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Se si volesse tracciare un’ideale
linea di continuità nella letteratura fantasy di livello,
innegabilmente si unirebbero insieme tre nomi di risonanza mondiale:
quello di Tolkien, il Maestro indiscusso e precursore del genere
fantasy; quello di C.S. Lewis, suo amico e collega che ha fatto
scendere di un gradino verso la cultura popolare l’elevatezza del
genere fantastico; e quello di Terry Brooks, che ha completato la
‘massificazione’ del genere pur mantenendosi ancora nel tracciato
della lezione tolkieniana. E se si volessero cercare elementi comuni
nelle opere di questi tre autori, sicuramente si potrebbe iniziare
dal tema della decadenza e da come esso sia stato declinato
attraverso simboli archetipi in tutta la loro produzione: nel
Signore degli Anelli, nelle Cronache di Narnia e nella
Saga di Shannara.
Decadenza del mondo è un tema
essenzialmente romantico. È lo spirito reincarnato del medioevo che
si autorappresenta come degenerazione dello splendore del mondo
classico, la cui luce ormai scomparsa vive solo nei miti e nelle
leggende di epoche passate. È visibile nello smarrimento degli
uomini del medioevo davanti alle grandiose strade romane, che
s’immaginavano tracciate dal demonio, o nel desiderio di Carlo Magno
di rifondare un ormai leggendario Impero Romano e ricostruire la
civiltà. Il medioevo reinterpretato dalla filosofia e della
letteratura romantica, di cui la fantasy è diretta espressione
novecentesca, è il grande contenitore dell’immaginario di Tolkien,
Lewis e Brooks. All’interno di questo contenitore si trovano i
simboli di cui tali autori si servono per raffigurare la decadenza
dei mondi che costruiscono, mondi ormai passati, immersi in una luce
crepuscolare che ne lascia intuire l’imminente scomparsa (non è
questa la sede per chiarire come per Tolkien e Lewis, un po’ meno
per Brooks, l’idea del mondo antico che se ne va derivi dalla
propria esperienza personale).
Il primo simbolo è l’Albero.
Chiaramente esso riassume in sé l’archetipo generale della “natura”:
il suo fiorire simboleggia l’abbondanza, l’età dell’oro esiodea
dove nei fiumi scorre il miele o quella dell’Eden dove l’uomo gode
dei frutti della terra senza sforzo. Già nel Silmarillion,
che racconta dell’Età d’oro del mondo – quella dei Valar, gli dei
che si fanno uomini -, è presente il topos dell’albero. Quando
Morgoth distrugge gli Alberi d’Oro e d’Argento di Valinor (Telperion
e Laurelin), il mondo sprofonda nelle tenebre, anche se dai frutti
dei due alberi nasceranno il sole e la luna. La grandezza degli
Uomini è allo stesso tempo legata agli alberi: l’Albero Bianco di
Numenor è il simbolo della potenza di quel regno, e quando Sauron
convince il re degli Uomini a distruggerlo sancisce così la fine
della stessa Numenor. Nel Signore degli Anelli la grandezza
del Regno degli Uomini nella Terra-di-Mezzo è rappresentata
dall’Albero bianco di Minas Tirith, erede di quello di Numenor
perché nato da un seme che Isildur, uno dei pochi che riuscì a
sfuggire allo sprofondamento della grande isola, portò con sé nella
Terra-di-Mezzo. Quello di Minas Tirith è l’albero che più di tutti
rappresenta la decadenza: dopo la morte dell’ultimo Re, esso
appassisce sempre più simboleggiando la lenta estinzione della forza
degli Uomini. Solo dopo l’ascesa al trono di Aragorn come re degli
Uomini, l’Albero bianco torna a fiorire. Anche C.S. Lewis usa la
simbologia degli alberi nelle Cronache di Narnia: nel
racconto che funge da preludio al ciclo, “Il Nipote del Mago”, si
legge della nascita degli Alberi d’Oro e d’Argento dal cui legno
vengono forgiate le corone dei re di Narnia. La stirpe dei re, da
cui dipende il destino di Narnia, è simboleggiata dunque dalla
robustezza dei due alberi. Infine, ne Le pietre magiche di
Shannara l’Albero Sacro che impedisce ai Demoni di penetrare nel
mondo è l’elemento intorno a cui ruota tutto il romanzo: l’Eterea,
così si chiama l’albero custodito nella capitale elfica di Arborlon,
inizia a morire e con essa comincia a scomparire la barriera che
assicura la pace nel mondo. Solo il sacrificio di una giovane elfa,
che diverrà poi la nuova Eterea, permetterà di ricacciare i Demoni
oltre il “divieto” e salvare le Quattro Terre dalla distruzione.
