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Diversi studi di critica tolkieniana si sono soffermati sul
tema del genere: l’opera di Tolkien riecheggia l’epica o
ripropone in chiave leggermente difforme il canonico romanzo
contemporaneo? In realtà una risposta univoca è da
escludersi vista l’ampiezza della produzione di Tolkien, ma
apparirà evidente ai più che Il Silmarillion e il
corpus ad esso legato (raccolto nei diversi volumi della
History of the Middle-Earth) va annoverato nel genere
epico e mitologico mentre Lo Hobbit e naturalmente
l’opera prima Il Signore degli Anelli appartengono al
genere del romanzo. In un articolo di questo sito (Tolkien:
l’ultimo dei romantici) si è già discusso in parte
della questione affermando che Il Signore degli Anelli
è in realtà un romanzo di gusto romantico, sottolineando con
ciò i suoi molteplici legami con gli elementi chiave del
Romanticismo ottocentesco. Questa tesi potrà forse apparire
più chiara andando ad analizzare la figura dell’eroe
nell’opera tolkieniana facendo un’opportuna distinzione tra
l’eroe nel Signore degli Anelli e l’eroe del corpus
epico-mitologico afferente al Silmarillion. Ciò potrà
contribuire anche a chiarire meglio la distinzione dei
generi nella produzione di Tolkien.
Questa prima parte analizza le principali figure eroiche del
Silmarillion. La seconda parte, di prossima
pubblicazione, tratta delle figure eroiche del Signore
degli Anelli e si propone di confrontare le due diverse
“categorie di eroi” dell’una e dell’altra opera.
GLI EROI DEL SILMARILLION
Nella vasta pletora di figure che appaiono negli scritti che
compongono il Silmarillion, possono essere presi in
considerazione sette personaggi-chiave che incarnano lo
stereotipo dell’eroe: tra gli elfi i fratelli Fingolfin e
Fëanor, nonché Eärendil, mentre tra gli Uomini spiccano i
personaggi di Húrin, il figlio di questi Túrin, nonché
Beren e Isildur. A tutti, nel corso delle loro vicende,
tocca affrontare direttamente l’Oscuro Signore Morgoth, il
Male personificato (sebbene Isildur affronterà solo il suo
servitore, Sauron): è nel misurarsi con la minaccia di
Morgoth che si esplicano le personalità di questi grandi
personaggi, classificabili come segue:
-
Eroi “senza macchia”: Fingolfin,
Beren, Eärendil.
-
Eroi “tormentati”: Húrin,
Túrin.
-
Eroi “caduti”: Fëanor,
Isildur.
1. Gli eroi “senza macchia”.
1.1
Fingolfin, il fratellastro di Fëanor perché figlio
dello stesso padre – Finwë
– ma di madre diversa, può essere considerato uno dei
“grandi eroi” nonostante alcune macchie che ne disonorano la
figura ma che egli lava attraverso un duro percorso di
riscatto che si conclude con la sua morte. Fingolfin si lega
infatti al fratellastro nell’empio giuramento di perseguire
chiunque, Valar compresi, possegga uno dei tre gioielli
strappati da Morgoth al loro padre - i Silmarilli - con la
menzogna e la violenza. Quando Fëanor e i suoi si macchiano
del primo delitto fratricida, conquistando con la forza le
navi dei Teleri che questi si rifiutano di conceder loro per
proseguire nel viaggio verso la Terra-di-Mezzo, Fingolfin
partecipa alla battaglia spargendo anch’egli sangue elfico
ma senza saperne fino in fondo il motivo: giunto infatti a
scontro già iniziato, egli crede che siano stati i Teleri ad
aver attaccato a tradimento i Noldor e troppo tardi s’avvede
che le cose stanno ben diversamente. Infine, quando Fëanor e
i suoi seguaci abbandonano la gente di Fingolfin bruciando
le navi necessarie per la traversata che li porta nel
Beleriand, Fingolfin si separa definitivamente dal fato del
fratellastro. Dopo quell’ultima atrocità, Fëanor e i suoi
vengono colpiti dal’oscuro fato di Mandos che li condurrà
alla rovina, mentre Fingolfin inizierà un lento percorso di
riscatto simboleggiato dalla difficile traversata
dell’Helcaraxë, le desolate terre dei ghiacci imperituri
attraverso le quali la gente di Fingolfin, decimata,
giungerà comunque nel Beleriand a dispetto dell’azione di
Fëanor. Qui egli governerà a lungo saggiamente nel reame
dell’Hithlum fino alla Dagor Bragollach, la battaglia della
fiamma improvvisa. È in questo drammatico momento che
Fingolfin va incontro al proprio destino, sfidando in un
duello all’ultimo sangue Morgoth in persona. Fingolfin
troverà la morte per mano di Morgoth, non prima di averlo
però ferito più volte, ed è con questo gesto che Fingolfin
ottiene il perdono dei Valar. Pur essendosi macchiato
dell’empio giuramento e del massacro fratricida dei Teleri,
Fingolfin non si lega infatti al destino di Fëanor e con la
morte conquista infine il riscatto, perché egli sceglie
volontariamente la morte (nessuno vivente avrebbe mai potuto
uccidere Morgoth) che per un essere immortale com’egli è in
quanto elfo costituisce la suprema delle rinunce: «Così morì
Fingolfin, Supremo Re dei Noldor, fierissimo e valentissimo
tra tutti i re degli Elfi dell'antichità», sono le parole
che nel Silmarillion chiudono la vicenda di
Fingolfin.
