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La stazione spaziale Deep Space Nine.

La Stazione Spaziale Internazionale, ancora in fase di completamento.

 

 

 

L'Enterprise-E.

Lo space shuttle Enterprise.

 

 

 

 

La drammaticamente celebre esplosione del Challenger in fase di decollo

Il Coumbia mentre decollava verso l'ultima, tragica missione

 

 

 

 

 

L'equipaggio del Challenger, tutti deceduti il 28 gennaio 1986.

L'equipaggio del Columbia, tutti deceduti il 1 febbraio 2003.

 

 
L'AVVENTURA UMANA NELLO SPAZIO

Dopo la tragedia del Columbia, Star Trek insegna ad andare avanti


Fin dal celebre motto che la Serie Classica e la The Next Generation usano all’inizio di ogni puntata, «Spazio, ultima frontiera», si capisce come Star Trek abbia molto a cuore il tema dell’esplorazione umana del cosmo. E’ sicuramente su questo tema che si basano la quasi totalità delle puntate del telefilm, ma quello che è importante notare è che l’esplorazione dello spazio viene vista come una lotta coraggiosa e quasi idealistica che l’uomo deve intraprendere per ampliare gli orizzonti del sapere. In tempi come questi in cui la ricerca spaziale è ormai in netto declino, e l’evoluzione in questo campo è del tutto assente, Star Trek riveste una particolare importanza perché come fenomeno mediatico ha la possibilità di far comprendere all’opinione pubblica la grande importanza della conoscenza dell’universo che ci circonda.

La tragedia del Columbia pare fortunatamente non aver fermato il programma spaziale come accadde col Challenger. Eppure molti si lamentano di ciò: occorrono più controlli, c’è bisogno che gli Shuttle vengano rivisti e riparati. Riparati! Non sostituiti, beninteso. Al Congresso americano non sono in pochi a biasimare la NASA per i suoi errori. Ma la tragedia del Columbia doveva essere ovviamente prevista: il Columbia è stato il primo shuttle della flotta spaziale americana, ha compiuto 28 missioni dal 1981 e dunque è vissuto per dodici anni. Una tecnologia così raffinata e delicata non può certo sostenere per sempre il peso fortissimo delle missioni spaziali. Almeno una volta ogni dieci anni una sostituzione dovrebbe essere d’obbligo. Persino l’Enterprise, con tre secoli di evoluzione tecnologica, è costretta a tornare nei cantieri navali ogni 5 anni per una completa revisione. E’ assurdo pensare che con le semplici riparazioni di routine si possa sfruttare uno shuttle per sempre. Dall’entrata in funzione di questa flotta, la NASA ha prodotto cinque navi. Dopo la distruzione del Challenger è stato prodotto l’Endeavour, ma ora con la scomparsa del Columbia gli shuttle sono solo quattro. E il governo americano ha tagliato ulteriormente i fondi impedendo così la possibilità di sviluppare l’ambizioso progetto di cui si parla da anni di sostituire agli ormai obsoleti shuttle le avveniristiche astronavi a decollo orizzontale come normali aerei (evitando così tutto il fracasso dei lanci verticali).

Ma in questi anni si è dimenticato qualcosa di fondamentale: e cioè che le missioni spaziali sono pericolose, sempre. Non esistono viaggi privi di rischio, il pericolo accompagna sempre gli astronauti dal momento del decollo a quello dell’atterraggio (che poi sono i due momenti più critici). E’ dunque ovvio che, anche se oggi siamo abituati a non sentire più in televisione la notizia di un nuovo lancio degli shuttle, ciò non significa che le missioni di questi astronauti non siano prive di rischio. Star Trek ha sempre voluto mettere in primo piano l’aspetto rischioso dei viaggi spaziali: quante volte avremo visto puntate in cui esplodono astronavi, soprattutto per motivi interni? Fusione del nucleo di curvatura, perdita dell’integrità strutturale, smorzatori inerziali distrutti: questi guasti tecnici sono i peggiori nemici dell’equipaggio delle navi federali, così come lo è per gli astronauti di oggi la non accensione degli schermi durante l’atterraggio, la fuoriuscita del propellente, i pezzi vaganti nello spazio. Il “tributo di sangue” per l’ampliamento delle conoscenze del cosmo e della scienza in generale sembra molto elevato, ed è vero, ma non esagerato perché non bisogna mai dimenticare che ogni missione spaziale sarà sempre rischiosa.

