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Sì, è vero, è finito come tutti noi sapevamo e ci aspettavamo (o,
meglio, sognavamo). Ma che finale è stato! Ciò che più conta, però,
è che Star Wars non è finito qui. Il cerchio si è chiuso
davvero, alla fine, ma non senza spunti di continuità. Perché è con
La Vendetta dei Sith che inizia la storia, non nel senso
prettamente cronologico delle due saghe che tanti grattacapi
continua a creare tra i non addetti ai lavori, ma nel senso della
lettura critica dell’esalogia. L’episodio III non è un finale, una
conclusione banale come tante: da esso scaturisce la redenzione
finale della trilogia prequel, e la rilettura in senso
anakincentrico della saga nel suo complesso. In questo Lucas ci ha
davvero colti di sorpresa: è riuscito lì dove nessuno, io credo,
finora sia mai riuscito, a rendere cioè aperto un cerchio che si è
chiuso, dando materia per mille nuovi dibattiti, mille nuovi spunti,
e lenendo certo non poco la tristezza che, sulle struggenti note del
mai dimenticato Leia’s Theme dei titoli di coda, ha
accompagnato ciascuno di noi - fan improvvisamente orfani - fuori da
una sala cinematografica dove mai più riecheggerà il roboante
squillo di trombe che ha accompagnato la scritta Star Wars
all’inizio di ogni nuova avventura. Come ha brillantemente detto
Alberto Crespi su L'Unità: «La
saga si chiude in modo magniloquente e attaccaticcio: nel senso che
non riuscirete a separarvi dai personaggi e, usciti dal cinema,
correrete a casa e metterete nel lettore dvd o vhs il vecchio Guerre
stellari, il primo, quello dove tutto è cominciato; e che
(ri)comincia proprio dove il nuovo film finisce».
Ad un inizio grandioso, dove già i colpi di tamburo e le musiche
abilmente composte da John Williams fanno da preludio a qualcosa di
veramente notevole, segue una prima parte forse un po’ statica e
spezzettata, del resto nel consueto stile a cui la saga ci ha
abituato (dal 1977 ad oggi, ammettiamolo). Un’introduzione
necessaria, come riassunto per chi si era perso per strada in questi
anni e come raccordo tra l’episodio II e l’episodio III che, in
definitiva, inizia con la seconda ora di film. Di lì, semplicemente
un climax che sembra non finire mai. Sorprende che moltissime scene
tra le più notevoli superino di gran lunga la forza di quelle più
memorabili della trilogia classica, forse soprattutto per la loro
differenza con lo il canone starwarsiano: esemplare è il muto
dialogo tra Anakin e Padmé dalle torri d’avorio in cui entrambi sono
rinchiusi soli con le proprie angosce, commentato da un coro
arabeggiante che, se un po’ assomiglia al dialogo a distanza tra
Luke e Vader ne L’Impero Colpisce Ancora, appare
sensibilmente diverso e superiore a molte scene da noi viste in
questi anni.
Si sa che Star Wars è stato da sempre un film fatto di due
cose: immagini e musica. In questo senso ciò che si era perso nei
due episodi precedenti è stato qui ripreso in pieno, e lo si
percepisce anche solo guardando le scene finali del film che
esprimono mille significati solo con immagini e sinfonie, ed in
effetti solo così si può raccontare una storia che nei suoi temi di
base è più grande e sublime dell’umana ed effimera parola. Ce lo
spiega un critico come Tullio Kezich: «La
sensazione è che l'intero ciclo di Star Wars non sia un puro
fenomeno di tecnologia applicata al cinema, ma una favola nera
intinta di pessimismo sul piano individuale (l'eroe che diventa il
villain) e apocalittico».
Ciò
nonostante non si commetta il banale errore di considerare le frasi
all’interno de La Vendetta dei Sith come parole al vento
aggiunte solo per dare corpo a una storia senza sceneggiatura.
Star Wars non è mai stato questo, e qui mai come in nessun altro
film i dialoghi hanno un valore e uno spessore da necessitare
un’interpretazione a posteriori (in primis il dialogo spartiacque di
Palpatine nel teatro). Non tanto, forse, nelle scene d’amore tra
Anakin e Padmé che, seppure un senso imprescindibile lo hanno, sono
trattate con la difficoltà che già strideva nell’episodio II. Ma
alcune frasi, icastiche nella loro brevità, lasciano il segno non
soltanto nell’ambito della storia ma nel più ampio raggio della
nostra contemporaneità: “E così che muore la libertà? Sotto applausi
scroscianti?”, si chiede smarrita Padmé al Senato di fronte
all’agghiacciante discorso dell’instaurazione dell’Impero. Una
domanda che ci sentiamo di porre anche noi in tempi e luoghi più
vicini di quelli di una galassia lontana lontana, come evidente è il
significato di uno scambio di battute epico tra Anakin e Obi-Wan
prima del duello del destino: “Se non sei con me, sei mio nemico”,
sussurra Anakin con una frase che ci appare troppo attuale. E la
risposta di Obi-Wan ammonisce la Storia di ieri, oggi e domani:
“Solo i Sith ragionano per assoluti”. Di lì, comincia la battaglia
finale per la libertà della galassia che, sappiamo, finisce male, e
con un’ombra di inquietudine ci chiediamo se questo varrà anche per
i nostri tempi.
