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Un signore un po’ tarchiato e con indosso una camicia di flanella è
il proprietario di un ranch di circa ottomila acri nell’ovest della
California, non troppo lontano da San Francisco. Nonostante sia il
figlio di un piccolo imprenditore di provincia anch’egli
proprietario di un piccolo ranch, questo signore non ha seguito le
orme paterne. Nel suo impenetrabile territorio non coltiva uva o
patate ma costruisce il futuro del cinema ed è circondato dai
maggiori esperti di effetti speciali cinematografici del mondo.
Questo signore è George Walton Lucas ed è il proprietario dello
Skywalker Ranch, base operativa della Lucasfilm e della Industrial
Light & Magic da lui create e che hanno contributo a trasformarlo in
un miliardario la cui fortuna personale è stimata da “Forbes”
intorno ai 3 miliardi di dollari. Ma se qualcuno domandasse a Lucas
qual è la sua fonte di maggior orgoglio in tutto ciò che ha fatto
nella vita, egli non vi indicherebbe certo le somme accumulate bensì
l’aver realizzato il suo sogno di sempre: «Fare film è la mia vita»,
disse una volta. E ci è riuscito molto bene.
George
Lucas nasce il 14 maggio del 1944 a Modesto, una cittadina della
California. Il padre, George Lucas senior, è il proprietario di una
piccola impresa commerciale che vende articoli per ufficio e che si
darà poi alla coltivazione acquistando un piccolo ranch fuori città.
La madre è casalinga. In una cittadina come quella di Modesto non
sono offerti molti svaghi ai ragazzini come Lucas e le sue tre
sorelle, nati subito dopo la fine della guerra, ma la televisione e
il cinema contribuiscono da subito a creare nella mente del giovane
George un bagaglio di immagini e impressioni che egli travaserà
molti anni dopo nei propri film. Non è però il cinema ad interessare
George Lucas jr. negli anni della sua adolescenza; il suo primo
grande amore sono le automobili: «Da giovane», racconta «i miei anni
di teen-ager sono stati dedicati completamente alle auto. Sono state
la cosa più importante della mia vita dai 14 ai 20 anni». Identico
in questo al personaggio del piccolo Anakin Skywalker, Lucas è
appassionato di motori e di “costruire cose”. A scuola non va molto
bene, ma si diploma senza eccessivi problemi alla Thomas Downey High
School di Modesto nel 1962 dove si appassiona alla storia e alla
scrittura. Due giorni prima della consegna dei diplomi al liceo,
Lucas subisce quello che poi definirà il suo “rito d’iniziazione”.
E’ sera, e Lucas è alla guida della sua Bianchina dal motore
truccato e dai mille perfezionamenti apportati da lui stesso. Mentre
egli si appresta ad imboccare il viale privato che conduce al ranch,
un suo compagno di classe alla guida di un’altra automobile vuole
fargli uno scherzo innocente e, accelerando, cerca di sorpassarlo a
destra. La Bianchina viene colpita accidentalmente ma con forza:
l’urto è violento, l’auto si ribalta e si schianta addosso ad un
albero che per l’impatto viene sradicato. La macchina è
accartocciata e del suo conducente non sarebbero rimasti che pezzi
di carne frammisti alle lamiere. Il destino vuole però che le
cinture di sicurezza aggiunte dallo stesso Lucas non reggano
all’urto ed egli, nel momento dell’impatto con l’altra auto, viene
scaraventato fuori dalla macchina e miracolosamente si salva. Dopo
essere uscito da un coma durato due giorni, Lucas comprende la
fragilità dell’esistenza umana e la necessità di trovare uno scopo
nella sua vita. Il sogno di correre a Le Mans o ad Indianapolis è
definitivamente abbandonato. Il destino di Lucas è segnato: «Avrei
voluto tanto essere Han Solo», ha ammesso non molto tempo fa. «Ma la
realtà è che sono più simile agli Skywalker, nel bene e nel male».
