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«La
trilogia di Tolkien non mi aveva mai attirato, la consideravo “roba
da maschi”» ha rivelato l’attrice Miranda Otto, interprete del
personaggio di Eowyn nel film del Signore degli Anelli.
Similmente, la più celebre Liv Tyler (Arwen), davanti alla
sceneggiatura propostale dal regista Peter Jackson, commentò: «Non
è quel libro di cui tutti i miei compagni maschi parlavano a scuola?».
Le due frasi riportate non sono altro che gli strascichi di un luogo
comune nato molto prima che l’opera di Tolkien divenisse il fenomeno
di costume a cui siamo abituati oggi, cioè che Il Signore degli
Anelli sia un’opera essenzialmente maschilista. La Compagnia
dell’Anello, che dovrebbe rappresentare i cosiddetti “popoli liberi
della Terra di Mezzo”, è composta da nove membri, i nove
protagonisti della storia, ma tra questi non vi è nessuna donna.
Alcuni hanno deciso di spiegare quest’omissione come un
atteggiamento voluto da Tolkien, il quale non avrebbe mai
considerato le donne alla stregua degli uomini ma come delle
semplici ‘appendici’ di questi ultimi. Il mondo femminista degli
anni ’60 e ’70 ha perciò reso Il Signore degli Anelli il
manifesto del pensiero maschilista da distruggere. Consideriamo
innanzitutto il fatto che Tolkien, come massimo esperto di
letteratura medievale qual’era, scrisse Il Signore degli Anelli
utilizzando i canoni tipici delle romance, nelle quali le
imprese eroiche erano ovviamente ‘roba da uomini’ e le donne erano
tutte fanciulle che sospiravano in castelli aspettando l’eroe che,
vincendo il duello, avrebbe avuto la loro mano. Il Signore degli
Anelli è un romanzo medievale nell’ambientazione, non certo
contemporaneo. E’ come se nell’Ottocento si fosse criticato Manzoni
perché nei Promessi Sposi dava una brutta immagine di
Milano; ma stava parlando della Milano del Seicento!
Al di là di questo indispensabile
chiarimento, appare ovvio invece al lettore più competente delle
opere di Tolkien che tutto si potrà dire di lui tranne che fosse
stato maschilista. Perché nei suoi romanzi appare un gran numero di
donne, e diversamente dagli uomini – spesso fallaci, ingenui o
arroganti – esse sono sempre superiori, grandiose e tutte in qualche
modo uniche. E lo vedremo subito, partendo da una donna che nei
romanzi di Tolkien non è mai penetrata ma che sicuramente ha infuso
in tutte le creature femminili descritte dal nostro una sua parte di
personalità:
Edith Mary Bratt Tolkien
Una parte della critica e dei
biografi di Tolkien non ha mai mostrato interesse verso la sua
“dolce metà”, la ‘signora Tolkien”. Edith Bratt, invece, non può
certo essere tralasciata in questo modo visto come per Tolkien fu la
cosa più importante nella sua vita (insieme ai figli) ed ebbe un
sicuro peso anche nelle opere del Professore. Analizzando il
racconto del loro amore appare subito chiaro che Tolkien, lungi
dall’essere il maschilista come venne poi dipinto (ma del resto
l’hanno bollato anche come fascista, razzista, nazista, reazionario,
nostalgico conservatore, bigotto timorato e puritano…), aveva in
realtà un’idea del valore della donna che al giorno d’oggi non
troverebbe spazio. I due si incontrarono quando lei aveva 19 anni e
Tolkien 17. Entrambi orfani, subito si stabilì tra i due un legame
particolare che si trasformò in intensissimo amore. Davvero
significativo uno dei pochissimi stralci autobiografici che abbiamo
di Tolkien, preso da una lettera pubblicata poi dal figlio
Christopher insieme a molte altre. E’ una testimonianza dell’affetto
che univa i due (fu scritta molti anni dopo il loro matrimonio);
egli ricordava «Il primo bacio che ti ho dato e il primo bacio
che mi hai dato, quasi accidentale; le nostre serate quando ti
affacciavi alla finestra con la tua camicia da notte bianca e
facevamo lunghe e assurde chiacchierate; guardavamo, attraverso la
foschia, il sole sorgere sulla città, in lontananza sentivamo il Big
Ben battere le ore, una dopo l’altra; le falene che ti spaventavano
fino a farti rientrare; e il nostro fischio di richiamo, le
passeggiate in bicicletta, le discussioni accese e i tre grandi baci».
