Raggiungere il successo di critica e pubblico con il suo
primo romanzo, Lo Hobbit, era indubbiamente un fatto
più che positivo per J.R.R. Tolkien. Ancora di più fu
ottenere un successo pressoché planetario e intramontabile
con il suo lavoro più lungo e riuscito, Il Signore degli
Anelli. Tuttavia, la carriera creativa di Tolkien aveva
un altro scopo principale più che la creazione della mitica
trilogia che tutti conoscono, uno scopo così grande e
semplicemente 'superiore' che l'essere concepito da una sola
mente umana risulta quasi totalmente impossibile e
inconcepibile. All'incirca ottantacinque anni fa, John
Ronald Reuel Tolkien ebbe un sogno: per la mente giovane e
visionaria di quel ragazzo, quel sogno era così assurdo e al
tempo stesso così affascinante da costituire un'attrazione
irresistibile. Per vari anni, Tolkien fu tentato di dar vita
a quel sogno, ma gli studi, la guerra, le varie
vicissitudini gli impedirono di farlo. Dopo la penosa
esperienza sul fronte e la sua indiretta partecipazione alla
battaglia della Somme, la febbre di trincea colpì il suo
debole fisico e, tornato in patria - in un ospedale - per
essere curato, Tolkien capì che non poteva rimandare oltre.
Fu così che, durante i giorni della convalescenza, il
giovane ex combattente prese un quaderno e sulla copertina
vi scrisse a matita: Il Libro dei Racconti Perduti.
Stava per nascere un nuovo corpus mitologico, il primo della
Gran Bretagna, così epico e complesso da poter rivaleggiare
con la mitologia celtica e il ciclo arturiano, abbastanza
potente da eclissare i miti nordici e avvicinarsi alla fama
di quelli classici. Perché darsi a una tale opera? «L'idea
era nata dalla sua passione di inventare le lingue. Aveva
scoperto che, per portare queste lingue a un elevato grado
di complessità, doveva creare una 'storia', in cui le lingue
in questione potessero svilupparsi. (…) C'era anche
un'altra forza al lavoro: il desiderio di esprimere il suo
profondo sentimento poetico (…) E c'era un terzo
elemento in gioco: il desiderio di creare una mitologia
per l'Inghilterra.» [Humprey Carpenter - J.R.R.
Tolkien: La Biografia]
Tolkien
non vide mai pubblicata la vasta creazione mitologica da lui
pazientemente creata per cinquant'anni. Il Silmarillion,
in pratica il sunto definitivo di tutta la sua opera, fu
pubblicato solo nel 1975 grazie alle pazienti ricerche del
figlio Cristopher. Il successo, naturalmente, fu
straordinario, e non poteva essere che così: perché al di là
dello scrivere due romanzi entrati nella storia della
letteratura, Tolkien aveva addirittura superato i confini
della letteratura stessa creando qualcosa che non ha mai
avuto precedenti, un'intera mitologia. I numerosi racconti
più lunghi e curati furono pubblicati col tempo in vari
volumi, fino a dare al lettore comune la visione d'insieme
di tutto il sogno di J.R.R. Tolkien. La sua mitologia era
finalmente nata.
La storia
inizia come tutte le storie, vere o false che siano,
iniziano per forza di cose: dal principio. E in principio
Eru Ilùvatar, l'Uno, insieme con i suoi figli, gli Ainur
(poi Vàlar), compone un tema musicale in cui esprime la sua
visione. Gli Ainur cantano insieme a lui, aggiungendo altri
elementi alla sua visione, dando vita pezzo per pezzo a
quello che diventerà il nostro mondo. Ma Melkor, il più
potente degli Ainur, esce fuori dagli schemi e compone un
tema che si discosta dagli altri, provocando le ire di Eru.
Quando finalmente Eru dà vita al mondo che conosciamo, Eä, o
Arda, Melkor ne è così innamorato da finire per volere tutto
per sé. Quando gli altri Ainur gli si oppongono, Melkor
inizia a distruggere tutto ciò che incontra, sovvertendo
l'ordine che tanto pazientemente i figli di Eru hanno creato.
Melkor perde ogni traccia di santità, si corrompe diventando
una creatura di soli fini malvagi e nera come la notte.
Lentamente, tutti i suoi antichi ed enormi poteri iniziano a
indebolirsi, ma a controbilanciare tale perdita c'è il suo
infinito odio.
