutto quello della nostalgia. Già
dalla sua prima ‘apparizione sul grande schermo’, quando contende al
nuovo capitano il comando dell’Enterprise. E poi nel secondo film,
dove la nostalgia per la poltrona in plancia si mescola con
l’angoscia della vecchiaia che incombe, e che Kirk si rifiuta di
accettare: «Giovane, mi sento giovane», dichiara alla fine della
storia, novello Peter Pan che al termine di Rotta verso l’ignoto
ordina a Cechov di fare rotta verso la “seconda stella a destra, e
poi dritti fino al mattino”.
La dedizione al suo ruolo di capitano viene visto, per buona parte
della serie e soprattutto nel ciclo di film, quasi come un
attaccamento per puro egocentrismo. The Motion Picture e
Generazioni, che sono il primo e l’ultimo film in cui Kirk è
protagonista, sottolineano particolarmente questo aspetto. La
spettacolarità delle azioni intraprese e la derivante idolatria
dell’equipaggio sarebbero i motivi principali che spingono Kirk al
suo ruolo. Questo può essere considerato vero in molte puntate della
serie, dove il capitano spesso segue comportamenti irrazionali per
‘farsi bello’, per meritarsi l’applauso. Ma è un aspetto del giovane
Kirk, che il Kirk maturo del grande schermo abbandona ben presto,
anzi fin dalla sua prima missione in cui è di nuovo sulla poltrona
dell’Enterprise dopo vari anni di ammiragliato. Nel corso di
questa crescita del personaggio si può assistere con chiarezza alla
maturazione dei suoi ideali, che ancora per buona parte di
Generazioni possono essere considerati egoistici (“Io salvavo
la galassia quando lei era ancora un poppante” dice a Picard “E
credo che la galassia abbia un debito con me”), ma che proprio
in questo film che – oltre a sancire sua morte - funge da suo
testamento spirituale, Kirk si rivaluta definitivamente sacrificando
la vita non per l’applauso, perché non c’è più una platea per cui
dare spettacolo, ma per la salvezza delle vite altrui che col suo
martirio dimostra di aver sempre messo davanti a ogni cosa.
Importante in questo caso per capire il valore della figura di Kirk
è l’indispensabile parallelismo con il capitano Pike, che nelle
intenzioni del creatore della serie Roddenberry sarebbe stato al
comando dell’Enterprise prima della scelta di Kirk e il cui
personaggio abbiamo avuto modo di scoprire nella magistrale e
famosissima puntata L’ammutinamento, che riprendeva la storia
e le scene del pilot fallito Lo Zoo di Talos. Qual è il
parallelismo e la fondamentale differenza tra i due? A entrambi
viene messa di fronte una scelta: vivere in un mondo idealizzato
dove tutto sarà gioia e felicità, e dove potranno invecchiare e
morire attorniati dall’affetto e dalla pace, ma un mondo comunque
falso; oppure scegliere la vita reale fatta di sofferenze e
fatiche, che terminerebbe con una morte sicuramente dolorosa ma che
ha il suo valore nell’essere vera. A Pike viene offerta
questa possibilità dai cervellotici geni di Talos, che gli offrono
il dono di abbandonare la sua orribile condizione di paralitico che
l’ha trasformato in una larva umana e finire i suoi giorni
riottenendo il suo fisico giovane e l’amore della sua vita. Pike
accetta. A Kirk questa possibilità gli viene offerta nel Nexus in
Generazioni: vivere e invecchiare sulla sua amata Terra, con la
donna che non sposò mai perché troppo attaccato a “quella
poltrona sulla plancia dell’Enterprise”, ma sapendo di vivere
una vita che nonostante le apparenze incontrovertibili è falsa, o
abbandonare il Nexus e morire subito dopo seppellito sotto delle
macerie ma sapendo così di aver salvato milioni di persone. E Kirk
qui fa la scelta che è la chiave di lettura di tutta la sua storia:
sceglie il giorno da leone e non i cento da pecora non perché è
ancora una testa calda – e non potrebbe perché davanti ha la sua
morte certa e violenta – ma perché ha sempre messo l’esigenze degli
altri prima delle sue.
