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Come il protagonista di uno
dei suoi più noti romanzi, Il magico regno di Landover,
Terry Brooks inizia la sua storia come un giovane avvocato
dotato di una straordinaria immaginazione, troppo ampia
perché il mondo in cui vive riesca a contenerla. Decide così
di partire e diventare signore di un regno magico in cui la
sua immaginazione può finalmente diventare realtà: «Ciò che
può essere immaginato può essere creato», ha detto una
volta. «E se tu puoi crearlo, puoi viverlo».
Terry Brooks nasce l’8 gennaio del 1944 nella
cittadina di Sterling, nell’Illinois, priva di particolari
attrattive, abitata da lavoratori delle acciaierie, lontana
più di cento chilometri da Chicago. E’ un’epoca in cui
mancano ancora i moderni passatempi, la televisione entra in
casa solo quando il nostro ha sei anni, e il piccolo Terry
passa la sua infanzia leggendo e giocando con i vicini di
casa. Il rapporto con i libri e con le storie è un fatto di
famiglia. Il padre, che durante la guerra ha servito
nell’esercito, gestisce insieme ad altri soci una piccola
tipografia ed ha aspirazioni letterarie che non lo
porteranno lontano; prima della guerra aveva svolto il
lavoro di redattore per una rivista di narrativa, con il
compito di correggere e spesso riscrivere parti di storie da
pubblicare. La madre, casalinga, è come il marito un’assidua
lettrice e tiene un diario personale che aggiorna
quotidianamente. Terry viene così spinto fin da giovanissimo
alla lettura di tutto ciò che riesce a trovare in casa. Si
appassiona alle avventure fantastiche di Edgar Rice
Burroughs e H.G. Wells, a quelle del vecchio west di Zane
Grey e James Fenimore Cooper, ai grandi classici
ottocenteschi di Dumas e Stevenson, alla fantascienza più
seria di Asimov, Heinlein e Lester Del Rey. All’università
una ragazza gli presta un romanzo di moda, Il Signore
degli Anelli di J.R.R. Tolkien. La lettura di
quell’opera lo segnerà per sempre. Ben presto Terry scopre
che la semplice lettura non gli basta. Con gli amici del
circondario mette in scena le più improbabili avventure:
pirati all’arrembaggio di velieri, cavalieri di re Artù con
tanto di mazze da scopa per le lance e coperchi di bidoni
come scudi, cowboy texani contro gli indiani. Quando non è
con gli amici Terry prosegue quelle avventure da solo
servendosi di figurine e della sua straordinaria
immaginazione. A scuola comincia a rendersi conto che esiste
un’altra possibilità per dar sfogo alla propria creatività:
scrivere. Ad incoraggiarlo su questo terreno sono i suoi
genitori e soprattutto i suoi insegnanti di inglese. Alla
scuola primaria Terry scrive il suo primo racconto che
coinvolge alcuni ragazzi, una casa infestata e degli alieni:
la sua insegnante è entusiasta e lo esorta a continuare.
Alle medie, durante le ore di lezione, si cimenta nella
realizzazione della sua prima opera lunga incentrata su un
viaggio sulla Luna. Alle superiori è sottoposto alle rigide
esigenze della sua professoressa di letteratura, dalla quale
Terry imparerà l’importanza di uno schema preliminare da
seguire nella stesura dei suoi futuri romanzi. Il desiderio
del giovane è, da subito, quello di diventare scrittore, uno
scrittore di storie d’avventura come quelle che lo hanno
emozionato negli anni dell’infanzia, ma dove vi sia spazio
per la riflessione, per l’approfondimento dei personaggi,
per la costruzione di scenari fantastici.