Quella di
Melkor è la storia di una Caduta. Tutta la storia mitologica
di Tolkien racconta di Cadute. La ripetuta Caduta degli Elfi,
la Caduta di Nùmenor. «Non c'è storia senza una Caduta.»
dichiara molto esplicitamente lo stesso Autore. E tutte le
grandi storie hanno avuto cadute: «la più famosa è quella
di Lucifero, come raccontato nella Bibbia. Nel mondo
cinematografico, un ulteriore esempio si ritrova nella
caduta di un cavaliere Jedi, nella trilogia di Guerre
Stellari. Anakin Skywalker diventa il malvagio Darth Vader
quando sedotto dal lato oscuro della Forza.» [Leif
Jacobsen -
L'Indefinibile Terra d'Ombra]. Melkor cede al Male e
l'idillio finisce, così come Adamo ed Eva mangiano il frutto
proibito e vengono cacciati dal loro Eden. Intanto, però, la
storia prosegue: dopo molte ere, finalmente su Arda nascono
i Primi Nati, i Quendi (in altre parole, gli Elfi). Sono
loro le creature nate dal canto di Ilùvatar, e loro hanno il
privilegio di abitare nella terra creata appositamente per
loro dagli Ainur. Tuttavia, subito alcuni di essi vengono
corrotti da Melkor e cedono al male. I Vàlar, venuti a
conoscenza della nascita dei Quendi, decidono di scendere in
guerra per eliminare la minaccia di Melkor e dare ai Quendi
una vita senza inquietudini. Dopo un grande conflitto di
poteri, il signore del Male viene sconfitto e portato in
catene a Vàlinor, il reame dove si sono ora stanziati i
Vàlar. Cancellata la minaccia, un messaggero dei Vàlar
invita tutti i Quendi a stanziarsi nel Reame Beato, dove
potranno convivere con i Vàlar e vivere beati per sempre.
L'invito
rivolto loro inquieta i Quendi: alcuni decidono di partire,
altri di rimanere. Questo darà vita a una frattura nel
popolo elfico, un frattura di mentalità, di lingua, di
usanze. Gli Avari, coloro che hanno rifiutato l'offerta,
rimarranno per sempre nel buio della Terra di Mezzo,
illuminata solo dalle stelle, che loro amano più di ogni
altra cosa. Col tempo, di loro non si avranno più notizie.
Mentre gli altri, gli Eldar, iniziano il lungo viaggio verso
Vàlinor, durante il quale tuttavia molti rivedranno le loro
posizioni decidendo di rimanere nella Terra di Mezzo. E' un
lungo esodo dai toni biblici, quello degli Eldar, la cui
lunghezza - come quello guidato da Mosé verso la Terra
Promessa - finisce col portare a molte defezioni. Infine,
tuttavia, gli Eldar giungono nel Reame Beato e lì si
stanziano felici per molte ere.
Gli Eldar
vivono un età d'oro, il corrispondente delle età della
mitologia greca. L'età dell'oro, tuttavia, finisce prima o
poi perché giungono elementi esterni o per decadenze
interne. Melkor, infatti, ha riacquistato la libertà dopo
aver scontato per innumerevoli anni la punizione dei suoi
mali. Ora Melkor sembra essersi volto al Bene, e inizia ad
aiutare gli Eldar e a far conoscere loro l'arte di forgiare
i metalli e di creare gioielli, un'arte che gli Eldar
svilupperanno meglio di chiunque altro. Tuttavia, Melkor sta
attuando i suoi turpi scopi di vendetta fingendosi buono, e
iniziando invece a far serpeggiare inquietudini e
malcontento tra gli Eldar. Quando Feanor creò i Silmaril,
gemme brillanti di luce propria, Melkor ne fu abbagliato e
decise così di impadronirsene e «tanto più alacremente si
mise alla ricerca del modo di distruggere Feanor e di
mettere fine all'amicizia tra i Valar e gli Elfi.»
[J.R.R. Tolkien - Il Silmarillion] Così, utilizzando
menzogne e inganni, Melkor finisce per provocare la
ribellione dei Noldor verso i Valar, i quali tuttavia
scoprono che dietro queste agitazioni si trova Melkor.
Melkor finisce per fuggire da Vàlinor, inseguito da alcuni
tra i più coraggiosi Valar, ma raggiunge la sua antica
fortezza e riprende il dominio nella Terra di Mezzo.