Del resto, Star Wars è anche una saga che riprende tante
tematiche storiche, antropologiche e mitologiche in chiave
futuristica: la caduta della Repubblica e l’instaurazione
dell’Impero ricordano il passaggio della libertas
repubblicana alla securitas imperiale di Roma, ma anche le
vicende più contemporanee dei totalitarismi. Forse, però, colpiscono
di più i parallelismi che possiamo fare con la scena del massacro
degli Jedi e l’atroce olocausto dei bambini, un po’ shoah e un po’
strage degli innocenti, e l’ecatombe di Anakin dei separatisti su
Mustafar che tanto ricorda quella dei proci sull’Itaca omerica. Ma
non c’è bisogno di scomodare tutti questi legami, interessanti ma
non indispensabili per la storia, poiché come si è già detto la
vicenda riprende temi tanto atavici come la Caduta, la Perdizione,
la Tirannide, la Libertà. E’ la storia di un destino scritto in una
profezia che troppo tardi si è scoperto essere stata male
interpretata, complice la cecità dell’orgoglio Jedi e l’ottusità
della burocrazia repubblicana, passive pedine in mano a giochi di
potere e male inimmaginabili. L’ineluttabilità la si ode piena delle
sue terribili conseguenze nelle note del Battle of the Heroes
che fa da sfondo al duello del destino tra Anakin ed Obi-Wan,
nell’incapacità di cambiare il corso degli eventi che segna Anakin
con i suoi sogni profetici su Padmé e i Jedi e il Senato con la loro
impotenza verso il disegno spietato di Palpatine.
Proprio per questo forse La Vendetta dei Sith è tra tutti il
film in cui è protagonista la vicenda nel suo complesso, perché i
suoi attori non sono che ‘agiti’ di una forza inarrestabile. Ciò non
toglie il valore del loro contributo nell’intero prodotto finale,
che è superiore alle aspettative pessimistiche di qualche fan
nostalgico delle performance teatrali della trilogia classica. La
Vendetta dei Sith si basa su un quadrato fatto di due binomi:
Anakin vs. Obi-Wan e Palpatine vs. Yoda. Sono le loro vicende a
muovere gli eventi, diversamente da una notevole passività di fondo
di un personaggio pur fondamentale come Padmé, che sembra ormai
rassegnata al suo inconsapevole destino. Il ruolo drammatico e
tragico di Anakin sembra piacere ad Hayden Christensen che dà forse
il meglio di sé (complice anche un doppiaggio italiano notevole)
nelle scene in cui può dare libero sfogo alla parte oscura del suo
carattere. In alcune scene, come già ne L’Attacco dei Cloni,
riprende le movenze di Vader, soprattutto nei gesti imperiosi.
Realistico il raccordo con le due personalità, quella di Anakin e
quella di Darth Vader, che si conclude col rituale quasi mistico
della posa della maschera: il primo Darth Vader ha ancora un po’
della spavalderia di Anakin, un briciolo di affetto per il prossimo,
che perde però subito nel dispiego torrenziale di odio
all’apprendere della morte della sua amatissima Padmé: è quello
l’evento finale che cancella tutto ciò che c’era di Anakin e vede
sorgere il vero Vader, che morirà solo quando nel figlio Luke saprà
ritrovare il vero volto di sé stesso soffocato da una maschera che
lui stesso ha finito per creare. Obi-Wan assomiglia sempre più al
suo io anziano tanto celebre nel volto di Alec Guiness, e si
dimostra in più occasioni un Jedi fallace pur nella sua riconosciuta
abilità (quante volte è stato salvato da Anakin?), chiudendo
anch’egli un cerchio apertosi con la morte del suo mentore Qui-Gon
Jinn, il cui spirito qui riappare per tracciare le linee della
futura rivalsa dei Jedi. Bravo quindi Ewan McGregor ad adattare al
ruolo del giovane Obi-Wan l’eredità di Guiness, che traspare nel
momento in cui ‘muore’ l’Obi-Wan amico di Anakin e sorge il suo
spietato nemico il cui spirito tormenterà Vader fino alla sua
redenzione finale.
