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Parte II
<--- parte I
Galadriel
Galadriel è certamente il
personaggio femminile più noto e importante del Signore degli
Anelli. La sua storia, tuttavia, inizia molto prima degli
avvenimenti della Guerra dell’Anello, e si perde nelle brume del
tempo fino all’epoca della rivolta dei Noldor contro i Valar e la
partenza degli Elfi per la Terra di Mezzo. Galadriel è una e trina;
di lei abbiamo numerose versioni, numerose sfaccettature, ma
principalmente sono tre quelle che c’interessano: la Galadriel fiera
e ribelle che capeggia la lunga marcia dei Noldor verso la Terra di
Mezzo; la Galadriel enigmatica, sospesa tra bene e male che subisca
la tentazione dell’Anello; la Galadriel guida spirituale di Frodo
verso il compimento della sua missione. La Galadriel ‘prima maniera’
è una donna intrepida e orgogliosa, mossa da desideri di avventura e
vendetta. Nel Silmarillion la si descrive in un passo come
l’«unica tra le donne dei Noldor a stare quel giorno alta e
animosa tra i principi impegnati in contesa». E’ una delle
principali sostenitrici del progetto di abbandonare Valinor e
giungere nella Terra di Mezzo per sfidare Morgoth e riavere i
Silmarilli rubati. Non solo: sarà lei la principale guida dei Noldor
nella lunga impresa di attraversare le gelide terre del Beleriand e
sfidare freddo e ghiaccio pur di non arrendersi, spinta dal orgoglio
e coraggio. Sempre nel Silmarillion si spiegano le intenzioni
di Galadriel: stabilirsi nella Terra di Mezzo e creare lì un suo
reame. Tale scopo è alla fine raggiunto, perché Galadriel diverrà
signora di Lórien, la più bella delle terre della Terra di Mezzo.
Prima di tale evento, però, avviene
in Galadriel un mutamento. Ella giunge nel Menegroth, dove è sovrana
Melian, e s’innamora di Celeborn. In quel momento Galadriel ripone i
suoi sentimenti di fierezza e di vendetta e diviene una donna come
le altre, resa umana dall’amore. Tuttavia non bisogna credere che in
questo momento termini la Galadriel ‘prima maniera’ e nasca un
personaggio del tutto nuovo. I vari aspetti del carattere di
Galadriel non sono indipendenti tra di loro, ma convivono nella
personalità della dama elfica. Per secoli Galadriel e Celeborn
vivranno in Lórien, ma dovranno affrontare il risveglio di Sauron e
con esso il risveglio del male. In questo momento avviene una nuova
‘fase’ per Galadriel. Gli elfi stanno abbandonando a poco a poco la
Terra di Mezzo. Il loro tempo, dicono, è finito, e al termine della
Guerra il mondo sarà degli Uomini. Fanno dunque ritorno a Valinor,
per vivere lì in pace per sempre. Ma Galadriel non può farvi
ritorno. Su di lei pende il bando dei Valar, che l’hanno così punita
della sua ribellione contro di loro. Ma Galadriel non vuole tornare,
perché ancora non ha terminato il suo compito e ancora non ha
affrontato la sfida più importante. Il suo compito è quello di
combattere contro il Male, che in questo caso s’incarna nell’ultimo
emissario di Morgoth, Sauron. Quando Sauron sarà sconfitto, il suo
compito sarà terminato. Al contempo, però, deve affrontare l’ultima
sfida: la tentazione dell’Anello. E’ uno dei momenti catartici del
Signore degli Anelli, ma è un momento fondamentale per
Galadriel se si inquadra in ciò che lei ha passato precedentemente.
Galadriel è la custode di uno dei tre anelli elfici, Nenya, ma è
continuamente attratta dal potere dell’Unico. A spingerla verso
questa brama è da una parte, come in Gandalf, il desiderio di fare
del bene, sconfiggere Sauron e ridonare vita alla terra martoriata
dal Male. Ma dall’altra parte c’è la sua superbia, che la spinge
verso un inconscio ma sempre esistito desiderio di onnipotenza.
