Dodici
anni di fatiche per vedere nascere una delle opere più
celebri della letteratura contemporanea. Dodici anni in cui
la massima creazione del filologo e scrittore inglese J.R.R.
Tolkien, Il Signore degli Anelli, è andata
trasformandosi, ampliandosi e migliorandosi sempre di più
fino a dare vita al grandissimo (e non solo materialmente)
romanzo che tutti conoscono. E' stata una genesi lunga e
difficile, non c'è dubbio, interrotta spesso da pause lunghe
anche un anno, a volte tornando in un pezzo molto arretrato
e ricominciando da lì di punto in bianco, altre volte
soffermandosi a creare dal nulla una lingua con regole
grammaticali anche solo per giustificare un mezza frase di
tale lingua. Il Signore degli Anelli che noi oggi
conosciamo, e che moltissime persone nel mondo hanno
apprezzato, è il frutto di un lavoro lungo e complesso che
solo un uomo amante della precisione e della sub-creazione
poteva riuscire a concepire. Dalle lettere di Tolkien, dai
suoi appunti e dalle testimonianze di moltissime persone che
lo conoscevano, si è riusciti a ricostruire la genesi, o
meglio la forgiatura, di questa grande opera.
Tutto
comincia dal successo di un altro romanzo di Tolkien, il suo
Lo Hobbit. I commenti della critica erano stati
estremamente lusinghieri, e il libro aveva venduto
moltissime copie spingendo la casa editrice, la Allen &
Unwin, a incitare il suo autore a scriverne un seguito. I
seguiti di opere di successo sono ciò su cui si fonda, quasi
sempre, la fortuna di una casa produttrice (che sia editrice
o cinematografica), e poco importa se la qualità è
nettamente inferiore: la cosa importante è il nome
dell'autore, o il titolo del precedente successo che fa da
trampolino di lancio. J.R.R. Tolkien, però, era l'ultima
persona che si poteva prestare a queste squallide operazioni
commerciali e, nonostante gli incitamenti, un 'nuovo Hobbit'
non voleva nascere. Il suo Silmarillion era stato
gentilmente ma fermamente rifiutato, per la sua visionaria e
complessa originalità, e soltanto i più semplici ma pur
sempre gradevoli racconti come Il Cacciatore di Draghi
e Mr. Bliss erano stati pubblicati per sfruttare
finché possibile il filone Tolkien. Il nostro, tuttavia,
aveva finito per iniziare ad accarezzare l'idea di un
continuo dello Hobbit, un po’ per il suo amore per quel
piccolo popolo a lui tanto simile che aveva creato e di cui
Bilbo Baggins, il protagonista, ne era l'essenza; un po’
forse per tentare di scrivere un'opera con cui associare
alla pubblicazione anche Il Silmarillion (ma questa
idea sarà molto più tarda); un po’ per far comunque contente
le vvaoci che lo incalzano a procedere in questa nuova
creazione e un po’ per soddisfare la sua passione di
Creatore. Nasceva così, nel 1937, il primo capitolo di
quello che per tutti avrebbe dovuto essere il nuovo
Hobbit: "Una Festa a lungo attesa". Vi ritornava Bilbo,
la Contea, gli Hobbit e soprattutto l'Anello
dell'invisiblità, l'elemento che insieme a Bilbo fungeva da
tramite tra la nuova opera e quella vecchia. Un tramite che
presto sarebbe stato trasformato, come scrive in un rapido
appunto Tolkien, in un motivo centrale dell'intero romanzo,
allorquando il finale de Lo Hobbit («e visse felice e
contento fino alla fine dei suoi giorni, che furono
estremamente lunghi») gli impediva di riprendere il vecchio
Bilbo come protagonista della vicenda.
