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L'inverno di Narnia, che dura da mille anni, simboleggia l'eterna decadenza di quel mondo.

L'Albero Bianco di Minas Tirith rappresenta la forza degli Uomini della Terra-di-Mezzo

L'Etera, l'albero elfico che vigila sul Divieto dei demoni a invadere le Quattro Terre.

La Spada di Shannara

Aragorn impugna la riforgiata spada di Narsil, brandendo la quale sancisce il ritorno del Re.

Le rovine di Paranor.

 

 

 

 

 
LA SIMBOLOGIA della DECADENZA in TOLKIEN, BROOKS e LEWIS

Quest'articolo è stato pubblicato sul numero 16 della rivista trimestrale Nugae, numero speciale dedicato alla letteratura fantasy. Il sito della rivista da cui possono essere acquistati gli arretrati è http://rivistanugae.blogspot.com/.

Se si volesse tracciare un’ideale linea di continuità nella letteratura fantasy di livello, innegabilmente si unirebbero insieme tre nomi di risonanza mondiale: quello di Tolkien, il Maestro indiscusso e precursore del genere fantasy; quello di C.S. Lewis, suo amico e collega che ha fatto scendere di un gradino verso la cultura popolare l’elevatezza del genere fantastico; e quello di Terry Brooks, che ha completato la ‘massificazione’ del genere pur mantenendosi ancora nel tracciato della lezione tolkieniana. E se si volessero cercare elementi comuni nelle opere di questi tre autori, sicuramente si potrebbe iniziare dal tema della decadenza e da come esso sia stato declinato attraverso simboli archetipi in tutta la loro produzione: nel Signore degli Anelli, nelle Cronache di Narnia e nella Saga di Shannara.

Decadenza del mondo è un tema essenzialmente romantico. È lo spirito reincarnato del medioevo che si autorappresenta come degenerazione dello splendore del mondo classico, la cui luce ormai scomparsa vive solo nei miti e nelle leggende di epoche passate. È visibile nello smarrimento degli uomini del medioevo davanti alle grandiose strade romane, che s’immaginavano tracciate dal demonio, o nel desiderio di Carlo Magno di rifondare un ormai leggendario Impero Romano e ricostruire la civiltà. Il medioevo reinterpretato dalla filosofia e della letteratura romantica, di cui la fantasy è diretta espressione novecentesca, è il grande contenitore dell’immaginario di Tolkien, Lewis e Brooks. All’interno di questo contenitore si trovano i simboli di cui tali autori si servono per raffigurare la decadenza dei mondi che costruiscono, mondi ormai passati, immersi in una luce crepuscolare che ne lascia intuire l’imminente scomparsa (non è questa la sede per chiarire come per Tolkien e Lewis, un po’ meno per Brooks, l’idea del mondo antico che se ne va derivi dalla propria esperienza personale).

Il primo simbolo è l’Albero. Chiaramente esso riassume in sé l’archetipo generale della “natura”: il suo fiorire simboleggia l’abbondanza, l’età dell’oro esiodea  dove nei fiumi scorre il miele o quella dell’Eden dove l’uomo gode dei frutti della terra senza sforzo. Già nel Silmarillion, che racconta dell’Età d’oro del mondo – quella dei Valar, gli dei che si fanno uomini -, è presente il topos dell’albero. Quando Morgoth distrugge gli Alberi d’Oro e d’Argento di Valinor (Telperion e Laurelin), il mondo sprofonda nelle tenebre, anche se dai frutti dei due alberi nasceranno il sole e la luna. La grandezza degli Uomini è allo stesso tempo legata agli alberi: l’Albero Bianco di Numenor è il simbolo della potenza di quel regno, e quando Sauron convince il re degli Uomini a distruggerlo sancisce così la fine della stessa Numenor. Nel Signore degli Anelli la grandezza del Regno degli Uomini nella Terra-di-Mezzo è rappresentata dall’Albero bianco di Minas Tirith, erede di quello di Numenor perché nato da un seme che Isildur, uno dei pochi che riuscì a sfuggire allo sprofondamento della grande isola, portò con sé nella Terra-di-Mezzo. Quello di Minas Tirith è l’albero che più di tutti rappresenta la decadenza: dopo la morte dell’ultimo Re, esso appassisce sempre più simboleggiando la lenta estinzione della forza degli Uomini. Solo dopo l’ascesa al trono di Aragorn come re degli Uomini, l’Albero bianco torna a fiorire. Anche C.S. Lewis usa la simbologia degli alberi nelle Cronache di Narnia: nel racconto che funge da preludio al ciclo, “Il Nipote del Mago”, si legge della nascita degli Alberi d’Oro e d’Argento dal cui legno vengono forgiate le corone dei re di Narnia. La stirpe dei re, da cui dipende il destino di Narnia, è simboleggiata dunque dalla robustezza dei due alberi. Infine, ne Le pietre magiche di Shannara l’Albero Sacro che impedisce ai Demoni di penetrare nel mondo è l’elemento intorno a cui ruota tutto il romanzo: l’Eterea, così si chiama l’albero custodito nella capitale elfica di Arborlon, inizia a morire e con essa comincia a scomparire la barriera che assicura la pace nel mondo. Solo il sacrificio di una giovane elfa, che diverrà poi la nuova Eterea, permetterà di ricacciare i Demoni oltre il “divieto” e salvare le Quattro Terre dalla distruzione.

