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Edizione illustrata del Silmarillion.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fingolfin combatte contro Morgoth (clicca per ingrandire).

 

 

 

 

 

 

Beren osserva Lúthien danzare alla luce della luna (di Rowen Morrill, particolare; clicca per ingrandire).

 

 

 

 

La nave di Earendil veleggia verso Valinor.

 

 

 

 

 

Hurin imprigionato sul piannacolo di Angband (clicca per ingrandire).

 

 

 

 

 

 

 

 

Turin scopre di aver ucciso l'amico Beleg, di Ted Nasmith (clicca per ingrandire).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Feanor pronuncia l'empio giuramento, di Ted Nasmith (clicca pe ingrandire).

 

 

 

 

 

 

 

Isildur ne Il Signore degli Anelli - La Compagnia dell'Anello di P. Jackson (interpretato da Harry Sinclair).

 
I MILLE VOLTI DELL'EROE

Gli eroi del Silmarillion


Diversi studi di critica tolkieniana si sono soffermati sul tema del genere: l’opera di Tolkien riecheggia l’epica o ripropone in chiave leggermente difforme il canonico romanzo contemporaneo? In realtà una risposta univoca è da escludersi vista l’ampiezza della produzione di Tolkien, ma apparirà evidente ai più che Il Silmarillion e il corpus ad esso legato (raccolto nei diversi volumi della History of the Middle-Earth) va annoverato nel genere epico e mitologico mentre Lo Hobbit e naturalmente l’opera prima Il Signore degli Anelli appartengono al genere del romanzo. In un articolo di questo sito (Tolkien: l’ultimo dei romantici) si è già discusso in parte della questione affermando che Il Signore degli Anelli è in realtà un romanzo di gusto romantico, sottolineando con ciò i suoi molteplici legami con gli elementi chiave del Romanticismo ottocentesco. Questa tesi potrà forse apparire più chiara andando ad analizzare la figura dell’eroe nell’opera tolkieniana facendo un’opportuna distinzione tra l’eroe nel Signore degli Anelli e l’eroe del corpus epico-mitologico afferente al Silmarillion. Ciò potrà contribuire anche a chiarire meglio la distinzione dei generi nella produzione di Tolkien.

Questa prima parte analizza le principali figure eroiche del Silmarillion. La seconda parte, di prossima pubblicazione, tratta delle figure eroiche del Signore degli Anelli e si propone di confrontare le due diverse “categorie di eroi” dell’una e dell’altra opera.

GLI EROI DEL SILMARILLION

Nella vasta pletora di figure che appaiono negli scritti che compongono il Silmarillion, possono essere presi in considerazione sette personaggi-chiave che incarnano lo stereotipo dell’eroe: tra gli elfi i fratelli Fingolfin e Fëanor, nonché Eärendil, mentre tra gli Uomini spiccano i personaggi di  Húrin, il figlio di questi Túrin, nonché Beren e Isildur. A tutti, nel corso delle loro vicende, tocca affrontare direttamente l’Oscuro Signore Morgoth, il Male personificato (sebbene Isildur affronterà solo il suo servitore, Sauron): è nel misurarsi con la minaccia di Morgoth che si esplicano le personalità di questi grandi personaggi, classificabili come segue:

-      Eroi “senza macchia”: Fingolfin, Beren, Eärendil.

-      Eroi “tormentati”: Húrin, Túrin.

-      Eroi “caduti”: Fëanor, Isildur.