Era quindi
ovvio che si necessitava di un protagonista diverso: Bilbo
era obbligato dallo stesso Tolkien a non prendere parte a
nessun'altra avventura, perlomeno non degna di nota, ma un
nuovo personaggio poteva mettere a rischio il collegamento
tra quello e il vecchio romanzo. Una possibile soluzione
fuoriuscì con Bingo, figlio di Bilbo, il quale ereditava
l'Anello e intraprendeva l'avventura che Tolkien si
apprestava a raccontare. Bingo (il cui nome derivava da un
koala giocattolo con cui si divertivano i suoi figli) prese
così il posto del vecchio Bilbo e da lì la trama iniziò ad
andare avanti, cominciando a diventare più cupa dopo
l'intervento di un Cavaliere Nero che cominciò a far venire
in mente a Tolkien l'idea dell'inserimento nella trama del
Negromante già citato ne Lo Hobbit, Negromante che
avrebbe potuto essere trasformato nel cattivo del romanzo.
Intanto Bingo, come nome, finì per non funzionare più e
Tolkien, dopo alcune esitazioni, lo cambiò con Frodo, che
divenne il cugino di Bilbo: il "nuovo Hobbit", il cui titolo
provvisorio era ora Il Ritorno dell'Ombra, stava
nascendo, così come tanto aveva voluto Stanley Unwin, il
presidente della sua casa editrice. Il figlio di questo,
Rayner, che con il suo giudizio positivo su Lo Hobbit
aveva portato il libro alla pubblicazione, rimase entusiasta
dei primi capitoli rendendosi conto, tuttavia, che
l'atmosfera stava decisamente cambiando, volgendo al brutto
per così dire.
Intanto,
la narrazione proseguiva. Nel febbraio 1939 Tolkien scrisse:
«la nuova storia - Il Signore degli Anelli [è la
prima volta che viene ufficialmente menzionato il nuovo
titolo] - è arrivata al capitolo 12 (ed è stata riscritta
parecchie volte), svolgendosi per oltre 300 pagine
manoscritte delle dimensioni di questo foglio e con la
stessa densità di scrittura. Ce ne vorranno ancora 200 per
finire la storia sviluppata fin qui.» La storia, come
tutti sanno, sarà molto più lunga, ma Tolkien all'inizio non
poteva saperlo. La trama, inevitabilmente, cominciò a
sfuggirgli di mano, come capita a qualsiasi scrittore, e a
complicarsi. Tolkien rimase, come disse lui, "molto sorpreso"
all'apparizione di Grampasso, inizialmente "uno hobbit con
la faccia scura", poi trasformato nel re che sarebbe
ritornato nell'ultimo libro, così come della sparizione di
Gandalf a Brea e di molti altri elementi che vennero subito
dopo. La trama, insomma, stava divenendo incontrollabile.
Nel 1940, tuttavia, il romanzo aveva raggiunto la metà di
quello che sarebbe poi diventato il Libro Secondo. Più o
meno in questo periodo tutta la struttura del romanzo cambiò
in modo definitivo: il linguaggio semplice, familiare, da
hobbit, che aveva pervaso i primi capitoli si trasformò
adottando uno stile più prosaico, epico ed eroico,
arricchendosi di arcaismi degni di un Beowulf (un'opera
che ha sempre ispirato nei suoi lavori Tolkien) e rasentando
lo stile complesso del Silmarillion. E proprio da qui
che Tolkien iniziò a prendere nuovi elementi per la sua
storia, riferimenti mitologici, nomi di persone, di popoli
ecc. vennero aggiunti nel nuovo romanzo che divenne così una
sorta di 'ponte linguistico e narrativo' tra la semplicità
de Lo Hobbit e la grandiosità del Silmarillion.
Lo scoppio
della guerra non beneficò certo il romanzo, che per un anno
interno, verso il 1940, non procedette di nemmeno una
pagina. Tuttavia, non dobbiamo pensare che la guerra in
questo periodo abbia influenzato la trama di Tolkien: «Personalmente»
scriverà l'autore vent'anni dopo «non penso che la guerra
(e naturalmente nemmeno la bomba atomica) ne abbia
influenzato la trama e nemmeno il modo in cui si è
sviluppato. Forse il paesaggio. Le Paludi Morte e i dintorni
del Morannon devono qualcosa alla Francia Settentrionale
dopo la battaglia della Somme.» Tutto qui. I futuri
riferimenti allegorici che i critici vedranno nel romanzo
(Sauron/Hitler, Anello/Bomba Atomica, Saruman/Mussolini [!])
