Isaac Asimov | Star Wars | J.R.R. Tolkien | Dune | Harry Potter | Star Trek | Terry Brooks

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Edith Mary Bratt all'età di 19 anni, quando Tolkien la conobbe.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Varda - Elbereth - in un'illustrazione che forse non le rende troppa giustizia.

L'infelice Nienna, solitaria tra le Valier.

 
TUTTE LE DONNE DI TOLKIEN

«La trilogia di Tolkien non mi aveva mai attirato, la consideravo “roba da maschi”» ha rivelato l’attrice Miranda Otto, interprete del personaggio di Eowyn nel film del Signore degli Anelli. Similmente, la più celebre Liv Tyler (Arwen), davanti alla sceneggiatura propostale dal regista Peter Jackson, commentò: «Non è quel libro di cui tutti i miei compagni maschi parlavano a scuola?». Le due frasi riportate non sono altro che gli strascichi di un luogo comune nato molto prima che l’opera di Tolkien divenisse il fenomeno di costume a cui siamo abituati oggi, cioè che Il Signore degli Anelli sia un’opera essenzialmente maschilista. La Compagnia dell’Anello, che dovrebbe rappresentare i cosiddetti “popoli liberi della Terra di Mezzo”, è composta da nove membri, i nove protagonisti della storia, ma tra questi non vi è nessuna donna. Alcuni hanno deciso di spiegare quest’omissione come un atteggiamento voluto da Tolkien, il quale non avrebbe mai considerato le donne alla stregua degli uomini ma come delle semplici ‘appendici’ di questi ultimi. Il mondo femminista degli anni ’60 e ’70 ha perciò reso Il Signore degli Anelli il manifesto del pensiero maschilista da distruggere. Consideriamo innanzitutto il fatto che Tolkien, come massimo esperto di letteratura medievale qual’era, scrisse Il Signore degli Anelli utilizzando i canoni tipici delle romance, nelle quali le imprese eroiche erano ovviamente ‘roba da uomini’ e le donne erano tutte fanciulle che sospiravano in castelli aspettando l’eroe che, vincendo il duello, avrebbe avuto la loro mano. Il Signore degli Anelli è un romanzo medievale nell’ambientazione, non certo contemporaneo. E’ come se nell’Ottocento si fosse criticato Manzoni perché nei Promessi Sposi dava una brutta immagine di Milano; ma stava parlando della Milano del Seicento!

Al di là di questo indispensabile chiarimento, appare ovvio invece al lettore più competente delle opere di Tolkien che tutto si potrà dire di lui tranne che fosse stato maschilista. Perché nei suoi romanzi appare un gran numero di donne, e diversamente dagli uomini – spesso fallaci, ingenui o arroganti – esse sono sempre superiori, grandiose e tutte in qualche modo uniche. E lo vedremo subito, partendo da una donna che nei romanzi di Tolkien non è mai penetrata ma che sicuramente ha infuso in tutte le creature femminili descritte dal nostro una sua parte di personalità:

Edith Mary Bratt Tolkien

Una parte della critica e dei biografi di Tolkien non ha mai mostrato interesse verso la sua “dolce metà”, la ‘signora Tolkien”. Edith Bratt, invece, non può certo essere tralasciata in questo modo visto come per Tolkien fu la cosa più importante nella sua vita (insieme ai figli) ed ebbe un sicuro peso anche nelle opere del Professore. Analizzando il racconto del loro amore appare subito chiaro che Tolkien, lungi dall’essere il maschilista come venne poi dipinto (ma del resto l’hanno bollato anche come fascista, razzista, nazista, reazionario, nostalgico conservatore, bigotto timorato e puritano…), aveva in realtà un’idea del valore della donna che al giorno d’oggi non troverebbe spazio. I due si incontrarono quando lei aveva 19 anni e Tolkien 17. Entrambi orfani, subito si stabilì tra i due un legame particolare che si trasformò in intensissimo amore. Davvero significativo uno dei pochissimi stralci autobiografici che abbiamo di Tolkien, preso da una lettera pubblicata poi dal figlio Christopher insieme a molte altre. E’ una testimonianza dell’affetto che univa i due (fu scritta molti anni dopo il loro matrimonio); egli ricordava «Il primo bacio che ti ho dato e il primo bacio che mi hai dato, quasi accidentale; le nostre serate quando ti affacciavi alla finestra con la tua camicia da notte bianca e facevamo lunghe e assurde chiacchierate; guardavamo, attraverso la foschia, il sole sorgere sulla città, in lontananza sentivamo il Big Ben battere le ore, una dopo l’altra; le falene che ti spaventavano fino a farti rientrare; e il nostro fischio di richiamo, le passeggiate in bicicletta, le discussioni accese e i tre grandi baci». Un amore, quello tra Tolkien ed Edith, che dovette confrontarsi con sfide terribili. Venuto a sapere della relazione, il tutore di Tolkien, padre Francis Morgan, impose al nostro di troncare la storia finché egli non avrebbe compiuto 21 anni. Significava non vedere Edith per tre anni. Ma Tolkien nutriva grande affetto per padre Francis, l’unico che si era preso cura di lui e del fratello dopo la morte della madre. Così, nonostante alcuni incontri ‘clandestini’ che fecero adirare ancora di più il tutore, la relazione fu troncata. Ma Tolkien non smise un attimo di pensare ad Edith in quei tre anni, e quando l’orologio batté la mezzanotte del giorno del suo ventunesimo compleanno lui già stava scrivendo la lettera per Edith. La quale rispose che si era fidanzata, e che presto si sarebbe sposata, ma facendo capire che era più per paura di rimanere zitella che per amore intenso. Così quando Tolkien scese giù dal treno che aveva preso per giungere nel paese dove abitava ora Edith, la ragazza era già lì ad aspettarlo. I due si rimisero insieme e si sposarono nel 1916.

