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Galadriel nella scena dello Specchio a Lothlorien.

Galadriel (Cate Blanchett) saluta Frodo e la Compagnia mentre partono da Lorien.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La storia di Aldarion ed Erendis è narrata nei Racconti Incompiuti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luthein danza nei boschi, in un'illustrazione di Ted Nasmith

Luthien corre per salvare l'amato Beren col cane Huan; illustrazione di Ted Nasmith.

 
TUTTE LE DONNE DI TOLKIEN

Parte II

<--- parte I

Galadriel

Galadriel è certamente il personaggio femminile più noto e importante del Signore degli Anelli. La sua storia, tuttavia, inizia molto prima degli avvenimenti della Guerra dell’Anello, e si perde nelle brume del tempo fino all’epoca della rivolta dei Noldor contro i Valar e la partenza degli Elfi per la Terra di Mezzo. Galadriel è una e trina; di lei abbiamo numerose versioni, numerose sfaccettature, ma principalmente sono tre quelle che c’interessano: la Galadriel fiera e ribelle che capeggia la lunga marcia dei Noldor verso la Terra di Mezzo; la Galadriel enigmatica, sospesa tra bene e male che subisca la tentazione dell’Anello; la Galadriel guida spirituale di Frodo verso il compimento della sua missione. La Galadriel ‘prima maniera’ è una donna intrepida e orgogliosa, mossa da desideri di avventura e vendetta. Nel Silmarillion la si descrive in un passo come l’«unica tra le donne dei Noldor a stare quel giorno alta e animosa tra i principi impegnati in contesa». E’ una delle principali sostenitrici del progetto di abbandonare Valinor e giungere nella Terra di Mezzo per sfidare Morgoth e riavere i Silmarilli rubati. Non solo: sarà lei la principale guida dei Noldor nella lunga impresa di attraversare le gelide terre del Beleriand e sfidare freddo e ghiaccio pur di non arrendersi, spinta dal orgoglio e coraggio. Sempre nel Silmarillion si spiegano le intenzioni di Galadriel: stabilirsi nella Terra di Mezzo e creare lì un suo reame. Tale scopo è alla fine raggiunto, perché Galadriel diverrà signora di Lórien, la più bella delle terre della Terra di Mezzo.

Prima di tale evento, però, avviene in Galadriel un mutamento. Ella giunge nel Menegroth, dove è sovrana Melian, e s’innamora di Celeborn. In quel momento Galadriel ripone i suoi sentimenti di fierezza e di vendetta e diviene una donna come le altre, resa umana dall’amore. Tuttavia non bisogna credere che in questo momento termini la Galadriel ‘prima maniera’ e nasca un personaggio del tutto nuovo. I vari aspetti del carattere di Galadriel non sono indipendenti tra di loro, ma convivono nella personalità della dama elfica. Per secoli Galadriel e Celeborn vivranno in Lórien, ma dovranno affrontare il risveglio di Sauron e con esso il risveglio del male. In questo momento avviene una nuova ‘fase’ per Galadriel. Gli elfi stanno abbandonando a poco a poco la Terra di Mezzo. Il loro tempo, dicono, è finito, e al termine della Guerra il mondo sarà degli Uomini. Fanno dunque ritorno a Valinor, per vivere lì in pace per sempre. Ma Galadriel non può farvi ritorno. Su di lei pende il bando dei Valar, che l’hanno così punita della sua ribellione contro di loro. Ma Galadriel non vuole tornare, perché ancora non ha terminato il suo compito e ancora non ha affrontato la sfida più importante. Il suo compito è quello di combattere contro il Male, che in questo caso s’incarna nell’ultimo emissario di Morgoth, Sauron. Quando Sauron sarà sconfitto, il suo compito sarà terminato. Al contempo, però, deve affrontare l’ultima sfida: la tentazione dell’Anello. E’ uno dei momenti catartici del Signore degli Anelli, ma è un momento fondamentale per Galadriel se si inquadra in ciò che lei ha passato precedentemente. Galadriel è la custode di uno dei tre anelli elfici, Nenya, ma è continuamente attratta dal potere dell’Unico. A spingerla verso questa brama è da una parte, come in Gandalf, il desiderio di fare del bene, sconfiggere Sauron e ridonare vita alla terra martoriata dal Male. Ma dall’altra parte c’è la sua superbia, che la spinge verso un inconscio ma sempre esistito desiderio di onnipotenza. Davanti all’offerta di Frodo Galadriel si trasfigura, ed abbiamo un’immagine di cosa diverrebbe se abbracciare il potere dell’Anello. Ma alla fine, con un grande sforzo, Galadriel resiste alla tentazione, scoppia in una risata e capisce di aver affrontato con successo la prova più importante, quella di dimostrare che la sua presunzione non è la stessa che ha portato Morgoth alla dannazione. Lei sceglie il Bene. 