Davanti all’offerta di Frodo Galadriel si trasfigura, ed abbiamo
un’immagine di cosa diverrebbe se abbracciare il potere dell’Anello.
Ma alla fine, con un grande sforzo, Galadriel resiste alla
tentazione, scoppia in una risata e capisce di aver affrontato con
successo la prova più importante, quella di dimostrare che la sua
presunzione non è la stessa che ha portato Morgoth alla dannazione.
Lei sceglie il Bene.
E’ da questo momento che Galadriel
esce di scena, ma la sua presenza è palpabile in tutti i momenti di
difficoltà di Frodo e della Compagnia. Galadriel si manifesta
continuamente nei doni da lei consegnati agli otto compagni, e
soprattutto in quello di Frodo. La luce di Varda, che Frodo invoca,
ha in sé la silenziosa esortazione di Galadriel a continuare ad
andare avanti e non fermarsi ma giungere a completare la sua
missione. Molti hanno assimilato la figura di Galadriel a quella
della Madonna (a Tolkien stesso fu posta la domanda se il paragone
fosse possibile). Un accostamento realistico. Forse inconsciamente,
Tolkien infuse a Galadriel la forza di una donna superiore che –
come un corrispettivo femminile di Gandalf – avesse la capacità di
guidare Frodo e di incarnare la speranza. Bellissima una scena del
film di Jackson che bene dà l’idea: Galadriel che appare a Frodo
esanime fuori dalla tana di Shelob, e gli offre la mano per
rialzarsi e continuare lungo la sua strada. Seppure Tolkien non
avesse in mente la figura della Madonna (ma probabilmente a un certo
punto capì la similitudine si adattò ad essa), Galadriel è comunque
nel Signore degli Anelli un faro di luce e di speranza che
non tramonta fino al momento in cui Frodo riuscirà nella sua
missione, ed allora Galadriel – conclusa la sua storia – lo
accompagnerà nel viaggio finale verso Valinor, dove l’attende il
giusto premio per le sue fatiche.
Erendis, la
moglie del marinaio
La storia di Erendis ci viene
narrata in uno dei più bei racconti incompiuti di Tolkien,
Aldarion ed Erendis – la moglie del marinaio. Il protagonista
della storia è Aldarion, apparentemente, ma già dal sottotitolo del
racconto si capisce come in realtà sia la figura di Erendis a
predominare (per quanto di persona appaia poco). Aldarion è figlio
del re di Numenor ed erede al trono dell’isola. Ma il suo interesse
non va alla gestione del regno o alla politica, ma al mare. Egli è
divorato dalla bruciante passione dei viaggi per mare, viaggi che lo
portano sempre più lontano da casa e sempre più lontano, al contempo,
dall’affetto della famiglia. Ma un giorno Aldarion incontra Erendis,
e se innamora. La donna ne era già innamorata precedentemente, ma
conscia dell’impossibilità di essere ricambiata da un uomo che ha
già in cuor suo un grandissimo amore. Tuttavia Aldarion corteggia
Erendis a tal punto che la donna lascia da parte le sue riserve e i
due si fidanzano. Ma subito dopo il fidanzamento ecco riaccendersi
in Aldarion la brama per il mare e per i viaggi, ed egli riparte per
un paio d’anni.
Erendis comincia a capire che sta
combattendo una lotta per ottenere l’amore di Aldarion, una lotta
tra lei e il mare. E teme e disdegna di fare la fine di una
qualsiasi moglie di un marinaio, costretta ad attendere eternamente
il ritorno del marito da un lungo viaggio, lei che ha sposato il
futuro re di Númenor. Al ritorno di Aldarion segue il fastoso
matrimonio e la nascita di una figlia di incredibile bellezza,
Alcalimë. Ma ancora una volta, dopo alcuni anni di felicità e di
amore, Aldarion torna ad avere voglia di riprendere il largo. A
nulla valgono le lacrime di Erendis e l’abbraccio tenero della
piccola figlia. Aldarion riparte e sarà lontano molti anni. Al suo
ritorno Erendis ha preso la sua decisione: abbandonare Aldarion. Ma
lei è una donna altezzosa, e non si piega al marito andandosene di
casa, ma scacciandolo. Così quando Aldarion giunge alla sua casa, la
trova sbarrata, e senza nessun benvenuto giunge alla casa dove ora
abita Erendis, ottenendone un freddo saluto e l’ordine di
abbandonare la residenza il mattino dopo. E’ un gesto fondamentale.