1. Gli eroi “senza macchia”.

1.1 Fingolfin, il fratellastro di Fëanor perché figlio dello stesso padre – Finwë – ma di madre diversa, può essere considerato uno dei “grandi eroi” nonostante alcune macchie che ne disonorano la figura ma che egli lava attraverso un duro percorso di riscatto che si conclude con la sua morte. Fingolfin si lega infatti al fratellastro nell’empio giuramento di perseguire chiunque, Valar compresi, possegga uno dei tre gioielli strappati da Morgoth al loro padre - i Silmarilli - con la menzogna e la violenza. Quando Fëanor e i suoi si macchiano del primo delitto fratricida, conquistando con la forza le navi dei Teleri che questi si rifiutano di conceder loro per proseguire nel viaggio verso la Terra-di-Mezzo, Fingolfin partecipa alla battaglia spargendo anch’egli sangue elfico ma senza saperne fino in fondo il motivo: giunto infatti a scontro già iniziato, egli crede che siano stati i Teleri ad aver attaccato a tradimento i Noldor e troppo tardi s’avvede che le cose stanno ben diversamente. Infine, quando Fëanor e i suoi seguaci abbandonano la gente di Fingolfin bruciando le navi necessarie per la traversata che li porta nel Beleriand, Fingolfin si separa definitivamente dal fato del fratellastro. Dopo quell’ultima atrocità, Fëanor e i suoi vengono colpiti dal’oscuro fato di Mandos che li condurrà alla rovina, mentre Fingolfin inizierà un lento percorso di riscatto simboleggiato dalla difficile traversata dell’Helcaraxë, le desolate terre dei ghiacci imperituri attraverso le quali la gente di Fingolfin, decimata, giungerà comunque nel Beleriand a dispetto dell’azione di Fëanor. Qui egli governerà a lungo saggiamente nel reame dell’Hithlum fino alla Dagor Bragollach, la battaglia della fiamma improvvisa. È in questo drammatico momento che Fingolfin va incontro al proprio destino, sfidando in un duello all’ultimo sangue Morgoth in persona. Fingolfin troverà la morte per mano di Morgoth, non prima di averlo però ferito più volte, ed è con questo gesto che Fingolfin ottiene il perdono dei Valar. Pur essendosi macchiato dell’empio giuramento e del massacro fratricida dei Teleri, Fingolfin non si lega infatti al destino di Fëanor e con la morte conquista infine il riscatto, perché egli sceglie volontariamente la morte (nessuno vivente avrebbe mai potuto uccidere Morgoth) che per un essere immortale com’egli è in quanto elfo costituisce la suprema delle rinunce: «Così morì Fingolfin, Supremo Re dei Noldor, fierissimo e valentissimo tra tutti i re degli Elfi dell'antichità», sono le parole che nel Silmarillion chiudono la vicenda di Fingolfin.

1.2 La vicenda di Beren, tra le principali trattate nel Silmarillion, costituisce una storia a sé nell’arco delle vicende riguardanti la lotta dei Noldor per la riconquista dei Silmaril. Ciò che Tolkien evidenzia nella storia è che Beren, un mortale, riesce per primo e per ultimo lì dove nessuno dei grandi signori degli Elfi è riuscito: strappare uno dei tre Silmaril della Corona Ferrea di Morgoth. Beren in realtà non ha nessun interesse nella riconquista dei gioielli che invece costituisce lo scopo ultimo degli Elfi della Terra-di-Mezzo che per conseguirlo hanno abbandonato il Reame Beato di Valinor. Egli, essendo un Uomo e non un Elfo, non è legato al drammatico fato dei figli di Fëanor. È l’arroganza del re Thingol, signore del Doriath e padre della bella Lúthien di cui Beren si è innamorato, a spingere questi a cimentarsi nell’impresa. Thingol, che nella sua superba altezzosità rifiuta di dare la propria figlia in sposa a un mortale, concede infatti a Beren tale privilegio solo se questi gli porterà uno dei Silmaril. Beren potrebbe non accettare l’impossibile sfida, tanto più quando Lúthien sfugge al controllo del padre e si riunisce all’amato giusto in tempo per sottrarlo dalle grinfie di Sauron, il luogotenente di Morgoth. Ma è Beren a scegliere il proprio destino, rinunciando alla possibilità di vivere con Lúthien sebbene entrambi come reietti; Beren accetta quindi la sfida di Thingol e grazie all’aiuto di Lúthien vince la sfida e conquista il Silmaril. L’impresa di Beren risulta possibile, a differenza di quella messa in atto da Fëanor e dai suoi seguaci, perché egli conquista il Silmaril spinto dall’amore e non dall’odio e dalla vendetta che guidano le azioni dei Noldor. «A vile prezzo i Re degli Elfi vendono le proprie figlie: per gemme, per cose prodotte dall’artificio!» esclama giustamente Beren apprendendo la richiesta di Thingol. E mentre i figli di Fëanor, quando metteranno le mani sugli altri due Silmaril, se le vedranno bruciare, Beren può toccare la gemma senza pericolo perché la sua anima è incorrotta. Come sintetizza lo stesso Tolkien (lettera #131 a Milton Waldman): «È Beren, il mortale messo al bando, che riesce (con l'aiuto di Lúthien, semplice fanciulla anche se elfa di sangue reale) nell'impresa in cui tutti gli eserciti e tutti i guerrieri hanno fallito».