Questa massima di vita Kirk forse non l’ha imparata da solo. E’
presumibile che sia stato invece il suo rapporto con un personaggio
di grandissimo impatto nella sua vita a portarlo a questa
nobilissima conclusione. Quest’uomo – che in realtà è di meno e al
contempo di più di un uomo – è Spock. E non solo lui, ma anche il
suo ‘alter ego’, il dottor McCoy. Non si può infatti comprendere
fino in fondo la personalità di Kirk se non si analizza il suo
rapporto con i suoi due più stretti amici. C’è chi ha detto, molto
giustamente, che Kirk-Spock-McCoy costituiscono una triade di cui
McCoy rappresenterebbe la tesi (umanità), Spock l’antitesi (razionalità)
e Kirk la sintesi. Il concetto hegeliano in questo caso calza a
pennello, perché Spock e McCoy in quanto co-protagonisti non sono
altro che lo sdoppiamento della personalità di Kirk, un po’ come il
diavoletto e l’angioletto che rappresentano le due opposte anime
della coscienza. Quando si tratta di prendere una decisione, Kirk
ascolta le opinioni – quasi sempre diametralmente opposte – dei suoi
due amici e applica una sintesi personale ma rispettosa dei consigli
dati che si rivela solitamente essere la più giusta. Si potrebbe
dire che in realtà Kirk poco abbia in comune con la logica
ineffabile di Spock e molto più invece con l’irrazionale gioia di
vivere di McCoy. Nel corso della serie, e poi nel ciclo di film,
notiamo invece quanto Spock e Kirk abbiano in comune soprattutto per
quanto riguarda l’impegno dato nel loro lavoro e gli alti ideali che
li guidano. Sarà forse più idoneo, per comprendere il rapporto
particolare ma fondamentale che c’è tra questi tre personaggi,
l’analizzare alcuni episodi salienti.
Il primo e forse il principale è Alla ricerca di Spock. Ne
L’Ira di Khan Spock è morto sacrificando la sua vita per salvare
l’equipaggio dell’Enterprise dalla distruzione. Prima di morire le
sue parole sono: «Le esigenze dei molti contano più di quelle dei
pochi, o di uno», cioè meglio sacrificare un uomo se è possibile
salvarne cento. Questo ragionamento impeccabilmente logico colpirà
Kirk nei tempi a seguire, e quando alla fine del terzo film Spock,
rigenerato grazie all’effetto Genesis, comincia a riacquistare i
suoi ricordi, chiede a Kirk: «Perché mi hai salvato?», e Kirk
risponde: «Perché le esigenze di uno contano più di quelle di molti».
Non si tratta certo, come a prima vista potrebbe sembrare, un
ragionamento egoistico. Quei ‘molti’ che devono tutto per salvare
quell’uno non sono altro che ‘gli amici’. Kirk vuole far capire a
Spock che, quando si tratta di amicizia, gli amici non temono né la
condanna di una corte né la morte – ciò che Kirk e gli altri hanno
sfidato per Spock – ma fanno di tutto per salvare gli amici. «Io
sono sempre stato, e sarò sempre, suo amico», concluderà Spock in
Rotta verso la Terra, dimostrando di essere giunto a comprendere
quel sentimento puramente umano che a lui prima era precluso. Non è
però solo Kirk a insegnare il valore umano a Spock, ma è lo stesso
Spock a insegnarlo a Kirk in più di un’occasione. «Del mio amico
posso dire solo una cosa: di tutte le forme di vita che ho
incontrato nei miei lunghi viaggi, è stata la più… umana!», dichiara
Kirk nel commovente epitaffio per Spock. Perché il suo amico
vulcaniano gli ha insegnato nel corso dei tanti anni di amicizia
quali siano i veri ideali dell’uomo, che paradossalmente un
vulcaniano possiede più di un essere umano, perché quest’ultimo li
ha portati alla degenerazione, cosa che Kirk ha ben avuto modo di
apprendere nel corso di questi suoi ‘lunghi viaggi’. In Rotta
verso l’Ignoto, che conclude l’intero ciclo della Serie Classica,
il rapporto tra Kirk e Spock giunge alla sua ‘logica’ conclusione.