1.2
La vicenda di Beren, tra le principali trattate nel
Silmarillion, costituisce una storia a sé nell’arco delle
vicende riguardanti la lotta dei Noldor per la riconquista
dei Silmaril. Ciò che Tolkien evidenzia nella storia è che
Beren, un mortale, riesce per primo e per ultimo lì dove
nessuno dei grandi signori degli Elfi è riuscito: strappare
uno dei tre Silmaril della Corona Ferrea di Morgoth. Beren
in realtà non ha nessun interesse nella riconquista dei
gioielli che invece costituisce lo scopo ultimo degli Elfi
della Terra-di-Mezzo che per conseguirlo hanno abbandonato
il Reame Beato di Valinor. Egli, essendo un Uomo e non un
Elfo, non è legato al drammatico fato dei figli di Fëanor. È
l’arroganza del re Thingol, signore del Doriath e padre
della bella Lúthien di cui Beren si è innamorato, a spingere
questi a cimentarsi nell’impresa. Thingol, che nella sua
superba altezzosità rifiuta di dare la propria figlia in
sposa a un mortale, concede infatti a Beren tale privilegio
solo se questi gli porterà uno dei Silmaril. Beren potrebbe
non accettare l’impossibile sfida, tanto più quando Lúthien
sfugge al controllo del padre e si riunisce all’amato giusto
in tempo per sottrarlo dalle grinfie di Sauron, il
luogotenente di Morgoth. Ma è Beren a scegliere il proprio
destino, rinunciando alla possibilità di vivere con Lúthien
sebbene entrambi come reietti; Beren accetta quindi la sfida
di Thingol e grazie all’aiuto di Lúthien vince la sfida e
conquista il Silmaril. L’impresa di Beren risulta possibile,
a differenza di quella messa in atto da Fëanor e dai suoi
seguaci, perché egli conquista il Silmaril spinto dall’amore
e non dall’odio e dalla vendetta che guidano le azioni dei
Noldor. «A vile prezzo i Re degli Elfi vendono le proprie
figlie: per gemme, per cose prodotte dall’artificio!»
esclama giustamente Beren apprendendo la richiesta di
Thingol. E mentre i figli di Fëanor, quando metteranno le
mani sugli altri due Silmaril, se le vedranno bruciare,
Beren può toccare la gemma senza pericolo perché la sua
anima è incorrotta. Come sintetizza lo stesso Tolkien
(lettera #131 a Milton Waldman): «È Beren, il mortale messo
al bando, che riesce (con l'aiuto di Lúthien, semplice
fanciulla anche se elfa di sangue reale) nell'impresa in cui
tutti gli eserciti e tutti i guerrieri hanno fallito».
1.3 Eärendil
è l’ultimo dei tre “eroi senza macchia” del Silmarillion. In
realtà si potrebbe dubitare del suo grado di valorosità
perché la venuta al mondo di Eärendil, figlio di Tuor (un
Uomo) e Idril (un’Elfa) tra i pochi scampati alla caduta di
Gondolin, viene già preannunciata da Ulmo, uno dei Valar.