Qui Tolkien dimostra di essere capace di comprendere alla perfezione
una scelta, quella della separazione, che un uomo così cattolico
come lui in teoria non potrebbe mai accettare, legato com’è al
valore sacro del matrimonio. Eppure Tolkien dimostra di parteggiare
per Erendis, la quale per lui si comporta bene nella sua scelta.
Erendis alleva la figlia in
un ambiente totalmente femminile. L’amore che Erendis provava per
Aldarion si trasforma in un odio per tutti gli uomini, odio che
trasmette anche alla figlia. Superbe sono alcune scene in cui è
possibile mettere a confronto i due modi di vedere l’altro sesso, da
parte di Aldarion e di Erendis. «Erendis non ama né me né alcun
altro», afferma Aldarion «Ama se stessa con Numénor come scenario e
me quale un cane docile, che sonnecchi accanto al focolare finché a
lei non venga l’idea di andarsene a passeggio per i suoi campi». Ed
Erendis dimostra di avere una concezione pressoché identica degli
uomini: «Essi si gingillano per il mondo, mentalmente bambini,
finché l’età non li sorprende, e allora molti abbandonano i giochi
fuori dall’uscio solo per dedicarsi al gioco in casa loro (…). Tutte
le cose sono state fatte a loro beneficio: le colline servono per
cavarne pietre, i fiumi per fornire acqua o muovere le ruote, gli
alberi per ricavarne tavole, le donne per i loro bisogni fisici o,
se belle, per adornarne tavole e focolare; e i bambini per
vezzeggiarli quando non ci sia meglio da fare, ma altrettanto
volentieri giocano con i cuccioli dei loro cani». Insomma, Aldarion
ed Erendis in realtà sono molto simili perché entrambi vorrebbero
rendere la propria controparte come un “cane docile”. Ma Erendis
dimostra di andare addirittura contro natura, divenendo androfobica
e impedendo alla figlia di vere uomini, tanto che quando Ancalimë
s’innamorerà e si sposerà, non trascorrerà nemmeno un giorno col suo
sposo perché subito il suo smisurato egocentrismo le impedisce di
dividere la vita con un altro. In tal senso la storia di Erendis è
affascinante, perché se da una parte giustifica l’evenienza della
separazione per incompatibilità di carattere, dall’altra critica la
possibilità di poter vivere senza la compagnia dell’altro sesso,
compagnia che ci viene imposta dalla natura (e, per Tolkien, da Dio).
Lúthien
La figura di Lúthien è forse la più
significativa di tutte quelle che trattiamo qui. Innanzitutto perché
rappresenta l’ideale femminile di Tolkien. Egli prese ispirazione
per la creazione di Lúthien, come si è detto, da sua moglie Edith. E
il fatto che sulla tomba di quest’ultima avesse fatto incidere il
nome dell’elfa la dice lunga. Ma Lúthien in realtà non è solo
l’ideale femminile di Tolkien, ma l’ideale femminile per eccellenza:
considerare la figura di Lúthien un archetipo di tipo jungiano non è
né un’esagerazione né una banalità, è un dato di fatto. In realtà
l’intero racconto di Beren e Lúthien è un archetipo.
In esso ci sono più contaminazioni di altri racconti della
tradizione europea di ogni altra storia facente parte del ricco
corpus di leggende del Silmarillion.
