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Rayner Unwin, figlio di sir Stanley Unwin, portò alla pubblicazione de Lo Hobbit.

La copertina della prima edizione in volume unico della Allen & Unwin.

Tolkien e C.S. Lewis leggevano l'uno all'altro le proprie opere work-in-progress.

I tre volumi nell'edizione pirata americana dell'Ace Books.

Una pagina manoscritta del Signore degli Anelli, di proprietà della Marquette University (USA).

 
LA FORGIATURA DELL'ANELLO

La storia della nascita del Signore degli Anelli.


Dodici anni di fatiche per vedere nascere una delle opere più celebri della letteratura contemporanea. Dodici anni in cui la massima creazione del filologo e scrittore inglese J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, è andata trasformandosi, ampliandosi e migliorandosi sempre di più fino a dare vita al grandissimo (e non solo materialmente) romanzo che tutti conoscono. E' stata una genesi lunga e difficile, non c'è dubbio, interrotta spesso da pause lunghe anche un anno, a volte tornando in un pezzo molto arretrato e ricominciando da lì di punto in bianco, altre volte soffermandosi a creare dal nulla una lingua con regole grammaticali anche solo per giustificare un mezza frase di tale lingua. Il Signore degli Anelli che noi oggi conosciamo, e che moltissime persone nel mondo hanno apprezzato, è il frutto di un lavoro lungo e complesso che solo un uomo amante della precisione e della sub-creazione poteva riuscire a concepire. Dalle lettere di Tolkien, dai suoi appunti e dalle testimonianze di moltissime persone che lo conoscevano, si è riusciti a ricostruire la genesi, o meglio la forgiatura, di questa grande opera.

Tutto comincia dal successo di un altro romanzo di Tolkien, il suo Lo Hobbit. I commenti della critica erano stati estremamente lusinghieri, e il libro aveva venduto moltissime copie spingendo la casa editrice, la Allen & Unwin, a incitare il suo autore a scriverne un seguito. I seguiti di opere di successo sono ciò su cui si fonda, quasi sempre, la fortuna di una casa produttrice (che sia editrice o cinematografica), e poco importa se la qualità è nettamente inferiore: la cosa importante è il nome dell'autore, o il titolo del precedente successo che fa da trampolino di lancio. J.R.R. Tolkien, però, era l'ultima persona che si poteva prestare a queste squallide operazioni commerciali e, nonostante gli incitamenti, un 'nuovo Hobbit' non voleva nascere. Il suo Silmarillion era stato gentilmente ma fermamente rifiutato, per la sua visionaria e complessa originalità, e soltanto i più semplici ma pur sempre gradevoli racconti come Il Cacciatore di Draghi e Mr. Bliss erano stati pubblicati per sfruttare finché possibile il filone Tolkien. Il nostro, tuttavia, aveva finito per iniziare ad accarezzare l'idea di un continuo dello Hobbit, un po’ per il suo amore per quel piccolo popolo a lui tanto simile che aveva creato e di cui Bilbo Baggins, il protagonista, ne era l'essenza; un po’ forse per tentare di scrivere un'opera con cui associare alla pubblicazione anche Il Silmarillion (ma questa idea sarà molto più tarda); un po’ per far comunque contente le vvaoci che lo incalzano a procedere in questa nuova creazione e un po’ per soddisfare la sua passione di Creatore. Nasceva così, nel 1937, il primo capitolo di quello che per tutti avrebbe dovuto essere il nuovo Hobbit: "Una Festa a lungo attesa". Vi ritornava Bilbo, la Contea, gli Hobbit e soprattutto l'Anello dell'invisiblità, l'elemento che insieme a Bilbo fungeva da tramite tra la nuova opera e quella vecchia. Un tramite che presto sarebbe stato trasformato, come scrive in un rapido appunto Tolkien, in un motivo centrale dell'intero romanzo, allorquando il finale de Lo Hobbit («e visse felice e contento fino alla fine dei suoi giorni, che furono estremamente lunghi») gli impediva di riprendere il vecchio Bilbo come protagonista della vicenda.

