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Il
successo del Signore degli Anelli può essere spiegato
in molti modi. La geniale invenzione di una mitologia di
sottofondo è generalmente considerata la componente chiave,
insieme all’uso di un linguaggio arcaico e alla
verosimiglianza dell’ambiente della Terra di Mezzo. Ma Il
Signore degli Anelli è il prodotto conseguente di un
altro successo di Tolkien, Lo Hobbit. Senza Lo
Hobbit il romanzo più celebre di Tolkien non sarebbe
nato, e Lo Hobbit è del tutto privo degli elementi
che hanno fatto secondo i critici la fortuna del Signore
degli Anelli. Quando Stanley Unwin, l’editore di Tolkien,
chiese a quest’ultimo un nuovo romanzo – che poi sarebbe
stato Il Signore degli Anelli – lo fece chiedendo «qualcosa
di più riguardo gli hobbit». E proprio questo ci fa capire
l’elemento principale del successo dei due romanzi; basta
cercarne il fattore comune: gli Hobbit.
C’è una
lunga discussione sulla nascita del termine “Hobbit”. Lo
stesso Tolkien non aveva idea dell’origine del nome. Tutto
ciò che sapeva era che un giorno, mentre era impegnato a
correggere i compiti di alcuni studenti, scrisse sul retro
di uno di quei fogli una frase: «In un buco sotto terra
viveva uno Hobbit», che poi divenne il celebre incipit de
Lo Hobbit. Come era venuto fuori quel nome così
bizzarro? Tolkien non lo sapeva e disse che “intendeva
scoprirlo”, com’era tipico del suo animo di filologo. E da
quella ricerca fittizia nacque appunto la razza degli
Hobbit, con tutte le sue caratteristiche che prima verranno
riassunte nel personaggio di Bilbo Baggins, e poi verranno
spiegate compiutamente nella Prefazione al Signore degli
Anelli. Nel 1976 sul secondo supplemento dell’Oxford
English Dictionary apparve anche il termine “Hobbit”,
con questa definizione: «Nei racconti di J.R.R. Tolkien,
esemplari di un popolo immaginario, una varietà minore della
razza umana, che si sono dati da soli questo nome (che
significa abitatore di buchi), ma che venivano chiamati
anche mezz’uomini, dato che la loro altezza era la metà di
un uomo normale». Questa definizione era stata suggerita
dallo stesso Tolkien – che tra l’altro era ben considerato
nell’ambiente avendo lavorato per l’Oxford Dictionary
molti anni prima – in una lettera in cui dichiarava tra
l’altro di non avere idea di quale fosse la reale etimologia
del termine e se il nome potesse essere considerato come
“invenzione di J.R.R. Tolkien”. Subito dopo la pubblicazione
de Lo Hobbit, infatti, Tolkien fu informato da
lettere di alcuni lettori che il termine “Hobbit” non era
del tutto originale. Nel gennaio 1938 il quotidiano
Observer pubblicò una lettera firmata “Habit”, in cui si
chiedeva a Tolkien se quel famoso nome non fosse venuto
fuori dalla lettura di una raccolta di fiabe, pubblicata
agli inizi del secolo, dove c’era un personaggio che aveva
appunto il nome di Hobbit. Tolkien cercò a lungo quella
raccolta di fiabe, senza mai trovarla, e giunse a due
conclusioni: la prima è che forse quella creatura si
chiamava davvero Hobbit, che lui aveva letto quella fiaba e
– pur senza ricordarlo – era stato influenzato da quel nome;
la seconda, più probabile, era che il nome della creatura di
quella fiaba aveva un nome solo vagamente simile a Hobbit.
In
effetti di nomi vagamente simili a Hobbit ce n’erano
moltissimi. In una lettera sull’argomento, scritta dopo la
richiesta dell’Oxford Dictionary di sapere
l’etimologia del termine, Tolkien dichiarava di non essere
minimamente a conoscenza, quando scrisse Lo Hobbit,
dell’esistenza nella tradizione di alcuni “spiritelli di
casa” chiamati Hobberdy o Hobbaty. Molti lettori credevano
che Hobbit fosse una storpiatura di ‘rabbit’ (coniglio),
soprattutto a causa di quella frase «In un buco sotto terra
viveva uno Hobbit», e dunque Tolkien dovette faticare per
far comprendere ad alcuni che gli Hobbit non erano affatto
simili a conigli. Ecco cosa scriveva in una lettera riguardo
illustrazioni da mettere nell’edizione americana del
romanzo: «Io di solito disegno una figura quasi umana, non
una specie di coniglio ‘fatato’ come alcuni dei miei
recensori inglesi pensano: con un po’ di pancia e le gambe
corte». L’unica certezza che si ha attualmente è che il
termine Hobbit, ben lungi dal derivare dai nomi su
riportati, sia stato influenzato dal termine “Babbit”.