Il secondo simbolo è la Spada. Esso si
ricollega a quello del “ritorno del re”. Il Re e la sua spada sono
due elementi inscindibili: nelle leggende del ciclo arturiano, Artù
diventa re dopo aver estratto la sua spada Excalibur dalla roccia.
Analogamente, nel Signore degli Anelli la spada Narsil è il
simbolo della grandezza dei Re degli Uomini. Narsil viene spezzata
durante la battaglia tra Isildur e Sauron, e da allora i suoi
frammenti sono custoditi gelosamente. La riforgiatura della spada –
che viene ribattezzata Anduril – simboleggia la rinascita della
stirpe spezzata dei Re. Analogamente, nel ciclo di Shannara i
destini delle Quattro Terre ruotano intorno alla Spada di Jerle
Shannara: è quella l’unica arma che permette ai discendenti della
casata elfica di Shannara di sconfiggere il Signore degli Inganni ne
La Spada di Shannara. Nelle Quattro Terre in piena decadenza
della tetralogia “Gli Eredi di Shannara”, la Spada è uno dei simboli
del passato che l’ombra del druido Allanon ordina di ritrovare per
riportare la magia nel mondo. La Spada è ormai perduta ed è divenuta
pura leggenda: essa è custodita nell’Abisso di Tyrsis, nel cuore
della capitale degli Uomini ora dominata dalla bieca Federazione,
che ha posto fuorilegge ogni riferimento alla magia. La discesa
nell’Abisso da parte di Par Ohmsford è l’evidente simbolismo che
Brooks usa per mostrare come il ricordo della Spada sia ormai
obliato. Anche dopo averla recuperata, ci vorrà del tempo prima che
Par riesca a usarla. Un’altra spada importante in Shannara è quella
della famiglia Leah, che nel ciclo degli “Eredi di Shannara” è
spezzata e apparentemente privata della sua magia. Anch’essa verrà
però riforgiata dalla magia del Re del Fiume Argento e simboleggerà
il ritorno della magia nelle Quattro Terre. Infine, nelle
Cronache di Narnia il giovane Peter riceve da Babbo Natale la
spada Rhindon, che userà nel duello finale con la strage Jadis.
Mille e trecento anni dopo, Peter e i suoi fratelli tornano in una
Narnia irriconoscibile in piena decadenza. Peter ritrova però la sua
spada e sancisce così l’inizio della riconquista del regno di Narnia
e la sua rinascita.
Il terzo simbolo, già abbondantemente
accennato, è quello del Re perduto. Lo stesso terzo libro del
Signore degli Anelli s’intitola non a caso “Il Ritorno del Re”.
Anche questo simbolo deriva da miti medioevali, quello di Artù “rex
quondam rexque futurum” o quello di Federico Barbarossa che dorme in
una grotta in Sassonia in attesa di ritornare. La scomparsa
dell’ultimo Re degli Uomini coincide con l’inizio della decadenza
della Terra-di-Mezzo, finché Aragorn non avrà la forza di accettare
la sua eredità e diventare il nuovo Re. Il popolo dei Morti che
Aragorn chiama a combattere contro le armate di Sauron attende
anch’esso il ritorno del re, l’unico capace di costringerli a
combattere e di liberarli dalla maledizione che l’ultimo re ha
gettato su di loro. Il legame tra il sovrano e la sua spada è
sottolineato da Tolkien negli ultimi versi della poesia che Bilbo
intona durante il Consiglio di Elrond, riferendosi ad Aragorn:
“Nuova sarà la lama ora rotta, e re quei ch’è senza corona”.
