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«Tutte
le cose belle finiscono». Così commentava il capitano Picard
nell’ultima puntata di Star Trek: the Next Generation.
I fan di Tolkien e gli appassionati del film di Jackson
hanno potuto constatare la verità di quest’asserzione quando
sullo schermo del cinema è apparsa la scritta fine.
E’ finita davvero, dopo tre anni e più di nove ore di film
complessivo, la trilogia cinematografica che – come Star
Wars nel 1977 – ha cambiato la storia del cinema, sia
dal lato tecnico (colpendo clamorosamente il predominio del
modello ILM lucasiano) che dal lato della regia e in
generale del modo di fare un film. Alla fine di questa
titanica impresa, come dobbiamo dirci? Soddisfatti o no?
Finché non sentirò una voce degna di attenzione affermare il
contrario, risponderò io per tutti: sì!
Il Signore
degli Anelli – Il Ritorno del Re
è un film in cui grandezza e semplicità si fondono
perfettamente, mostrando come Jackson durante la lavorazione
di quest’ultimo capitolo – che comunque è avvenuta
parzialmente in contemporanea con gli altri due – non si è
montato la testa né ha forzato la mano nel tentare di creare
un film biblico in tutti i sensi. E allora ecco che la prima
scena ci propone un paesaggio bucolico e beato, ricco di
bonaria semplicità, e mostra nel più spaventoso e diretto
dei modi il potere dell’Anello e i tragici effetti di una
malvagità che viene a scombussolare il quieto vivere degli
uomini. Semplicità anche nell’ultima parte della grande
impresa di Frodo: nell’oscurità della fine, quando Sam e
Frodo arrancano sulle pendici del monte Fato, una musichetta
sottile e ricca di speranze fa da sfondo all’ultimo, estremo
tentativo di Frodo di reggersi con le proprie gambe. Ma
anche, naturalmente, un film di magnifica grandiosità, un
film che fa letteralmente spalancare gli occhi (per
parafrasare Sam ne La Compagnia dell’Anello). Le
riprese mozzafiato durante la battaglia di Minas Tirith e la
cavalcata trascinante dei Rohirrim, con il discorso
suggestivo di Theoden («Un’alba di spade, un’alba rossa
prima che sorga il sole!»), l’affascinante scena in cui i
fuochi di Gondor si accendono uno ad uno, con effetto
domino, sui luoghi più impervi della Terra di Mezzo a
sottolineare le precedenti parole di Gandalf: «la speranza
divampa».
Oltre
che a un’opera visiva, Il Signore degli Anelli di
Jackson è anche – e col Ritorno del Re una volta di
più – un’opera musicale. Non per nulla Howard Shore, il
formidabile compositore della colonna sonora della trilogia
già premio Oscar per La Compagnia dell’Anello, ha
ottenuto una nuova nomination per il suo lavoro in questo
film. Un lavoro che supera i precedenti parametri. La musica
questa volta deborda in ogni momento del film, e quando non
c’è sottolinea meglio di ogni altra cosa i momenti più
toccanti. Howard Shore si fa ancora più sinfonico in questo
film, componendo musiche che non solo valorizzano le scene
visive, ma fanno un’ottima figura anche da sole – un effetto
che le moderne colonne sonore stentano a ottenere. Un
intermezzo musicale vocale è tra i più alti momenti del
film: la canzone morbida e melanconica di Pipino che fa da
commento solitario alla scena dell’inutile massacro della
compagnia di Faramir a Osgiliath. Pezzo che merita di
entrare nella storia del cinema.
Cosa
dire della recitazione? Ricordiamo come in tutti i
film in cui gli effetti speciali giocano una parte
importante, l’elemento interpretativo sia sempre subordinato
a quello meramente visivo. E ricordiamo, ancora una volta,
come Il Signore degli Anelli si discosti
completamente da quei ‘canoni’, proponendosi come film
alternativo in tutti i sensi. Anche se i premi dal punto di
vista della recitazione non si sono fatti vivi, ciò non
significa che ll Ritorno del Re abbia perso una parte
della sua bellezza per la scarsa bravura degli attori.
