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In un passo de Lo Hobbit, verso gli
inizi della storia, Bilbo Baggins ascolta una canzone dei
Nani che narra di monti e città lontane colmi di tesori e
ricchezze: «Mente cantavano lo hobbit... desiderò di andare
a vedere le grandi montagne, udire i pini e le cascate,
esplorare le grotte e impugnare la spada al posto del
bastone da passeggio»: queste sensazioni si destano
improvvisamente nell’animo abitudinario e tranquillo di
Bilbo. In un passo del Signore degli Anelli è Frodo a
provare un improvviso, bruciante desiderio: vedere il mare,
la sconfinata distesa d’acqua da lui mai veduta oltre la
quale c’è il paradiso perduto degli Elfi, Valinor. Il
sentimento provato dai nostri eroi in queste situazioni è un
sentimento che trasmettono anche al lettore, è un sentimento
che proviene dall’intimo dell’animo dello scrittore, di
J.R.R. Tolkien: è il sublime. Il concetto del sublime,
teorizzato innanzitutto da Immanuel Kant nella Critica
del giudizio seguendo l’intuizione di Edmund Burke, è
uno dei cardini del pensiero romantico. Il sublime
oltrepassa il bello, è un sentimento che annichilisce le
facoltà raziocinanti, un sentimento che proviene dai recessi
della coscienza: «Sono sublimi le alte querce, belle le
aiuole; la notte è sublime, il giorno è bello», è una delle
definizioni kantiane. Sublime connesso ad un altro concetto
cardine, forse quello centrale di tutto il romanticismo:
l’infinito. Il desiderio di Bilbo e quello di Frodo non è
rivolto a un oggetto particolare, ma a un soggetto
indefinito, sconfinato, senza limiti… Frodo vuole vedere il
mare, vuole contemplare l’infinità vastità dell’oceano.
Si è spesso detto che Il Signore degli
Anelli (così come le opere “minori” di Tolkien
ambientate nella Terra-di-Mezzo) sia una sorta di poema
epico medioevale. Un’asserzione che può essere facilmente
corroborata da prove: l’ambientazione, la prosa aulica e
l’uso di alcune formule fisse appartenenti al bagaglio epico
in taluni punti dell’opera, il fatto stesso che Tolkien
fosse uno studioso di letteratura medioevale. Ma ad
un’analisi più attenta ed approfondita questa tesi si rivela
erronea. Lungi dall’essere un’opera di gusto epico, sorta di
tentativo di riproporre le gesta degli eroi medioevali
partendo magari dall’esempio dello stesso Beowulf
tanto a lungo studiato da Tolkien, Il Signore degli
Anelli è un romanzo, un romanzo moderno oltretutto, che
però affonda le sue radici in un pensiero e in un gusto più
remoti, e per la precisione nell’ideologia romantica.
Tolkien fu sicuramente uno degli ultimi grandi romantici che
la storia della letteratura può annoverare, insieme al suo
amico C.S. Lewis e quindi al gruppo degli Inklings di cui
facevano parte. Grandi sognatori in un mondo in rapido
mutamento, legati a tradizioni di un passato
cronologicamente non troppo lontano ma in quei tempi già
sentito come distante, Tolkien e i suoi colleghi scrittori
svilupparono un sentimento di rigetto verso il mondo in cui
vivevano (lo si riscontra facilmente nello scetticismo di
Tolkien verso le innovazioni tecnologiche) decidendo di
rifugiarsi in un mondo diverso, che rispettasse regole
precise da loro delineate che appunto rispondevano ai propri
gusti. Fu lo stesso motivo che spinse i romantici, nei primi
dell’Ottocento (cioè circa un secolo prima), disgustati dal
trionfo della rivoluzione industriale e dalla strada
materialistica presa dal tardo illuminismo, a rifugiarsi in
un mondo più mistico e fantastico, anelando anche un ritorno
alle tradizioni del passato, principalmente a quelle del
Medioevo dominato dal leggendario e dall’amor cortese. «Le
fiabe parlano di fulmini, non di lampadine», era l’opinione
di Tolkien. Le fiabe sono fatte non di oggetti materiali, ma
della materia “di cui sono fatti i sogni”. E’ l’irrazionale,
l’indefinito, l’immateriale ad essere alla base del
romanticismo, come lo è alla base dell’immaginario
fantastico sviluppato compiutamente da J.R.R. Tolkien.