Con ciò bisogna sempre ricordare che gli astronauti sono gli eroi di oggi. Come un tempo lo furono gli avventurosi esploratori del mondo, Marco Polo, Cristoforo Colombo, Vasco De Gama, Magellano, ora sono gli astronauti ad esporsi ai grandi rischi dell’esplorazione. Esplorazione non propriamente geografica – gli abissi del cosmo vengo esplorati molto meglio con telescopi e sonde – ma scientifica. La morte di questi uomini e queste donne che hanno sacrificato le loro vite per un sogno non solo loro, ma di gran parte dell’umanità, deve essere onorata. E bisogna osare di più, molto di più, perché l’uomo cominci a familiarizzare col concetto di universo. Star Trek ha mantenuto in vita per decenni questo grande sogno: «L’avventura umana nello spazio è appena cominciata!» era la frase con cui si concludeva Star Trek - The Motion Picture nel 1979.

Una domanda che l’opinione pubblica si pone continuamente è: quali risultati portano le missioni umane nello spazio? Certamente dal punto di vista dell’esplorazione del cosmo il contributo apportato dall’uomo è irrilevante. Del sistema solare sappiamo ormai moltissimo e senza il problema dell’invio di astronauti. L’atterraggio sulla Luna è stato prima di tutto una questione di orgoglio per l’umanità, ma comunque i guadagni sono stati notevoli. Nel 1969 le sonde non avevano la possibilità di analizzare rocce e materiale geologico presente sui corpi celesti solidi quali appunto la Luna, e l’invio di uomini è stato un passo fondamentale in questo campo perché essi hanno portato sulla Terra, durante le varie missioni proseguite fino alla prima metà degli anni Settanta, un gran numero di sassi, pietre, zolle di sabbia provenienti dal nostro satellite, dando così la possibilità di studiarle. Ma ciò che sicuramente è più degno di nota è il contributo umano nell’esplorazione scientifica dal cosmo. Oggi gli astronauti vengono inviati in orbita intorno alla Terra per eseguire centinaia di esperimenti preziosissimi per osservare tra l’altro come funziona la vita fuori dal nostro pianeta. Si sono scoperti i numerosi vantaggi dell’assenza di gravità per moltissime malattie, e i vantaggi dell’assenza di altri agenti comuni sulla Terra per l’evoluzione di piante, animali e soprattutto organismi microscopici. La scoperta che alcune forme di vita (come i batteri dell’asteroide marziano ritrovato in Antartide nel ’96) possono sopravvivere nello spazio siderale è stata fondamentale per le ipotesi dell’esistenza di vita su altri pianeti. I vantaggi a breve e lungo termine degli esperimenti compiuti intorno alla Terra è stato e sarà fondamentale per migliorare la nostra vita e ampliare la nostra conoscenza scientifica. Inoltre la presenza dell’uomo nello spazio è importante anche da un altro punto di vista: quello di una futura presenza umana sulla Luna e su Marte. Ovviamente non si parla di costruire città e portarvi civili per potervi vivere, ma di costruire stazioni minerarie, laboratori scientifici e soprattutto telescopi e radiotelescopi che possano sondare gli abissi cosmici senza le limitazioni imposte dalla Terra.