Un amore, quello tra Tolkien ed Edith, che dovette confrontarsi con
sfide terribili. Venuto a sapere della relazione, il tutore di
Tolkien, padre Francis Morgan, impose al nostro di troncare la
storia finché egli non avrebbe compiuto 21 anni. Significava non
vedere Edith per tre anni. Ma Tolkien nutriva grande affetto per
padre Francis, l’unico che si era preso cura di lui e del fratello
dopo la morte della madre. Così, nonostante alcuni incontri
‘clandestini’ che fecero adirare ancora di più il tutore, la
relazione fu troncata. Ma Tolkien non smise un attimo di pensare ad
Edith in quei tre anni, e quando l’orologio batté la mezzanotte del
giorno del suo ventunesimo compleanno lui già stava scrivendo la
lettera per Edith. La quale rispose che si era fidanzata, e che
presto si sarebbe sposata, ma facendo capire che era più per paura
di rimanere zitella che per amore intenso. Così quando Tolkien scese
giù dal treno che aveva preso per giungere nel paese dove abitava
ora Edith, la ragazza era già lì ad aspettarlo. I due si rimisero
insieme e si sposarono nel 1916.
Negli anni il loro amore non si
attenuò. Vissero insieme fine alla morte di Edith, sulla cui tomba
Tolkien fece incidere il nome di Lúthien, la fanciulla elfica
di cui Tolkien narrò la storia (che vedremo dopo) prendendo
ispirazione proprio da Edith. Ci si può chiedere quale peso avesse
Edith nel lavoro del marito. Bè, in questo caso si può rispondere
‘ben poco’. Nei primi tempi Edith riscriveva a macchina ciò che il
marito segnava a matita sui fogli, ma col tempo Tolkien raggiunse
l’autonomia nella scrittura a macchina. Qualcuno potrebbe avere da
ridire sul fatto che Tolkien ed Edith dormissero in camere separate,
ma se si considera che la ragione risiedeva nel fatto che Tolkien
scriveva fino a tarda notte e peraltro russava, e dunque perciò
preferiva dormire da solo per non recare fastidio alla moglie, si
può avere un esempio di quanto i due fossero attenti alle esigenze
dell’altra metà. Il fatto poi che Tolkien non inserisse Edith nella
sua vita professionale non risiede affatto nel suo essere elitario e
sessista, ma in due motivi. In primo luogo Edith era molto timida, e
non le piaceva avere molti contatti col mondo accademico del marito
che considerava troppo formale e burocratico anche negli affetti. In
secondo luogo lo stesso Tolkien riteneva che marito e moglie
dovessero agire in ambienti diversi, nel senso che lui aveva delle
amicizie che Edith non frequentava e a sua volta Edith aveva delle
amicizie che lui non frequentava. I due mondi non s’incontravano mai
se non nell’ambito della vita familiare. Il biografo di Tolkien,
Humphfrey Carpenter, ci racconta che quando negli ultimi anni
Tolkien ed Edith chiacchieravano - spessissimo – parlavano sempre di
argomenti che riguardavano i figli, i nipoti, la casa. Non ci deve
stupire questo atteggiamento. Primo perché ancora oggi è abituale in
molte situazioni, ma soprattutto perché questo era l’atteggiamento
dell’epoca, che noi non possiamo paragonare al nostro e che
all’epoca era perfettamente accettato dall’uomo e dalla donna.
Insomma, dal rapporto tra Tolkien ed Edith possiamo avere un’idea
precisa del valore che il ‘femminile’ ha per Tolkien. E lo vedremo
continuando questa trattazione.
Le Valier
Non è
certo un caso che il novero degli dèi tolkieniani comprenda un gran
numero di personaggi femminili. In realtà più che vere e proprie dee
sono considerate – nell’accezione più usata – “potenze angeliche”.
Ed è da notare il fatto che la ‘religione’ su cui si basano le
storie di Arda (dove si trova anche la Terra di Mezzo) sia molto più
matriarcale della religione professata da Tolkien, il cattolicesimo,
che oltre alla Madonna non considera nessun’altra creatura femminile
(e anzi è eminentemente maschilista, basti pensare al fatto che le
suore non possono dire messa). Queste ‘potenze angeliche’ sono
chiamate Valar, e le loro compagne femminili sono dette Valier. Ma
non bisogna in alcun modo ritenere che le Valiar abbiano il solo
ruolo di spose dei Valar. Esse sono pari a loro, e in alcuni casi
superiori. Tutte, comunque, agiscono su piani differenti rispetto
agli ambiti dei loro compagni. Il più grande dei Valar è Manwë, e
sua sposa è Varda, la Signora delle Stelle. Varda si identifica con
la luce. La potremo definire la dea della luce. Luce correlata
all’idea di bene, di gioia, di speranza, nettamente opposta alla
tenebra del Male incarnato da Melkor (il quale è definito appunto
come Negromante o Oscuro Signore). Può essere interessante notare
che questo dualismo luce=femminile, oscurità=maschile si
contrapponga all’archetipo classico dello yin e dello yang (in cui è
il lato oscuro ad essere femminile). Può essere altresì interessante
notare che Ursula Le Guin, nel suo capolavoro La Mano sinistra
delle Tenebre, pare riprende la concezione tolkieniana del
dualismo luce-ombra con la famosa espressione “la luce è la mano
sinistra delle tenebre”. Comunque sia, Varda è forse la Valia più
importante nella mitologia tolkieniana, viste le numerose
invocazioni nel Signore degli Anelli (qui col nome di
Elbereth, invocata anche da Frodo nell’oscurità della tana di
Shelob).