Tuttavia,
presto Melkor ritorna insieme all'orribile Ungolinat,
l'enorme ragno affamato di oro e ricchezze. Giunge di
nascosto nel Reame Beato distruggendo i Due Alberi sacri,
fonte di luce in Arda. Il mondo cala nelle tenebre, e i
Silmaril vengono rubati. Questo porta i Noldor a compiere un
giuramento terribile e blasfemo (queste sono le parole che
userà Tolkien per descriverlo in seguito), con il quale si
impegnano a perseguitare qualsiasi essere, elfo o Valar, che
possieda uno dei Silmaril. E i Noldor, così,abbandonano il
Reame Beato in cerca delle magiche gemme. I Valar, furiosi
per ciò, impediranno in futuro ai Noldor di ritornare nel
Reame Beato, abbandonandoli a loro stessi e allo battaglia
contro Melkor (che i Noldor ora ribbatezzano Morgoth). La
guerra sarà lunga e sanguinosa, e a fianco agli Elfi si
schiereranno anche gli Uomini, i Secondi Nati, esseri fieri
ma mortali.
La lunga
guerra sanguinosa viene raccontata nelle pagine del
Silmarillion, ma tutti gli altri racconti sparsi scritti
da Tolkien girano sempre intorno a questa vicenda. La guerra
non potrà concludersi fino a che i Valar, perdonando i
Noldor, decideranno di ridiscendere in guerra e sconfiggere
così il Male. Tutta la mitologia di Tolkien, come si può
notare, segue una trama unica che è quella della lotta
contro l'Avversario. Questo fatto la differenzia da tutte le
altre mitologie, le quali sono insiemi di racconti diversi
tra loro che hanno in comune i soli personaggi (gli dei). E'
vero che l'epos greco, ad esempio, contiene cicli di
racconti con una trama centrale di sottofondo: la spedizione
degli Argonauti, la Guerra di Troia - quest'ultima,
specialmente, è rilevante per i tratti in comune sia di
trama sia di stile con la lunga guerra contro Morgoth.
Tuttavia, solo la creazione di Tolkien è un insieme di
racconti diversi che intrecciandosi formano la storia
centrale del conflitto contro l'Avversario.
Proprio
questo epico conflitto, che vede contrapposti
Elfi-Uomini-Valar alle forze di
Morgoth-Sauron-Orchi-Balrog-Draghi, ha portato a ritenere la
mitologia di Tolkien come una grande allegoria manichea. Il
manicheismo è una religione, anche se sarebbe più corretto
definirla filosofia, con un principio di base che la ha resa
in pratica 'religione universale', accolta favorevolmente
praticamente ovunque. In pratica, tale religione si basa
sulla coesistenza e la lotte perpetua tra due principi
opposti: quello del Bene, simbolizzato dalla luce, e quello
del Male, rappresentato dalle tenebre. Secondo tale idea, le
fasi della lotta tra Bene e Male scandiscono la creazione
del mondo terreno e dell'uomo. Moltissimi creatori di mondi
si sono ispirati a questa religione: George Lucas creando
la sua Forza, Terry Brooks nel suo ciclo
del Verbo e del Vuoto. Tuttavia, per quanto la mitologia
di Tolkien e lo stesso Signore degli Anelli appaiano
come esempi clamorosi di manicheismo, non pochi commentatori
hanno rifiutato tale idea: «Vorrei sottolineare che le
buone fiabe presentano questa lotta con tutte le diverse
ombre e sfumature tipiche del confronto bene/male nella vita
reale: non c'è una semplificazione buoni-cattivi (infatti
questa potrebbe minare la credibilità dell'universo mitico);
al contrario, l'autore si sforza di presentare la lotta
interiore che ogni personaggio deve combattere, allo scopo
di dipingere meglio il ruolo-chiave della libertà e di
mostrare in quali modi misteriosi viene preservata la libera
volontà di scegliere senza costrizioni.» [Eduardo Segura
-
Guerre Stellari e la Terra di Mezzo: Universi mitici e mondi
secondari] Notiamo infatti che i personaggi presenti
nelle storie hanno comunque posizioni 'sfumate': Galadriel,
che sembra quasi cedere alla tentazione dell'Anello;
Boromir, che invece cede salvo poi pentirsi in fin di vita;
Gollum, che comunque è da compatire perché schiavo
dell'Anello e perché tenta di redimersi senza successo. In
quanto a Morgoth e a Sauron, i due massimi 'cattivi' della
mitologia di Tolkien, essi vengono presentati come esseri
crudeli e basta, sicuramente privi di una qualsiasi
sfumatura. Anche questo è un elemento originale della
creazione di Tolkien, in quanto raramente in un corpus
mitologico incontriamo creature realmente crudeli: gli dèi
non dovrebbero esserlo. Seth, per esempio, il cosiddetto
'dio del male' egiziano, era indicato solo come
"l'impurità", e anzi veniva spesso e volentieri invocato e
il suo culto era diffuso in tutto l'Egitto. Crono, o Ade, o
Eris, o i Titani dei Greci non erano mai maligni, ma avevano
comportamento tipicamente umani che li portavano spesso ad
assumere atteggiamenti negativi.