Altroché. Interpretazioni shakespeariane, nella miglior
tradizione tolkieniana, e degne di applauso sono quelle di
Denethor, personaggio già ricco di spessore nel romanzo
stesso, e qui trasposto perfettamente con i suoi dubbi
amletici-macbethiani. Gandalf s’impone ancora una volta come
uno stereotipo cristiano (l’aspetto lo riecheggia
chiaramente), riproponendo la linea già usata da Jackson ne
Le Due Torri ma “peccando” spesso di umanità, specie
nel cuore della battaglia di Minas Tirith, in cui si pone
come condottiero spietato (ma la sua guerra è contro il Male
assoluto, ed è dunque giusto combatterla). Viggo Mortensen –
interprete di Aragorn – sfata i dubbi di coloro che non lo
vedevano bene nei panni regali, essendo abituati a
considerarlo un ramingo sporco e sanguinolento: in realtà il
dissidio interno di Aragorn tra la sua eredità di re e il
suo addestramento da ‘uomo qualunque’ è accentuato da
Jackson rispetto a quanto presente nel romanzo di Tolkien,
ma perfettamente trasposto grazie a una capacità recitativa
“a immersione totale” quale quella di Mortensen.
Difficoltà si sono sicuramente trovate di fronte al
cambiamento radicale delle personalità di Pipino e Merry,
che nei primi due capitoli fungevano da ‘spalle comiche’ (in
realtà già ne Le Due Torri vi è una visibile
trasformazione). Seppure all’inizio del film ci appaiono
intenti a gozzovigliare scambiandosi battute demenziali, è
innegabile che la loro candida dabbenaggine subisca un
rovesciamento nel corso del film: basti pensare al canto
struggente di Pipino davanti a Denethor e come sia diverso
dai semplici motivi da taverna che gli hobbit sono soliti
cantare (e anche nella prima parte di questo film). Non c’è
nessun contrasto stridente tra i ‘vecchi’ e i ‘nuovi’ Merry
e Pipino, perché la loro evoluzione psicologica segue la
stessa linea dell’evoluzione dello spettatore, che nel
Ritorno del Re cade sempre più in un baratro di assoluta
disperazione e perde il suo punto di osservazione esterno
finendo per lottare egli stesso per la salvezza della Terra
di Mezzo.
Questo
è un punto fondamentale del film di Jackson, e della sua
bravura di regista: cioè di essere riuscito, sia con
l’interpretazione dei personaggi ma soprattutto con
raffinate tecniche registiche e scenografiche, a catapultare
l’attenzione dello spettatore nel film e farglielo sentire
come ‘proprio’. Una sfida importante, e la sua riuscita è
accentuata ancora di più se si pensa che Il Signore degli
Anelli è una storia puramente fantastica, ambientata in
un mondo fantastico, e l’averlo reso reale è davvero
un’impresa degna di nota.
Tornando ai personaggi, parliamo di quelli che sono a tutti
gli effetti i protagonisti della vicenda: Frodo, Sam,
Gollum. Le scene che li vedono protagonisti sono state
giudicate da parte del pubblico le più noiose, ed è
sicuramente vero perché la lentezza e l’immutabilità degli
eventi portati avanti da questo ‘trio’ è in contrasto con il
grandioso turbinio della parte ‘guerresca’ del film. Questo
però non deve far pensare che la vicenda di Frodo e Sam sia
un’appendice, una linea narrativa slegata dal contesto: in
realtà è necessario ricordare che la vera storia
della trilogia è quella di Frodo, e non di Aragorn, che pure
è il co-protagonista ma che non sarebbe divenuto re e non
sarebbe sopravvissuto alla battaglia contro Mordor se non
fosse stato per l’impresa di Frodo e Sam. La parte finale di
quest’avventura, alle pendici del Monte Fato, il momento più
alto di tutta la vicenda dei due hobbit a Mordor, ha
perfettamente reso il complesso tema sollevato da Tolkien
nel romanzo: se cioè sia Sam il vero eroe del Signore
degli Anelli. Frodo, lo vediamo, fallisce perché si
arroga l’anello e cede al suo potere. In realtà però la
scena finale della lotta per l’anello, creata volutamente da