Nel 1966 Terry Brooks consegue il Bachelor of
Arts in letteratura inglese presso l’Hamilton College e
alcuni anni più tardi la laurea in Legge presso la
Washington and Lee University. Conseguita l’abilitazione per
l’avvocatura, Brooks torna nel proprio paese natio e inizia
l’attività di procuratore legale. Si sposa e dalla moglie,
Judine, ha quattro figli. La scrittura, passione che l’aveva
mosso negli anni precedenti, sembra essere stata riposta in
una cassetto. Non è così. Brooks porta infatti avanti, in
parallelo con la propria attività ufficiale, la stesura di
un lungo romanzo fantasy che riprende la tradizione del
Signore degli Anelli, quella di una fantasy epica dove i
protagonisti non sono grandi eroi ma persone qualunque alle
prese con sfide al di là delle loro forze. Nel 1974 l’opera,
ormai conclusa (e composta da più di ottocento pagine), è
inviata da Brooks alla DAW Books, casa editrice diretta da
Donald A. Wollheim. Questi gli restituisce il dattiloscritto
e gli consiglia di rivolgersi a qualcuno più esperto in quel
genere di cose: la Ballantine Books, e precisamente i
coniugi Del Rey. Lester Del Rey era stato uno dei miti
d’infanzia di Brooks, di cui aveva letto con passione i suoi
scritti di fantascienza. Nell’estate di quello stesso anno
la Ballantine aveva assunto Judy-Linn Del Rey per dirigere
la collana fantascientifica della casa editrice: l’editore
Ron Busch sperava così facendo di coinvolgere
nell’iniziativa lo stesso Lester Del Rey, le cui qualità non
solo di scrittore ma anche di critico letterario ed editore
erano ben note. Ricevuto il dattiloscritto di Brooks con la
lettera di accompagnamento di Wollheim, Judy-Linn pone
quindi l’opera all’attenzione del marito affinché la
giudichi. Lester Del Rey vede subito in quel testo,
intitolato La Spada di Shannara, la possibilità di
rovesciare un luogo comune che circola tra gli addetti ai
lavori: quello che la fantasy non possa essere venduta al
grande pubblico, lontana ormai anni luce dai canoni
irraggiungibili di Tolkien. Del Rey decide di fare de La
Spada di Shannara l’opera di punta della nuova collana
fantasy/fantascientifica della Ballantine, idea che viene
sottoscritta dal direttore Busch. E così che, nel novembre
1974, Terry Brooks riceve una lunga lettera di Del Rey
stesso il quale giudica il romanzo «la migliore fantasy
epica dopo Il Signore degli Anelli di Tolkien».
Essendo la prima opera seria realizzata da Brooks, essa è
tuttavia ancora troppo imperfetta per la pubblicazione. Del
Rey gli chiede dunque di iniziare una lunga attività di
revisione, sulla base di una serie di istruzioni che questi
gli invia poco più tardi. Per tutto l’anno successivo,
Brooks e Del Rey lavorano al perfezionamento de La Spada
di Shannara, mentre l’anno ancora successivo – è il 1976
– Judy-Linn Del Rey inizia il lavoro di persuasione tra i
librai e i rivenditori riguardo il valore dell’opera. La
Literary Guild, tra i più importanti club del libro
americani, decide di metterlo in vendita attraverso il
proprio catalogo come “libro del mese”, anche se in edizione
rilegata. Nell’aprile 1977, infine, La Spada di Shannara
esce finalmente nelle librerie in brossura e – solo in
edizione limitata – in rilegato. La scommessa di Lester Del
Rey è vinta: La Spada di Shannara è il primo romanzo
fantasy ad apparire nella classifica dei best-seller del New
York Times, restandovi per cinque mesi nelle posizioni più
alte. Sul quotidiano appare anche un’ampia e favorevole
recensione di un critico d’eccezione, Frank Herbert. Terry
Brooks viene così lanciato, fin dal suo primo lavoro,
nell’Olimpo degli scrittori; i coniugi Del Rey fondano una
sezione a parte della Ballantine, la Del Rey Books, che
diviene pochi anni dopo la prima casa editrice di
fantascienza e fantasy negli Stati Uniti. «Riflettendo su
quanto mi è accaduto», ha scritto al riguardo Brooks nella
sua pregevole autobiografia/guida alla scrittura
Sometimes the Magic Works (da cui sono tratte gran parte
di queste notizie) «sono giunto alla conclusione che la
magia a volta funziona davvero».
La Spada di Shannara non era stato
scritto per avere un seguito, ma i progetti dei Del Rey sono
ben diversi. Bisogna lanciare una saga che fidelizzi il
lettore, soprattutto per appagare il desiderio di nuova
fantasy che proviene a gran voce dai pubblico. Solo Terry
Brooks può riuscirci, perché i lettori credono nella sua
capacità di rendere quel genere nuovo e originale rispetto
ai deludenti tentativi precedenti. Brooks si lancia così
nella stesura di un seguito, che intitola Il canto di
Lorelei, incentrato sui poteri di un canto magico e sul
personaggio di Rone Leah, parente del Menion Leah apparso
nel romanzo precedente. Giunto oltre le quattro pagine,
Brooks entra in crisi e non riesce a dare una svolta al
progetto. Lo invia dunque, sotto pressante richiesta di
questi, a Lester Del Rey affinché dia qualche suggerimento
in merito. «Quando arrivò la lettera tanto attesa, non era
affatto come me l’aspettavo», racconta Brooks. «Lester mi
diceva che Il canto di Lorelei era una schifezza».