Un’altra importantissima figura
femminile nella mitologia tolkieniana è Yavanna, la sposa di Aulë,
il quale agisce su tutto il mondo materiale. Yavanna si prende cura
di tutto ciò che cresce nel mondo, gli alberi, i frutti, i fiori, la
terra. In questo caso è molto facile riconoscere che Yavanna
personifica la figura – comune a moltissime religioni ancestrali –
della Dea Madre, connessa all’idea della fertilità, in questo caso
più solitamente chiamata Madre Terra. Ed è evidente la sua
superiorità rispetto ad Aulë: mentre infatti questo crea la razza
dei nani forgiandola dalla pietra e dalla terra, dunque in qualche
modo contro natura, Yavanna ha con la natura un rapporto simbiotico,
dunque di rispetto e di armonia. Si ritiene di solito che la
mitologia tolkieniana abbia attinto da quella della tradizione
nordica, cosa del tutto vera, ma si possono riconoscere influenze
anche della mitologia classica. Questo ci fa riflettere però
soprattutto sul fatto che le mitologie – quelle reali – hanno tutte
elementi in comune. Dunque se nella mitologia classica Yavanna può
essere paragonata alle figure di Demetra e di Proserpina, Vairë la
tessitrice – sposa di Námo, custode delle Case dei Morti – si
paragona facilmente alla tradizione delle Erinni, che tessono il
destino degli uomini. Con la differenza che le Erinni spesso e
volentieri assumono connotati spiccatamente malvagi, mentre Vairë
impersona la figura tradizionale della tessitrice che può essere
assimilata alla Penelope omerica. Notiamo il fatto che le Valier
hanno tutte sfere d’influenza chiaramente ‘femminili’, non c’è posto
qui per quelle donne della tradizione nordica a metà tra le amazzoni
e le valchirie. Quindi la sposa di Tulkas, il più bellicoso e
valoroso tra i Valar, è Nessa, che però fa della rapidità guerriera
di Tulkas un fatto preminentemente femminile, facilmente notabile
nella descrizione della sua agilità e leggerezza e nell’amore per i
daini, suoi ‘animali sacri’. E ancora di più Vána, sorella minore di
Yavanna e sposa di Oromë, con la sua caratteristica di far sbocciare
i fiori ovunque posi lo sguardo, dimostra che le Valier agiscono in
ambiti diversi da quelli dei loro compagni. Figura a sé è infine
Nienna. Ella è particolare perché unica tra le Valier a vivere sola,
senza compagno. Nienna personifica la tradizionale figura della
vedova, o ancor di più della santa che decide di isolarsi dal mondo
per pregare sulle disgrazie che opprimono gli umani. Nienna infatti
si lamenta perennemente del male prodotto da Melkor nel mondo, e il
suo lutto per questo male è un lutto interminabile.
C’è da parlare
però anche di un’altra donna, che non fa parte delle Valier ma è una
Maia. Nella concezione mitologica tolkieniana i Maiar sono della
stessa stirpe dei Valar ma di grado inferiore. Sauron è in effetti
un Maia. Ma noi parliamo qui di Melian. Melian è una figura molto
importante: nel momento in cui gli elfi vennero alla luce, ella
abbandonò Valino e si recò nella Terra di Mezzo per amor loro. E per
amore di uno di questi, Elwë, Melian decise di non fare più ritorno
nel Reame Beato ma di rimanere nella Terra di Mezzo. Qui creò
insieme al suo sposo il Menegroth, detto Reame Vigilato. Vigilato
perché a protezione di questa terra, per impedire che vi penetrasse
la malvagità delle forze di Morgoth, Melian creò una cintura magica,
detta “cintura di Melian”, che lasciava questo reame puro e
incorrotto. Interessante fare un paragone con la cintura di castità,
elemento prettamente femminile, perché entrambe hanno come scopo
proteggere la purezza di qualcosa. Ma ancora di più l’esempio di
Melian è importante perché dimostra la superiorità, all’interno
della coppia, della donna, che in Tolkien vedremo diverse volte.
Illuminante a tal proposito, per concludere qui, un passo di Chiara
Nejrotti alla voce femminilità del Dizionario
dell’Universo di J.R.R. Tolkien: «In nulla i personaggi
femminili sono inferiori ai loro complementari maschili, né appaiono
passivi rispetto all’attività dei primi… Non solo le donne non
appaiono inferiori, ma anzi Tolkien fa sì che nell’unione con la
compoente maschile esse siano di solito ontologicamente superiori:
Melian, Lúthien, Arwen appartengono ad una razza più elevata
rispetto a quella dei loro sposi».
parte II --->
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