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Copertina italiana di Jarka Ruus.

Edizione italiana di Tanequil.

La Regina degli Straken, edizione italiana dell'originale "Straken".

 

 

 

 

 
IL DRUIDO SUPREMO (e forse ultimo)

Analisi critica dell'ultima trilogia di Shannara


La macchina editoriale di Terry Brooks ragiona ormai per trilogie. Nei tempi d'oro della fantasy, quando questo genere narrativo ancora non era stato contaminato da uno stuolo di autori di scarsissimo livello il cui successo è stato costruito a tavolino da editori avidi di sfruttare le onde lunghe di grandi film, la trilogia non era lo standard e non lo era nemmeno per Terry Brooks. I primi romanzi di Shannara erano del tutto autonomi e vennero successivamente considerati parte di una ideale trilogia; era una tetralogia di quattro romanzi piuttosto autonomi quella degli “Eredi di Shannara”, senz'altro il maggior successo di Brooks. Era una saga di cinque volumi auto-conclusivi quella di Landover. E anche Il Demone era stato pensato per essere a sé stante finché il successo non l'aveva trasformato in una trilogia. Da allora è stato tutto un susseguirsi: la trilogia delVerbo e del Vuoto”, quella del “Viaggio della Jerle Shannara”, la successiva trilogia del “Druido Supremo” e quella prequel della “Genesi di Shannara”, divisa a sue volta in due trilogie di cui la seconda è promessa nel prossimo futuro. La conseguenza di tutto ciò è facile da immaginare: appiattimento, banalizzazione, romanzi che prendono forma per il solo bisogno di allungare il brodo e far sì che una trama, complessa ma capace di rientrare in un solo grosso tomo com'era tradizione di Brooks, si estenda ora su tre o sei romanzi. Il burro spalmato su troppo pane di tolkieniana memoria non piace a nessuno, e lo dimostra la sempre maggiore disaffezione verso un autore che ha fatto la storia della letteratura fantasy.

La trilogia del Druido Supremo di Shannara – Jarka Ruus, Tanequil e La regina degli Straken – è un esempio di come un’ottima storia avrebbe potuto dare il massimo se condensata in unico, grande romanzo piuttosto che annacquata in tre volumi ognuno dei quali preso per sé non comunica molto al lettore. Considerando i tanti punti di contatto con la precedente trilogia del “Viaggio della Jerle Shannara”, il discorso può essere esteso ipotizzando che al posto di una serie di sei romanzi Brooks avrebbe potuto realizzarne tre, o al massimo quattro, e ottenere risultati ben maggiori, in termini di qualità, rispetto alla formula commerciale imposta dagli editori. La protagonista di entrambe le saghe è infatti sempre Grianne Ohmsford, che abbiamo conosciuto come la Strega di Ilse nella prima parte della trilogia del “Viaggio”. Appresa la verità su se stessa grazie ai poteri della Spada di Shannara, Grianne ha sconfitto il suo oscuro maestro Morgwar e ricostituito l’Ordine dei Druidi come era nei progetti di Walker Boh. Tuttavia la storia non insegna niente e i Druidi tornano a tessere le loro trame di potere anziché interessarsi della sorte dei popoli delle Quattro Terre, cosicché la più potente nemica di Grianne, Shadea, riesce a imprigionare quest’ultima addirittura nel Divieto, il reame proibito dei Demoni, assumendo la leadership del Consiglio. Contro di essa si riunisce una compagnia formata dal più fido aiutante di Grianne, il nano Tagwen, da Penderrin Ohmsford, figlio di Bek e di cui quindi Grianne è la zia, nonché dal druido eremita Ahren Ellessedil e dalla nipote elfica Khyber. Il loro disperato compito, assegnatogli dal Re del Fiume Argento, è di liberare Grianne dal Divieto grazie al potere di un talismano ottenibile dall’albero del Tanequil, situato agli estremi confini orientali delle Quattro Terre, e al contempo di impedire al Demone giunto sulla terra di distruggere la barriera che divide il nostro mondo da quello maledetto, permettendo così l’invasione del male nelle Quattro Terre.