1.3 Eärendil è l’ultimo dei tre “eroi senza macchia” del Silmarillion. In realtà si potrebbe dubitare del suo grado di valorosità perché la venuta al mondo di Eärendil, figlio di Tuor (un Uomo) e Idril (un’Elfa) tra i pochi scampati alla caduta di Gondolin, viene già preannunciata da Ulmo, uno dei Valar. Non è vero però che il suo destino fosse già stato scritto e che quindi egli fosse già predestinato a compiere l’impresa che realizzò: come per tutti i personaggi di Tolkien, anche per Eärendil il libero arbitrio resta una costante ed è lui stesso a scegliere di abbandonare le proprie terre e prendere il mare per raggiungere il Reame Beato e convincere i Valar a perdonare i Noldor e muovere guerra contro Morgoth. Sicuramente la scelta di Eärendil è quasi una scelta obbligata: privato del proprio popolo e dei propri figli, egli non può far altro che veleggiare verso Valinor con la moglie nella speranza di convincere le Potenze a liberare per sempre il mondo dall’ombra di Morgoth. E si noti il messaggio che Tolkien vuole far intendere attraverso il personaggio di Eärendil: egli è per metà elfo e per metà umano, è capace quindi di superare la diffidenza atavica tra le due razze e si presenta di fronte ai Valar come rappresentante di entrambi i popoli. Se i precedenti tentativi di altri Noldor di giungere a Valinor erano falliti è proprio perché questi avevano richiesto l’intervento dei Valar in modo egoistico, al fine cioè di liberare solo loro – i Noldor – da Morgoth, per nulla interessandosi del destino degli Uomini. Eärendil è quindi un eroe superiore addirittura ai precedenti (non per nulla definito “Eärendil il Beato”) perché portare di valori universali, laddove Fingolfin e Beren, pur essendo ugualmente ‘eroici’, erano tali nel perseguimento di interessi personali: il primo la riconquista dei Silmari, il secondo la mano di Lúthien.

2. Gli eroi “tormentati”.

2.1 Húrin e Túrin, padre e figlio entrambi appartenenti alla stirpe degli Uomini, sono legati da uno stesso destino. Mentre le disgrazie degli elfi Noldor derivano dalla profezia di Mandos (secondo alcuni, una “maledizione”, ma è vero che i Valar non maledicono ma prevedono), la disgrazie della famiglia di Húrin derivano invece dalla maledizione scagliata su di essa da Morgoth, che in quella famiglia vide giustamente l’indomita valorosità degli Uomini da schiacciare per evitare che da quel valore venisse un giorno fuori qualcuno capace di distruggerlo. Húrin è un personaggio che passa dalla gloria di combattente valoroso, unico tra gli Uomini insieme al fratello Huor ad aver visto la città elfica proibita di Gondolin, alla tragedia di cui Morgoth lo rende protagonista. Catturatolo infatti nel corso della Nirnaeth Arnoediad, la “battaglia delle innumerevoli lacrime” che si concluse nella più atroce disfatta dei popoli liberi della Terra-di-Mezzo, Morgoth lo torturò al fine di scoprire l’ubicazione di Gondolin. Ma Húrin non cedette, facendosi addirittura beffe di Morgoth al punto che questi lo pose su un trono di pietra e per diversi anni lo lasciò lì ad osservare il compimento della maledizione scagliata sui suoi figli, Túrin e Nienor (di cui si parlerà tra poco). Quando infine il destino malvagio si compie e i suoi figli trovano nella morte la fine di una vita di tormenti, Húrin viene liberato da Morgoth. Con questo gesto il Signore Oscuro realizza il compimento dei suoi propositi, perché Húrin vagando senza quasi lucidità giunge infine di fronte alle montagne che celano Gondolin nella vana speranza che le aquile lo trasportino nella città dov’egli abitò da giovane per un anno con il fratello. Disperato perché conscio che re Turgon non è intenzionato a farlo entrare, Húrin urla la sua ira contro colui che aveva amato come un padre in gioventù rivelando però così a Morgoth l’esatta ubicazione della città. Dopo essergli toccata anche la sorte di seppellire la moglie, Húrin giunge infine nel Doriath, il reame elfico dove la moglie e la figlia erano rimaste sotto la custodia del re Thingol. Qui, Húrin furioso accusa Thingol di non aver mantenuto la promessa di prendersi cura delle due donne, ma quest’accusa viene fatta cadere da Melian, la saggia moglie di Thingol che rivela ad Húrin la manipolazione subita ad opera di Morgoth. La triste vicenda di Húrin si chiude quindi con il suo suicidio, compiuto gettandosi in mare. Húrin appare per tutta la storia un personaggio drammaticamente umano, che nonostante il suo eroismo finisce per cedere all’umana disperazione al punto tale da rendere vana anche la sua sopportazione alle torture di Morgoth perché comunque gli rivela l’ubicazione di Gondolin. Tolkien ne fa quindi uno sconfitto, un perdente perché reo di essersi preso gioco di Morgoth che, seppur malvagio, resta sempre un Vala e come tale superiore alle volontà dei mortali.