Proprio
come Luke, infatti, Lucas si sente oppresso dalle restrizioni e dal
conformismo della vita piccolo borghese che il padre vorrebbe
imporgli. Egli frequenta per due anni il Modesto Junior College dove
segue un corso di antropologia e scopre un profondo interesse per le
scienze sociali. Di lì inizia la propria passione per la mitologia e
l’inizio di una serie di lunghi studi sull’argomento che lo portano
a scoprire l’opera di Joseph Campbell sui topos del mito: saranno
queste ricerche a ispirare Lucas nella realizzazione di Star Wars.
Non è però la carriera accademica ad attenderlo. Dopo aver
conseguito una laurea di primo livello in antropologia, Lucas pensa
di coltivare la sua passione per l’arte e la fotografia e decide di
andare alla University of Southern California: «Lì avevano una
scuola di cinema, ed io mi dissi “beh! Assomiglia alla fotografia,
forse potrebbe essere interessante”. E una volta iscrittomi a quel
corso, scoprii che era quella la cosa che amavo, ed in cui ero
bravo». Lucas deve subire la disapprovazione paterna: George senior
di arte e cinema non vuole proprio saperne e vorrebbe che il figlio
rimanesse al ranch a prendere le redini del suo piccolo giro
d’affari. Ma Lucas – paradossalmente – dichiara di non voler essere
un uomo d’affari e nel 1964 si trasferisce dunque a Los Angeles.
Qui, l’anno successivo, scopre di essere davvero portato per la
cinematografia: al primo anno viene consegnata a lui e ai suoi
compagni di corso una macchina per le animazione e un metro di
pellicola da 16 mm per prendere familiarità con la tecnica. Lucas
con quei pochi materiali realizza un cortometraggio da un minuto dal
titolo Look at Life con inclusa una colonna sonora. Il
cortometraggio spopola nei concorsi e nei festival ed egli diventa
un mito per i proprio compagni: «Gli altri studenti dissero: “ma
come hai fatto?”, ed io rispondevo: “l’ho fatto e basta”, mi hanno
dato un pezzettino di pellicola ed io ne ho fatto un film… Gli altri
studenti restavano seduti in giro per il campus dicendo: “vorrei che
mi facessero fare un film, vorrei che me lo lasciassero fare già da
questa classe, vorrei…”». Lucas è un sognatore ma anche un uomo
estremamente pratico e che non perde tempo: il duro lavoro è sempre
stato, a detta sua, il segreto del proprio successo molto più del
semplice talento. Negli anni successivi continua a realizzare
cortometraggi di successo e documentari e nel 1966 consegue il
Bachelor of Fine Arts, il diploma di laurea in cinematografia con un
altro cortometraggio di circa quindi minuti dal titolo piuttosto
complesso: “Electronic Labyrinth THX 1138 4EB”. Da questo prodotto
realizzerà più tardi il suo primo, vero film.
Entrare nel mondo del cinema non è però una cosa facile e per George
Lucas le difficoltà non sono minori di quelle che tutti i suoi
coetanei devono affrontare. Egli però non si scoraggia, nonostante i
dubbi dei familiari e degli amici, e continua a realizzare prodotti
di grande livello. Nel 1967 è impegnato insieme ad altri studenti
universitari in una sorta di tirocinio finanziato dalla Columbia
Pictures che consiste nella realizzazione di alcuni “making off”,
cioè documentari sui set di grandi film attualmente in lavorazione.