Seguono giorni terribili: Brooks si chiede se la sua
carriera sia da buttare via o se le pretese di Del Rey siano
eccessive; ipotizza di cambiare editore, forzando magari la
mano grazie al nome che ormai si è fatto. Ma quando gli
viene recapitato il suo dattiloscritto corredato da lunghe
note scritte da Del Rey, il nostro – pur riluttante – si
getta nella rilettura dell’opera e delle critiche
dell’editore. «Scoprii di cambiare idea ogni volta e
all’istante. I commenti di Lester erano concisi,
approfonditi, e centravano ogni volta il bersaglio. Vedevo
perfettamente i miei errori… si moltiplicavano come
conigli». Terminata la lettura, la decisione è presa:
abbandonare Il canto di Lorelei e lanciarsi nella
stesura di un romanzo completamente nuovo. Nasce così il
seguito de La Spada di Shannara, che s’intitola Le
pietre magiche di Shannara (1982). I temi centrali della
precedente opera abortita saranno ripresi da Brooks nel
romanzo successivo, La canzone di Shannara (1985).
La pubblicazione de La canzone di Shannara
spinge Brooks a mettere momentaneamente la parola fine al
filone delle Quattro Terre che l’ha accompagnato per quasi
quindici anni. Un primo tentativo di realizzare qualcosa di
nuovo avviene con Il re di Koden, di cui Brooks invia
ai Del Rey un dettagliato riassunto per avere la loro
opinione. I due non sono molto convinti, lo incoraggiano a
far di meglio, e il nostro abbandona l’idea. Nel gennaio
1984 Brooks si reca quindi a New York per incontrarsi di
persona con i Del Rey e parlare dei suoi futuri progetti.
«Il dubbio sul mio successivo lavoro era ulteriormente
complicato dal fatto che ero giunto a un bivio della ma
vita», racconta Brooks. La trilogia di Shannara lo ha
trasformato in uno scrittore di successo, quello che egli ha
sempre desiderato diventare; ma esita ad abbandonare la
carriera di avvocato che rappresenta la stabilità, il
rifugio sicuro qualora la fortuna girasse e l’ispirazione
l’abbandonasse. «Perciò andai a New York per incontrare
Lester con l’intenzione di trovare qualcosa di più dell’idea
per un nuovo libro. Vi andai per cercare la direzione da
dare alla mia vita. Avevo bisogno di un’illuminazione,
un’epifania». L’illuminazione di cui Brooks ha bisogno
arriva proprio attraverso il suo protettore, Lester Del Rey.
Durante una informale colazione ‘di lavoro’, Brooks espone
il suo desiderio di dedicarsi a qualcos’altro, a una nuova
saga fantasy che abbandoni però il carattere epico di
Shannara e sia qualcosa di radicalmente nuovo. Ed ecco
che Lester Del Rey, quasi come se da tempo stesse aspettando
quell’occasione, afferma di avere l’idea per una storia che
gli sembra buona ma che certamente non è adatta per Brooks;
quest’affermazione suona al nostro quasi come una sfida ed
egli costringe Del Rey a raccontargli il succo di questa
storia. E’ la storia di un uomo che, sfogliando un catalogo
di articoli natalizi, scopre un regno magico in vendita.
Brooks accetta al volo la sfida: vuole essere lui a
trasformare in realtà quella storia, lo affascina, ma
soprattutto l’affascina la possibilità di cimentarsi con
qualcosa di nuovo. Del Rey accetta con la condizionale: se
entro un anno Brooks non caverà niente di buono, i diritti
della storia torneranno a lui. Nel viaggio di ritorno
nell’Illinois, Brooks riflette sull’abbozzo e traccia le
linee guida della nuova saga; soprattutto, si rende che il
protagonista da lui ideato – Ben Holiday, avvocato disilluso
in cerca di una nuova vita – rappresenta il suo alter ego,
l’immagine riflessa delle sue aspirazioni. E come Ben
Holiday troverà un regno magico ad attenderlo, Terry Brooks
troverà al termine di quest’avventura la svolta che cercava.