L’opera di Tolkien è ambientata in un mondo
di gusto tipicamente medioevale. Oggigiorno una simile
ambientazione è norma nella produzione fantasy, ma all’epoca
del Signore degli Anelli – quando il fantasy non
esisteva ancora – questa scelta fu originale. Cos’è il
medioevo di Tolkien? E’ un espediente letterario, una mera
riproduzione scientifica di un periodo che ha nell’autore
del Signore degli Anelli uno dei più profondi
conoscitori? Non è piuttosto il prodotto di uno specifico
richiamo, quello del sentimento e dell’eroismo, del valore,
del coraggio, dell’amore, della magia e del leggendario?
Sono questi concetti che Tolkien vuole riproporre nella sua
opera: non il periodo medioevale com’esso è, ma la sua
rilettura in chiave romantica. Medioevo come periodo in cui
domina la spiritualità, dove l’etica si allinea su concetti
autentici e non materialistici, dove la fredda razionalità
non ha ancora infranto i sogni evocativi di draghi, poteri
arcani e luoghi incantati. Così come un grande romantico, il
compositore Richard Wagner, aveva ambientato le sue opere
sinfoniche in una Germania medioevale, quella di Sigfrido, o
di Parsifal, o del Lohengrin e del Tannhauser, dominate
dalla spiritualità degli dei nordici, la Terra-di-Mezzo di
Tolkien è un mondo idealizzato, un mondo che non a caso
combatte contro l’osceno potere di Mordor, fatto di
macchine, ingranaggi, devastazione della natura ai fini di
un’industrializzazione che ha come unico scopo quello
bellico. Questa è la vera guerra combattuta nel Signore
degli Anelli, la guerra che Tolkien combatte insieme ai
suoi eroi nelle pagine dell’opera: spiritualità contro
materialismo.
Spiritualità vista anche come ritorno a una
religione naturale. Profondamente cristiano, Tolkien epura
dal Signore degli Anelli ogni riferimento a una
teologia (evitando anche di riconoscere paragoni evidenti
come quello tra Galadriel e la Madonna) e favorisce la
credenza in una spiritualità più effimera. E’ la stessa
religiosità che romantici come Schelling, Fichte e Goethe
celebrano nell’unità tra spirito e natura. Alcuni
commentatori hanno visto negli scritti di Tolkien un
messaggio “ecologista”. Si sbaglia a interpretare il ruolo
della natura nel Signore degli Anelli in termini così
moderni. L’amore di Tolkien per la natura, che traspare
quasi in ogni pagina delle sue opere, è un amore più
intensamente legato a una visione mistica della natura, la
naturphilosophie
del romanticismo. Lo si vede negli Ent, i millenari e
saggi uomini-albero che si ribellano contro lo scempio di
Saruman; la natura, primitiva e custode di poteri
ancestrali, afferma in questo passo chiarificatore la sua
supremazia sul dirompente affermarsi del mondo moderno. Al
termine della storia, Samvise tornato a casa nella Contea
pianta nel suo giardino il seme donatogli dalla dama elica
Galadriel: sboccia così nel prato l’albero più bello che si
sia mai visto nella Terra-di-Mezzo da lungo tempo. Questo
simbolismo, insieme a quello della risurrezione dell’albero
bianco di Minas Tiritih da tempo appassito, ribadisce la
superiorità del valore della natura, che rifiorisce quando
il male è distrutto. «La Natura deve essere lo Spirito
visibile, lo Spirito la Natura invisibile», afferma
Schelling. «Qui dunque, nell’assoluta unità dello spirito in
noi e della natura fuori di noi, si deve risolvere il
problema come una natura sia possibile fuori di noi». Unità
di spirito e natura: la natura è viva e rigogliosa quando lo
è l’uomo, e viceversa. Nel Silmarillion Melkor
distrugge i due alberi d’oro e d’argento di Valinor, e
l’oscurità e la disgrazia calano sul reame beato. Altra
metafora della sintesi dei due concetti sopra indicati.