Sull’altro fronte, il binomio Yoda-Palpatine è più che mai lo
scontro tra le due facce della Forza, i due aspetti della realtà che
si combattono prima a distanza e poi direttamente in un duello
memorabile in cui, per la prima volta, Yoda viene sconfitto. Il suo
fallimento è conclusivo. Pur sopravvissuto, capisce di non poter più
affrontare l’Imperatore: non ha infatti fallito nello scontro, ma
nei poteri poiché quando afferma “fallito il mio compito ho” si
riferisce all’aver permesso che il Lato Oscuro divenisse più potente
del Lato Chiaro. Il fallimento nell’aver permesso la caduta di
Anakin, la caduta della Repubblica, la morte dei Jedi. E’ uno Yoda
umano, anch’egli sconfitto, che comprende la portata dell’errore del
suo orgoglio e della sua cecità, che per primo ammette ma di cui per
primo si prende le responsabilità. Sceglie l’esilio, e quando finirà
per addestrare Luke – ultima speranza di rivalsa – scopriamo perché
ha tanti dubbi sul suo futuro e perché ci tiene, in punto di morte,
a sussurrare: “Non sottovalutare i poteri dell’Imperatore, o il fato
di tuo padre tu subirai”. In questo, lo Yoda de La Vendetta dei
Sith è molto vicino a quello della trilogia classica, sia nella
resa digitale (ancora un po’ falsa) sia soprattutto nella psicologia
del personaggio: sublime il preludio allo scontro con Darth Sidious,
in cui con poche frasi sbeffeggia il suo titolo di Imperatore e la
vanità del suo risultato. Nulla però può Yoda contro Palpatine, che
in questo film giganteggia titanico e indistruttibile come nel
duello nel Senato dove è sempre un gradino al di sopra del suo
“verdastro amico”. Il migliore, indiscutibilmente, Ian McDiarmid in
questo terzo episodio. La sua performance passa attraverso l’intero
spettro delle sfumature, resa in italiano molto bene dalla voce di
Vairano (per quanto a volte strascichi troppo), dal Cancelliere
benevolo al consigliere subdolo al Sith letale all’Imperatore
diabolico che tanto abbiamo ammirato nel lontano Ritorno dello
Jedi. Reso definitivamente folle e sfigurato dalla sua brama di
potere, Palpatine si raccorda infine perfettamente al suo io quasi
centenario e satanico dell’episodio IV.
Di fronte a questi due binomi, scompaiono quasi gli altri
personaggi. Principalmente si nota le debolezza di Padmé, sia nel
ruolo sia nell’interpretazione (un peccato, vista l’indiscussa
bravura di Natalie Portman) sia nel doppiaggio nostrano. Centrale
nello sviluppo della vicenda oscura di Anakin, Padmé non convince
nelle battute scadenti delle scene con Anakin e non rende nei
momenti in cui si aspettava un maggiore coinvolgimento, cioè alla
scoperta del tradimento del marito. Si riscatta solo – ed in grande
misura – nelle ultime parti, nelle sue brevi battute al Senato e
soprattutto nel confronto conclusivo con Anakin, dove dà prova della
sua bravura espressiva e commuove nella misera fine per mano
dell’amato, che quasi stona con il grandioso funerale rinascimentale
che si svolge su Naboo. Scompaiono anche le figure comiche, che non
hanno spazio in una vicenda fatta di drammi totali come questa: C3PO
si limita a borbottare ogni tanto qualche “Oh santo cielo!” ed R2D2
dopo un brillante inizio molto azzeccato si eclissa anch’esso
insieme al tanto discusso supporter comico dei prequel, il Jar Jar
che qui si limita ad una comparsata ai margini della scena. E
purtroppo scompaiono anche due villain d’eccezione quali il
nobilissimo conte Dooku, che dopo un raffinato duello, alcune
battute memorabili e un’intensa espressività, viene reciso dalla
sceneggiatura con un taglio molto simile a quello compiuto da Anakin
con la sua testa. Tutto per lasciare spazio a un altro bel cattivo,
il generale Grievous che alcuni dei fan più esperti avevano già
avuto modo di conoscere nelle puntate di Clone Wars. Il capo
dei droidi separatisti è delineato con brevi ma intensi tratti: i
suoi modi esasperati e nevrotici, accentuati dalle musiche
trionfalistiche e schizofreniche di Williams, ricordano tanto un
Napoleone o meglio ancora quell’Hitler demente che abbiamo avuto
modo di conoscere nel recente La Caduta, la sua forza immensa
che lo rendono protagonista di un duello molto fisico e starwsiano
vecchia maniera con Obi-Wan (che riprende un po’ quello con Jango
Fett nel precedente episodio). L’unico problema è che nel complesso
della vicenda Grievous, come già Dooku e ancor prima Maul, non si
fanno apprezzare abbastanza e non sono che idee brillanti
abbandonate a metà.