Kirk, pieno di odio verso i Klingon che hanno ucciso suo figlio,
rifiuta di essere l’ambasciatore della Federazione per le trattative
di pace con l’Impero. Ma Spock gli ricorda di mettere da parte,
almeno in quell’occasione, i suoi rancori perché è in gioco il
benessere di miliardi di persone. E Kirk lo fa, stringendo i denti
ma lo fa, e giunge ancora una volta a mettere a repentaglio la sua
vita pur di non compromettere gli accordi di pace che porterebbero a
una nuova guerra distruttiva. E verso il termine del film Spock dice
alla sua compatriota Valeris una frase che conclude in modo
eccezionale il percorso di maturità che sia lui che Kirk hanno
compiuto insieme: «La logica è solo l’anticamera della saggezza, non
il suo epilogo». Perché la sola logica, ha finalmente compreso
Spock, non porta da nessuna parte, e il valore umano che è in lui e
che Kirk ha sempre cercato di portare a galla è la parte principale
del suo io.
Se la parte logica in Kirk è rappresentata da Spock, il suo lato
umano e spesso irrazionale è invece incarnato, come abbiamo detto,
in McCoy. Il medico dell’Enterprise è sempre in lotta con
Spock a causa delle loro idee così diverse, ma non può evitare di
volergli bene perché sa che senza le loro discussioni non ci sarebbe
un senso nel suo percorso nella vita. Non è un caso che prima di
morire Spock affida il suo katra, la sua anima e i suoi
ricordi, proprio a McCoy. E’ un gesto simbolico di grande importanza,
che sottolinea le affinità apparentemente nascoste ma ben evidenti
che legano Spock, McCoy e ovviamente Kirk. McCoy espresse una volta
in maniera eccezionale la sua filosofia di vita con questa massima:
«Abbiamo
imparato a controllare tutti gli organi del corpo umano eccetto uno:
il cervello! E nel cervello è racchiusa tutta la vita». Ne
L’ultima frontiera Kirk dimostra, forse più di ogni altro
momento, di essere riuscito a sintetizzare e superare gli opposti
modi di vedere dei suoi due amici. Dinanzi all’offerta di Sybok di
cancellare dalle menti di Spock, McCoy e Kirk tutti i ricordi
dolorosi del proprio passato, sia McCoy che – incredibilmente –
Spock sono tentati di accettare. Ma Kirk no. Kirk non chiude gli
occhi davanti alle sue azioni precedenti, non si vergogna di ciò che
ha fatto perché come giustamente afferma: «Sono le cose che ci
portiamo dentro a renderci quel che siamo. Non voglio perderle, ne
ho bisogno». Kirk sa che tutto ciò che è ora lo deve a ciò che ha
fatto in passato, e logicamente giunge alla conclusione che se lui è
felice della sua vita ora deve essere felice anche di tutte le cose,
anche le più brutte, che ha fatto e che gli sono accadute perché
senza di quelle non sarebbe il Kirk che è. Questa riflessione che
dimostra l’altissimo senso umano di Kirk è la stessa ripresa in
Generazioni. Egli non può rinnegare la Flotta Stellare per
riparare all’errore commesso di non aver sposato la donna che amava.
Kirk sembra abbracciare la filosofia di Leibniz e quella di Hegel:
“viviamo nel migliore dei mondi possibili, e la nostra vita è
perfetta così come è. Non dobbiamo aspirare a una vita ‘come
dovrebbe essere’ perché significherebbe rinnegare ciò che siamo
stati e ciò che abbiamo fatto”.
L’amore e la felicità di Kirk è tutta racchiusa nella
sua missione sull’Enterprise. Uomo amabile e donnaiolo, Kirk
nonostante le tante storie avute nell’arco della sua vita non è mai
riuscito a legarsi a nessuna. Il rapporto più intenso che ebbe fu,
come apprendiamo ne L’ira di Khan, quello con la dottoressa
Carol Marcus e che portò alla nascita di David, che morirà ucciso
dai Klingon durante la crisi del Genesis. Ma Kirk e Carol non
riuscirono a vivere insieme perché entrambi avevano qualcosa di più
importante a cui pensare: la loro missione. Non esplorare strani e
nuovi mondi, ma aiutare l’umanità laddove ce ne fosse bisogno. E
fino all’ultimo Kirk ha tenuto fede a questa sua missione, morendo
per gli altri. Come del resto lui stesso disse una volta: «Sapere
affrontare la morte è importante almeno quanto affrontare la vita»,
e lui ha dimostrato di saper affrontare entrambe col sorriso sulle
labbra.
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