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Parte II
<--- Parte I
Il lettore avrà subito fatto i dovuti collegamenti con la Forza di
Star Wars senza troppa difficoltà. Si potrebbe sostenere che
un “effetto MaharishI” è alla base della capacità degli Jedi di
modificare le volontà altrui, attraverso una diretta interazione tra
la coscienza dello Jedi e il campo unificato, cioè la Forza; lo
Jedi, fondendosi con la Forza (il campo unificato), riuscirebbe a
modificare la realtà che lo circonda. Quando Qui-Gon Jinn,
attraverso la Forza, modifica il risultato del dado lanciato da
Watto così da permettere la liberazione dalla schiavitù di Anakin,
egli agirebbe attraverso gli effetti della meccanica quantistica. Il
fisico Paul Davies nel suo Dio e la nuova fisica (1983) fa in
effetti un esempio sconcertante: durante una partita a carte,
sappiamo che il nostro avversario sta per calare un asso. Ma quale
asso? Di cuori? Di picche? Lo sapremo soltanto quando il giocatore
calerà la carta; e se accettassimo l’idea che la realtà è costruita
dall’osservatore, l’asso diventerà di cuori o di picche soltanto
allorquando lo vedremo. Prima si trovava in un limbo probabilistico
tra le due possibilità. È chiaro il paradosso insito in ciò: il
giocatore che possiede l’asso sa già, prima di calarlo, che questo è
un asso di cuori o di picche. Allora quale dei due osservatori ha la
precedenza? Se accettassimo la Forza di Star Wars potremmo
dire che lo Jedi ha la precedenza perché, potendo interagire con il
campo unificato attraverso la mente, può modificare la realtà e
anche la percezione della realtà da parte dell’osservatore “dalle
mente debole”. Più realisticamente, l’esempio di Davies non avviene
nella realtà e ciò porta alcuni fisici a sostenere che i paradossi
della meccanica quantistica non si applicano nella realtà
macroscopica. Ma questo ambito c’interessa poco.
Il noto fisico Roger Penrose, nel suo geniale La mente nuova
dell’imperatore (1989), parla della straordinaria capacità umana
dell’intuito. Diversamente da quanto avviene a livello cosciente
nella nostra mente con il pensiero, l’intuito oltrepassa le normali
leggi del tempo e anche dello spazio. Penrose cita testimonianze di
scienziati ed artisti i quali al momento dell’intuizione riescono ad
abbracciare con la mente l’intera portata di un’idea: Mozart
riusciva, in un istante d’intuizione, a percepire nella sua
interezza una sinfonia da comporre (pur lunga magari un’ora); dei
fisici avevano in un istante la comprensione di una teoria la cui
spiegazione avrebbe richiesto centinaia di pagine di trattati.
Secondo Penrose, «il forte senso della validità di un lampo
d’ispirazione… è connesso in modo molto stretto alle sue qualità
estetiche. Una bella idea ha molta più probabilità di essere giusta
di una brutta idea». Ma da cosa deriverebbe la bellezza di
un’idea? Forse dalla sua attinenza alla realtà. Qualcosa chiaramente
falso, che ci risulta evidente essere non coerente, non è bello.
L’intuizione potrebbe apparirci vera immediatamente, anche se a
livello cosciente non l’abbiamo ancora analizzata in dettaglio,
perché proviene dal substrato della realtà stessa, dal campo
unificato al quale la nostra mente sarebbe legata. Penrose è molto
vicino a questa tesi (benché egli non parli assolutamente di “campo
unificato” o cose del genere) sulla base della sua concezione
platonica del reale, secondo cui le verità matematiche
scaturirebbero da una sorta di astratto “mondo delle idee”,
avrebbero quindi validità assoluta a priori. Quando Luke Skywalker
spegne il computer del suo caccia nell’attacco alla Morte Nera, egli
si fida – come lo incita a fare Obi-Wan – del suo intuito, della
capacità di fondersi con la Forza a livello sub-cosciente. Anche i
sostenitori della “meditazione trascendentale” ritengono che la
fusione tra mente e campo unificato avverrebbe a livello
subcosciente, quando attraverso la meditazione il soggetto smette di
percepire se stesso e ciò che lo circonda.
Cosa si può dire sulla capacità della Forza, sostenuta da Palpatine,
di “creare la vita stessa”? È una capacità che in Star Wars
appare evidente allorquando Qui-Gon sostiene che Anakin sarebbe nato
dalla Forza, dalla volontà dei midichlorian. Naturalmente questo è
un ambito nel quale le nuove forme di religiosità new age fanno
spesso sentire la loro voce: non va dimenticato che tutte le
religioni basano la loro forza sulla naturale paura umana della
morte. È questa paura che spinge Anakin a compiere la sua
conversione al Male. Paul Davies, riprendendo le tesi sostenute da
Fritjof Capra nel suo Il Tao della Fisica (1975), sostiene
la necessità di comprendere la vita attraverso il paradigma
olistico, come già con l’universo. Per capire cos’è la vita non
dobbiamo analizzare i singoli componenti degli esseri viventi –
organi, cellule, atomi – ma l’essere vivente nel suo complesso,
l’insieme cioè delle interazioni tra i suoi componenti. Sono le
interazioni tra i suoi elementi componenti a far sì che un essere
esista, viva: «È assurdo dire che un essere umano è nulla più che un
insieme di cellule, le quali non sono altro che frammenti di DNA
eccetera, i quali a loro volta sono soltanto raggruppamenti di atomi
– e concludere infine che la vita non ha importanza né significato.