Era quindi ovvio che si necessitava di un protagonista diverso: Bilbo era obbligato dallo stesso Tolkien a non prendere parte a nessun'altra avventura, perlomeno non degna di nota, ma un nuovo personaggio poteva mettere a rischio il collegamento tra quello e il vecchio romanzo. Una possibile soluzione fuoriuscì con Bingo, figlio di Bilbo, il quale ereditava l'Anello e intraprendeva l'avventura che Tolkien si apprestava a raccontare. Bingo (il cui nome derivava da un koala giocattolo con cui si divertivano i suoi figli) prese così il posto del vecchio Bilbo e da lì la trama iniziò ad andare avanti, cominciando a diventare più cupa dopo l'intervento di un Cavaliere Nero che cominciò a far venire in mente a Tolkien l'idea dell'inserimento nella trama del Negromante già citato ne Lo Hobbit, Negromante che avrebbe potuto essere trasformato nel cattivo del romanzo. Intanto Bingo, come nome, finì per non funzionare più e Tolkien, dopo alcune esitazioni, lo cambiò con Frodo, che divenne il cugino di Bilbo: il "nuovo Hobbit", il cui titolo provvisorio era ora Il Ritorno dell'Ombra, stava nascendo, così come tanto aveva voluto Stanley Unwin, il presidente della sua casa editrice. Il figlio di questo, Rayner, che con il suo giudizio positivo su Lo Hobbit aveva portato il libro alla pubblicazione, rimase entusiasta dei primi capitoli rendendosi conto, tuttavia, che l'atmosfera stava decisamente cambiando, volgendo al brutto per così dire.

Intanto, la narrazione proseguiva. Nel febbraio 1939 Tolkien scrisse: «la nuova storia - Il Signore degli Anelli [è la prima volta che viene ufficialmente menzionato il nuovo titolo] - è arrivata al capitolo 12 (ed è stata riscritta parecchie volte), svolgendosi per oltre 300 pagine manoscritte delle dimensioni di questo foglio e con la stessa densità di scrittura. Ce ne vorranno ancora 200 per finire la storia sviluppata fin qui.» La storia, come tutti sanno, sarà molto più lunga, ma Tolkien all'inizio non poteva saperlo. La trama, inevitabilmente, cominciò a sfuggirgli di mano, come capita a qualsiasi scrittore, e a complicarsi. Tolkien rimase, come disse lui, "molto sorpreso" all'apparizione di Grampasso, inizialmente "uno hobbit con la faccia scura", poi trasformato nel re che sarebbe ritornato nell'ultimo libro, così come della sparizione di Gandalf a Brea e di molti altri elementi che vennero subito dopo. La trama, insomma, stava divenendo incontrollabile. Nel 1940, tuttavia, il romanzo aveva raggiunto la metà di quello che sarebbe poi diventato il Libro Secondo. Più o meno in questo periodo tutta la struttura del romanzo cambiò in modo definitivo: il linguaggio semplice, familiare, da hobbit, che aveva pervaso i primi capitoli si trasformò adottando uno stile più prosaico, epico ed eroico, arricchendosi di arcaismi degni di un Beowulf (un'opera che ha sempre ispirato nei suoi lavori Tolkien) e rasentando lo stile complesso del Silmarillion. E proprio da qui che Tolkien iniziò a prendere nuovi elementi per la sua storia, riferimenti mitologici, nomi di persone, di popoli ecc. vennero aggiunti nel nuovo romanzo che divenne così una sorta di 'ponte linguistico e narrativo' tra la semplicità de Lo Hobbit e la grandiosità del Silmarillion.