Si ritrova sul set di un musical con Fred Astaire, Sulle ali
dell’arcobaleno, il cui regista è Francis Ford Coppola. Il
documentario girato da Lucas entusiasma Coppola che lo definisce
addirittura come un prodotto migliore del suo stesso film e il
giovane regista fa di Lucas il suo pupillo, coinvolgendolo come
factotum e regista di “making off” nel suo successivo Non torno a
casa stasera. I due condividono l’idea che Hollywood sia
diventata ormai un’industria cinematografica priva di qualsiasi
interesse vero l’arte e desiderosa unicamente di far soldi e pensano
che sia arrivato il momento di offrire ai giovani aspiranti registi
degli studios alternativi al sistema delle major hollywoodiane. Nel
1969 a San Francisco apre così l’America Zoetrope di cui Coppola è
presidente e Lucas – appena sposatosi con Marcia Griffin –
vicepresidente. La Zoetrope, il cui nome è quello di un cilindro che
ruotando dà l’illusione di movimento alle immagini statiche al suo
interno e di cui Coppola possedeva una collezione acquistata negli
anni Sessanta, ha come scopo innanzitutto quello di permettere la
realizzazione dei film dei suoi realizzatori, Coppola e Lucas. La
Warner Bros accetta così di finanziare TXH 1138, primo
lungometraggio di Lucas. Egli, da bravo regista “astratto”, non è
interessato alla sceneggiatura e vorrebbe ingaggiare uno scrittore
per assegnargli il compito, ma Coppola gli dà un’importante lezione
di vita: «Se vuoi farcela in questo mestiere, e vuoi diventare un
regista, devi imparare a scrivere», gli dice. «Devi imparare a
stendere da solo la tua sceneggiatura e a farla funzionare bene».
Così, con l’aiuto di un suo compagno di scuola che fungeva da
tecnico del suono del film, Lucas realizza la sua prima
sceneggiatura ed il suo primo film. THX 1138, da noi in
Italia tradotto come L’uomo che fuggì dal futuro, esce nel
1971 e il protagonista è un Robert Duvall ai suoi esordi. Il film
costa un milione e duecentomila dollari, ma riceve un’accoglienza
negativissima da parte della Warner che decide di tagliarne varie
scene; il pubblico non lo gradisce e in definitiva Lucas raccoglie
il suo primo – anche se, lui non lo sapeva ancora, ultimo - flop.
Coppola non si scoraggia di fronte a questo primo fallimento del suo
pupillo anche perché vede nel film molti elementi geniali che
tuttavia Hollywood, troppo cieca, non riesce ad apprezzare. Ritiene
però che Lucas debba mettere da parte la sua tecnica troppo astratta
– THX è un film piuttosto criptico,
basato sulle immagini più che sul soggetto vero e proprio - e
realizzare un film più concreto. La successiva idea di Lucas è
American Graffiti. Non è per lui facile trovare qualcuno che
voglia finanziare il progetto. Come rivelerà egli stesso, i tre anni
che passano dalla realizzazione di THX a quella di
American Graffiti (1973) «furono disperati». E’ la Universal
Pictures a decidere di dar fiducia a Lucas con un budget di soli
750.000 dollari, accettando inoltre anche il soggetto di un secondo
film che si dovrebbe intitolare Guerre Stellari. Poco dopo la
Universal ci ripensa e boccia la seconda opzione considerandola
troppo rischiosa, ma Lucas non si fa sfuggire la nuova possibilità
che gli viene data con American Graffiti. La sceneggiatura la
scrive lui, come Coppola gli ha insegnato, e sua è anche la casa di
produzione: nel 1971 Coppola, infatti, per ottenere maggior denaro
per la Zoetrope decide di girare Il Padrino e Lucas pensa sia
arrivato il momento di mettersi in proprio (Coppola resta comunque
il produttore) e fonda la Lucasfilm Ltd. American Graffiti
ottiene un successo clamoroso di critica e pubblico, guadagnando nei
soli Stati Uniti 55 milioni di dollari e ottenendo un Golden Globe e
cinque nominations agli Oscar. Lucas abbandona in questo film la
fantascienza e punta maggiormente sull’autobiografico, raccontando
la vita di un gruppo di giovani dell’America degli anni Sessanta
attraverso un affresco vivido e smaliziato ma con una lieve patina
di nostalgia. La verve dei protagonisti – in primis Richard Dreyfuss
e Ron Howard – e la colonna sonora formata da pezzi ‘cult’ della
musica di quegli anni (Rock around the clock di Billa Haley
in primis) sono gli ingredienti che trasformano questo film in uno
dei maggiori successi degli anni Settanta. «Fu un grande momento per
me quando feci American Graffiti ed ebbe successo», racconta
Lucas. «Perché mi sono veramente potuto sedere e dire: “Okay, sono
un regista adesso. Posso avere un lavoro…” A quel punto sapevo di
avercela fatta. Niente nella mia vita mi avrebbe impedito di fare
film».