Nella Vecchia Foresta gli alberi sono vivi, camminano e
pensano. E’ dunque nella natura che i personaggi del
Signore degli Anelli trovano quella spiritualità che in
Tolkien va a porsi in parallelo alla religiosità, e che
nella Terra-di-Mezzo apparentemente sostituisce
quest’ultima.
Si diceva precedentemente che nel Signore
degli Anelli domina il tema romantico per eccellenza,
quello dell’infinito. Tutti i personaggi devono confrontarsi
con qualcosa più grande di loro, qualcosa che schiaccia le
loro piccole individualità e travalica le loro possibilità.
«Mi sento stiracchiato, come del burro spalmato su troppo
pane» afferma Bilbo a Gandalf riguardo il logoramento
provocato dall’Anello. Galadriel, dinanzi alla possibilità
offertagli da Frodo di diventare portatrice dell’Anello, si
trasfigura lasciando scorgere l’onnipotenza che così le
deriverebbe. Sono due diversi modi che il desiderio di
“infinito”, di “completezza”, di “riunione con lo spirito”
provoca negli animi dei personaggi dell’opera. Due modi
diversi che nell’ideologia romantica sono chiamati
Sensucht e Streben (o Titanismo). Vediamone
meglio l’impatto nel Signore degli Anelli.
La sehnsucht è il sentimento
prevalente nell’opera. Quella che il filosofo Hegel
spregiativamente chiamava “la pappa del cuore” era
l’atteggiamento tipico dell’ambiente romantico tedesco per
tutta la prima metà dell’Ottocento. Termine introdotto dai
fratelli Schlegel, etimologicamente vuol dire “smania del
desiderare”: è, insomma, il tormento, la costante
frustrazione, insoddisfazione per l’assenza di qualcosa. E’
il sentimento che devasta l’animo di Bilbo e in particolare
di Frodo, che diventano dipendenti dall’Anello e senza di
esso provano una costante irascibilità e depressione
derivante dalla mancanza di completezza. E’ l’Anello, in
Tolkien, l’Assoluto tanto ricercato dai romantici,
quell’entità astratta (da molti identificata con Dio) senza
la quale l’uomo si sente oppresso e impotente. Non è un caso
che quando l’Anello sarà distrutto gli Elfi saranno
costretti a partire definitivamente dalla Terra-di-Mezzo
poiché anch’essi, custodi dei tre anelli elfici a loro volta
derivanti dall’Unico, sono divorati dalla continua brama di
assoluto. Non è brama di potere, o almeno non va letta solo
in questo senso. E’ l’atteggiamento tipico degli asceti
medioevali che si sentivano vuoti senza la presenza di Dio e
bramavano di abbandonare la propria corporeità per fondersi
con Esso (com’è anche in una similitudine hegeliana).
Dunque, è l’atteggiamento abbandonato, di disinteresse della
vita che domina le pagine di due opere romantiche quali I
dolori del giovane Verther di Goethe e le Ultime
lettere di Jacopo Ortis del nostro Foscolo: pagine in
cui i protagonisti si sentono devastati da una vuotezza
interiore che li conduce all’inevitabile suicidio. E’
l’atteggiamento che domina gli Elfi della Terra-di-Mezzo.
Dopo aver vissuto migliaia di anni, hanno perso ogni
interesse per la vita e decidono di abbandonare le loro
terre per tornare nel reame beato di Valinor, il paradiso in
terra dove vivranno per l’eternità alla presenza dei Valar,
le potenze angeliche che rappresentano l’Assoluto romantico.
