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Lo sfavillanete Coruscant è ben diverso dai pianeti disabitati della Trilogia Classica.

I protagonisti dei prequel, perquanto molti ci siano anche nella Trilogia Classica, sono completamente diversi.

Nel rappresentare il futuro Darth Vader bambino, La Minaccia Fantasma pecca di buonismo.

 

 

 

 

 
PREQUEL, GUIDA AL DIBATTITO CRITICO

Parte I


Quando George Lucas annunciò, nel 1997, in coincidenza con il ventennale di A New Hope e l’uscita della special edition della trilogia di Star Wars, la sua intenzione di girare una nuova trilogia di Guerre Stellari composta dagli episodi I, II e III, il mondo dei fan della saga si mise in fervente attesa. Qualcuno iniziò a nutrire dubbi sulle reali intenzioni di Lucas (una mera operazione commerciale?), ma in generale il desiderio di vivere una nuova esperienza starwarsiana aveva messo d’accordo entusiasti e mezzi critici. Ora che la nuova saga è in attesa del suo ultimo capitolo, il parere di un vasto numero di appassionati è clamorosamente mutato, aprendo un dibattito critico spesso anche piuttosto feroce in ambienti tipici del fandom quali forum e newsgroup su Internet. Quali sono i temi principali di questo dibattito?

Scarsa coesione

L’episodio I, La Minaccia fantasma, fece subito capire che la nuova trilogia non sarebbe stata costruita sulla falsa riga della ‘vecchia’. Lucas non si fece nessun tipo di problema sulla questione di invecchiare il film e renderlo simile a quelli degli anni ’70-’80. E la stonatura si nota subito: colori forti, scenografie hi-tech, scene di massa, mancanza anche di quel celebre ‘senso dell’usato’ che aveva la trilogia classica. Ai fan sembrò tutto nuovo: ben poco della vecchia saga era rimasto, al di là delle spade laser, e a molti questo voltafaccia clamoroso parve un affronto. La scarsa coesione si nota anche nella trama, ben più complessa di quelle dei primi film. Ma discontinuità si nota un po’ ovunque. Nei pianeti, per esempio. Prima di episodio I avevamo visto solo mondi quasi disabitati: Hoth, Endor, Yavin, con lievi eccezioni costituite da Tatooine e Bespin. Invece la nuova trilogia presentò Naboo, mondo brulicante di vita; una Tatooine ben più viva e caotica di quanto si ricordava; e soprattutto l’immenso Coruscant, pianeta ricoperto completamente da edifici e che ospitava probabilmente centinaia di miliardi di abitanti. L’Attacco dei Cloni riprese questi tre mondi e ne aggiunse altri due, il tecnologico Kamino e l’arido Geonosis (forse il mondo più vicino ai canoni della vecchia trilogia).

In realtà il problema era molto più complesso di quello che i fan si erano creati. La scarsa coesione tra le due saghe non era una scelta voluta da Lucas, un tentativo – secondo alcuni – di rendere la storia più accattivante per le nuove generazioni. Lucas stesso lo dichiarò: le due trilogie presentavano due storie diametralmente diverse. Se la trilogia classica aveva come soggetto centrale la lotta di un pugno di ribelli contro il malvagio Impero galattico, i prequel dovevano raccontare la drammatica caduta della Vecchia Repubblica e il passaggio al male di Anakin Skywalker. Tutta un’altra storia, tutte altre sfaccettature, un modo completamente diverso di impostare la narrazione (come si poteva, per esempio, raccontare la caduta della Repubblica senza ambientare una parte dei film nella sua capitale?). Certo, il problema della discontinuità dal punto di vista estetico c’è ed è notevole. E in questo caso la colpa potrebbe in effetti ricadere sulle scelte del regista. Di questo, tuttavia, parleremo meglio in seguito.

Allo stesso tempo gli spettatori che già conoscevano la precedente trilogia hanno dovuto affrontare la triste realtà della completa assenza di personaggi a loro noti. Certo, a fungere da leganti c’erano Yoda, R2-D2, Palpatine e C-3PO (anche se questi due un po’ diversi da come li conoscevamo) e varie guest star notevoli quali Jabba the Hutt nel primo episodio e Boba Fett nel secondo. Alcuni fan lamentarono l’assenza di personaggi carismatici. Mancava uno Han Solo della situazione. Per contro, veniva presentato Jar-Jar Binks, maldestro personaggio che la maggior parte del fandom non ha tardato a mettere alla berlina, concentrando in esso tutte le brutture dell’operazione prequel. Si è riscontrata in pratica una grande difficoltà da parte dei vecchi appassionati ad abituarsi alle nuove figure che assumevano il ruolo di protagonisti: Amidala, il giovane Obi-Wan, Darth Maul. E tutto questo non è stato altro che un ulteriore elemento di discontinuità da aggiungersi all’enorme complesso di difetti del genere.