Proprio in virtù di quanto detto prima riguardo le immagini, ne
La Vendetta dei Sith anche gli sfondi delle vicende sono
protagonisti, hanno un ruolo nella comprensione della storia.
Scenografie monumentali e di incredibile bellezza spaccano gli occhi
in ogni momento del film, da quando la “Mano Invisibile”
(l’ammiraglia separatista) precipita su Coruscant e la cinepresa ci
proietta attraverso le nubi per irrompere nel cielo del pianeta in
una scena da togliere il fiato, fino agli incantevoli scenari di
Alderaan e a quelli tanto noti ma qui impregnati di un misticismo
che avevamo dimenticato di Tatooine. Non si tratta, però, di una
mera esibizione di stile, tutt’altro. Qui tutto ha una spiegazione.
Innanzitutto l’indimenticabile duello tra Yoda e l’Imperatore nel
Senato galattico: la lotta tra i due lati della Forza ha come sfondo
il Senato stesso, che Palpatine si diverte a fare a pezzi, per
rappresentare l’orrenda metafora della Repubblica fatta a pezzi come
un giocattolo dalla megalomania sconfinata dei Sith. Su Mustafar,
scorgiamo in molte scene un sole la cui luce viene gradualmente
soffocata dai venefici vapori lavici del pianeta: è l’ultimo
brandello di luce che muore ottenebrato dall’odio di un Anakin reso
ormai incapace di amare e preda dell’Oscurità, e l’ultimo barlume di
luce per la libertà della galassia ormai caduta in un Oscurantismo
che durerà decenni. L’intero Mustafar è quasi un pianeta che vive in
simbiosi con Anakin. I fiumi di lava, i geyser eruttivi, le cascate
di fuoco corrispondono al crescere dell’odio di Vader, che alla fine
deborda come deborda la lava che lo sommerge, simbolo dell’odio che
– Yoda l’aveva ammonito tredici anni prima – prima o poi si sarebbe
rivolto contro di lui. E, sempre parlando per immagini, mai come in
questo episodio gli sguardi dominano le scene. Il duello di sguardi
tra Grievous e Obi-Wan, in cui si gioca a chi è più forte; il già
citato sguardo a distanza tra Anakin e Padmé su Coruscant; lo
sguardo assassino di Vader con gli occhi gialli, gli stessi di Maul
e dell’Imperatore, gli stessi di chi con quegli occhi non vede che
il Male; gli occhi colmi di sofferenza di Yoda. Infine, lo sguardo
orripilato di Vader (anzi di Anakin, perché lì riappare brevemente)
quando la maschera gli cala sul volto, e per la prima volta possiamo
vedere il mondo come lo vedrà lui per più di vent’anni: la luce del
sole scompare per sempre, e lì capiamo il senso struggente della
frase a Luke nel Ritorno dello Jedi “Per una sola volta,
lascia che ti guardi con i miei veri occhi”.
Tutto questo dramma, questa tragedia lirica, è commentata da un
Williams un po’ nostalgico e un po’ a corto di idee, che riesce a
nascondere l’assenza di temi davvero memorabili (fatta eccezione per
il Battle of the Heroes, che però è tra i temi centrali della
saga il più debole) con un abilissimo mixage di musiche della nuova
e della vecchia trilogia, che sottolineano i momenti più intensi e
raccordano in modo magistrale l’inizio e la fine, lo yin e lo yang
di questo cerchio che si chiude. Così ci emozioniamo come non mai
all’udire il Duel of Fates nello scontro Yoda-Palpatine, e il
coro funebre quasi wagneriano della morte di Qui-Gon che qui fa da
sfondo a due uguali tormenti: la morte di Padmé, e la morte di
Anakin. E il nostro cuore ha un sussulto nella parte conclusione del
film. Sono le musiche che conosciamo da tanti anni, quelle della
trilogia classica, a narrare le ultime scene: le dolci note del
Leia’s Theme e il trionfale tema della Forza ci accompagnano su
Alderann, dove crescerà Leia, futura nuova speranza della galassia,
sull’incrociatore imperiale dove l’Imperatore e Vader assistono ai
primi lavori della Morte Nera, e su Tatooine. E come poteva finire
una storia come questa? Come era iniziato tutto, con uno sguardo
teso verso l’infinito, come infinita è la storia che ci è stata
raccontata. Due soli che tramontano. Due speranze che sorgono. Due
storie, due saghe che si abbracciano e infine si chiudono.
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