Holiday’s Magic (“La magia di Holiday”) viene scritto
in soli dieci mesi, leggermente revisionato e poi
re-intitolato Magic Kingdom for Sale/Sold! (1986), il
primo romanzo della serie de Il magico regno di Landover.
La sicurezza economica è raggiunta, Brooks lascia la
carriera di avvocato e la ristretta vita di Sterling per
trasferirsi con la famiglia a Seattle. La serie di Landover
proseguirà poi subito dopo con L’unicorno nero (1987)
e Mago a metà (1988), cui seguiranno più tardi La
scatola magica di Landover (1994) e La sfida di
Landover (1995). Recentemente sembra che la Universal
stia lavorando a un adattamento cinematografico del primo
romanzo della serie, la cui regia sarebbe stata affidata a
Stephen Sommers. Nel caso in cui il film vedesse la luce,
Brooks si è impegnato a scrivere un nuovo capitolo di
Landover.
Nel 1991 Terry Brooks scopre a sua spese che
la carriera di scrittore non è tutta rose e fiori. Durante
una visita vacanziera ad Albuquerque con la moglie, il
nostro telefona all’amico Owen Lock, caporedattore della Del
Rey Books dopo la morte di Judy-Linn. Al termine della
conversazione Lock lo informa che la casa editrice ha
acquisito i diritti per la novelizzation (cioè la versione
romanzata) del prossimo film di Steven Spielberg: Hook –
Capitan Uncino, un seguito cinematografico di Peter
Pan con Dustin Hoffman e Robin Williams. Resta da
trovare lo scrittore. Brooks si entusiasma all’idea di
confrontarsi con un capolavoro della letteratura fantastica
come il Peter Pan di Barrie e si offre di scrivere l’opera.
Lock cerca di dissuaderlo, perché l’impresa – afferma – sarà
per lui assolutamente negativa: la gente del cinema è
diversa da quella delle case editrici, non tiene conto di
niente se non dei soldi e per Brooks potrebbe rivelarsi un
fallimento artistico. Ma la sfida, infine, è raccolta.
Brooks è convinto che la sceneggiatura, che ha potuto
leggere in anteprima, è perfetta ed esprime bene il senso
delle avventure originali di Barrie. Decide di parlare con
lo sceneggiatore, Jim V. Hart, ma viene a sapere che il
progetto non è più suo e il copione originale è in fase di
totale revisione. Brooks e la moglie si recano quindi a Los
Angeles per visitare gli studios e farsi un’idea del film,
sperando anche di incontrare lo stesso Spielberg per
parlarvi di persona. Ma giunti ad Hollywood vengono accolti
da «un funzionario di medio livello che chiaramente aveva
cose più importanti da fare che perdere tempo con noi». Non
gli viene concessa che la visita a qualche set e la visione
di alcune fotografie di scena. Nessuna traccia di Spielberg,
degli sceneggiatori e del materiale necessario per l’opera.
Tornato a Seattle, Brooks comincia ad essere quotidianamente
inondato di pagine di nuove sceneggiature che stravolgono
completamente il senso originale del film, americanizzandolo
e trasformandolo in un prodotto “surreale”; man mano che
Brooks, sulla base dei copioni ricevuti, cerca di scrivere i
capitoli del libro, ecco che un nuovo copione sostituisce il
precedente e tutto va cambiato. Quando il film è finalmente
concluso, così come il romanzo, la tragedia è appena
iniziata: «Il manoscritto mi tornò inedito non con una, ma
con tre serie di revisioni da parte di tre diverse persone
del mondo del cinema… Per una frase che diceva: “L’interno
della stanza era buio come la notte”, il commento era:
“Questa azione non si svolge di notte”… Accanto a una
citazione di Topolino c’era il misterioso commento:
“Cancellare i riferimenti ai personaggi Disney”». Quando
tutto finisce il film si rivela un mezzo fiasco e il romanzo
viene perlopiù ignorato. Brooks giura a se stesso di non
scrivere mai più un altro adattamento di film. Sarà
costretto a ricredersi otto anni dopo.