Non è vero però che il suo destino fosse già stato scritto e
che quindi egli fosse già predestinato a compiere l’impresa
che realizzò: come per tutti i personaggi di Tolkien, anche
per Eärendil il libero arbitrio resta una costante ed è lui
stesso a scegliere di abbandonare le proprie terre e
prendere il mare per raggiungere il Reame Beato e convincere
i Valar a perdonare i Noldor e muovere guerra contro
Morgoth. Sicuramente la scelta di Eärendil è quasi una
scelta obbligata: privato del proprio popolo e dei propri
figli, egli non può far altro che veleggiare verso Valinor
con la moglie nella speranza di convincere le Potenze a
liberare per sempre il mondo dall’ombra di Morgoth. E si
noti il messaggio che Tolkien vuole far intendere attraverso
il personaggio di Eärendil: egli è per metà elfo e per metà
umano, è capace quindi di superare la diffidenza atavica tra
le due razze e si presenta di fronte ai Valar come
rappresentante di entrambi i popoli. Se i precedenti
tentativi di altri Noldor di giungere a Valinor erano
falliti è proprio perché questi avevano richiesto
l’intervento dei Valar in modo egoistico, al fine cioè di
liberare solo loro – i Noldor – da Morgoth, per nulla
interessandosi del destino degli Uomini. Eärendil è quindi
un eroe superiore addirittura ai precedenti (non per nulla
definito “Eärendil il Beato”) perché portare di valori
universali, laddove Fingolfin e Beren, pur essendo
ugualmente ‘eroici’, erano tali nel perseguimento di
interessi personali: il primo la riconquista dei Silmari, il
secondo la mano di Lúthien.
2. Gli eroi “tormentati”.
2.1
Húrin e Túrin, padre e figlio entrambi appartenenti
alla stirpe degli Uomini, sono legati da uno stesso destino.
Mentre le disgrazie degli elfi Noldor derivano dalla
profezia di Mandos (secondo alcuni, una “maledizione”, ma è
vero che i Valar non maledicono ma prevedono), la disgrazie
della famiglia di Húrin derivano invece dalla maledizione
scagliata su di essa da Morgoth, che in quella famiglia vide
giustamente l’indomita valorosità degli Uomini da
schiacciare per evitare che da quel valore venisse un giorno
fuori qualcuno capace di distruggerlo. Húrin è un
personaggio che passa dalla gloria di combattente valoroso,
unico tra gli Uomini insieme al fratello Huor ad aver visto
la città elfica proibita di Gondolin, alla tragedia di cui
Morgoth lo rende protagonista. Catturatolo infatti nel corso
della Nirnaeth Arnoediad, la “battaglia delle innumerevoli
lacrime” che si concluse nella più atroce disfatta dei
popoli liberi della Terra-di-Mezzo, Morgoth lo torturò al
fine di scoprire l’ubicazione di Gondolin. Ma Húrin non
cedette, facendosi addirittura beffe di Morgoth al punto che
questi lo pose su un trono di pietra e per diversi anni lo
lasciò lì ad osservare il compimento della maledizione
scagliata sui suoi figli, Túrin e Nienor (di cui si parlerà
tra poco). Quando infine il destino malvagio si compie e i
suoi figli trovano nella morte la fine di una vita di
tormenti, Húrin viene liberato da Morgoth. Con questo gesto
il Signore Oscuro realizza il compimento dei suoi propositi,
perché Húrin vagando senza quasi lucidità giunge infine di
fronte alle montagne che celano Gondolin nella vana speranza
che le aquile lo trasportino nella città dov’egli abitò da
giovane per un anno con il fratello. Disperato perché
conscio che re Turgon non è intenzionato a farlo entrare,
Húrin urla la sua ira contro colui che aveva amato come un
padre in gioventù rivelando però così a Morgoth l’esatta
ubicazione della città. Dopo essergli toccata anche la sorte
di seppellire la moglie, Húrin giunge infine nel Doriath, il
reame elfico dove la moglie e la figlia erano rimaste sotto
la custodia del re Thingol. Qui, Húrin furioso accusa
Thingol di non aver mantenuto la promessa di prendersi cura
delle due donne, ma quest’accusa viene fatta cadere da
Melian, la saggia moglie di Thingol che rivela ad Húrin la
manipolazione subita ad opera di Morgoth. La triste vicenda
di Húrin si chiude quindi con il suo suicidio, compiuto
gettandosi in mare. Húrin appare per tutta la storia un
personaggio drammaticamente umano, che nonostante il suo
eroismo finisce per cedere all’umana disperazione al punto
tale da rendere vana anche la sua sopportazione alle torture
di Morgoth perché comunque gli rivela l’ubicazione di
Gondolin. Tolkien ne fa quindi uno sconfitto, un perdente
perché reo di essersi preso gioco di Morgoth che, seppur
malvagio, resta sempre un Vala e come tale superiore alle
volontà dei mortali.