La
mitologia classica non presenta dèi totalmente cattivi, e
questo ci porta a tenere conto del fatto che Tolkien non si
volle rifare ai miti che noi Italiani conosciamo bene, ma a
miti più vicini alla mentalità dell'Autore: nella mitologia
nordica, infatti, è presente Loki, divinità del male che gli
altri dèi finiscono poi per incatenare a una roccia.
Soprattutto, però, Morgoth si rifà al Cristianesimo più che
al mito politeista. Il Maligno per eccellenza non può che
essere Satana (o il Diavolo, o Lucifero, che dir si voglia).
E' infatti dalla popolare storia di Satana che Tolkien
prende spunto per l'espediente della Caduta: un tempo,
Satana era uno dei più potenti tra gli Angeli, ma osò
sfidare Dio e per questo venne scaraventato giù sulla Terra
perdendo ogni traccia di potere benigno. La storia di
Morgoth e di Ilùvatar è in pratica costruita su questa
falsariga. Nemmeno Tolkien, però, aveva intenzione di creare
nella sua mitologia una allegoria della guerra tra Bene e
Male. Disse infatti: «Nella mia storia non esiste il male
assoluto. Non penso nemmeno che esista, a meno che non sia
lo Zero. Non penso, comunque, che una creatura razionale
possa essere completamente malvagia.» [Lettere, # 183 da
"La Realtà in Trasparenza"]. Questo pone fine alla questione
del manicheismo nel Signore degli Anelli e nelle altre opere
tolkeniane.
Torniamo
invece ai singoli racconti della sua mitologia. La Caduta
di Gondolin, una delle storie più vivaci e interessanti
del suo corpus, fu la prima a essere scritta nel lontano
1917, e rappresenta il primo capitolo - non cronologicamente
parlando - di quello che diverrà poi Il Silmarillion.
Le storie che dovevano entrare a far parte della mitologia
di Tolkien erano inizialmente raccontate con un pretesto: il
viaggio di un marinaio, Eriol, il quale si sente narrare da
ogni persona che incontra una storia nuova e interessante.
Questo pretesto verrà poi abbandonato, anche e soprattutto
perché molte delle storie scritte saranno poi lasciate
incompiute. Un elemento però rimane comune a tutte le storie
mitologiche: lo stile di scrittura. Inizialmente Tolkien
aveva composto The Gest of Beren and Luthien in
versi, così come alcune delle sue prime storie. Si trattava
tuttavia di versi deboli per l'Autore, il quale decise di
abbandonare tale idea e scrivere i suoi racconti in prosa.
Una prosa, tuttavia, che non poche volte trascende la poesia
e composta in uno stile inusitato per il Novecento: Tolkien,
infatti, prese a cambiare la maggior parte delle moderne
espressioni con gli equivalenti passati. Lo possiamo
tranquillamente notare anche in Italiano: "subito" diventa
"tosto", "sì "così", "In realtà, infatti" "Invero", e le
forme verbali più dirette furono abbandonate in favore di
subordinate più complesse: "così dicendo", "essendo
narrato"… gli esempi potrebbero continuare all'infinito. E'
proprio questo stile narrativo a costituire uno degli
elementi più originali e interessanti della mitologia di
Tolkien, e che fa del Silmarillion una delle più
notevoli opere dei nostri tempi (per quanto anche "Il
Signore degli Anelli" adotti - diluita - questa formula
narrativa)
Tra tutte
le vicende raccontate nel "Silmarillion" la più celebre
rimane quella di Beren e Lùthien. La storia narra di un
fuorilegge umano, Beren, che s'innamora di una giovane elfa
di sangue reale, Lùthien. Il padre di lei, sconvolto per il
fatto che Beren la chieda in moglie, decide di acconsentire
alle nozze solo nel caso che Beren gli porti uno dei
Silmaril, che attualmente si trovano incastonati nella
corona di ferro di Morgoth. L'impresa è praticamente
impossibile, tuttavia Beren (aiutato da Lùthien e non solo)
riesce a portarla a termine dopo un susseguirsi di
emozionanti vicende. Quasi tutti sanno l'origine del
racconto: per un breve periodo di tempo, seguente la nascita
del loro primo figlio, Tolkien e la moglie erano soliti
recarsi in bosco dove quest'ultima danzava e cantava. Quasi
abbagliato dalla bellezza di Edith, Tolkien finì per
inventare questa storia, che entrò nel suo cuore perché la
considerava naturalmente molto personale. Tuttavia la
vicenda di Beren e Lùthien ha anche altri significati: «Qui
troviamo, tra le altre cose, il primo esempio del motivo
(che diverrà dominante ne Lo Hobbit) che i grandi
avvenimenti della storia del mondo, "le ruote del mondo",
spesso non sono determinati da Signori e dai Governatori, e
nemmeno dalle divinità, ma da esseri apparentemente
sconosciuti e deboli (…)» [Lettere, # 131 da "La Realtà
in Trasparenza"]. Altri racconti, tuttavia, sono degni di
essere citati: la storia di Tùrin, per esempio, che possiamo
leggere in tutta la sua straordinaria complessità e
drammaticità nei Racconti Incompiuti. Ma soprattutto c'è la
Caduta di Numenor. Questo racconto, presente integralmente
nel Silmarillion, è la concretizzazione del "complesso di
Atlantide" di cui Tolkien si diceva affetto: egli, da
bambino, era solito sognare un enorme onda travolgere
un'isola che sprofondava a causa di questo cataclisma.