L’attesa eterna del leggendario sovrano si ritrova anche nel secondo
libro delle Cronache di Narnia, dove i fratelli Pevensie
tornano nel regno dopo più di mille anni e il giovane Peter è
oggetto di miti e leggende in quanto Grande Re del passato,
ritornato dall’oblio per riconquistare il trono e far tornare Narnia
al suo antico splendore. Infine, nel ciclo di Shannara i
protagonisti delle vicende sono gli eredi della casa elfica di
Shannara, stirpe ormai spezzata e detentrice della magia e del
potere capace di garantire la prosperità delle Quattro Terre. Ne
La Regina degli Elfi di Shannara, Wren Ohmsford porta a termine
il compito di riportare nelle Quattro Terre il popolo degli Elfi in
esilio, assurgendo poi a loro regina in quanto appunto erede di
Shannara. È interessante notare il tema ricorrente del sovrano che
non viene riconosciuto, in quanto si presenta sotto spoglie
ordinarie: Aragorn è il ramingo del nord, quasi un viandante
sperduto quando entra a Gondor, sorta di Ulisse di ritorno a Itaca
dopo mille peregrinazioni; Peter è sempre il fanciullo che tutto
sembra tranne che un Gran Re, ma che rappresenta l’innocenza
cristiana cara a Lewis (“Sei tu il re dei giudei?” “Tu l’hai detto”);
Wren è una giovane amazzone senza portamento regale, ma si rivela
capace di riportare il suo popolo nelle Quattro Terre laddove la
sovrana degli elfi aveva fallito.
Un quarto simbolo, per finire, può
essere rintracciato nelle rovine. Nel romanticismo, le rovine
testimoniano la decadenza del presente, la sua inferiorità rispetto
alle monumentali vestigia del passato. Gli scrittori romantici, nei
loro grand tour per l’Europa, non mancavano di soffermarsi
sulle rovine di Roma, la cui visione ispirava in loro un senso di
nostalgia (la “sehnsucht”) per un passato mitizzato. Quando i
fratelli Pevensie ritornano a Narnia dopo più di un millennio, a
stento riconoscono le rovine di Cair Paravel, l’antico castello che
fu la loro dimora. Abbandonato e dimenticato, temuto dagli abitanti
perché centro dell’antica magia di Narnia, il castello che prima si
trovava su una penisola ora è completamente staccato dalla
terraferma, simboleggiando la distanza anche fisica da un mondo
ormai cambiato. Nel ciclo di Shannara, l’ombra di Allanon affida ai
fratelli Ohmsford il compito di riportare nel mondo la fortezza dei
druidi di Paranor. Occultata da Allanon per proteggerla dalla forza
oscure, Paranor va riportata nelle Quattro Terre in quanto simbolo
della magia, e soprattutto della sua conoscenza ormai perduta.
Infine, le rovine di un mondo ormai passato si ritrovano ovunque
nella Terra-di-Mezzo di Tolkien: a Osgiliath, la vecchia capitale
del Regno di Gondor da tempo perduta perché assediata dalle forze di
Sauron e la cui riconquista sembra assumere un valore più simbolico
che strategico (ancora una volta, come simbolo di una rinascita);
nell’Ithilien, antica terra degli Uomini dove Aragorn, marciando
verso Sauron, ha modo di osservare le statue ormai crollate degli
antichi sovrani; ad Amon Hen, dove tra le rovine numenoreane muore
Boromir e s’infrange il suo sogno di ridare nuova vita al suo regno
in decadenza.
In tutte le tre opere prese in
considerazione, va sottolineato in conclusione, alla decadenza si
contrappone la rinascita. È il nuovo rinascimento che emerge dalle
brume del medioevo, ma non è il ritorno al mondo precedente: è il
sorgere di un mondo nuovo. Ed emblematica, nelle Appendici del
Signore degli Anelli, il modo in cui Tolkien racconta della
morte di Re Elessar (Aragorn): ‹‹Egli giacque a lungo là, immagine
dello splendore dei Re degli Uomini immersa nella gloria raggiante
precedente al crollo del mondo››. Perché il mondo è destinato infine
a crollare.
R.P.
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