Il secondo simbolo è la Spada. Esso si ricollega a quello del “ritorno del re”. Il Re e la sua spada sono due elementi inscindibili: nelle leggende del ciclo arturiano, Artù diventa re dopo aver estratto la sua spada Excalibur dalla roccia. Analogamente, nel Signore degli Anelli la spada Narsil è il simbolo della grandezza dei Re degli Uomini. Narsil viene spezzata durante la battaglia tra Isildur e Sauron, e da allora i suoi frammenti sono custoditi gelosamente. La riforgiatura della spada – che viene ribattezzata Anduril – simboleggia la rinascita della stirpe spezzata dei Re. Analogamente, nel ciclo di Shannara i destini delle Quattro Terre ruotano intorno alla Spada di Jerle Shannara: è quella l’unica arma che permette ai discendenti della casata elfica di Shannara di sconfiggere il Signore degli Inganni ne La Spada di Shannara. Nelle Quattro Terre in piena decadenza della tetralogia “Gli Eredi di Shannara”, la Spada è uno dei simboli del passato che l’ombra del druido Allanon ordina di ritrovare per riportare la magia nel mondo. La Spada è ormai perduta ed è divenuta pura leggenda: essa è custodita nell’Abisso di Tyrsis, nel cuore della capitale degli Uomini ora dominata dalla bieca Federazione, che ha posto fuorilegge ogni riferimento alla magia. La discesa nell’Abisso da parte di Par Ohmsford è l’evidente simbolismo che Brooks usa per mostrare come il ricordo della Spada sia ormai obliato. Anche dopo averla recuperata, ci vorrà del tempo prima che Par riesca a usarla. Un’altra spada importante in Shannara è quella della famiglia Leah, che nel ciclo degli “Eredi di Shannara” è spezzata e apparentemente privata della sua magia. Anch’essa verrà però riforgiata dalla magia del Re del Fiume Argento e simboleggerà il ritorno della magia nelle Quattro Terre. Infine, nelle Cronache di Narnia il giovane Peter riceve da Babbo Natale la spada Rhindon, che userà nel duello finale con la strage Jadis. Mille e trecento anni dopo, Peter e i suoi fratelli tornano in una Narnia irriconoscibile in piena decadenza. Peter ritrova però la sua spada e sancisce così l’inizio della riconquista del regno di Narnia e la sua rinascita.