E’ da questo momento che Galadriel esce di scena, ma la sua presenza è palpabile in tutti i momenti di difficoltà di Frodo e della Compagnia. Galadriel si manifesta continuamente nei doni da lei consegnati agli otto compagni, e soprattutto in quello di Frodo. La luce di Varda, che Frodo invoca, ha in sé la silenziosa esortazione di Galadriel a continuare ad andare avanti e non fermarsi ma giungere a completare la sua missione. Molti hanno assimilato la figura di Galadriel a quella della Madonna (a Tolkien stesso fu posta la domanda se il paragone fosse possibile). Un accostamento realistico. Forse inconsciamente, Tolkien infuse a Galadriel la forza di una donna superiore che – come un corrispettivo femminile di Gandalf – avesse la capacità di guidare Frodo e di incarnare la speranza. Bellissima una scena del film di Jackson che bene dà l’idea: Galadriel che appare a Frodo esanime fuori dalla tana di Shelob, e gli offre la mano per rialzarsi e continuare lungo la sua strada. Seppure Tolkien non avesse in mente la figura della Madonna (ma probabilmente a un certo punto capì la similitudine si adattò ad essa), Galadriel è comunque nel Signore degli Anelli un faro di luce e di speranza che non tramonta fino al momento in cui Frodo riuscirà nella sua missione, ed allora Galadriel – conclusa la sua storia – lo accompagnerà nel viaggio finale verso Valinor, dove l’attende il giusto premio per le sue fatiche.

Erendis, la moglie del marinaio

La storia di Erendis ci viene narrata in uno dei più bei racconti incompiuti di Tolkien, Aldarion ed Erendis – la moglie del marinaio. Il protagonista della storia è Aldarion, apparentemente, ma già dal sottotitolo del racconto si capisce come in realtà sia la figura di Erendis a predominare (per quanto di persona appaia poco). Aldarion è figlio del re di Numenor ed erede al trono dell’isola. Ma il suo interesse non va alla gestione del regno o alla politica, ma al mare. Egli è divorato dalla bruciante passione dei viaggi per mare, viaggi che lo portano sempre più lontano da casa e sempre più lontano, al contempo, dall’affetto della famiglia. Ma un giorno Aldarion incontra Erendis, e se innamora. La donna ne era già innamorata precedentemente, ma conscia dell’impossibilità di essere ricambiata da un uomo che ha già in cuor suo un grandissimo amore. Tuttavia Aldarion corteggia Erendis a tal  punto che la donna lascia da parte le sue riserve e i due si fidanzano. Ma subito dopo il fidanzamento ecco riaccendersi in Aldarion la brama per il mare e per i viaggi, ed egli riparte per un paio d’anni.