Negli anni il loro amore non si attenuò. Vissero insieme fine alla morte di Edith, sulla cui tomba Tolkien fece incidere il nome di Lúthien, la fanciulla elfica di cui Tolkien narrò la storia (che vedremo dopo) prendendo ispirazione proprio da Edith. Ci si può chiedere quale peso avesse Edith nel lavoro del marito. Bè, in questo caso si può rispondere ‘ben poco’. Nei primi tempi Edith riscriveva a macchina ciò che il marito segnava a matita sui fogli, ma col tempo Tolkien raggiunse l’autonomia nella scrittura a macchina. Qualcuno potrebbe avere da ridire sul fatto che Tolkien ed Edith dormissero in camere separate, ma se si considera che la ragione risiedeva nel fatto che Tolkien scriveva fino a tarda notte e peraltro russava, e dunque perciò preferiva dormire da solo per non recare fastidio alla moglie, si può avere un esempio di quanto i due fossero attenti alle esigenze dell’altra metà. Il fatto poi che Tolkien non inserisse Edith nella sua vita professionale non risiede affatto nel suo essere elitario e sessista, ma in due motivi. In primo luogo Edith era molto timida, e non le piaceva avere molti contatti col mondo accademico del marito che considerava troppo formale e burocratico anche negli affetti. In secondo luogo lo stesso Tolkien riteneva che marito e moglie dovessero agire in ambienti diversi, nel senso che lui aveva delle amicizie che Edith non frequentava e a sua volta Edith aveva delle amicizie che lui non frequentava. I due mondi non s’incontravano mai se non nell’ambito della vita familiare. Il biografo di Tolkien, Humphfrey Carpenter, ci racconta che quando negli ultimi anni Tolkien ed Edith chiacchieravano - spessissimo – parlavano sempre di argomenti che riguardavano i figli, i nipoti, la casa. Non ci deve stupire questo atteggiamento. Primo perché ancora oggi è abituale in molte situazioni, ma soprattutto perché questo era l’atteggiamento dell’epoca, che noi non possiamo paragonare al nostro e che all’epoca era perfettamente accettato dall’uomo e dalla donna. Insomma, dal rapporto tra Tolkien ed Edith possiamo avere un’idea precisa del valore che il ‘femminile’ ha per Tolkien. E lo vedremo continuando questa trattazione.

Le Valier

Non è certo un caso che il novero degli dèi tolkieniani comprenda un gran numero di personaggi femminili. In realtà più che vere e proprie dee sono considerate – nell’accezione più usata – “potenze angeliche”. Ed è da notare il fatto che la ‘religione’ su cui si basano le storie di Arda (dove si trova anche la Terra di Mezzo) sia molto più matriarcale della religione professata da Tolkien, il cattolicesimo, che oltre alla Madonna non considera nessun’altra creatura femminile (e anzi è eminentemente maschilista, basti pensare al fatto che le suore non possono dire messa). Queste ‘potenze angeliche’ sono chiamate Valar, e le loro compagne femminili sono dette Valier. Ma non bisogna in alcun modo ritenere che le Valiar abbiano il solo ruolo di spose dei Valar. Esse sono pari a loro, e in alcuni casi superiori. Tutte, comunque, agiscono su piani differenti rispetto agli ambiti dei loro compagni. Il più grande dei Valar è Manwë, e sua sposa è Varda, la Signora delle Stelle. Varda si identifica con la luce. La potremo definire la dea della luce. Luce correlata all’idea di bene, di gioia, di speranza, nettamente opposta alla tenebra del Male incarnato da Melkor (il quale è definito appunto come Negromante o Oscuro Signore). Può essere interessante notare che questo dualismo luce=femminile, oscurità=maschile si contrapponga all’archetipo classico dello yin e dello yang (in cui è il lato oscuro ad essere femminile). Può essere altresì interessante notare che Ursula Le Guin, nel suo capolavoro La Mano sinistra delle Tenebre, pare riprende la concezione tolkieniana del dualismo luce-ombra con la famosa espressione “la luce è la mano sinistra delle tenebre”. Comunque sia, Varda è forse la Valia più importante nella mitologia tolkieniana, viste le numerose invocazioni nel Signore degli Anelli (qui col nome di Elbereth, invocata anche da Frodo nell’oscurità della tana di Shelob).