Con American Graffiti arriva una relativa tranquillità
economica e Lucas pensa sia arrivato il momento di realizzare un
sogno da troppo tempo chiuso nel cassetto: quelle Guerre Stellari
il cui primo soggetto era già pronto nel 1972 ma che necessiterà di
altri tre anni per essere messo a fuoco e divenire nel 1975 una
sceneggiatura completa e pronta a trasformarsi in film
(nell’articolo La storia dietro Guerre Stellari è possibile
scoprire il lungo processo di evoluzione della sceneggiatura del
film). In essa Lucas vi infonde tutta la sua mole di studi e
ricerche di antropologia e religione, la sua passione per i B-movie
della sua giovinezza e per i pulp-magazines fantascientifici, nonché
le suggestioni che riceve dal film The Hidden Fortress di
Kurosawa che il suo amico e regista John Milius gli fa conoscere.
Ancora una volta non è però facile trovare chi finanzierà il
progetto: la Universal prima e la United Artists subito dopo
rifiutano l’idea non tanto perché non convinti del soggetto quanto
preoccupati per il denaro da spendere e per l’ancora scarsa
affidabilità del suo regista (il flop di THX era ancora ben
impresso). Sarà la 20th Century Fox a trovare il coraggio necessario
per investire otto milioni e mezzo di dollari in quell’impresa che
Lucas ricorderà sempre come la più drammatica e difficile della sua
vita. Per realizzare le numerose sequenze con effetti speciali che
il film richiede egli fonda nel 1975 la Industrial Light & Magic che
con Guerre Stellari realizzerà la pellicola con più effetti
visivi mai vista fino ad allora. I soldi non bastano, Lucas
s’indebita e il coro di mugolii verso il film che sta realizzando si
fa sempre più ampio. Il 25 maggio del 1977 Guerre Stellari
esce finalmente in sole 32 sale cinematografiche americane e George
Lucas è con la moglie alle Hawaii per riposarsi dall’immane fatica
che lo ha visto negli ultimi anni girare tra San Francisco, Londra e
la Tunisia per realizzare un sogno che potrebbe divenire il suo
peggior incubo: Lucas sa che se, come le previsioni fanno intendere,
il film sarà un fallimento, non ci sarà per lui un’altra possibilità
ed egli tornerà ai cortometraggi e ai documentari per molti anni
prima di tornare sui grandi set. Ma ad un certo punto cominciano a
fioccare le telefonate: racconti di code interminabili davanti ai
cinema, di ragazzini che hanno visto il film decine di volte in un
giorno, di applausi e ovazioni all’interno delle sale. E poi le
recensioni dei giornali e gli incassi che cominciano a lievitare.
Lucas aveva preso per sé i soli 100.000 dollari di compenso come
regista, ma aveva firmato con la Fox un’opzione che gli avrebbe
garantito il 40% degli introiti sul merchandising legato al film.