Certo oggi la tecnologia spaziale è piuttosto ‘primitiva’ rispetto a quella di Star Trek, ma questo non è altro che il riflesso del solito problema della scarsità di fondi. Naturalmente oggi non abbiamo ancora bisogno di costruire navi enormi e complesse come l’Enterprise, ma un avanzamento teorico in questo campo sarebbe importate. Per esempio la soluzione del problema della gravità comporterebbe un notevole miglioramento della vita nello spazio. Oggi gli astronauti hanno il terribile problema di dover galleggiare all’interno delle loro navi, ma se questo da certi punti di vista può essere divertente e anche molto utile per certi esperimenti, è prima di tutto scomodissimo (rallenta e rende problematiche tutte le più semplici funzioni) e in secondo luogo comporta una grande spesa di denaro per cercare di adattare tutte le tecnologie alla gravità zero. Una soluzione a questo problema, magari adottata sulla Stazione Spaziale Internazionale, renderebbe molto più facile e anche più gradevole la vita degli astronauti nel cosmo. E la velocità? Evitando di mettere in mezzo l’argomento dell’iperspazio e in generale della velocità ultraluce, e limitandoci al più umano ambito delle alte velocità ma sempre subluce, è chiaro che siamo ancora molto lontani dalle velocità dell’Enterprise. Come sappiamo, alle astronavi federali è vietato usare il motore a curvatura all’interno del Sistema Solare, ma sappiamo anche che le suddette astronavi impiegano comunque poche ore per uscire fuori dal sistema. Oggi occorrono alcuni mesi per raggiungere Marte a mezzo sonde (le astronavi impiegherebbero circa 2 anni). E le sonde Voyager e Pioneer, le prime ad essere uscite dal Sistema Solare, hanno impiegato vari anni per riuscirci. Il fatto è che il carburante attualmente utilizzato è ancora troppo primitivo per velocità adeguate ai viaggi interplanetari (figuriamoci quindi quelli interstellari!). Sicuramente un motore nucleare sarebbe già più appropriato, e ridurrebbe notevolmente i tempi di viaggio. La velocità necessaria per sfuggire all’attrazione del sole e uscire dal nostro sistema è di 44,6 Km al secondo. Pur se molte sonde spaziali sono riuscite facilmente a raggiungere tali velocità, ciò non è avvenuto con un normale carburante. Gli enormi serbatoi che gli shuttle si portano dietro e rilasciano una volta partiti servono appena a sfuggire all’attrazione terreste, e riescono dunque a superare di poco gli 11 Km al secondo. Per raggiungere le velocità quadruple delle sonde oggi si sfrutta la tecnica del gravity assist, cioè l’intersecazione della rotta della sonda con le orbite dei pianeti del sistema, che imprimono alla sonda un’accelerazione notevole dovuta alla loro azione gravitazionale. Quindi niente carburante. E una volta uscite dal sistema, e in mancanza di pianeti di cui sfruttare il calcio gravitazionale, cosa succede alle sonde? Semplicemente continuano a muoversi di moto inerziale, inizialmente a discrete velocità poi man mano sempre più deboli dopodiché vanno alla deriva negli abissi del cosmo. Un’astronave con equipaggio umano non può certo fare questo, ma non può nemmeno portarsi giganteschi e numerosi serbatoi per i propri motori. Occorre una nuova propulsione. E se a livello teorico quella a materia/antimateria è la più soddisfacente (ma del tutto inapplicabile oggigiorno), la soluzione dei propulsori nucleari è invece quella più pratica e a portata di mano. La NASA ora sta prendendo in considerazione la possibilità di costruire tale motore: si prevede la sua costruzione e messa in funzione entro il 2010, e questo sarebbe un grande passo in avanti che potrebbe portare nel giro di quindici anni all’arrivo dell’uomo su Marte (il viaggio con propulsione nucleare durerebbe tre o al massimo quattro mesi).

In fin dei conti siamo però indietro con la storia. Secondo la cronologia di Star Trek, già nel 2009 l’uomo sarebbe stato capace di intraprendere il primo volo Terra-Saturno, e nel 2002 (quindi un anno fa) la NASA avrebbe lanciato NOMAD, la prima sonda extrasolare col compito di ricercare nuove forme di vita. E nel 2018 viene scoperta la propulsione ad impulso, che permette di raggiungere velocità vicine a quelle della luce. Siamo ancora molto lontani da tutto ciò!       

La Flotta Stellare è sicuramente quanto di meno simile ci sia all’attuale NASA. Starfleet è un organo politico e militare, oltre che scientifico naturalmente, che dà allo spazio la sua giusta veste (almeno in Star Trek): uno scacchiere politico in cui si consumano le battaglie e gli intrighi. Ma l’universo che noi conosciamo è privo di razze aliene e potenze nemiche vogliose della nostra distruzione, e quindi l’ultima cosa che dovremmo fare è considerarlo in questo modo, cioè dal lato militare. Eppure gli USA ormai sembrano considerare lo spazio solo in questi termini: lo scudo spaziale, i satelliti spia… Perfino la branca dell’ingegneria spaziale viene ora vista come inutile se non produttiva dal punto di vista tattico, e il budget per la NASA negli ultimi anni si è ridotto sempre di più in favore di un sempre maggiore aumento per le spese militari. Di per sé la cosa non dovrebbe preoccuparci eccessivamente: sono problemi degli americani, verrebbe da dire. Ma dato che la NASA è l’unico ente avanzato nel campo della ricerca spaziale esistente al mondo, è chiaro che i problemi di quest’ente riguardano tutti noi. E’ sbagliato vedere la NASA come un qualcosa di prettamente americano: le conquiste effettuate dall’ente spaziale statunitense da quando esiste sono state fondamentali per tutta l’umanità. Queste conquiste hanno ampliato le conoscenze del cosmo e della scienza in generale, conoscenze fondamentali che hanno dato la possibilità di migliorare anche indirettamente ma significativamente la vita di tutti noi. Ecco perché il campo della ricerca spaziale è importante, e Star Trek in questo campo è stata sempre una bandiera dietro cui tutti i sostenitori dell’esplorazione del cosmo si sono riuniti. E l’importanza non è solo dal punto di vista scientifico, ma anche dal punto di vista umano. Perché come direbbe Q: «Questa è l’esplorazione che vi attende! Non determinare la posizione delle stelle e studiare le nebulose, ma scandagliare le possibilità ignote dell’esistenza.»

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