Frodo sarà costretto a fare lo stesso quando, privato
dell’Anello, non potrà più vivere nella Contea ma partirà
anch’egli per il reame beato, che forse per lui rappresenta
la morte, ultima sponda dove il proprio animo tormentato
potrà trovare pace. Questo tema è stato brillantemente
intuito dai critici L. Del Corso e P. Pecere nel loro
L’anello che non tiene. In un capitolo del loro lavoro,
dove dimostrano come Il Signore degli Anelli non sia
un’epica ma un romanzo antiepico, affermano: «Un senso
crepuscolare, di nostalgia per un tempo irrimediabilmente
distante pervade l’opera, e anche le gesta più eroiche sono
presente come l’estremo, pallido riflesso di un mondo al
tramonto». Aragorn è schiacciato dal peso del suo antenato
Isildur, Boromir è schiacciato dal peso di suo padre
Denethor. Grandi uomini con cui confrontarsi in un paragone
impari. Lo stesso paragone che contrapponeva i medioevali
alla grandezza degli uomini dell’età classica: “nani sulle
spalle di giganti”, era l’idea del tempo. La Sehnsucht
è dunque anche nostalgia verso il passato, come abbiamo
avuto modo di vedere parlando del medioevo.
Al tema della sehsucht è connesso il
tema del viaggio, altra costante per eccellenza del
romanticismo letterario. Il fascino dell’esotico,
dell’oriente, dell’evasione è ben rappresentato dalla frase
di Bilbo riportata all’inizio “desiderò… impugnare la spada
al posto del bastone da passeggio”. Una grande opera
romantica,
l’Enrico di Ofterdingen di Novalis, è dominata dal
tema del viaggio. Viaggio iniziatico, certo, ma non solo, e
non viaggio di formazione (i romantici aborrono l’idea di un
progresso insito nella storia umana). Il viaggio è
evasione, fuga dalla realtà: non per nulla, gli hippy degli
anni ’60 trovarono nel Signore degli Anelli la loro
riposta alla domanda di fuga dal mondo reale. Ancora Del
Corso e Pecere intuiscono questo tema: «i viandanti – prima
gli hobbit, poi tutta la compagnia dell’anello», affermano.
La scelta del termine viandante non è casuale. Il
viaggiatore romantico non viaggia per uno scopo ma vaga, è
un errante. Viandante è Aragorn, ‘Grampasso’, un Ramingo
appunto, che vaga per la Terra-di-Mezzo senza un preciso
perché, in realtà spinto dal vuoto interiore derivante dal
peso che porta sulle spalle. Anche Gandalf è un viandante,
il Grigio Pellegrino appunto. Vaga anch’egli, forse sempre
in cerca di quella sfida che lo potrebbe portare ad elevarsi
al di sopra della sua condizione, come accadrà solo dopo la
sfida col Balrog quando tornerà nel mondo dei vivi come
Gandalf il Bianco. Infine, vagano i membri della Compagnia
dell’Anello, apparentemente spinti dal compito di proteggere
il portatore e distruggere l’Anello, in realtà ognuno
dominato da un proprio impulso: Aragorn e Boromir, già si è
detto, così come per Gandalf; Gimli è spinto dal desiderio
di ammirare la grandezza di Khazad-Dum; Legolas cerca la
pace di Lothlorien; gli hobbit cercano l’avventura, Frodo a
parte naturalmente, ma troveranno qualcosa di completamente
diverso da quello che si aspettavano.