Charles Lippincott, direttore del marketing, fu colui che trasformò
Guerre Stellari in un clamoroso successo partendo dai circoli
degli appassionati di fantascienza e proseguendo attraverso quelli
dei “comics” grazie alla realizzazione del fumetto del film
realizzato dalla Marvel. La Del Rey accettò inoltre di pubblicare il
romanzo basato sulla sceneggiatura che, sebbene pubblicizzato come
scritto direttamente da Lucas, fu in realtà realizzato da Alan Dean
Foster: sei mesi dopo l’uscita del film già mezzo milione di copie
del romanzo erano state vendute. Ad esse si aggiunsero i tantissimi
giocattoli prodotti dalla Kenner con una linea dedicata alle
statuine dei personaggi del film e soprattutto con i modellini delle
astronavi. Guerre Stellari nel giro di pochi mesi divenne il
film dell’anno e anche il maggior incasso di tutti i tempi fino a
quel momento. Delle 10 nominations agli Oscar del 1978, ben sette
statuette vennero consegnate ai realizzatori di Guerre Stellari
portando la Industrial Light & Magic ad ottenere l’Oscar «quando
ancora neanche pensavano di poterlo ottenere». Lucas aveva
definitivamente realizzato il suo sogno e aveva tutto il denaro
necessario a continuare l’opera.
Alle Hawaii lo raggiunge un telegramma di Coppola, impegnato nella
complessa realizzazione di Apocalypse Now (che nei progetti
iniziali doveva essere diretto dallo stesso Lucas), che gli chiede
soldi. E alle Hawaii lo raggiunge Steven Spielberg, l’unico che aveva creduto
nel successo del film. Lucas lo mette al corrente di un soggetto che
sta portando avanti da anni e che mescola l’avventura, l’archeologia
e il mistero: è Indiana Jones. «George me ne parlava da
cinque minuti ed ero già in piedi, incapace di trattenere
l’eccitazione», raccontò Spielberg. Il progetto prevede una regia
affidata a Philip Kaufman che poco dopo rinuncia portando Spielberg
alla direzione del primo film di quella che già nelle intenzioni di
Lucas si profila essere un prodotto seriale. Lucas e Spielberg si
lanciano nella stesura della sceneggiatura, partendo dal soggetto
ben impostato, ma solo nel 1981 il primo film Indiana Jones e i
Predatori dell’Arca Perduta esce finalmente nei cinema: «Dopo il
primo Guerre Stellari avevo quest’altro progetto, ma mi resi conto
di essere caduto in una specie di gioco magico, qualcosa che andava
oltre il film» ha detto Lucas molti anni dopo. Infatti non c’è molto
tempo per pensare ad Indiana Jones: già la Fox preme per un sequel
di Guerre Stellari. Lucas non è sorpreso perché il “sequel” è
già parte dei suoi progetti e non uno solo ma molti altri: già nel
1973, quando The Star Wars non era che il titolo di una
storia alquanto bizzarra, l’dea di Lucas era quella di realizzare
una saga epica composta da tre trilogie. Pensa di farne una serie
televisiva ma capisce che solo i budget cinematografici possono
portarla al successo: così, dopo il primo Guerre Stellari
decide di realizzare quello che nei suoi progetti è l’episodio
cinque, l’episodio di mezzo della trilogia di mezzo dell’intera
saga. L’Impero Colpisce Ancora non sarà diretto da Lucas ma
da Irvin Keshner. Egli ne scrive però l’intera sceneggiatura. E’
curioso vedere come Lucas, partito dall’intenzione di girare i
propri film ed affidare ad altri produzione e soprattutto
realizzazione della sceneggiatura, abbia poi abbandonato per più di
vent’anni la macchina da presa. A L’Impero Colpisce Ancora
(1980) e Il Ritorno dello Jedi (1983) seguono i tre capitoli
di Indiana Jones (1981, 1984, 1989), i fantasy Labirinth
(1986) e Willow (1988), la serie televisiva del
Giovane Indiana Jones (1992-1996): tutti prodotti che Lucas
produce e di cui scrive le storie.