Come nella vicenda di Erendis, il
protagonista apparente non è la donna ma l’uomo, Beren. In realtà
però anche qui Lúthien è non solo la figura più importante, ma anche
il motore che fa muovere l’intera narrazione. Giunto nel Reame
Protetto del Doriath dopo lunghe peregrinazioni, Beren scorge in un
bosco, alla luce della luna, l’elfa Lúthien, figlia di Melian (di
cui già abbiamo parlato) e di Thingol, sovrani del Doriath. Ella è
ritenuta la più bella creatura mai esistita al mondo, e Beren se ne
innamora ma di un amore folle e selvaggio, e per giorni vaga come
una bestia finché non la ritrova. Lúthien vede anch’ella Beren, e
anch’ella se ne innamora. Ma, come in ogni storia che si rispetti,
l’amore tra i due è impossibile. Innanzitutto Lúthien è figlia del
re, e di un re elfico, mentre Beren è un uomo (il contrastato amore
tra una donna di rango reale e un uomo del popolo è un tema
ricorrente sia nella tradizione occidentale ma anche in quella
orientale, si pensi a varie novelle de Le Mille e una Notte).
Questo è il primo nodo della questione. Lúthien, però, innamorata
com’è di Beren, sfida la collera del padre e porta l’amato al suo
cospetto. Thingol risolve la questione in modo meschino: Beren avrà
la mano di Lúthien solo se riuscirà nell’impresa di portare al re un
Silmaril dalla corona di ferro di Morgoth. Impresa impossibile.
Anche qui il tema tradizionale del re che impone all’eroe una sfida
impossibile (per citare gli esempi classici: le fatiche di Eracle e
l’impresa di Giasone). Ma Beren accetta per amore di Lúthien. In
realtà la vicenda vera e propria del racconto, per quanto
affascinante, è piuttosto semplicistica. Si devono però focalizzare
i punti più importanti: Lúthien non rimane con le mani in mano, ma
sfugge alla sorveglianza del padre (facendosi cresce una lunga
treccia grazie alle quale si cala giù dalla sua residenza,
riprendendo la fiaba di Raperonzolo) e sfida insieme all’amato la
sfida più incredibile affrontata da un vivente. Anzi, è Lúthien a
salvare Beren dalla morte sicura per mano di Sauron, e al contempo a
permettere a Beren di riuscire nell’impresa di strappare il Silmaril
(si noti la somiglianza col personaggio di Medea nel mito degli
Argonauti – non nella tradizione sofoclea – che permette all’eroe di
recuperare il Vello solo grazie alle sue arti).
L’elemento che però rende unica questa
storia sembra non interessare eccessivamente Tolkien, tant’è che
stranamente lo relega nelle ultime pagine del racconto. E’ la scelta
finale di Lúthien. Beren rimane ferito a morte nell’impresa, ed egli
è un mortale, e la sua vita è giunta a un termine, mentre Lúthien è
di razza elica e quindi eterna. Qui sta l’irresistibile bellezza
della storia, nella scelta di Lúthien di rinunciare alla sua
immortalità per amore di Beren: quando quest’ultimo muore, anche
Lúthien si lascia morire e giunge nella aule di Mandos. Si riprende,
qui, un altro tema della tradizione, in questo caso quello del mito
di Orfeo ed Euridice: Lúthien infatti intona un canto di struggente
bellezza che convince Mandos a intercedere presso Manwë, il più
grande dei Valar e ‘luogotentente’ di Ilúvatar (Dio). Viene a lei
concessa una scelta: come premio per i patimenti che ha sofferto in
vita per amore di Beren, potrà giungere a Valinor e lì abitare in
eterno con i suoi simili. O, altrimenti, tornare nella Terra di
Mezzo insieme a Beren e vivere lì nuovamente insieme. Ma a questo
punto Lúthien condividerà il destino di Beren e morirà, e di lei
svanirà ogni traccia dal mondo. E’ questo il destino che sceglie
Lúthien: sacrificare la sua vita immortale per godere dei pochi anni
felici insieme all’uomo da lei amato. Una parabola della forza
dell’amore che abbatte anche le barriere della vita e della morte.
parte III --->
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