sono assolutamente fuori dalla mentalità dell'autore. Nel
1944 la narrazione prese a procedere a tempo pieno, e i
pezzi di quello che sarebbe divenuto poi il finale del libro
VI e l'inizio del libro V vennero inviati settimanalmente da
Tolkien a uno dei suoi pochi assidui lettori, il figlio
Christopher, di stanza in Sud Africa per la guerra. I brani
dell'opera, manoscritti o dattiloscritti, viaggiavano così
periodicamente tra i due continenti, mentre allo stesso
tempo venivano letti da amici più locali, come C.S. Lewis e
Charles Williams (i due più grandi compagni di Tolkien, il
secondo dei quali morì tuttavia poco dopo il termine della
guerra). Tolkien si rendeva sempre più conto del fatto che
ogni teorico capitolo da scrivere finiva in pratica per
allargarsi in due o tre, allargando in maniera sempre più
'allarmante' le pagine del romanzo.
Intanto,
nonostante gli sforzi, il 1944 era finito ma il libro non
ancora. «Sto mettendo Il Signore degli Anelli, il
seguito dello Hobbit, davanti a tutto, tranne che
agli impegni che non posso proprio evitare.» scriveva
Tolkien all'editore, Sir Stanley Unwin, sempre interessato a
come stesse procedendo l'opera. Nuovi personaggi si andavano
intrecciando nella vicenda: Faramir, ad esempio, che Tolkien
si era visto comparire dinnanzi senza volerlo. E la trama,
che sembrava essere lì lì per finire, con Frodo e Sam quasi
alle pendici del Monte Fato e cioè al punto d'arrivo di
tutta la storia, era andata dividendosi in due pezzi, di cui
l'altro (quello della lotta degli uomini di Rohan e Gondor
contro Sauron) finiva per allungare sempre di più il brodo.
Tuttavia, dopo ancora tre lunghi anni di fatiche, in cui
Tolkien si interruppe spesso per limare lo stile o
correggere difetti grossolani, il 31 ottobre 1948 l'autore
scriveva «sono felice di poter annunciare che sono
finalmente riuscito a portare a termine con successo Il
Signore degli Anelli.» Tolkien dichiarò di essere
scoppiato in lacrime dinanzi all'acclamazione agli eroi
Frodo e Sam subito dopo la distruzione dell'Anello nel Monte
Fato: dopo tutto, alla fine era finita davvero! Il finale
che Tolkien decise per il romanzo doveva essere un finale
chiuso, che non poteva dare la possibilità a un lettore di
inventarsi un qualche seguito. Così, perlomeno all'inizio,
sarà sempre Sam a chiudere la narrazione, con un riepilogo
dei destini di tutti i membri della Compagnia e degli eroi
di Rohan e Gondor. Finale che verrà in seguito cambiato con
quello che conosciamo.
L'avventura della creazione era finalmente terminata, e con
successo peraltro, dopo ben 12 anni di gestazione. Il
Signore degli Anelli era pronto per andare in stampa. Ma
una nuova, e per Tolkien più terrificante avventura, stava
per iniziare: quella editoriale, che sarebbe durata per
quasi sei lunghi anni. Il prezzo della carta era giunto alle
stelle, e Il Signore degli Anelli non era certo un
opuscoletto. La Allen & Unwin si trovava in difficoltà nel
trattare una simile, corposa opera, e chiese la possibilità
di dividerlo in due o più volumi, in modo da diminuire le
spese. Ma Tolkien si rivelò contrario: egli non gradì mai la
futura definizione di Trilogia che bollò l'opera, dato che
l'autore l'aveva concepita come una sola grande storia.