George Lucas è ormai miliardario e passa i successivi anni a
potenziare il suo impero. Alla Industrial Light & Magic che fino ad
oggi ha ottenuto 14 premi Oscar per i suoi effetti speciali, e alla
sua casa di produzione Lucasfilm, egli affianca la THX e la
Skywalker Sound che rivoluzionano il mondo del sonoro
cinematografico e la LucasArts che diviene una delle principali
major di videogiochi per computer americane. Come Guerre Stellari
ha rivoluzionato la fantascienza, le tecniche che Lucas ha
introdotto con questo film hanno rivoluzionato per sempre il cinema.
Il richiamo al suo primo amore resta però troppo forte: «Non sarò
mai un uomo d’affari», aveva detto Lucas a suo padre molto tempo
prima. Ed egli ritiene sia venuto il momento di tornare a darsi da
fare per trasformare in realtà i sogni che ancora vagano nella sua
testa. Il 3 ottobre 1994 viene resa nota la notizia che George Lucas
ha iniziato a lavorare alla nuova trilogia della saga di Star
Wars, la trilogia di prequel (l’idea di una terza trilogia di
sequel, nonostante diviene un leit-motiv negli anni successivi, è
poi abbandonata definitivamente). «E’ molto divertente poter
ritornare adesso a quell’universo», dichiarò alla vigilia
dell’uscita dell’Episodio I – La Minaccia Fantasma (1999).
«Soprattutto perché, essendo in possesso delle attuali tecnologie,
sono in grado di ricrearlo più simile a come me l’ero raffigurato
all’inizio». Lucas ha ora tutti i soldi che può permettersi e tutte
le tecnologie necessarie: le frustrazioni dei precedenti film non
sono che un ricordo. Egli decide di non limitarsi più a produrre i
film e a scriverne la sceneggiatura, ma crede sia giunto il momento
di riprende la cinepresa – adesso capace di filmare in digitale – e
tornare a dirigere i suoi film.
Il resto è storia nota. Con la conclusione della saga, Lucas ha in
tasca altri progetti da realizzare. In primis Indiana Jones 4,
di cui ha già scritto la sceneggiatura e la cui uscita è prevista
per il 2008. Poi una serie televisiva in 100 puntate che lui stesso
scriverà e forse dirigerà, incentrata sul periodo che intercorre tra
Star Wars Episodio III e l’episodio IV Una nuova speranza,
cioè sull’adolescenza di Luke Skywalker e il consolidamento
dell’Impero. E poi tra i suoi progetti c’è un ritorno alle origini,
un piccolo film autroprodotto ed intimista senza effetti speciali e
con poco budget, oltre ad un film sulle battaglie aeree della
Seconda guerra mondiale (una delle sue passioni, si ricordino i
duelli spaziali di Star Wars ispirati ai documentari storici
della Battaglia d’Inghilterra). La vita di Lucas gira ancora tutto
intorno al cinema. Con la moglie Marcia ha divorziato nel 1983 ma
vive ancora con i tre figli adottivi Amanda, Katie e Jett. La fine
della grande saga non è la fine della sua vita: «Come ogni film che
finisce mi rende malinconico», ha raccontato quando è uscito nelle
sale La Vendetta dei Sith. «In questo caso la malinconia è
più forte, Guerre Stellari ha preso una parte molto
importante della mia vita. Ma provo anche una specie di euforia, in
fondo è come se riprendessi la mia libertà, posso recuperare la
curiosità di sperimentare, di giocare con piccoli film». Nel 2005
Lucas ha ottenuto il premio alla carriera dell’American Film
Institute. Già dieci anni prima gli era stato offerto ma lui aveva
segretamente rifiutato perché “troppo giovane”. Aveva chiesto di
ripetergli l’offerta quando avrebbe avuto sessant’anni. Ora i tempi
sono maturi ma Lucas ha ancora voglia di dire la sua nel cinema, nel
mondo che ha costituito la sua vita.
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