Tuttavia Lucas non ha reciso del tutto i contatti la vecchia trilogia dal punto di vista della regia e sotto il profilo estetico. Un ancoraggio sottile e geniale ai precedenti episodi esiste, e non è certo casuale. Lo dimostra, tra l’altro, l’articolo AOTC/ANH, TESB: i parallelismi, pubblicato sul sito italiano “Star Wars Athenaeum”, che tramite confronti con immagini e scene dei film dimostra come ci siano parallelismi visivi tra gli episodio IV e V e gli episodio I e II. Si tratta in pratica di un tentativo di ricalcare pose, espressioni, movimenti, disposizioni degli attori nella vecchia trilogia in questi prequel. In tal modo, lo spettatore ha un senso di sottile deja-vù che, meglio di tanti altri modi, influenza l’inconscio a riconoscere aspetti in comune con la trilogia classica. E sicuramente è un tocco di genio.

Comunque sia, è importante riconoscere il fatto che i prequel non sono stati fatti con l’intento di imitare per contenuto e forma la ‘sacra trilogia’ classica. L’intenzione è ben altra, ed è per questo che bisogna evitare fin quando è possibile confronti diretti tra le due saghe.

Infantilismo e buonismo

Un’altra delle maggiori critiche lanciate contro la nuova trilogia riguarda il degrado del livello epico a scapito di un trionfo del politically correct e dell’infantilismo. Diciamo subito che episodio II ha in un certo qual modo dissipato molte di queste critiche, mostrando un film che è forse il più cupo e adulto della saga. In realtà il rimprovero proruppe con La Minaccia Fantasma, «indubbiamente il “film bambino” della saga» (D. Canavero, L’infantilizzazione dell’opera di Lucas). Un bambino di nove anni come protagonista assoluto; un supporter comico al limite della demenzialità, la stessa di quei clown che tanto divertono i più piccoli; una regina quindicenne trattata dai suoi nemici come “giovane e ingenua”. Insomma, tutti gli elementi per fare di episodio I un film davvero infantile.

In realtà, come molti critici e fan hanno poi fatto notare, La Minaccia Fantasma è forse un film ‘volutamente’ infantile. Proprio così, soprattutto visto dall’ottica di episodio II. Tutta la trilogia dei prequel gira intorno alla psicologia di Anakin Skywalker, e tutto ciò che avviene è in funzione di questo grande personaggio che poi, volgendosi al male, porterà con sé la galassia nell’incubo da noi ben conosciuto. La Minaccia fantasma, dunque, non farebbe altro che presentare un universo dal punto di vista di un bambino di nove anni quale Anakin è: la guerra presentata come un divertente videogioco, la politica vista come pericoloso gioco per adulti, i droidi considerati simpatici pupazzi, i rischi e la morte considerati con sufficienza, insomma un film visto e vissuto «con la leggerezza tipica dei giovani» (parole usate da Terry Brooks nel suo romanzo tratto dal film).

Alcuni critici hanno tuttavia chiesto, giustamente, perché Anakin nel primo film dovesse per forza avere nove anni. E’ sicuramente una forzatura, tenuto conto che nel Ritorno dello Jedi Obi-Wan dice a Luke che conobbe Anakin «quando era già un grande pilota». Lucas certo non pensava a un bravo pilota di podracer quando fece dire queste parole allo spirito di Ben. Visto da quest’ottica, l’infantilismo di episodio I è sicuramente criticabile. Tuttavia bisogna ancora una volta tener conto che Lucas si è rivalso con L’Attacco dei Cloni, in cui ha presentato una vicenda dai toni molto più cupi, e in cui ha creato un modo visto dall’ottica di un adolescente che vede crollare le proprie sicurezze e comincia a comprendere gli orrori della vita (Anakin subisce il trauma della morte della madre e il difficile rapporto con Padmé e Obi-Wan).