L'idea della divisione non gli piacque, e anzi insisté
perché oltre all'Anello (come lo definiva) venisse
pubblicato in concomitanza anche l'ormai quasi completo
Silmarillion, la sua opera mitologica che avrebbe
chiarito moltissimi dubbi che la storia dell'Anello
avrebbe sollevato. La cosa, tuttavia, si rivelò impossibile,
nonostante Rayner Unwin - l'entusiasta figlio del presidente
editoriale Stanley Unwin - spingesse Tolkien ad accettare la
pubblicazione almeno inizialmente del solo Signore degli
Anelli. Ma ormai l'autore aveva preso la sua decisione:
dopo 12 anni di fatiche, non voleva vedere la sua opera
rovinata da una casa editrice poco fiduciosa, e nel 1950 si
rivolse così alla Collins. La Collins si mostrò entusiasta
dell'idea della pubblicazione di un seguito dello Hobbit,
e non protestò nemmeno davanti alla richiesta della
contemporanea stampa del Silmarillion. Tolkien non ci
pensò due volte e ruppe ogni obbligo editoriale con la Allen
& Unwin. Tutto era pronto per la pubblicazione, quando
improvvisamente al povero Tolkien venne detto che il romanzo,
per essere stampato, doveva essere un po’ più tagliato. Egli
ne rimase perplesso, ma accettò riluttante, salvo poi
scoprire che la Collins, davanti alla sua previsione di un
Silmarillion della stessa grandezza dell'Anello,
stava iniziando a fare passi indietro. Dopo due anni di
continui rimandi, Tolkien perse la pazienza e dettò il suo
ultimatum: pubblicazione immediata o niente. Si decise per
il niente. Tolkien non poté fare nient'altro, così, che
tornare quasi con la cosa tra le gambe alla Allen &
Unwin
per vedere se erano ancora interessati all'Anello.
Rayner Unwin non se lo fece ripetere due volte, e ricevuta
una copia del romanzo in dattiloscritto decise per la
definitiva pubblicazione: il libro, però, sarebbe stato
diviso in tre. L'autore accettò, deciso ormai a piazzare la
sua opera in un modo o in un altro. "Meglio poco che niente"
disse.
Venne così
su un altro problema, quello dei titoli. Nel 1953 Tolkien
scrisse: «non mi viene niente di meglio di: I L'Ombra
cresce II L'Anello nell'Ombra III La Guerra dell'Anello o Il
Ritorno del Re.» Qualche mese dopo optò per una nuova
scelta: «I. Il Ritorno delle Tenebre. II. Le Tenebre si
allungano. Iil. Ritorno del Re.» Ma solo dieci giorni
più tardi la titolazione cambiò definitivamente in: «vol.
I La Compagnia dell'Anello; vol. II Le Due Torri; vol. III
La Guerra dell'Anello (o Il Ritorno del Re)»
Quest'ultima scelta fu accettata, salvo che per il titolo
del terzo libro si adottò la seconda opzione. Il 29 luglio
1954 il primo dei tre romanzi venne pubblicato, ottenendo
subito un grosso successo di pubblico e anche di critica. Il
secondo romanzo, edito l'11 novembre, ottenne un successo
ancora più clamoroso e l'ansia per l'ultimo capitolo si
concretizzò in numerosissime lettere all'autore e
all'editore. Rayner Unwin fu costretto a fare pressioni su
Tolkien perché finisse in fretta la revisione del terzo
libro, la mappa (che doveva essere ridisegnata dal figlio
Christopher) e soprattutto le Appendici, che Tolkien - su
richiesta di molti lettori - aveva deciso di includere.
Questo portò la data di uscita a scivolare notevolmente, ma
alla fine il 20 ottobre 1955 (a quasi un anno di distanza
dall'uscita de Le Due Torri) il romanzo era stata
pubblicato.
Il
successo del Signore degli Anelli si ebbe fin da
subito. L'editore, che aveva ritenuto il libro un costoso
rischio, ne fu piuttosto stupefatto e naturalmente molto
soddisfatto. Tolkien, ovviamente, lo fu altrettanto. Un
lavoro che gli era costato 17 anni di grandi fatiche veniva
finalmente letto dal pubblico e apprezzato al di là di ogni
previsione. Così come in quasi tutte le storie di Tolkien,
anche questa era terminata, insomma, con un lieto fine.
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