Il terzo simbolo, già abbondantemente accennato, è quello del Re perduto. Lo stesso terzo libro del Signore degli Anelli s’intitola non a caso “Il Ritorno del Re”. Anche questo simbolo deriva da miti medioevali, quello di Artù “rex quondam rexque futurum” o quello di Federico Barbarossa che dorme in una grotta in Sassonia in attesa di ritornare. La scomparsa dell’ultimo Re degli Uomini coincide con l’inizio della decadenza della Terra-di-Mezzo, finché Aragorn non avrà la forza di accettare la sua eredità e diventare il nuovo Re. Il popolo dei Morti che Aragorn chiama a combattere contro le armate di Sauron attende anch’esso il ritorno del re, l’unico capace di costringerli a combattere e di liberarli dalla maledizione che l’ultimo re ha gettato su di loro. Il legame tra il sovrano e la sua spada è sottolineato da Tolkien negli ultimi versi della poesia che Bilbo intona durante il Consiglio di Elrond, riferendosi ad Aragorn: “Nuova sarà la lama ora rotta, e re quei ch’è senza corona”. L’attesa eterna del leggendario sovrano si ritrova anche nel secondo libro delle Cronache di Narnia, dove i fratelli Pevensie tornano nel regno dopo più di mille anni e il giovane Peter è oggetto di miti e leggende in quanto Grande Re del passato, ritornato dall’oblio per riconquistare il trono e far tornare Narnia al suo antico splendore. Infine, nel ciclo di Shannara i protagonisti delle vicende sono gli eredi della casa elfica di Shannara, stirpe ormai spezzata e detentrice della magia e del potere capace di garantire la prosperità delle Quattro Terre. Ne La Regina degli Elfi di Shannara, Wren Ohmsford porta a termine il compito di riportare nelle Quattro Terre  il popolo degli Elfi in esilio, assurgendo poi a loro regina in quanto appunto erede di Shannara. È interessante notare il tema ricorrente del sovrano che non viene riconosciuto, in quanto si presenta sotto spoglie ordinarie: Aragorn è il ramingo del nord, quasi un viandante sperduto quando entra a Gondor, sorta di Ulisse di ritorno a Itaca dopo mille peregrinazioni; Peter è sempre il fanciullo che tutto sembra tranne che un Gran Re, ma che rappresenta l’innocenza cristiana cara a Lewis (“Sei tu il re dei giudei?” “Tu l’hai detto”); Wren è una giovane amazzone senza portamento regale, ma si rivela capace di riportare il suo popolo nelle Quattro Terre laddove la sovrana degli elfi aveva fallito.

Un quarto simbolo, per finire, può essere rintracciato nelle rovine. Nel romanticismo, le rovine testimoniano la decadenza del presente, la sua inferiorità rispetto alle monumentali vestigia del passato. Gli scrittori romantici, nei loro grand tour per l’Europa, non mancavano di soffermarsi sulle rovine di Roma, la cui visione ispirava in loro un senso di nostalgia (la “sehnsucht”) per un passato mitizzato. Quando i fratelli Pevensie ritornano a Narnia dopo più di un millennio, a stento riconoscono le rovine di Cair Paravel, l’antico castello che fu la loro dimora. Abbandonato e dimenticato, temuto dagli abitanti perché centro dell’antica magia di Narnia, il castello che prima si trovava su una penisola ora è completamente staccato dalla terraferma, simboleggiando la distanza anche fisica da un mondo ormai cambiato. Nel ciclo di Shannara, l’ombra di Allanon affida ai fratelli Ohmsford il compito di riportare nel mondo la fortezza dei druidi di Paranor. Occultata da Allanon per proteggerla dalla forza oscure, Paranor va riportata nelle Quattro Terre in quanto simbolo della magia, e soprattutto della sua conoscenza ormai perduta. Infine, le rovine di un mondo ormai passato si ritrovano ovunque nella Terra-di-Mezzo di Tolkien: a Osgiliath, la vecchia capitale del Regno di Gondor da tempo perduta perché assediata dalle forze di Sauron e la cui riconquista sembra assumere un valore più simbolico che strategico (ancora una volta, come simbolo di una rinascita); nell’Ithilien, antica terra degli Uomini dove Aragorn, marciando verso Sauron, ha modo di osservare le statue ormai crollate degli antichi sovrani; ad Amon Hen, dove tra le rovine numenoreane muore Boromir e s’infrange il suo sogno di ridare nuova vita al suo regno in decadenza.

In tutte le tre opere prese in considerazione, va sottolineato in conclusione, alla decadenza si contrappone la rinascita. È il nuovo rinascimento che emerge dalle brume del medioevo, ma non è il ritorno al mondo precedente: è il sorgere di un mondo nuovo. Ed emblematica, nelle Appendici del Signore degli Anelli, il modo in cui Tolkien racconta della morte di Re Elessar (Aragorn): ‹‹Egli giacque a lungo là, immagine dello splendore dei Re degli Uomini immersa nella gloria raggiante precedente al crollo del mondo››. Perché il mondo è destinato infine a crollare.

R.P.

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