Brooks ci ripresenta così tutti i topos della sua narrativa: la compagnia di “eroi loro malgrado” impegnata nel compito di salvare il mondo, il talismano che può permettere la realizzazione dell’impresa, la minaccia di un’invasione dei Demoni, i giochi di potere dei Druidi, la fuga attraverso le Quattro Terre. Ritornano alcuni degli elementi di novità che avevano garantito un minimo di innovazione nella precedente trilogia: le Navi volanti, che anche qui dominano l’avventura così che una volta tanto il peregrinare attraverso le Quattro Terre può compiersi a volo d’uccello anziché attraverso i passi e le vallate impervie; la guerra tra la Federazione e i Liberi nel profondo Sud, un conflitto ormai generazionale noto come “Guerra del Prekkendor”, che prosegue stancamente; gli stessi protagonisti della precedente trilogia, cioè Grianne stessa, Bek e la moglie Rue – che pure compaiono tardi nella storia – e il principe elfico Ahren, divenuto druido ma poi allontanatosi dal Conaiglio. Per la prima volta in un romanzo di Shannara è assente un membro della famiglia Leah, dato che  pur sopravvissuto al viaggio in Parkasia il povero Quentin Leah muore qualche anno dopo, come si scopre all’inizio del primo romanzo.

Il problema principale è che, diversamente dal “Viaggio”, in questa trilogia non compare alcun elemento di novità. Tutto quello che vediamo lo abbiamo già conosciuto altrove, al punto che Brooks ricicla piuttosto gli elementi che hanno fatto la fortuna dei romanzi precedenti. Lo si scopre fin dalle prima pagine di Jarka Ruus, quando Grianne e Kermadec si recano nel Regno del Teschio per scoprire la verità su alcune misteriose apparizioni. L’antico regno del Signore degli Inganni, ricalcato sulla falsa riga della Mordor di Tolkien, era stato distrutto nella Spada di Shannara e da allora mai più ricomparso se non nel prequel Il primo re di Shannara. Non è un caso che torni qui insieme al suo antico sovrano, proprio il druido caduto Brona la cui ombra specularmente appare a Grianne quando ella la evoca nel Perno dell’Ade presente nel Divieto. Il Divieto stesso, la minaccia dell’invasione dei Demoni e la ricerca di un albero miracoloso non sono altro che gli elementi che fecero la fortuna del migliore dei romanzi di Shannara, Le pietre magiche. E la bella e misteriosa Cinamminson che Pen perde al termine del primo romanzo e riconquista al termine dell’ultimo non è che una versione (poco convincente, peraltro) di Viridiania, uno dei personaggi meglio riusciti di Brooks che dominava la storia del Druido di Shannara. Infine la guerra del Prekkendor, per la prima volta una versione “anti-eroica” della guerra (di questo si parlerà tra poco) presentata da Brooks, non è che il prosieguo del conflitto tra la Federazione e i ribelli del Sud presente già nella saga degli “Eredi di Shannara”. Il tentativo dello scrittore è quello di garantire al lettore, piuttosto che un’esperienza radicalmente nuova nel mondo di Shannara, una specie di ritorno alle origini, di riscoperta delle meraviglie delle Quattro Terre, quasi un omaggio a tutta la produzione precedente. La storia stessa, così semplice nella sua impostazione, non fa che riprendere tutti i leit-motiv che hanno caratterizzato la saga di Shannara dal suo primo romanzo ad oggi.