2.2. Túrin a differenza del padre è un Uomo che subisce il proprio destino anziché esserne diretto responsabile. La vicenda di Túrin è certamente una delle più care a Tolkien che la sviluppa approfonditamente nel Narn I Hin Húrin pubblicato poi nei “Racconti Incompiuti” e la riassume in un capitolo apposito del “Silmarillion”. È noto che la storia di Túrin sia la versione tolkieniana del mito di Kullervo, uno degli eroici protagonisti del poema finnico Kelevala: in quel poema come nell’opera di Tolkien, l’eroe è schiacciato da un destino avverso, da una maledizione che lo segue e ne rende vane se non orrende tutte le azioni (non poche poi sono le similitudini, evidenziate dallo stesso autore, con il mito di Edipo e quello di Sigfrido). Con Túrin, Tolkien sembra compiere l’unica evidente eccezione al suo principio del “libero arbitrio” perché, pur lasciando al suo eroe piena capacità di scelta, fa sì che tutte le sue scelte si rivelino disastrose. Nonostante ciò resta vero che nessuna delle disgrazie arrecate da Túrin si compie per sua diretta volontà, il che non lo rende un eroe caduto ma una sorta di strumento di espiazione. Cresciuto nel Regno Celato del Doriath, Túrin si distingue ben presto in formidabili azioni militari contro le forze di Morgoth insieme con l’amico elfo Beleg, abile arciere. Abbandonato per sempre il Doariath a causa di un fraintendimento, Túrin inizia a vagare per le lande della Terra-di-Mezzo unendosi a una banda di fuorilegge di cui assume il comando. Il suo destino inizia a compiersi allorché Morgoth fa catturare il nano Mim, che concedeva suo malgrado a Túrin e ai suoi compagni ospitalità nella propria casa, e lo costringe a guidare i suo orchi fino alla tana dove si rifugia Túrin. Questi si salva, ma è costretto a separarsi da Beleg che, pur ferito, sopravvie anch’egli. Catturato infine dagli orchi, Túrin è miracolosamente liberato da Beleg ma non si rende conto di quale sia l’identità del suo liberatore e, credendo si tratti di un orco, lo uccide nel buio. L’assassinio di Beleg è il primo grande delitto di cui si macchina Túrin. Tornato a Nargothrond, capitale del Doriath, Túrin si distingue nuovamente in forza e grandezza; tuttavia ben presto il suo desiderio di guerra spinge gli elfi del Reame Celato alla disfatta: essi si convincono ad uscire all’aperto per affrontare Morgoth anziché continuare a nascondersi, e nella grande battaglia che ne deriva le forze del male distruggono l’esercito elfico e saccheggiano Nargothrond nonostante l’eroico sforzo di Túrin, che perde anche la propria amata Finduilas. La vicenda di Túrin si conclude tragicamente allorquando egli s’imbatte in una giovane donna senza memoria che egli chiama Niniel, di cui s’innamora e che infine sposa fin quando il servo di Morgoth, il mostruoso drago Glaurung artefice della caduta del Doriath e della perdita di memoria di Niniel, non svela che la fanciulla altri non è che Nienor, la sorella di Túrin che egli non vedeva più da quando aveva sette anni. Impazzita dalla disperazione, Nienor si getta da un dirupo e Túrin si getta sulla propria spada, ponendo fine alla sua tragica esistenza.