Vista da questa prospettiva anche l’accusa di ‘buonismo’ avanzata da un gran numero di critici e di fan si ridimensiona notevolmente. L’accusa partiva dal fatto che i due episodi prequel soffrissero di scarso realismo in fatto di scene cruente, dovuto al fatto che Lucas avesse deciso di girare la saga prequel più per il giovane pubblico che per altri. Esempi nella trilogia classica che avallano la tesi di una maggior crudezza delle scene riguardano la morte innocente di Beru e Owen Lars; il fatto che i ribelli combattessero battaglie con soldati ‘veri’; la tortura che subiscono Leia e Han; la crudeltà infinita di Tarkin; il violento taglio della mano di Luke e Vader; il potentissimo duello finale del Ritorno dello Jedi. Il confronto in effetti pare necessario di fronte ad alcune scene ‘riduttive’ dei prequel: il piccolo Anakin che da solo distrugge un interna astronave della Federazione; la battaglia poco seria dei Gungan contro i droidi federali (non ci sono più nemici umani e dunque pensanti da uccidere); i riferimenti molto vaghi alle sofferenze del popolo di Naboo.

Ancora una volta, tuttavia, si potrebbe prendere in considerazione la già citata ipotesi di ‘differenze di vedute’. Episodio I, visto dagli occhi del piccolo Anakin, è semplice e superficiale. Invece L’Attacco dei Cloni presenta scene davvero forti, per la media di Star Wars: l’attentato ad Amidala; la morte di Shmi; il massacro dei Tusken da parte di Anakin; ancora una volta un taglio di braccia (questa volta di Anakin); il durissimo duello finale con Dooku. E se vogliamo, anche La Minaccia Fantasma presenta alcune scene di grande spessore emotivo: il piccolo Anakin che abbandona per sempre la madre; Amidala messa di fronte alle sofferenze del suo popolo; il cancelliere Valorum, affranto e rassegnato, che subisce la ‘coltellata alla schiena’ da parte dei suoi più fedeli sostenitori.

E qui arriviamo al punto principale di tutto questo paragrafo. La storia di Episodio I è una storia di vittorie. Nonostante la burocrazia che lega le mani ad Amidala, Naboo viene liberato; la Federazione subisce la sua sconfitta definitiva; Darth Maul è ucciso; Anakin diventa Jedi; tutti festeggiano a Theed City, pieni di voglia di cambiare le cose: Boss Nass si riconcilia con i Naboo, Palpatine diventa cancelliere e decide di cambiare il sistema, Anakin metterà le sue capacità al servizio dei Jedi. Tutto è felice, tutto finisce bene. Ma chi vede al di là della storia in sé si rende conto che La Minaccia Fantasma è il film più orribile della saga. Dietro i sorrisi tronfi di Palpatine e le musiche gaie dei Gungan s’intravede che il piano per distruggere la galassia sta riuscendo e che il vero vincitore, alla parata finale, sia Palpatine e i Sith. E’ un finale di un tragico clamoroso. Il contrasto pauroso tra ciò che vediamo sullo schermo e ciò che sappiamo fa davvero venire i brividi. E meglio di tutti, Anna Ferruglio Dal Dan esplica tutto questo in un suo illuminante articolo, Democrazia imperfetta, il Bacio della Donna Ragno e Voglio volare via da questo pianeta: «Al resto di noi che ha passato i dieci anni il film sussurra, quasi inavvertita sotto la meraviglia di un sogno per gli occhi, una morale amara. Che i buoni, i giusti, i generosi, coloro che sono animati da buone intenzioni e dal fermo proposito di non assistere impotenti all'ingiustizia sono, in questo film, ciechi, sordi e stupidi».

Mancanza di magia

La Trilogia classica di Star Wars ha attecchito così profondamente nelle menti di coloro che la videro per la prima volta dal 1977 al 1983, e anche di quelli che hanno avuto la fortuna/sfortuna di vederla prima dei prequel, che si è diffusa tra i fan di vecchia data la teoria della ‘venerabilità’ di tale saga (è nota la formula ‘sacra trilogia’). Si è diffusa così, allo stesso tempo, l’idea che Star Wars fosse impregnato di magia. In realtà non c’è nulla di straordinario in tutto questo: molti film, anche se non si amano troppo, hanno oggettivamente un grande impatto emotivo, quella che comunemente viene chiamata ‘magia’ di un film. E la saga di Guerre Stellari possiede davvero in sé un grande impatto emotivo e scene impregnate di quella che potremmo definire magia.