Erendis comincia a capire che sta combattendo una lotta per ottenere l’amore di Aldarion, una lotta tra lei e il mare. E teme e disdegna di fare la fine di una qualsiasi moglie di un marinaio, costretta ad attendere eternamente il ritorno del marito da un lungo viaggio, lei che ha sposato il futuro re di Númenor. Al ritorno di Aldarion segue il fastoso matrimonio e la nascita di una figlia di incredibile bellezza, Alcalimë. Ma ancora una volta, dopo alcuni anni di felicità e di amore, Aldarion torna ad avere voglia di riprendere il largo. A nulla valgono le lacrime di Erendis e l’abbraccio tenero della piccola figlia. Aldarion riparte e sarà lontano molti anni. Al suo ritorno Erendis ha preso la sua decisione: abbandonare Aldarion. Ma lei è una donna altezzosa, e non si piega al marito andandosene di casa, ma scacciandolo. Così quando Aldarion giunge alla sua casa, la trova sbarrata, e senza nessun benvenuto giunge alla casa dove ora abita Erendis, ottenendone un freddo saluto e l’ordine di abbandonare la residenza il mattino dopo. E’ un gesto fondamentale. Qui Tolkien dimostra di essere capace di comprendere alla perfezione una scelta, quella della separazione, che un uomo così cattolico come lui in teoria non potrebbe mai accettare, legato com’è al valore sacro del matrimonio. Eppure Tolkien dimostra di parteggiare per Erendis, la quale per lui si comporta bene nella sua scelta.

Erendis alleva la figlia in un ambiente totalmente femminile. L’amore che Erendis provava per Aldarion si trasforma in un odio per tutti gli uomini, odio che trasmette anche alla figlia. Superbe sono alcune scene in cui è possibile mettere a confronto i due modi di vedere l’altro sesso, da parte di Aldarion e di Erendis. «Erendis non ama né me né alcun altro», afferma Aldarion «Ama se stessa con Numénor come scenario e me quale un cane docile, che sonnecchi accanto al focolare finché a lei non venga l’idea di andarsene a passeggio per i suoi campi». Ed Erendis dimostra di avere una concezione pressoché identica degli uomini: «Essi si gingillano per il mondo, mentalmente bambini, finché l’età non li sorprende, e allora molti abbandonano i giochi fuori dall’uscio solo per dedicarsi al gioco in casa loro (…). Tutte le cose sono state fatte a loro beneficio: le colline servono per cavarne pietre, i fiumi per fornire acqua o muovere le ruote, gli alberi per ricavarne tavole, le donne per i loro bisogni fisici o, se belle, per adornarne tavole e focolare; e i bambini per vezzeggiarli quando non ci sia meglio da fare, ma altrettanto volentieri giocano con i cuccioli dei loro cani». Insomma, Aldarion ed Erendis in realtà sono molto simili perché entrambi vorrebbero rendere la propria controparte come un “cane docile”. Ma Erendis dimostra di andare addirittura contro natura, divenendo androfobica e impedendo alla figlia di vere uomini, tanto che quando Ancalimë s’innamorerà e si sposerà, non trascorrerà nemmeno un giorno col suo sposo perché subito il suo smisurato egocentrismo le impedisce di dividere la vita con un altro. In tal senso la storia di Erendis è affascinante, perché se da una parte giustifica l’evenienza della separazione per incompatibilità di carattere, dall’altra critica la possibilità di poter vivere senza la compagnia dell’altro sesso, compagnia che ci viene imposta dalla natura (e, per Tolkien, da Dio).  

Lúthien

La figura di Lúthien è forse la più significativa di tutte quelle che trattiamo qui. Innanzitutto perché rappresenta l’ideale femminile di Tolkien. Egli prese ispirazione per la creazione di Lúthien, come si è detto, da sua moglie Edith. E il fatto che sulla tomba di quest’ultima avesse fatto incidere il nome dell’elfa la dice lunga. Ma Lúthien in realtà non è solo l’ideale femminile di Tolkien, ma l’ideale femminile per eccellenza: considerare la figura di Lúthien un archetipo di tipo jungiano non è né un’esagerazione né una banalità, è un dato di fatto. In realtà l’intero racconto di Beren e Lúthien è un archetipo. In esso ci sono più contaminazioni di altri racconti della tradizione europea di ogni altra storia facente parte del ricco corpus di leggende del Silmarillion.