Babbit era il titolo di un romanzo di Sinclair Lewis del
1922 con un ‘plot’ vagamente simile a quello de Lo Hobbit:
un uomo americano di mezz’età che gradualmente esce dalla
sua solita vita e comincia ad avere strane avventure. La
conferma viene dallo stesso Tolkien in un’intervista: «La
parola “Hobbit” può avere qualche legame con il nome
“Babbit” di Sinclair Lewis… “Babbit” ha la stessa mediocrità
borghese che hanno gli Hobbit. Il suo mondo è lo stesso, un
luogo limitato».
Sottolineiamo ora la frase di Tolkien: «la stessa mediocrità
borghese che hanno gli Hobbit». Una frase chiave per
comprendere a fondo cosa sono realmente gli Hobbit: tipici
rappresentanti della borghesia inglese. E’ fondamentale
capire questo elemento per comprendere appieno gli Hobbit,
molto più di quanto sia necessario leggere A proposito
degli Hobbit, la dotta Prefazione di Tolkien al
Signore degli Anelli. Il biografo di Tolkien, Humphrey
Carpenter, comprende perfettamente questo legame
Hobbit-borghesia inglese. Nella sua mirabile opera J.R.R.
Tolkien: A biography (ripubblicata recentemente in
Italia da Fanucci), Carpenter scrive: «La convinzione
profonda che la sua patria reale si trovasse nella campagna
del West Midland, aveva orientato, fin dagli anni
dell’università, la natura del suo lavoro accademico. Gli
stessi motivi che lo avevano condotto a studiare il
Beowulf, il Sir Gawain e l’Ancrene Wisse
avevano creato un personaggio che includeva in sé tutto ciò
che Tolkien amava del West Midland: Bilbo Baggins, lo
Hobbit». Carpenter considera Bilbo Baggins e in generale
tutti gli Hobbit come incarnazioni del “lato Suffield” di
Tolkien, cioè incarnazioni di quel ramo materno della
famiglia che tanto influenzò Tolkien e che era la massima
espressione di quella rustica borghesia inglese così
tradizionalista che, sviluppatasi sotto gli anni d’oro della
regina Vittoria, doveva agli inizi del ‘900 difendersi
dall’avanzare della modernità e della ‘volgarità civile’.
Nell’operazione di far combaciare la Terra di Mezzo con
l’attuale Europa, Tolkien stesso affermava tra l’altro che
Minas Tirith corrispondeva grosso modo a Venezia e che la
Contea corrispondeva precisamente all’Inghilterra. I suoi
abitanti non potevano che essere dunque quegli inglesi così
amati da Tolkien. Elemire Zolla nella sua erudita (ma poco
pertinente) Introduzione alla prima edizione italiana del
Signore degli Anelli definisce giustamente gli Hobbit
come creature «simili
a villici inglesi con forte vena celtica, estri bonari e
casalinghi, somigliano agli avventori di ideali locande di
un'ideale campagna inglese».
Alcuni potrebbero domandarsi com’è possibile
che personaggi così noiosi siano divenuti miti a livello
mondiale. Gli Hobbit vengono considerati dallo stesso
Tolkien gente alla buona del tutto priva di interesse.
Eppure, li rende protagonisti del suo capolavoro; loro, e
non gli Elfi o gli Uomini che pure erano i personaggi
preferiti delle sue storie raccolte nel Silmarillion.
Gli Hobbit sono affascinanti per Tolkien perché sono un
tradizione da difendere, una società positiva, semplice, e
soprattutto perché sono le creature in cui Tolkien si
rispecchia maggiormente. Non certo gli Uomini forti e
coraggiosi in cerca di imprese eroiche, ma persone semplici
che – messe alle strette – sono però capaci di fare grandi
cose. E più di tutto è decisiva l’affermazione storica di
Tolkien: «In realtà sono un hobbit in tutto tranne che nella
statura. Amo i giardini, gli alberi e le fattori non
meccanizzate; fumo la pipa e amo il buon cibo semplice (non
surgelato), e detesto la cucina francese; mi piacciono, e
oso perfino indossarli anche in questi giorni cupi, i
panciotti ornati. Vado matto per i funghi (raccolti nei
campi); ho un senso dell’umorismo molto semplice (che anche
i miei critici più entusiasti trovano noioso)». Ecco, questo
era Tolkien e questi, al contempo, sono gli Hobbit.
Identici.
Orbene, Tolkien dunque amava gli Hobbit e ne
abbiamo viste le ragioni. Ma il pubblico generale perché ama
anch’esso gli Hobbit? Non prendiamo in considerazione un
lettore affezionato dell’opera tolkieniana, perché in
qualche modo egli fa suo l’immaginario dell’autore.