Jackson, lascia molti dubbi: quando cioè Frodo attacca
Gollum per riprendersi il ‘tesoro’, lo fa perché vuole
distruggerlo o perché vuole riprenderselo? Dubbio amletico,
sul cui conto per cinquant’anni i lettori dell’Opera di
Tolkien si sono confrontati. Lo stesso Tolkien, però, lo
ricordiamo, ammise più volte che il vero protagonista della
storia è Sam, non perché già dall’inizio lo fosse ma perché
nel finale del racconto si dimostra il personaggio più forte
moralmente, e dunque il vincitore. Frodo è sconfitto
dall’anello e se ne va dalla Terra di Mezzo perché ormai
troppo trasformato dal potere malefico dell’Unico. Ma Sam
rimane e anzi riesce a tornare senza problemi nell’ottica
pacifica della vita della Contea, cosa sottolineata da
Tolkien – e giustamente e intelligentemente ripresa da
Jackson – nell’ultima, celebre frase della saga: «sono
tornato». Gollum è ancora una volta protagonista, fin dalla
prima scena in cui ci racconta la sua macabra e secolare
trasformazione. Andy Serkis dà alla creatura digitale nuove
incredibili performance facciali, che vanno dal grottesco al
diabolico, dando una notevole vivacità alle scene con Frodo
e Sam, tanto che la sua assenza nella parte finale (prima
del Monte Fato) si fa davvero notare.
Mille e
uno temi si sviluppano in questo ultimo capitolo della
trilogia. Ne Le Due Torri ricordiamo le numerose e
banali questioni sollevate dal celebre monologo di Sam al
termine del film, che molti giudicavano un elogio alla
guerra giusta che all’epoca Bush stava per scatenare
sull’Iraq. In realtà quello citato era solo uno dei temi, e
certo non il più importante (specialmente se si insiste a
leggerlo in un’ottica attuale). Il Ritorno del Re
rimarca il tema della guerra e la giustificazione a
combattere quando è in gioco la salvezza del genere umano: è
una continua richiesta di essere assolto quella che Jackson
fa in questo film, quasi a volersi discolpare per aver
prodotto un film in cui la guerra è protagonista. Ma la
guerra, e lo diceva già Tolkien quindi Jakcson non ha fatto
altro che trasporre il concetto sullo schermo, produce solo
orrori, è sempre ingiusta, è sempre sbagliata, ma a volte è
necessaria per difendere le cose in cui crediamo. Il tema
della fedeltà e dell’amicizia è ripreso continuamente nel
rapporto tra Frodo e Sam, e nel rapporto tra i restanti
membri della Compagnia dell’Anello, che lottano uniti e di
concerto a differenza degli agenti del male che preferiscono
anteporre l’interesse personale a quello altrui, e per
questo sono sconfitti (Gollum in primis, ma anche Saruman, e
Denehtor, che pur non essendo un agente del male è un
personaggio soprattutto negativo, mentre dall’altra parte
abbiamo Faramir che si sacrifica per il bene del padre e
della patria e Frodo che lotta in tutti i modi contro
l’anello sul Monte Fato pur di distruggerlo, anche sapendo
che “non vi sarà viaggio di ritorno”).
Il
sacrificio e il coraggio, la fedeltà e l’amicizia, la bontà
d’intenti e la nobiltà d’animo, sono i valori cari a Tolkien
e che Jakcson riprende contrapponendoli a quelli che Sauron
cerca di diffondere: la menzogna, l’avidità, la codardia,
l’egoismo. Perché più che aver fedelmente trasposto la trama
del romanzo, Jackson e le sue due co-sceneggiatrici hanno
soprattutto badato a trasporre i concetti tolkieniani che
sono alla base della saga. Dal punto di vista della fedeltà
al romanzo, infatti, Il Ritorno del Re è sicuramente
il più carente. Non solo, come del resto i fan del libro da
tempo sapevano, si glissa completamente sulla Contea
oppressa da Saruman, ma lo stesso Saruman svanisce del
tutto, così come il suo servo Grima. In realtà Saruman e
Vermilinguo erano presenti nella pellicola originaria, ma
Jakcson non ha trovato proprio il modo di inserirli e la
scena della morte dei due è stata trasferita al DVD.