La vita è un fenomeno olistico». Questa evidente coincidenza tra
realtà fisica e vita, entrambi da interpretare in maniera olistica,
ci consente di capire meglio che il ruolo dei viventi nell’ordine
cosmico. Capra, nell’introduzione al suo libro, racconta
l’esperienza che lo ha portato a scrivere Il Tao della Fisica:
mentre stava seduto in riva all’oceano, in un pomeriggio di fine
estate, egli percepì il profondo legame tra lui stesso e la realtà
che lo circondava: «Sedendo su quella spiaggia… “vidi” scendere
dallo spazio esterno cascate di energia, nelle quali si creavano e
distruggevano particelle con ritmi pulsanti; “vidi” gli atomi degli
elementi e quelli del mio corpo partecipare a questa danza cosmica
di energia; percepii il suo ritmo e ne “sentii” la musica». È
un’esperienza che ovviamente non va interpretata alla lettera, ma
nel senso dell’improvvisa intuizione del fisico del fatto che la
realtà altro non è che un tutto al quale l’essere umano partecipa in
maniera integrante. Capra nel suo volume sostiene l’interpretazione
di Copenaghen della fisica quantistica: «L’osservatore umano
costituisce sempre l’anello finale nella catena dei processi di
osservazione e le proprietà di qualsiasi oggetto atomico possono
essere capite soltanto nei termini dell’interazione dell’oggetto con
l’osservatore. Ciò significa che l’ideale classico di una
descrizione oggettiva della natura non è più valido. Quando ci si
occupa della materia a livello atomico, non si può più operare la
separazione cartesiana tra l’io e il mondo, tra l’osservatore e
l’osservato. Nella fisica atomica, non possiamo mai parlare della
natura senza parlare, nello stesso tempo, di noi stessi». La vita,
l’universo e tutto quanto – per citare la celebre espressione dello
scrittore di fantascienza Douglas Adams – sarebbero quindi
inestricabilmente collegati. Come la vita possa diventare
protagonista dei paradossi della meccanica quantistica lo si piò
intuire attraverso il paradosso del gatto di Schrodinger: poniamo in
una scatola un gatto vivo insieme a una fiala di veleno. Un
martelletto è destinato a rompere la fiala allorquando il relais
collegato al martelletto rilevi il decadimento di un atomo
radioattivo, che ha eguali possibilità di decadere o non in un arco
di tempo dato, poniamo un’ora. Poiché l’atomo, nel corso di ques’ora,
ha il 50% di possibilità di decadere o no, e quindi così facendo di
far morire o lasciare in vita il gatto, quale delle due possibilità
sarà avvenuta lo scopriremo solo quando apriremo la scatola e
osserveremo lo stato del gatto. Il gatto, in altre parole, finché
non apriamo la scatola, si troverebbe in uno stato indefinito tra la
vita e la morte; solo la nostra osservazione porterebbe l’atomo
radioattivo a “scegliere” tra le due possibilità, decadere o no,
sancendo così il destino del gatto prima che noi apriamo la
scatola, ma solo dopo che la scatola sia stata aperta. È un
evidente paradosso che dimostra l’impossibilità di far interagire i
meccanismi quantici delle particele subatomiche con fenomeni
macroscopici. Ma è chiaro che se accettassimo la possibilità di un
simile paradosso, l’osservatore cosciente avrebbe un ruolo chiave
nel “creare” la vita o la morte.
Nell’articolo La Forza lucasiana e l’estremo oriente taoista,
Francesco Vacca cita la tesi della professoressa Anne Collins Smith,
docente di filosofia e studi classici presso la Susquehanna
University in Pennsylavania, USA. Quando, in Una nuova speranza,
Luke si affida alla Forza per distruggere la Morte Nera, Lucas cita
chiaramente l’insegnamento del taoismo di affidarsi «alla Forza/Tao
che scorre dentro di sé». Uno dei più grandi maestri del taoismo,
Huai Nan-tzu (morto nel 122 a.C.), disse: «Colui che segue l’ordine
naturale fluisce nella corrente del Tao». La somiglianza con
l’insegnamento Jedi «senti la Forza scorrere in te» è più che
evidente. Sulla scorta delle tante tesi sopra riferite, seguire
l’ordine naturale delle cose vorrebbe dire far sì che la nostra mente
si fonda con l’universo di cui è parte, lasciando che la realtà
fluisca e noi con essa. Gli insegnamenti del taoismo e della
meccanica quantistica sono davvero molto vicini, e la filosofia Jedi
messa a punto da Lucas basa la sua “forza” proprio sull’universale
validità delle sue asserzioni. Dobbiamo allora affidarci al culto
della Forza o alla “meditazione trascendentale” del maestro
Maharishi Yogi? Ciò vorrebbe dire compiere lo stesso errore di
“Scientology” di tutte quelle pseudo-religioni che argomentano la
loro validità su basi scientifiche. Non bisogna mai scindere la
realtà dalla fantasia; questo non vuol dire che alcune delle tesi
anche molto bizzarre sopra esposte siano tutta fantasia. Possono
anche considerarsi vere, «da un certo punto di vista». Ma le
religione sono dogmatiche e non accettano più di un solo punto di
vista. La filosofia Jedi non potrebbe perciò mai essere una
religione, tutt’al più un insegnamento basato sulla solidarietà
universale in virtù di quella massima di Gesù Cristo, troppo spesso
ignorata dallo stesso cristianesimo, “ama il prossimo tuo come te
stesso”.
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