Intanto, i tempi sono ormai maturi per un
ritorno alle origini, un ritorno nelle Quattro Terre di
Shannara. Tutto sommato la trilogia di Landover non aveva
entusiasmato come la precedente: «La storia era piaciuta
abbastanza, ma il commento che udivo con maggior frequenza
era “Quando scriverà un altro Shannara?”. Quando
però, invece di fare quello che mi veniva chiesto, scrissi
altri due libri della serie di Landover, la cosa non
mi guadagnò nuove simpatie». Le vendite calano, i lettori e
l’editore sono insoddisfatti: vogliono la fantasy epica. E
la fantasy epica è quel che Brooks decide di dar loro. Il
ciclo dell’Eredità di Shannara, il più celebre ed
acclamato ciclo all’interno della monumentale saga di
Shannara, rilancia in grande stile la formula della trilogia
“classica” e ne supera il successo. Gli Eredi di Shannara
(1990), Il Druido di Shannara (1991), La regina
degli elfi di Shannara (1992) e I talismani di
Shannara (1993) formano il ciclo di maggior successo
realizzato da Brooks. Mentre la stesura dell’ultimo capitolo
sta per terminare, nel 1993, il nostro riceva dalla Del Rey
Books la proposta per la stesura di una nuova serie fantasy
completamente diversa dalle precedenti. E’ il momento, per
Brooks, di estrarre dal cilindro un’idea che aveva coltivato
per anni: quella di una fantasy contemporanea, ambientata
nel nostro mondo, precisamente nella stessa middletown dove
Brooks aveva passato la sua giovinezza e incentrata sulla
crescita dei personaggi, appena adolescenti, e sulla loro
brusca uscita dal mondo dei sogni per entrare in quello cupo
della realtà adulta. L’idea centrale gli viene fuori mentre
è in auto e torna a casa: sull’autostrada una macchina gli
taglia la strada e per poco non si sfiora l’incidente.
Brooks inizia a riflettere pessimisticamente sulla fine
delle buone maniere, sulla crudeltà umana, sul declino della
civiltà contemporanea, sui terribili danni ambientali, le
guerre, l’indifferenza verso gli altri. Questa serie di
idee, che provengono anche dalle ferme convinzioni politiche
di Brooks, lo portano al primo romanzo della nuova serie:
Il Demone (1997). «Nel caso del Demone, le idee
mi arrivarono così in fretta e così facilmente da
permettermi appena di prendere nota di una che già ne
affiorava un’altra. Prima di finire di pensare a quel libro,
avevo l’ossatura di altri due: una trilogia con un inizio,
una storia centrale e una conclusione». La trilogia prosegue
infatti con Il Cavaliere del Verbo (1998) e Il
fuoco degli Angeli (1999). Ma, nonostante le
aspettative, commercialmente il successo non è enorme.
Brooks ritiene Il Demone “il suo romanzo migliore”,
tesi questa che una parte del pubblico e la larga parte
della critica gli riconoscono; ma il mercato con le sue
regole non è ugualmente convinto: Brooks vuol dire Shannara,
e un Brooks senza Shannara non vende. Dopo essere schizzato
ai primi posti della classifica best-seller del New York
Times già nella prima settimana, le vendite colano a picco.
Non sono un insuccesso economico, certo, ma un tradimento
delle aspettative questo sì. Le conseguenze di tutto questo
si scopriranno più tardi.
Nel novembre del 1997 Brooks è costretto a
tornare sui suoi passi e rimangiarsi la promessa fatta otto
anni prima di non realizzare più alcun adattamento di film.
Linda Grey, presidente della Ballantine Books, e Owen Lock –
che dopo la morte di Lester Del Rey è divenuto direttore
della Del Rey Books – lo informano che il regista George
Lucas vuole affidare proprio a lui la novelizzation
dell’attesissimo Star Wars, Episodio I: La Minaccia
Fantasma.
E’ il film più atteso del decennio e Brooks non può dire no:
non solo perché è un affare che aprirà il suo nome a un
vasto pubblico, ma anche perché in qualche modo sottile Star
Wars e la sua fantasy sono inestricabilmente legati. Lucas
vuole lui e la Ballantine perché non si è dimenticato che
nel 1977, quando nessuno avrebbe scommesso niente su Star
Wars, fu proprio Judy-Linn Del Rey ad acquistare i diritti
della novelizzation del film e a promuoverlo insieme a
La Spada di Shannara come romanzo di punta della
collana fantastica della Ballantine. Lucas e Brooks furono
le prime scoperte dei Del Rey e i loro destini hanno
camminato di pari passo. Le cose si rivelano subito ben
diverse da quanto accaduto otto anni prima con Hook.