Il primo di questi leit-motiv è senz’altro quello che potremmo definire del “passaggio di consegna tra generazioni” che ha sempre costituito il filo rosso del ciclo di Shannara. C’è sempre e ci sarà sempre un Ohmsford a salvare le Quattro Terre, confrontandosi con la pesante eredità della propria famiglia in termini di poteri magici. Penderrin (Pen) Ohmsford, ancora giovanissimo, non è per nulla diverso da com’era suo padre Bek nella precedente trilogia. Convinto che il Canto magico abbia abbandonato per sempre la sua famiglia, o al massimo che abbia saltato una generazione, Pen ritiene di non possedere alcun potere ma più tardi decide di rivelare quella che crede essere solo una dote, la capacità di comprendere i pensieri di esseri viventi diversi dagli umani (piante, animali) e di comunicare – pur in maniera elementare – con essi. La magia torna quindi a ripresentarsi in forme nuove ma continua a trasmettersi regolarmente di padre in figlio e ogni membro della famiglia Ohmsford torna a confrontarsi con le consuete minacce. Il secondo leit-motiv considera le sfumature che caratterizzano il concetto di “Male” (si legga anche l’articolo “L’evoluzione del male”). Nella trilogia del “Druido Supremo” Grianne non è tanto dissimile dalla Strega di Ilse del “Viaggio”. Ha perso la sua vena di malvagità e ha messo i suoi poteri al servizio del Bene, certo, ma una parte oscura di sé continua a vivere. È quella parte che emerge gradualmente nell’inferno del Divieto, quando Grianne sarà costretta a utilizzarla per sopravvivere in un mondo dove la magia è usata unicamente per togliere la vita altrui o conservare la propria. Ulk Bolg, la creatura che Grianne incontra nel Divieto e decide di aiutarla pur tra diffidenza, propensione al tradimento e necessità di protezione, è il personaggio più emblematico da questo punto di vista. Fino all’ultima pagina, che Ulk Bolg sia un ‘buono’ o un ‘cattivo’ è un problema che nessuno riesce a risolvere e probabilmente può essere assimilato al personaggio manzoniano di Don Abbondio, un “vaso di coccio tra vasi di ferro”, che fa il male per puro istinto di auto-conservazione e assenza del coraggio necessario per ribellarsi al sistema o arrogarsi il potere (si ritornerà tra breve anche su Ulk Bolg stesso). Terzo dei leit-motiv di Brooks che possiamo ritrovare in questa trilogia è quello classico dell’amore reso impossibile. Ricordiamo la bella e dolce Amber Ellessedil delle Pietre magiche di Shannara che, tra lo stupore e la commozione, si tramuta infine nell’Eterea sottraendosi per sempre all’amore inconsolabile di Wil; la tragica morte di Viridiana, che assomiglia a quella di Gesù tradito da Giuda tardivamente pentito, che distrugge il povero Morgan Leah; il sacrificio di Ryer Ord Star, torturata fino alla morte nella consapevolezza di poter così salvare l’amato Quentin, ne L’ultima magia. Così anche qui l’amore disperato tra Pen e la giovane cieca Cinamminson diventa impossibile nel momento in cui, per poter acquisire il talismano capace di riportare Grianne nelle Quattro Terre, Pen deve abbandonare la ragazza nel regno del Tanequil. Infine, l’ultimo tema ricorrente che ritroviamo in questa saga è quello della “corruzione del potere” che coinvolge da una parte la Federazione, scellerata invenzione degli Uomini che come ogni sistema di potere da loro creato finisce per degenerare, e dall’altra i Druidi, ancora una volta incapaci di mettere le loro conoscenze al servizio del bene e intenti solo all’auto-preservazione del proprio potere

Quello che caratterizza piuttosto la trilogia del “Druido Supremo”, e che la rende almeno in parte diversa dalle opere precedenti, è un sentire diverso del suo autore, Terry Brooks, un’idea nata durante l’elaborazione de Il Demone nel lontano 1997 e che fa la sua irruzione anche nel mondo a parte di Shannara: un sostanziale pessimismo nei confronti della società presa nel suo insieme unito a un profondo ottimismo nelle potenzialità di ciascuno preso di per sé. Il Consiglio dei Druidi né è in qualche modo il simbolo: ogni tentativo di riunire le menti più sagge delle Quattro Terre fallisce inevitabilmente, mentre i migliori druidi restano quelli che agiscono da soli, ossia Allanon, Walker e poi Grianne. L’unione non fa la forza? Non è detto perché nei romanzi di Shannara si scopre sempre l’importanza di “fare gruppo”, perché la salvezza del mondo non è riposta nelle mani di un solo uomo ma può essere ottenuta solo con l’aiuto di tutti (era l’idea di Tolkien con la Compagnia dell’Anello, che Brooks ripresenta in tutte le storie della saga). Ciò che il Consiglio dei Druidi insegna è che il sistema finisce sempre per corrompere. Le compagnie di “eroi loro malgrado” che nascono nelle pagine del ciclo di Shannara sono per loro natura “anti-sistema”, e quella che opera in questa trilogia non è dissimile: Ahren Ellessedil è un druido in volontario esilio che ha preso le distanze dal Consiglio, Pen e i genitori si sono allontanati dalla vicende delle Quattro Terre, il nano Tengwar pur servendo fedelmente Grianne resta lontano dagli intrighi, il troll Kermadec è l’emblema degli eroi ribelli che vivono in remoti villaggi ai confini della civiltà. In questo senso essi si contrappongo all’autorità costituita del Consiglio dei Druidi, del Regno degli Elfi e della Federazione: tutti e tre questi i poteri che governano le Quattro Terre sono caratterizzati da corruzione, auto-preservazione del potere, indifferenza verso i problemi del proprio popolo.