C’è tuttavia bisogno di fare una distinzione tra le due magie di Star Wars. La prima riguarda la magia di alcuni singoli momenti, che potremmo definire momenti catartici. La scena di Luke che osserva il tramonto su Tatooine con il tema della Forza che echeggia trionfale; Darth Vader che rivela a Luke di essere suo padre; la morte di Yoda; Vader che uccide Palpatine; la scena finale della trilogia. Naturalmente ve ne sono molti altri, ma questa breve carrellata è abbastanza rappresentativa. Queste, e molte altre scene, sono sicuramente quelle a più forte impatto emotivo sul pubblico e in generale quelle che si ricordano meglio. Sono scene che trasmettono magia. Due interessanti articolo in merito, da leggere, sono Il Sublime e I Momenti Sublimi pubblicati sullo Star Wars Athaeneum, che approfondiscono meglio la concezione della magia insita in queste scene. Nella nuova trilogia molti fan hanno lamentato una scarsità di scene magiche e sublimi, e una concretezza stonata con la mistica tipica di Guerre Stellari. In effetti certo ci può essere un utilizzo di temi più seri e concreti rispetto alla trilogia classica: i dissidi all’interno della Repubblica, le macchinazioni della Federazione del Commercio, o anche la squallore di scene quotidiane come il bar dell’amico di Obi-Wan o il pic-nic di Padmé e Anakin. Tuttavia non bisogna criticare i prequel sulla base di queste poche scene. La Minaccia Fantasma presenta un numero straordinario di ‘scene sublimi’: l’addio di Anakin alla madre, con il tema della Forza ancora una volta che fa da protagonista; lo spettacolare duello con Darth Maul; l’ingresso dei Jedi a Otoh Gunga. Ed episodio II non è assolutamente da meno, anzi. Il primo bacio tra Anakin e Padmé con il Love Theme che dirompe sempre di più; la drammatica morte di Shmi Skywaker; l’entrata nell’arena di Geonosis; l’arrivo di Obi-Wan su Kamino. In realtà, da questo punto di vista, la saga è un tutt’uno. Non sembra proprio che ci siano episodi più deboli di altri per quanto riguarda il numero e la forza delle ‘scene sublimi’.

Un secondo modo di considerare la cosiddetta ‘magia’ di Star Wars consiste nell’analizzare il substrato favolistico-mitico della saga. Moltissimi articoli critici hanno sviluppato quello che è sicuramente uno dei temi cardini e uno dei maggiori punti di forza dell’epopea di Star Wars. Sicuramente da leggere è La Lady, i suoi cavalieri e la Forza di Sylvia McCosker, che analizza il tema favolistico e medioevale. Lucas non ha mai negato di essersi ispirato ad archetipi delle vecchie favole della tradizione, oltre che ai miti classici, e questo è chiaramente osservabile in tutta la vecchia trilogia. In Una Nuova Speranza abbiamo l’uomo nero Darth Vader, la principessa, l’uomo di latta C-3PO. L’Impero Colpisce Ancora mette in scena il folletto Yoda, il mostro della caverna sugli asteroidi, la città delle nuvole. Ne Il Ritorno dello Jedi abbiamo i pelosi abitanti della foresta di Endor, la sfida contro il Rancor, il vecchio stregone che corrompe, alias Palpatine. Pur tuttavia, ancora una volta, La Minaccia Fantasma non è da meno a questa trilogia. Certo, forse il substrato favolistico si nota di meno, ma è sempre presente. Come spiegare altrimenti l’imperatrice bambina incarnata in Padmé, i Gungan che sembrano «l’esatto equivalente dei bonari ‘selvaggi’ dei serial esotici» (Andrea Ferrari in Ciak n. 9 del settembre 1999), o le mistiche suggestioni del deserto, o ancora quelle della bucolica Naboo? In realtà La Minaccia Fantasma è tutto un sogno ad occhi aperti per il misticismo che lo impregna, se si fanno le dovute eccezioni del caso: i droidi della Federazione del Commercio, e gli spogli interni della navi neimodiane (ma anche episodio IV presentava simili scenografie nella Morte Nera). In realtà L’Attacco dei Cloni da questo punto di vista – e solo da questo punto, chiariamoci - è il più debole della saga. Tutto qui è serio, realistico, e non dà spazio ai toni mistici e fanciulleschi della favola o del mito. La newyorkese Coruscant, l’asettico Kamino, il rozzo Geonosis con le sue macchine e industrie. Qui davvero non c’è spazio per quel substrato di cui abbiamo parlato. Potrebbe tuttavia essere una scelta da parte di Lucas, che vorrebbe così sottolineare il tragico disincanto che la galassia intera sta subendo in questa caotica ascesa dell’Impero (fino ad ottenere il massimo trionfo della concretezza e del materialismo in episodio IV con la Morte Nera e tutto il resto). Solo la visione di Episodio III potrà chiarire questo punto fondamentale.

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