Numenor, un'isola abitata da esseri umani più longevi del
normale, ha dato vita a una grandiosa civiltà di marinai,
architetti, artisti. Quando tuttavia un re corrotto,
Ar-Pharazon, finisce per attaccare Sauron e assoggettarlo
portandolo in patria in catene, la storia prende
un'intonazione grave. Sauron, con la menzogna, finisce per
divenire consigliere del re e decide di vendicarsi: fa sì
che Ar-Paharazon muova la sua enorme flotta verso il Reame
Beato per sfidare i Valar e ottenere l'immortalità. I Valar
non possono far altro che invocare Eru, il quale dona loro i
poteri necessari per distruggere la flotta e far sprofondare
inevitabilmente Numenor nelle acque, uccidendo tutti gli
abitanti. Anche qui abbiamo una Caduta, la caduta di un
intero popolo causata dalla malvagità di Sauron, il quale
tuttavia si salva dal disastro.
E' sorto a
moltissimi lettori e commentatori un dubbio abbastanza
interessante: la mitologia di Tolkien tratta dei Valar, di
Morgoth, dei Maiar - ossia gli 'stregoni'. Tutti questi dèi
non sono totalmente in contrapposizione alla morale
cristiana dell'Autore? Tutti sanno che Tolkien era un
fervente cattolico, e che ha infuso nelle sue opere molta
della sua morale e delle sue credenze. Tuttavia, creare un
universo politeista sembra andare contro tutto ciò. In
realtà questo non è assolutamente vero, e Tolkien è
esplicito su tale argomento. I Valar non sono dèi come li
concepiamo noi, ricevono il loro potere da Eru Ilùvatar,
l'Uno, o semplicemente Dio. Essi inoltre «Non ci sono "dei"
sullo sfondo mitologico delle mie storie. Il loro posto è
occupato dalle creature a cui mi riferisco con Valar (o
Potenze): esseri angelici creati appositamente perché
governassero il mondo.» [Lettere, # 286 op. cit.]. In
altri suoi scritti Tolkien discute del fatto che non ci
siano luoghi di culto o riti nelle sue opere, poiché la
religiosità è insita nella trama e non è necessario
mostrarla esplicitamente. Anche i Maiar, gli stregoni come
Gandalf, sono emissari dei Valar e quindi più angeli che
altro. A proposito di ciò, «Tolkien, da buon cattolico
quale era, non poteva certo limitarsi a riproporre un
panteon creato ad immagine e somiglianza di quello
scandinavo. Conseguentemente ha impregnato il suo delle
credenze cristiane. Ha sostituito le Parche, che tessevano
il destino di uomini e dei con Eru , l'Uno, che nella sua
mente vede tutto ciò che è stato, è e sarà in Arda. Ha
trasformato la figura di Odino, scaltro ma infido in un
Manwe più simile a Gesù Cristo. Essendo egli si il più
saggio tra i Valar, ma in quanto eletto a comprendere i
disegni dell'Illuvatar (Dio). Da Loki ha tirato fuori un
perfetto emulo di Satana quale è Morghot. Da Thor, figura
che combatte per "odio naturale"ha creato Tulkas parallelo
di S. Michele Arcangelo.» [Alessandro Gambino -
Tolkien e i miti nordici].
Con la
pubblicazione del "Silmarillion" l'enorme lavoro di Tolkien
è stato finalmente rivelato in tutta la sua complessità.
Questo fa apparire "Il Signore degli Anelli" come la
proverbiale punta di un enorme iceberg che nasconde agli
occhi la sua vera potenza…
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