Brooks è subito invitato allo Skywalker Ranch di Lucas dove
assiste alla proiezione delle scene, gli vengono consegnati
CD colmi di foto, modellini e costumi, gli si dà libero
accesso alla sceneggiatura e soprattutto la possibilità di
incontrare George Lucas stesso. L’incontro tra i due è
emblematico: due sognatori che si scambiano reciprocamente
le idee. Lucas dimostra tutto il suo amore per Star Wars,
chiede a Brooks di impostare il romanzo dal punto di vista
di Anakin Skywalker perché è quello che lui avrebbe voluto
fare ma che il film non gli ha permesso. Gli descrive gli
avvenimenti che verranno, quelli dei due film successivi, e
la storia di Anakin, quella dei Sith e degli Jedi. Lucas
rivela il suo cuore di fabbricante di universi a Brooks, che
riconosce subito come suo simile: «Quel pomeriggio vidi
qualcosa di stupefacente. Lucas chiese all’operatore della
console di proiettare parecchie volte la gara di una corsa
sugli “sgusci” e io, mentre guardavo, mi sentivo come un
bambino che avesse trovato un nuovo gioco. Anche George
Lucas mi pareva condividere quello che provavo io». Il film,
come è noto, sarà un successo, e il romanzo di Brooks –
uscito tre mesi prima, è il 1999 – resterà al primo posto
nella classifica rilegati del New York Times per cinque
settimane.
Le esperienze con i cicli di Landover e del
Verbo e del Vuoto portano Brooks ad alcune riflessioni sul
modo dell’editoria e sulle esigenze del grosso pubblico. Il
suo desiderio, da sempre, è stato solo quello di scrivere
storie che gli piacessero ed andare incontro alle sue
aspirazioni. Gli è stato sempre permesso di farlo, ma a
volte gli editori non hanno accolto molto bene i suoi
desideri di libertà creativa. Il suo amore per la saga di
Shannara, che lo ha lanciato come scrittore, è enorme, ma
spesso le esigenze del mercato hanno la meglio. Nell’ottobre
2001 esce nelle librerie The World of Shannara a cura
di Terry Brooks e Teresa Patterson: è una guida ufficiale
alla saga, con illustrazioni e descrizioni di luoghi,
eventi, personaggi. Brooks ha lavorato per molto tempo al
progetto ma alla fine non ne è stato molto soddisfatto: i
ritocchi imposti dall’alto hanno portato a un prodotto tutto
sommato deludente rispetto alle aspettative. Così, anche la
trilogia de Il viaggio della “Jerle Shannara”,
composta dai romanzi La strega di Ilse (2000), Il
labirinto (2001) e L’ultima magia (2002) e
ambientata 150 anni dopo il ciclo dell’Eredità, non ha
riscosso tra gli appassionati il successo dei romanzi
precedenti e ai più smaliziati è sembrata un’operazione
commerciale: l’opera, di per sé originale, sarebbe potuta
essere riassunta in un solo tomo invece di frammentarla in
tre romanzi. Brooks ha di certo corretto il tiro con la
trilogia successiva, quella del Druido supremo di
Shannara, che in effetti forma un tutt’uno con
quella precedente: Jarka Ruus (2003), Tanequil
(2004) e La regina degli Straken (2005) hanno
riportato la saga a standard elevati, pur non sfiorando il
capolavoro. Il perché di tutto questo era già stato spiegato
da Brooks: «A volte arte e mercato si scontrano in modo tale
che solo uno dei due può uscirne vincitore. Uno scrittore
deve comprendere e accettare questa verità».
Con l’ultima saga appena iniziata, quella del
Grandi Guerre che funge da prologo a tutto il ciclo di
Shannara e al tempo stesso si collega alla trilogia del
Verbo e del Vuoto (il primo romanzo appena uscito è I
figli di Armageddon), Brooks sta forse tentando di
coniugare infine esigenze commerciali e desideri artistici:
ha sempre voluto raccontare le origini delle Quattro Terre
fin da quando nel 1996 realizzò lo splendido Primo Re di
Shannara, prequel della trilogia classica. Ed ha sempre
amato la trilogia del Verbo e del Vuoto che per lui
rappresenta la maturità artistica. Unendo le saghe sta forse
realizzando la sua opera migliore, facendo sì che la magia
torni di nuovo a funzionare.
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