Come nella vicenda di Erendis, il protagonista apparente non è la donna ma l’uomo, Beren. In realtà però anche qui Lúthien è non solo la figura più importante, ma anche il motore che fa muovere l’intera narrazione. Giunto nel Reame Protetto del Doriath dopo lunghe peregrinazioni, Beren scorge in un bosco, alla luce della luna, l’elfa Lúthien, figlia di Melian (di cui già abbiamo parlato) e di Thingol, sovrani del Doriath. Ella è ritenuta la più bella creatura mai esistita al mondo, e Beren se ne innamora ma di un amore folle e selvaggio, e per giorni vaga come una bestia finché non la ritrova. Lúthien vede anch’ella Beren, e anch’ella se ne innamora. Ma, come in ogni storia che si rispetti, l’amore tra i due è impossibile. Innanzitutto Lúthien è figlia del re, e di un re elfico, mentre Beren è un uomo (il contrastato amore tra una donna di rango reale e un uomo del popolo è un tema ricorrente sia nella tradizione occidentale ma anche in quella orientale, si pensi a varie novelle de Le Mille e una Notte). Questo è il primo nodo della questione. Lúthien, però, innamorata com’è di Beren, sfida la collera del padre e porta l’amato al suo cospetto. Thingol risolve la questione in modo meschino: Beren avrà la mano di Lúthien solo se riuscirà nell’impresa di portare al re un Silmaril dalla corona di ferro di Morgoth. Impresa impossibile. Anche qui il tema tradizionale del re che impone all’eroe una sfida impossibile (per citare gli esempi classici: le fatiche di Eracle e l’impresa di Giasone). Ma Beren accetta per amore di Lúthien. In realtà la vicenda vera e propria del racconto, per quanto affascinante, è piuttosto semplicistica. Si devono però focalizzare i punti più importanti: Lúthien non rimane con le mani in mano, ma sfugge alla sorveglianza del padre (facendosi cresce una lunga treccia grazie alle quale si cala giù dalla sua residenza, riprendendo la fiaba di Raperonzolo) e sfida insieme all’amato la sfida più incredibile affrontata da un vivente. Anzi, è Lúthien a salvare Beren dalla morte sicura per mano di Sauron, e al contempo a permettere a Beren di riuscire nell’impresa di strappare il Silmaril (si noti la somiglianza col personaggio di Medea nel mito degli Argonauti – non nella tradizione sofoclea – che permette all’eroe di recuperare il Vello solo grazie alle sue arti).

L’elemento che però rende unica questa storia sembra non interessare eccessivamente Tolkien, tant’è che stranamente lo relega nelle ultime pagine del racconto. E’ la scelta finale di Lúthien. Beren rimane ferito a morte nell’impresa, ed egli è un mortale, e la sua vita è giunta a un termine, mentre Lúthien è di razza elica e quindi eterna. Qui sta l’irresistibile bellezza della storia, nella scelta di Lúthien di rinunciare alla sua immortalità per amore di Beren: quando quest’ultimo muore, anche Lúthien si lascia morire e giunge nella aule di Mandos. Si riprende, qui, un altro tema della tradizione, in questo caso quello del mito di Orfeo ed Euridice: Lúthien infatti intona un canto di struggente bellezza che convince Mandos a intercedere presso Manwë, il più grande dei Valar e ‘luogotentente’ di Ilúvatar (Dio). Viene a lei concessa una scelta: come premio per i patimenti che ha sofferto in vita per amore di Beren, potrà giungere a Valinor e lì abitare in eterno con i suoi simili. O, altrimenti, tornare nella Terra di Mezzo insieme a Beren e vivere lì nuovamente insieme. Ma a questo punto Lúthien condividerà il destino di Beren e morirà, e di lei svanirà ogni traccia dal mondo. E’ questo il destino che sceglie Lúthien: sacrificare la sua vita immortale per godere dei pochi anni felici insieme all’uomo da lei amato. Una parabola della forza dell’amore che abbatte anche le barriere della vita e della morte.

parte III --->

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