Consideriamo lo spettatore del film di Jackson, che pure ha
avuto modo di affezionarsi agli Hobbit. Diciamo che il
regista neozelandese Peter Jackson ha saputo trasporre in
modo ammirevole i caratteri peculiari e così affascinanti
degli Hobbit, soprattutto in quel capolavoro antropologico e
umoristico che è la trasposizione della Prefazione A
proposito degli hobbit scritta da Tolkien. Bilbo ci
presenta i suoi simili come creature oziose, piuttosto
ottuse, dedite unicamente al bere, al mangiare e al fumare.
Ma la descrizione di queste attitudini viene fatta con
un’eccezionale dose di ironia che non può impedire allo
spettatore di essere indulgente verso personaggi in certi
casi così simili all’uomo comune. Alla luce della tendenza
attuale in un certo senso puritana di epurare dalla TV
comportamenti come il fumare e il bere, è certamente
encomiabile che Peter Jackson non abbia deciso di cancellare
dagli Hobbit quelle tendenze che Tolkien non considerava
affatto vizi, ma abitudini da onesti uomini borghesi. Fumare
la pipa e bere birra erano tradizioni radicate nella
mentalità degli inglesi colti di quel periodo, Tolkien lo
faceva fin dai vent’anni.
Tuttavia gli Hobbit non sono certo solo delle
figure caricaturali, dei supporter comici della storia. Essi
fanno la storia, sia ne Lo Hobbit che nel
Signore degli Anelli. Dunque non è che esistono solo per
far ridere, perché hanno le stesse preoccupazioni e le
stesse paure di tutti i personaggi della storia. In questo
caso perché gli Hobbit continuano ad affascinare nonostante
perdano in parte il loro punto di forza? Lo possiamo capire
da questa frase di Tolkien. In una lettera scriveva su di
loro: «Sono stati rappresentati come piccoli (alti poco più
della metà della normale statura umana, ma man mano che gli
anni passano si rimpiccioliscono) in parte per sottolineare
la piccineria del provinciale terra terra, benché senza la
meschinità o la crudeltà di Swift, ma soprattutto per far
risaltare, in creature di così piccola forza fisica,
l’eroismo sorprendente e inaspettato che ogni uomo dimostra
quando messo alle strette». Ecco, è esattamente questo che
Tolkien vuole dimostrare. Inizia a dimostrarlo già ne Lo
Hobbit. Bilbo Baggins, semplice e benestante abitante di
Hobbiville, non vuole avere niente a che fare con pericolose
missioni in giro per il mondo a recuperare tesori e uccidere
draghi. Ma ad un certo punto il suo ‘lato Tuc’ (il ramo
materno della famiglia, bizzarro e avventuroso) ha la meglio
sul lato Baggins, e con coraggio decide di intraprendere il
viaggio – per quanto spesso rimpiangerà la sua decisione.
Ma non è Lo Hobbit, bensì Il
Signore degli Anelli a dimostrare la vera forza, il vero
valore degli Hobbit. Il calvario di Frodo, la lealtà
infinita di Sam, il coraggio senza pari di Merry e Pipino
sono i grandi temi centrali della storia, è lì che capiamo
perché gli Hobbit hanno questo fascino: perché, per quanto
vogliano evitarlo in tutti modi e come tutti noi vorrebbero
“che tutto questo non fosse mai accaduto”, essi sono capaci
di incredibili gesta eroiche. E non per la gloria e l’onore,
come i re degli Uomini, ma per salvare i propri amici e il
proprio mondo, “per Frodo” e “per la Contea”. «In pratica,
Frodo e gli Hobbit, protagonisti di questa straordinaria
avventura, sono persone come tutti noi, non grandi eroi. E
proprio a loro è stato assegnato il compito di portare a
termine la missione» (G. Lenzi
Il Signore degli Anelli – il tempo del piccolo popolo).
Tutti possono immedesimarsi negli Hobbit protagonisti della
storia, perché non sono Elfi immortali e potenti né Uomini
coraggiosi e impavidi, ma creature “piccine” capaci però di
grandi cose. Ed è la metafora ultima del Signore degli
Anelli, ribadita da Elrond: «Credo che codesto compito
sia destinato a te, Frodo; se non trovi tu la via, nessun
altro la troverà. E’ giunta l’ora del popolo della Contea,
ed esso si leva dai campi silenziosi e tranquilli per
scuotere le torri ed i consigli dei grandi». Alcuni hanno
visto in questa storia una metafora delle Guerre Mondiali
(la prima, che Tolkien combatté, e la seconda, che avvenne
mentre Tolkien scriveva Il Signore degli Anelli): una
guerra in cui gli uomini comuni sono mandati contro la loro
volontà a combattere, ma devono trovare il loro coraggio
perché devono salvare il mondo in cui vivono, salvare quello
che c’è di buono sulla terra, come dice Gandalf alla fine di
tutto: «Il nostro compito è di fare il possibile per la
salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male
dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che
verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». Il grande
compito degli Hobbit, il grande compito di tutti noi.
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