Lo scoppio della guerra non beneficò certo il romanzo, che per un anno interno, verso il 1940, non procedette di nemmeno una pagina. Tuttavia, non dobbiamo pensare che la guerra in questo periodo abbia influenzato la trama di Tolkien: «Personalmente» scriverà l'autore vent'anni dopo «non penso che la guerra (e naturalmente nemmeno la bomba atomica) ne abbia influenzato la trama e nemmeno il modo in cui si è sviluppato. Forse il paesaggio. Le Paludi Morte e i dintorni del Morannon devono qualcosa alla Francia Settentrionale dopo la battaglia della Somme.» Tutto qui. I futuri riferimenti allegorici che i critici vedranno nel romanzo (Sauron/Hitler, Anello/Bomba Atomica, Saruman/Mussolini [!]) sono assolutamente fuori dalla mentalità dell'autore. Nel 1944 la narrazione prese a procedere a tempo pieno, e i pezzi di quello che sarebbe divenuto poi il finale del libro VI e l'inizio del libro V vennero inviati settimanalmente da Tolkien a uno dei suoi pochi assidui lettori, il figlio Christopher, di stanza in Sud Africa per la guerra. I brani dell'opera, manoscritti o dattiloscritti, viaggiavano così periodicamente tra i due continenti, mentre allo stesso tempo venivano letti da amici più locali, come C.S. Lewis e Charles Williams (i due più grandi compagni di Tolkien, il secondo dei quali morì tuttavia poco dopo il termine della guerra). Tolkien si rendeva sempre più conto del fatto che ogni teorico capitolo da scrivere finiva in pratica per allargarsi in due o tre, allargando in maniera sempre più 'allarmante' le pagine del romanzo.

Intanto, nonostante gli sforzi, il 1944 era finito ma il libro non ancora. «Sto mettendo Il Signore degli Anelli, il seguito dello Hobbit, davanti a tutto, tranne che agli impegni che non posso proprio evitare.» scriveva Tolkien all'editore, Sir Stanley Unwin, sempre interessato a come stesse procedendo l'opera. Nuovi personaggi si andavano intrecciando nella vicenda: Faramir, ad esempio, che Tolkien si era visto comparire dinnanzi senza volerlo. E la trama, che sembrava essere lì lì per finire, con Frodo e Sam quasi alle pendici del Monte Fato e cioè al punto d'arrivo di tutta la storia, era andata dividendosi in due pezzi, di cui l'altro (quello della lotta degli uomini di Rohan e Gondor contro Sauron) finiva per allungare sempre di più il brodo. Tuttavia, dopo ancora tre lunghi anni di fatiche, in cui Tolkien si interruppe spesso per limare lo stile o correggere difetti grossolani, il 31 ottobre 1948 l'autore scriveva «sono felice di poter annunciare che sono finalmente riuscito a portare a termine con successo Il Signore degli Anelli.» Tolkien dichiarò di essere scoppiato in lacrime dinanzi all'acclamazione agli eroi Frodo e Sam subito dopo la distruzione dell'Anello nel Monte Fato: dopo tutto, alla fine era finita davvero! Il finale che Tolkien decise per il romanzo doveva essere un finale chiuso, che non poteva dare la possibilità a un lettore di inventarsi un qualche seguito. Così, perlomeno all'inizio, sarà sempre Sam a chiudere la narrazione, con un riepilogo dei destini di tutti i membri della Compagnia e degli eroi di Rohan e Gondor. Finale che verrà in seguito cambiato con quello che conosciamo.