La chiave per interpretare la storia di Túrin sta nella vicenda del padre Húrin: le due storie sono pressoché identiche per quanto riguarda il rapporto unico che s’instaura tra un Uomo (Húrin, Túrin) e i Noldor. È questa la prima volta che degli Uomini vengono ospitati nei reami elfici e tenuti in grande considerazione. Tolkien fa di Húrin e Túrin gli strumenti dei Valar per giungere a una piena alleanza e amicizia tra le stirpi degli Uomini e degli Elfi: come gli Elfi devono espirare il fato di Mandos, gli Uomini devono spiare il fato di Morgoth e solo quando i loro eroi si sacrificheranno per il bene comune dei rispettivi popoli (Fingolfin, Túrin) il perdono sarà reso possibile nella persona di Eärendil, che come si è già detto è l’unico mortale che riesce a ottenere l’aiuto dei Valar perché congiunge nel suo essere la forza degli Elfi e quella degli Uomini. Questo punto è perfettamente esplicitato dallo stesso Tolkien in una lettera rivelatrice (#181 a Michael Straight): «Situazioni "sacrificali" le chiamerei: cioè posizioni in cui il "bene" del mondo dipende dal comportamento di un inviduo in costanze che gli richiedono sofferenza e sopportazione oltre la norma... in un certo senso lui è votato al fallimento, condannato a cadere in tentazione oppure a cedere alla pressione contro la sua "volontà"». Riferito alla vicenda di Frodo, che si esamerà in seguito, questo pensiero chiarisce la funzione delle figure di Húrin, Túrin e Fingolfin come già sopra spiegato.

3. Gli eroi "caduti"

3.1 Fëanor per gli Elfi e Isildur per gli Uomini sono i due esempi di “eroi caduti” che Tolkien descrive nelle storie del Silmarillion. Anche qui, analizzando le due figure, si noteranno delle somiglianze soprattutto per quanto concerne l’alto lignaggio dei due personaggi e la caduta derivante da un peccato di hybris che ha come causa scatenante un gioiello: i silmarilli per Fëanor, l’Unico Anello per Isildur. La grandezza di Fëanor è multiforme: egli sviluppò l’alfabeto runico delle tengwar, eccelse in molteplici arti e scienze ma soprattutto produsse i tre silmaril, gioielli al cui interno rifulgeva la luce perduta dei Due Alberi di Valinor. Inevitabilmente il destino di Fëanor e degli stessi elfi Noldor di cui egli si elesse a signore fu legato a doppio filo ai silmarilli nel momento in cui Melkor, accecato dal desiderio di conquistarli, uccise il padre di Fëanor, Finwë, e rubò i gioielli. Fëanor allora per primo definì Melkor come “Morgoth”, il Nero Nemico, e compì quindi l’empio giuramento di perseguire chiunque, essere vivente o Vala, avesse tenuto con sé i silmarilli, proprietà dei discendenti di Finwë. Da quel giuramento seguì la decisione di abbandonare Valinor e di iniziare la lunga marcia verso la Terra-di-Mezzo, allo scopo di portare guerra fin dentro le fortezze di Morgoth, sconfiggere il potente nemico e ricuperare i gioielli. Ma da quel giuramento derivò anche l’accecamento totale di Fëanor, che pur di perseguire quello scopo finì per macchiarsi di crimini atroci: il massacro degli elfi Teleri per appropriarsi delle loro navi e l’abbandono degli elfi leali a Fingolfin che per giungere nel Beleriand dovettero subire il dramma del passaggio dell’Helcaraxë. Ormai trasformato in una belva assetata di sangue, Fëanor combatté eroicamente nella Battaglia sotto le Stelle che si svolse poco dopo l’arrivo dei Noldor nel Beleriand. Qui, pur vittorioso, Fëanor compì l’errore di credere possibile la missione per cui era partito e inseguì l’esercito degli Orchi fin sotto le porte di Angband, dove inevitabilmente trovò la morte per mano del Signore dei Balrog. Avendo messo la riconquista dei silmarilli davanti a tutto, davanti anche alle vite del proprio fratello e dei suoi simili, Fëanor aveva perso ogni traccia di umanità nel suo animo. Tolkien sintetizza questo concetto nel periodo che chiude la sua vicenda: «Quindi spirò; ma non ebbe né tomba né sepolcro perché così focoso era il suo spirito che, come se ne staccò, il corpo cadde in cenere e fu spazzato via come fumo… Così finì il più possente dei Noldor, dalle cui gesta vennero sia la massima nomea, sia le loro più tristi sventure».