2.2. Túrin
a differenza del padre è un Uomo che subisce il proprio
destino anziché esserne diretto responsabile. La vicenda di
Túrin è certamente una delle più care a Tolkien che la
sviluppa approfonditamente nel Narn I Hin Húrin
pubblicato poi nei “Racconti Incompiuti” e la riassume in un
capitolo apposito del “Silmarillion”. È noto che la storia
di Túrin sia la versione tolkieniana del mito di Kullervo,
uno degli eroici protagonisti del poema finnico Kelevala:
in quel poema come nell’opera di Tolkien, l’eroe è
schiacciato da un destino avverso, da una maledizione che lo
segue e ne rende vane se non orrende tutte le azioni (non
poche poi sono le similitudini, evidenziate dallo stesso
autore, con il mito di Edipo e quello di Sigfrido). Con Túrin, Tolkien sembra compiere l’unica
evidente eccezione al suo principio del “libero arbitrio”
perché, pur lasciando al suo eroe piena capacità di scelta,
fa sì che tutte le sue scelte si rivelino disastrose.
Nonostante ciò resta vero che nessuna delle disgrazie
arrecate da Túrin si compie per sua diretta volontà, il che
non lo rende un eroe caduto ma una sorta di strumento di
espiazione. Cresciuto nel Regno Celato del Doriath, Túrin si
distingue ben presto in formidabili azioni militari contro
le forze di Morgoth insieme con l’amico elfo Beleg, abile
arciere. Abbandonato per sempre il Doariath a causa di un
fraintendimento, Túrin inizia a vagare per le lande della
Terra-di-Mezzo unendosi a una banda di fuorilegge di cui
assume il comando. Il suo destino inizia a compiersi
allorché Morgoth fa catturare il nano Mim, che concedeva suo
malgrado a Túrin e ai suoi compagni ospitalità nella propria
casa, e lo costringe a guidare i suo orchi fino alla tana
dove si rifugia Túrin. Questi si salva, ma è costretto a
separarsi da Beleg che, pur ferito, sopravvie anch’egli.
Catturato infine dagli orchi, Túrin è miracolosamente
liberato da Beleg ma non si rende conto di quale sia
l’identità del suo liberatore e, credendo si tratti di un
orco, lo uccide nel buio. L’assassinio di Beleg è il primo
grande delitto di cui si macchina Túrin. Tornato a
Nargothrond, capitale del Doriath, Túrin si distingue
nuovamente in forza e grandezza; tuttavia ben presto il suo
desiderio di guerra spinge gli elfi del Reame Celato alla
disfatta: essi si convincono ad uscire all’aperto per
affrontare Morgoth anziché continuare a nascondersi, e nella
grande battaglia che ne deriva le forze del male distruggono
l’esercito elfico e saccheggiano Nargothrond nonostante
l’eroico sforzo di Túrin, che perde anche la propria amata
Finduilas. La vicenda di Túrin si conclude tragicamente
allorquando egli s’imbatte in una giovane donna senza
memoria che egli chiama Niniel, di cui s’innamora e che
infine sposa fin quando il servo di Morgoth, il mostruoso
drago Glaurung artefice della caduta del Doriath e della
perdita di memoria di Niniel, non svela che la fanciulla
altri non è che Nienor, la sorella di Túrin che egli non
vedeva più da quando aveva sette anni. Impazzita dalla
disperazione, Nienor si getta da un dirupo e Túrin si getta
sulla propria spada, ponendo fine alla sua tragica
esistenza.