Sempre alla sehnsucht sono connesse
altre tematiche romantiche fondamentali. Il binomio
amore/morte, e il fascino della notte, altri temi cari a
Novalis (non per nulla definito il principale dei
romantici). L’amore di Novalis per Sofia, l’amata che
naturalmente morirà giovanissima portando Novalis alla
consunzione e alla sua conseguente morte a soli ventinove
anni, è l’esempio perfetto del binomio romantico
amore/morte. E’ ciò che vediamo nel rapporto tra Aragorn ed
Arwen. Arwen rinuncia all’immortalità per amore di Aragorn,
e si lascia morire dopo la scomparsa dell’amato marito in
tarda età. Stesso tema nel Silmarillion tra Beren e
Luthien, che addirittura risorgono dalla morte per coronare
il loro amore. Notte, poi, si diceva. Notte connessa
all’idea dell’oscurità, contrapposta alla luce
dell’illuminismo che rende i contorni troppo netti, mentre
l’oscurità rende tutto più incerto, indistinto e crea
spettri e impressioni. Novalis scrive gli Inni della
Notte, Tolkien ripropone il concetto nell’episodio della
Vecchia Foresta – in cui gli hobbit sperimentano il classico
topos del bosco che assume fattezze umane nella notte – e
nella tenebrosa vicenda di Moria, dove le fiamme del Balrog
assumono contorni agghiaccianti e il pozzo senza fondo in
cui Pipino fa cadere il sasso per saggiarne la profondità
sono simboli di angosciante indeterminatezza.
Parlavamo prima di due modi di contrapporsi
all’infinito. Abbiamo visto la sehnsucht, ma si è
citato anche lo streben, o titanismo. Goethe lo
chiama “faustismo” associandolo alla figura del Faust,
Nietzsche lo chiama appunto titanismo ma modificandone
leggermente il significato romantico. E’ questo
l’atteggiamento contrapposto alla sehnsucht. Se la prima era
cupa rassegnazione all’impossibilità di raggiungere
l’Assoluto, questo è il tentativo dell’uomo di ergersi al di
sopra delle sue possibilità per fondersi col tutto. In
questo caso lo streben assume il più delle volte
connotazioni negative, essendo assimilato al concetto di
desiderio di potere, lo stesso che domina il Faust
goethiano. E’ il sentimento che corrode l’animo di Sauron,
che brama l’Anello per poter diventare superiore e completo
ed avere il potere su tutto il mondo; è il sentimento che
intravediamo in Galadriel quando riceve l’offerta di Frodo;
è il sentimento che Gandalf teme quando gli viene fatta la
stessa offerta, che rifiuta perché sa che con quel potere
andrebbe al di là dei limiti consentiti dalla natura
peccando di hubris. Peccano invece Saruman, Boromir e
Denethor. Il primo per paura di essere soggiogato a Sauron,
e per oscuro desiderio di supremazia. Il secondo e il terzo
per un desiderio più onesto, quello di usare il potere
dell’Anello per salvare il proprio popolo. Non si rendono
essi tuttavia conto che l’Anello, proprio perché va contro
natura, non provoca altro che morte e distruzione,
annientando l’animo di chi lo usa e portando gli uomini alla
follia: Boromir e Denethor seguono il destino di Isildur,
convinti che il potere dell’Anello possa essere usato per
fini postivi e venendo colpiti invece dalla punizione
naturale.
Tolkien fu un romantico, non vi è dubbio. Il
fascino della sua opera è connesso a tutti questi elementi –
sopra discussi – che hanno fatto la fortuna delle opere del
romanticismo. Ciò che più va notato è che il fascino del
meraviglioso e l’idea di sub-creazione poetica come massima
esternazione delle potenzialità umane sono concetti che
hanno le loro basi proprio nel romanticismo. Novalis la
chiamava “immaginazione produttiva”, ritenendo come Fiche e
Schelling che la realtà fosse un prodotto dell’animo umano.
“L’immaginazione al potere”, un concetto caro ai romantici
(e ai giovani del ’68), che Tolkien ha fatto suo creando un
universo con la sua immaginazione. Novalis è dell’idea che «il
più gran mago sarebbe chi sapesse incantare se stesso fino
al punto che le sue stesse magie gli apparissero fenomeni
estranei». La magia di Tolkien, la creazione da lui
prodotta, ha incantato lui stesso e noi tutti, e per questo
risponde a quell’immaginazione produttiva o idealismo magico
che Novalis riteneva, giustamente, risiedesse nella capacità
poetica di creare dell’essere umano.
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