3.2 Isildur si differenzia da Fëanor per un particolare di non poco conto, che apparirà più chiaro analizzando poi le figure eroiche del Signore degli Anelli: mentre il primo, Fëanor, cade per propria volontà, ed è la volontà a guidare tutte le sue azioni (da quelle eroiche a quelle terribili), Isildur cade molto probabilmente perché corrotto dall’azione dell’Anello e quindi non completamente per volontà propria. Ciò nonostante, come già si è accennato le due figure hanno diversi punti in comune: pur vivendo in epoche estremamente distanti, sia Isildur che Fëanor erano di alto lignaggio essendo Isildur figlio di Elendil, primo dei re degli Uomini nella Terra-di-Mezzo sopravvissuti al disastro di Numenor; entrambi inoltre dimostrarono la loro grandezza prima di assurgere al massimo potere poiché Fëanor cadde subito dopo essere divenuto signore dei Noldor in seguito alla morte di Finwë, mentre Isildur cadde immediatamente dopo la morte del padre Elendil per mano di Sauron e la sua elevazione a Re di Gondor e Arnor; infine, entrambi guidarono i rispettivi popoli nel difficile cammino verso la Terra-di-Mezzo. Di nuovo, su quest’ultimo punto c’è però la differenza centrale tra Fëanor e Isildur poiché il primo abbandonò Valinor per propria volontà, mentre Isildur fu costretto ad abbandonare Numenor con i suoi a causa della distruzione dell’isola per opera dei Valar. E ancora, mentre Fëanor insegue Morgoth per propria volontà nel desiderio di riconquistare i silmarilli, Isildur e i suoi (o meglio, il padre Elendil al cui seguito Isildur andò in guerra) subirono l’avanzata di Sauron contro il quale decisero insieme agli Elfi di Gil-galad di compiere la prima mossa combattendo alle pendici del Monte Fato nella Battaglia dell’Ultima Alleanza. Qui, infine, come si sa, Elendil viene ucciso da Sauron ma Isildur brandisce la spada spezzata del padre e trancia il braccio di Sauron sottraendogli l’Anello dal quale questi prendeva il proprio potere, sconfiggendolo. È da questo preciso istante che avviene la caduta di Isildur, vinto dall’Anello la cui volontà di potenza lo soggioga al punto che Isildur se lo arroga. Isildur rifiuta di gettare l’Anello nel Monte Fato come suggeritogli pressantemente da Elrond e Cirdan e lo prende con sé, legandosi al suo destino. Il Fato al quale Isildur aveva imprudentemente voltato le spalle lo distrusse infatti a Campo Gaggiolo: mentre viaggiava con la propria corte verso Arnor per esservi proclamato re, Isildur venne sopraffatto dagli Orchi. Sfuggito alla cattura grazie all’Anello che lo rese invisibile, si gettò nelle acque dell’Anduin ma qui l’Anello gli sfuggì dal dito e gli Orchi, scortolo, lo infilzarono con decine di frecce, uccidendolo. Così anche Isildur come Fëanor cadde per un peccato di hybris, di tracotanza e desiderio di potere. Comunque sia è pur vero che Isildur, pur mosso dal desiderio di potere, fu corrotto dall’Anello e le sue ultime azioni non vanno tutte iscritte al suo libero arbitrio.

Non è un caso se tutte le figure analizzate, ad eccezione di Isildur, siano protagonisti della Prima Era, mentre Isildur fu invece protagonista degli ultimi scorci della Seconda Era e dell’inizio della Terza. Egli si discosta dalle grandi figure eroiche del Silmarillion ed è il capostipite di una nuova serie di grandi personaggi, quelli del Signore degli Anelli, costretti ad affrontare un fato più grande di loro e a confrontarsi – nani sulle spalle di giganti – con i grandi eroi del passato.

PROSSIMAMENTE: GLI EROI DEL "SIGNORE DEGLI ANELLI"

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