La chiave per interpretare la storia di Túrin sta
nella vicenda del padre Húrin: le due storie sono pressoché
identiche per quanto riguarda il rapporto unico che
s’instaura tra un Uomo (Húrin, Túrin) e i Noldor. È questa
la prima volta che degli Uomini vengono ospitati nei reami
elfici e tenuti in grande considerazione. Tolkien fa di
Húrin e Túrin gli strumenti dei Valar per giungere a una
piena alleanza e amicizia tra le stirpi degli Uomini e degli
Elfi: come gli Elfi devono espirare il fato di Mandos, gli
Uomini devono spiare il fato di Morgoth e solo quando i loro
eroi si sacrificheranno per il bene comune dei rispettivi
popoli (Fingolfin, Túrin) il perdono sarà reso possibile
nella persona di Eärendil, che come si è già detto è l’unico
mortale che riesce a ottenere l’aiuto dei Valar perché
congiunge nel suo essere la forza degli Elfi e quella degli
Uomini. Questo punto è perfettamente esplicitato dallo
stesso Tolkien in una lettera rivelatrice (#181 a Michael
Straight): «Situazioni "sacrificali" le chiamerei: cioè
posizioni in cui il "bene" del mondo dipende dal
comportamento di un inviduo in costanze che gli richiedono
sofferenza e sopportazione oltre la norma... in un certo
senso lui è votato al fallimento, condannato a cadere in
tentazione oppure a cedere alla pressione contro la sua
"volontà"». Riferito alla vicenda di Frodo, che si esamerà
in seguito, questo pensiero chiarisce la funzione delle
figure di Húrin,
Túrin
e Fingolfin come già sopra spiegato.
3. Gli eroi "caduti"
3.1 Fëanor
per gli Elfi e Isildur per gli Uomini sono i due esempi di
“eroi caduti” che Tolkien descrive nelle storie del
Silmarillion. Anche qui, analizzando le due figure, si
noteranno delle somiglianze soprattutto per quanto concerne
l’alto lignaggio dei due personaggi e la caduta derivante da
un peccato di hybris che ha come causa scatenante un
gioiello: i silmarilli per Fëanor, l’Unico Anello per
Isildur. La grandezza di Fëanor è multiforme: egli sviluppò
l’alfabeto runico delle tengwar, eccelse in molteplici arti
e scienze ma soprattutto produsse i tre silmaril, gioielli
al cui interno rifulgeva la luce perduta dei Due Alberi di
Valinor. Inevitabilmente il destino di Fëanor e degli stessi
elfi Noldor di cui egli si elesse a signore fu legato a
doppio filo ai silmarilli nel momento in cui Melkor,
accecato dal desiderio di conquistarli, uccise il padre di
Fëanor, Finwë, e rubò i gioielli. Fëanor allora per primo
definì Melkor come “Morgoth”, il Nero Nemico, e compì quindi
l’empio giuramento di perseguire chiunque, essere vivente o
Vala, avesse tenuto con sé i silmarilli, proprietà dei
discendenti di Finwë. Da quel giuramento seguì la decisione
di abbandonare Valinor e di iniziare la lunga marcia verso
la Terra-di-Mezzo, allo scopo di portare guerra fin dentro
le fortezze di Morgoth, sconfiggere il potente nemico e
ricuperare i gioielli. Ma da quel giuramento derivò anche
l’accecamento totale di Fëanor, che pur di perseguire quello
scopo finì per macchiarsi di crimini atroci: il massacro
degli elfi Teleri per appropriarsi delle loro navi e
l’abbandono degli elfi leali a Fingolfin che per giungere
nel Beleriand dovettero subire il dramma del passaggio
dell’Helcaraxë.
Ormai trasformato in una belva assetata di sangue, Fëanor
combatté eroicamente nella Battaglia sotto le Stelle che si
svolse poco dopo l’arrivo dei Noldor nel Beleriand. Qui, pur
vittorioso, Fëanor compì l’errore di credere possibile la
missione per cui era partito e inseguì l’esercito degli
Orchi fin sotto le porte di Angband, dove inevitabilmente
trovò la morte per mano del Signore dei Balrog. Avendo messo
la riconquista dei silmarilli davanti a tutto, davanti anche
alle vite del proprio fratello e dei suoi simili, Fëanor
aveva perso ogni traccia di umanità nel suo animo. Tolkien
sintetizza questo concetto nel periodo che chiude la sua
vicenda: «Quindi spirò; ma non ebbe né tomba né sepolcro
perché così focoso era il suo spirito che, come se ne
staccò, il corpo cadde in cenere e fu spazzato via come
fumo… Così finì il più possente dei Noldor, dalle cui gesta
vennero sia la massima nomea, sia le loro più tristi
sventure».