Un’altra importantissima figura femminile nella mitologia tolkieniana è Yavanna, la sposa di Aulë, il quale agisce su tutto il mondo materiale. Yavanna si prende cura di tutto ciò che cresce nel mondo, gli alberi, i frutti, i fiori, la terra. In questo caso è molto facile riconoscere che Yavanna personifica la figura – comune a moltissime religioni ancestrali – della Dea Madre, connessa all’idea della fertilità, in questo caso più solitamente chiamata Madre Terra. Ed è evidente la sua superiorità rispetto ad Aulë: mentre infatti questo crea la razza dei nani forgiandola dalla pietra e dalla terra, dunque in qualche modo contro natura, Yavanna ha con la natura un rapporto simbiotico, dunque di rispetto e di armonia. Si ritiene di solito che la mitologia tolkieniana abbia attinto da quella della tradizione nordica, cosa del tutto vera, ma si possono riconoscere influenze anche della mitologia classica. Questo ci fa riflettere però soprattutto sul fatto che le mitologie – quelle reali – hanno tutte elementi in comune. Dunque se nella mitologia classica Yavanna può essere paragonata alle figure di Demetra e di Proserpina, Vairë la tessitrice – sposa di Námo, custode delle Case dei Morti – si paragona facilmente alla tradizione delle Erinni, che tessono il destino degli uomini. Con la differenza che le Erinni spesso e volentieri assumono connotati spiccatamente malvagi, mentre Vairë impersona la figura tradizionale della tessitrice che può essere assimilata alla Penelope omerica. Notiamo il fatto che le Valier hanno tutte sfere d’influenza chiaramente ‘femminili’, non c’è posto qui per quelle donne della tradizione nordica a metà tra le amazzoni e le valchirie. Quindi la sposa di Tulkas, il più bellicoso e valoroso tra i Valar, è Nessa, che però fa della rapidità guerriera di Tulkas un fatto preminentemente femminile, facilmente notabile nella descrizione della sua agilità e leggerezza e nell’amore per i daini, suoi ‘animali sacri’. E ancora di più Vána, sorella minore di Yavanna e sposa di Oromë, con la sua caratteristica di far sbocciare i fiori ovunque posi lo sguardo, dimostra che le Valier agiscono in ambiti diversi da quelli dei loro compagni. Figura a sé è infine Nienna. Ella è particolare perché unica tra le Valier a vivere sola, senza compagno. Nienna personifica la tradizionale figura della vedova, o ancor di più della santa che decide di isolarsi dal mondo per pregare sulle disgrazie che opprimono gli umani. Nienna infatti si lamenta perennemente del male prodotto da Melkor nel mondo, e il suo lutto per questo male è un lutto interminabile.

C’è da parlare però anche di un’altra donna, che non fa parte delle Valier ma è una Maia. Nella concezione mitologica tolkieniana i Maiar sono della stessa stirpe dei Valar ma di grado inferiore. Sauron è in effetti un Maia. Ma noi parliamo qui di Melian. Melian è una figura molto importante: nel momento in cui gli elfi vennero alla luce, ella abbandonò Valino e si recò nella Terra di Mezzo per amor loro. E per amore di uno di questi, Elwë, Melian decise di non fare più ritorno nel Reame Beato ma di rimanere nella Terra di Mezzo. Qui creò insieme al suo sposo il Menegroth, detto Reame Vigilato. Vigilato perché a protezione di questa terra, per impedire che vi penetrasse la malvagità delle forze di Morgoth, Melian creò una cintura magica, detta “cintura di Melian”, che lasciava questo reame puro e incorrotto. Interessante fare un paragone con la cintura di castità, elemento prettamente femminile, perché entrambe hanno come scopo proteggere la purezza di qualcosa. Ma ancora di più l’esempio di Melian è importante perché dimostra la superiorità, all’interno della coppia, della donna, che in Tolkien vedremo diverse volte. Illuminante a tal proposito, per concludere qui, un passo di Chiara Nejrotti alla voce femminilità del Dizionario dell’Universo di J.R.R. Tolkien: «In nulla i personaggi femminili sono inferiori ai loro complementari maschili, né appaiono passivi rispetto all’attività dei primi… Non solo le donne non appaiono inferiori, ma anzi Tolkien fa sì che nell’unione con la compoente maschile esse siano di solito ontologicamente superiori: Melian, Lúthien, Arwen appartengono ad una razza più elevata rispetto a quella dei loro sposi».

parte II --->

© Fabbricantidiuniversi.it 2004-2007 - i testi del sito sono liberamente riproducibili citandone la fonte.