Il conflitto nel Prekkendor non può non ricordare l’Iraq e l’Afghanistan odierni, un fronte dove gli uomini perdono le vite senza sapere più per cosa. È la libertà che difendono? O l’interesse dei loro leader? L’arroganza di Sen Dunsidan, il primo ministro della Federazione, e dell’inetto re degli Elfi finisce per ritorcersi contro di loro nel pantano del Prekkendor, mentre le vite di innumerevoli uomini ed elfi vengono buttate via in inutili sortite, attacchi e controffensive. In questo terribile conflitto Brooks non ci mostra più il volto eroico della guerra perché ormai, nel XXI secolo in cui egli scrive, la guerra ha perso per sempre ogni traccia di eroismo e valore. Già un accenno a questo tema compariva nella tetralogia degli “Eredi di Shannara”, quando la guerra – quella giusta, come almeno sembrava – tra la Federazione e i ribelli sconvolgeva pur sempre l’innocente Par Ohmsford. L’azione disperata del capitano delle guardie del Re degli Elfi, Pied Sanderling, in La regina degli Straken, che porta alla distruzione della “super-arma” federale, vede la morte di tutti i membri del commando; Sanderling, dato per disperso e atteso in patria come un eroe, potrebbe diventare il nuovo sovrano del popolo elfico se solo lo vorrebbe. Ma disgustato dalla cecità del potere e dall’orrore della guerra decide di scomparire e ritirarsi a vita privata con la persona che ha scoperto improvvisamente di amare, dopo aver scoperto quanto la morte può essere vicina. E non c’è possibilità di redenzione per Ulk Bolg, la creatura con cui Grianne stringe un’improbabile amicizia nel perfido mondo del Divieto: è il sistema che lo ha reso quello che è, un essere infido macchiatosi di terribili crimini di cui egli si pente ma tardivamente. Grianne gli offre la possibilità di lasciare il Divieto per le Quattro Terre, ma è troppo tardi per Ulk Bolg, resosi conto che nel mondo di Grianne egli non servirebbe a nulla. È forse la prima volta che Brooks non offre a un personaggio la possibilità di redimersi: questa volta il sistema vince e toglie al soggetto ogni discrezionalità, ogni possibilità di un’autonoma scelta di vita.

Il senso ultimo di questa nuova e importante tematica, o forse meglio di questo nuovo “sentire” di Brooks, si ritrova proprio nella scena finale della trilogia. La decisione di Grianne di lasciare il Consiglio dei Druidi, resasi conto che restare contribuirebbe solo alla destabilizzazione delle Quattro Terre, è una scelta che va contro il sistema che lei stessa ha contribuito a creare. Grianne si rende conto di poter trovare la vera pace solo nel momento in cui sarà libera di scegliere il proprio destino autonomamente, senza più sentire su di sé le responsabilità di una vita di errori. Decide così di donare di nuovo Cinamminson all’amore di Pen e consegnare al Tanequil il suo corpo, in un gesto che è al contempo altruista ed egoista. Raramente in un romanzo di Brooks, pur così pessimistico, si assiste a un finale tanto pieno di ottimismo. In realtà non è l’happy end che si potrebbe immaginare superficialmente: leggendo l’intera esalogia dal punto di vista di Grianne, l’episodio finale dimostra il suo fallimento nel tentare di cambiare il sistema e la sua consapevolezza del fatto che la vera redenzione può essere raggiunta non con l’opera da druido, ma con quella di essere umano. Sarà il gesto finale di amore verso il nipote a restituire la pace a Grianne più degli anni di inutili sforzi nel restituire la pace alle Quattro Terre. Terry Brooks non invita il lettore a rifuggire dal mondo e rifugiarsi in se stesso, come tenta di fare senza successo Ahren Ellessedil; ma gli suggerisce di mantenere sempre la propria coscienza critica per non permettere che siano gli altri a decidere per lui, un invito rivolto anche all’America di oggi e al mondo intero dove la coscienza critica di ognuno va sempre più attenuandosi in favore di un inquietante pensiero unico che nemmeno la Spada della verità di Shannara potrebbe distruggere.

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