3.2 Isildur
si differenzia da Fëanor per un particolare di non poco
conto, che apparirà più chiaro analizzando poi le figure
eroiche del Signore degli Anelli: mentre il primo,
Fëanor, cade per propria volontà, ed è la volontà a guidare
tutte le sue azioni (da quelle eroiche a quelle terribili),
Isildur cade molto probabilmente perché corrotto dall’azione
dell’Anello e quindi non completamente per volontà propria.
Ciò nonostante, come già si è accennato le due figure hanno
diversi punti in comune: pur vivendo in epoche estremamente
distanti, sia Isildur che Fëanor erano di alto lignaggio
essendo Isildur figlio di Elendil, primo dei re degli Uomini
nella Terra-di-Mezzo sopravvissuti al disastro di Numenor;
entrambi inoltre dimostrarono la loro grandezza prima di
assurgere al massimo potere poiché Fëanor cadde subito dopo
essere divenuto signore dei Noldor in seguito alla morte di
Finwë, mentre Isildur cadde immediatamente dopo la morte del
padre Elendil per mano di Sauron e la sua elevazione a Re di
Gondor e Arnor; infine, entrambi guidarono i rispettivi
popoli nel difficile cammino verso la Terra-di-Mezzo. Di
nuovo, su quest’ultimo punto c’è però la differenza centrale
tra Fëanor e Isildur poiché il primo abbandonò Valinor per
propria volontà, mentre Isildur fu costretto ad abbandonare
Numenor con i suoi a causa della distruzione dell’isola per
opera dei Valar. E ancora, mentre Fëanor insegue Morgoth per
propria volontà nel desiderio di riconquistare i silmarilli,
Isildur e i suoi (o meglio, il padre Elendil al cui seguito
Isildur andò in guerra) subirono l’avanzata di Sauron contro
il quale decisero insieme agli Elfi di Gil-galad di compiere
la prima mossa combattendo alle pendici del Monte Fato nella
Battaglia dell’Ultima Alleanza. Qui, infine, come si sa,
Elendil viene ucciso da Sauron ma Isildur brandisce la spada
spezzata del padre e trancia il braccio di Sauron
sottraendogli l’Anello dal quale questi prendeva il proprio
potere, sconfiggendolo. È da questo preciso istante che
avviene la caduta di Isildur, vinto dall’Anello la cui
volontà di potenza lo soggioga al punto che Isildur se lo
arroga. Isildur rifiuta di gettare l’Anello nel Monte Fato
come suggeritogli pressantemente da Elrond e Cirdan e lo
prende con sé, legandosi al suo destino. Il Fato al quale
Isildur aveva imprudentemente voltato le spalle lo distrusse
infatti a Campo Gaggiolo: mentre viaggiava con la propria
corte verso Arnor per esservi proclamato re, Isildur venne
sopraffatto dagli Orchi. Sfuggito alla cattura grazie
all’Anello che lo rese invisibile, si gettò nelle acque
dell’Anduin ma qui l’Anello gli sfuggì dal dito e gli Orchi,
scortolo, lo infilzarono con decine di frecce, uccidendolo.
Così anche Isildur come Fëanor cadde per un peccato di
hybris, di tracotanza e desiderio di potere. Comunque sia è
pur vero che Isildur, pur mosso dal desiderio di potere, fu
corrotto dall’Anello e le sue ultime azioni non vanno tutte
iscritte al suo libero arbitrio.
Non è un caso se tutte le figure analizzate, ad eccezione di
Isildur, siano protagonisti della Prima Era, mentre Isildur
fu invece protagonista degli ultimi scorci della Seconda Era
e dell’inizio della Terza. Egli si discosta dalle grandi
figure eroiche del Silmarillion ed è il capostipite
di una nuova serie di grandi personaggi, quelli del
Signore degli Anelli, costretti ad affrontare un fato
più grande di loro e a confrontarsi – nani sulle spalle di
giganti – con i grandi eroi del passato.
PROSSIMAMENTE: GLI EROI DEL "SIGNORE DEGLI ANELLI"
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