Cambiamenti minori sono un po’ dovunque: per aumentare il
valore del sacrificio di Sam, abbiamo una sconvolgente scena
in cui Frodo mette da parte il suo amico e gli chiede di
tornare a casa (come se fosse poi possibile!); per
accelerare il finale, il risveglio di Frodo avviene a Minas
Tirith e non nell’Ithilien, e tutta la scena dei
festeggiamenti ai mezz’uomini è trasferita nel momento
dell’incoronazione ad Aragorn. Ma sono più che altro piccolo
e innocue forzature che possiamo ignorare tranquillamente.
Più difficili da interpretare sono gli stravolgimenti
attuati verso un personaggio chiave, Denethor: non solo non
viene spiegato il perché il sovrintendente di Gondor cede
alla pazzia (anche se nel film vi si accenna molto
implicitamente: “ho visto molte cose”, dice Denethor,
sottintendendo l’uso del Palantir attraverso il quale Sauron
corrompe il sire), ma anche la sua morte perde una parte del
valore che Denethor non muore stoicamente tra le fiamme
afflitto dalla sua pazzia ma sembra rinsavire e preferisce
morire in modo visivamente più colossale, gettandosi dalla
rupe.
E
l’aspetto scenografico del film è davvero curato. In
particolar modo spicca Minas Tirith, la rocca di Gondor
superba nella sua magniloquenza, che sottolinea ancora di
più la differenza con Edoras, la capitale di Rohan. Una
mescolanza di stili, da quelli classici a quelli medioevali
e rinascimentali (la collina su cui si erge il palazzo del
re) dà una verosimiglianza incredibile a questo luogo che –
a volte è importante ripeterlo perché si può dimenticare il
particolare – non esiste. Interni ed esterni maestosi,
curati fino al minimo particolare (e solo chi ha visionato
nel DVD de Le Due Torri i centinai di particolari
dell’arredamento del palazzo di Meduseld può capire
l’abnegazione assoluta degli artisti nel dar vita alla Terra
di Mezzo). Minas Morgul è un po’ stonata rispetto a come
dovrebbe essere, se si tiene conto che inizialmente era
stata edificata dai gondoriani e doveva fungere da ‘gemella’
di Minas Tirith. Qui è invece resa come una piccola
Barad-dur, con effetti un po’ dark-punk davvero singolari ma
evocativi. Singolare ma evocativo anche l’effetto
dell’Occhio di Sauron che si comporta da faro mentre visiona
le sue truppe a Mordor, dando la sensazione di essere un
onnisciente carceriere che controlla i suoi detenuti.
Epocale, infine, il Monte Fato, il cui interno avevamo già
avuto modo di vedere un paio di volte ne La Compagnia
dell’Anello ma che qui assume tutto un altro pathos di
fronte all’evento culminante della saga. E la Contea, per
terminare, così semplice e soprattutto così immutata, dona
alo spettatore un inaspettato conforto finale, persa com’è
nel suo mondo, a dimostrare che al mondo esistono cose che
“sono fatte per durare”; ma ricordiamo ancora la stonatura
con il messaggio di Tolkien, che nel romanzo ci racconta
della Contea irriconoscibile dalle malefatte di Saruman, e
ci dice che invece il Male raggiunge tutti e nulla può mai
tornare ad essere come prima. Messaggio che Jackson riesce
però in parte a recuperare nel finale, quando Frodo,
impossibilitato a tornare ad essere l’hobbit spensierato di
una volta dopo aver conosciuto tanto male, parte infine dai
Porti Grigi insieme agli ultimi residui del vecchio mondo:
Elrond, Galadriel, Celebrimor, Gandalf e Bilbo. Con l’uguale
senso crepuscolare e malinconico che Tolkien ci fa vivere
nelle ultime pagine del romanzo, Jackson termina la sua
trilogia sulle note dell’incantevole Into the West
cantata da Annie Lennox, spiegando allo spettatore che “la
morte è soltanto un’altra via, che dovremo prendere tutti».
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