L'avventura della creazione era finalmente terminata, e con successo peraltro, dopo ben 12 anni di gestazione. Il Signore degli Anelli era pronto per andare in stampa. Ma una nuova, e per Tolkien più terrificante avventura, stava per iniziare: quella editoriale, che sarebbe durata per quasi sei lunghi anni. Il prezzo della carta era giunto alle stelle, e Il Signore degli Anelli non era certo un opuscoletto. La Allen & Unwin si trovava in difficoltà nel trattare una simile, corposa opera, e chiese la possibilità di dividerlo in due o più volumi, in modo da diminuire le spese. Ma Tolkien si rivelò contrario: egli non gradì mai la futura definizione di Trilogia che bollò l'opera, dato che l'autore l'aveva concepita come una sola grande storia. L'idea della divisione non gli piacque, e anzi insisté perché oltre all'Anello (come lo definiva) venisse pubblicato in concomitanza anche l'ormai quasi completo Silmarillion, la sua opera mitologica che avrebbe chiarito moltissimi dubbi che la storia dell'Anello avrebbe sollevato. La cosa, tuttavia, si rivelò impossibile, nonostante Rayner Unwin - l'entusiasta figlio del presidente editoriale Stanley Unwin - spingesse Tolkien ad accettare la pubblicazione almeno inizialmente del solo Signore degli Anelli. Ma ormai l'autore aveva preso la sua decisione: dopo 12 anni di fatiche, non voleva vedere la sua opera rovinata da una casa editrice poco fiduciosa, e nel 1950 si rivolse così alla Collins. La Collins si mostrò entusiasta dell'idea della pubblicazione di un seguito dello Hobbit, e non protestò nemmeno davanti alla richiesta della contemporanea stampa del Silmarillion. Tolkien non ci pensò due volte e ruppe ogni obbligo editoriale con la Allen & Unwin. Tutto era pronto per la pubblicazione, quando improvvisamente al povero Tolkien venne detto che il romanzo, per essere stampato, doveva essere un po’ più tagliato. Egli ne rimase perplesso, ma accettò riluttante, salvo poi scoprire che la Collins, davanti alla sua previsione di un Silmarillion della stessa grandezza dell'Anello, stava iniziando a fare passi indietro. Dopo due anni di continui rimandi, Tolkien perse la pazienza e dettò il suo ultimatum: pubblicazione immediata o niente. Si decise per il niente. Tolkien non poté fare nient'altro, così, che tornare quasi con la cosa tra le gambe alla Allen & Unwin per vedere se erano ancora interessati all'Anello. Rayner Unwin non se lo fece ripetere due volte, e ricevuta una copia del romanzo in dattiloscritto decise per la definitiva pubblicazione: il libro, però, sarebbe stato diviso in tre. L'autore accettò, deciso ormai a piazzare la sua opera in un modo o in un altro. "Meglio poco che niente" disse. 

Venne così su un altro problema, quello dei titoli. Nel 1953 Tolkien scrisse: «non mi viene niente di meglio di: I  L'Ombra cresce II L'Anello nell'Ombra III La Guerra dell'Anello o Il Ritorno del Re.» Qualche mese dopo optò per una nuova scelta: «I. Il Ritorno delle Tenebre. II. Le Tenebre si allungano. Iil. Ritorno del Re.» Ma solo dieci giorni più tardi la titolazione cambiò definitivamente in: «vol. I La Compagnia dell'Anello; vol. II Le Due Torri; vol. III La Guerra dell'Anello (o Il Ritorno del Re)» Quest'ultima scelta fu accettata, salvo che per il titolo del terzo libro si adottò la seconda opzione. Il 29 luglio 1954 il primo dei tre romanzi venne pubblicato, ottenendo subito un grosso successo di pubblico e anche di critica. Il secondo romanzo, edito l'11 novembre, ottenne un successo ancora più clamoroso e l'ansia per l'ultimo capitolo si concretizzò in numerosissime lettere all'autore e all'editore. Rayner Unwin fu costretto a fare pressioni su Tolkien perché finisse in fretta la revisione del terzo libro, la mappa (che doveva essere ridisegnata dal figlio Christopher) e soprattutto le Appendici, che Tolkien - su richiesta di molti lettori - aveva deciso di includere. Questo portò la data di uscita a scivolare notevolmente, ma alla fine il 20 ottobre 1955 (a quasi un anno di distanza dall'uscita de Le Due Torri) il romanzo era stata pubblicato.

Il successo del Signore degli Anelli si ebbe fin da subito. L'editore, che aveva ritenuto il libro un costoso rischio, ne fu piuttosto stupefatto e naturalmente molto soddisfatto. Tolkien, ovviamente, lo fu altrettanto. Un lavoro che gli era costato 17 anni di grandi fatiche veniva finalmente letto dal pubblico e apprezzato al di là di ogni previsione. Così come in quasi tutte le storie di Tolkien, anche questa era terminata, insomma, con un lieto fine.  

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