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Il regno delle
fiabe è vasto, profondo, eminente e colmo di molte cose: vi si
trovano animali ed uccelli d’ogni genere; mari sconfinati e stelle
innumerevoli; bellezza che incanta e pericolo onnipresente; gioia e
dispiacere taglienti come spade. Un uomo può, forse, ritenersi
fortunato di avervi vagabondato, ma sono proprio la sua ricchezza e
la sua stranezza a legare la lingua di un viaggiatore che volesse
riferirle. E mentre egli si trova là, è pericoloso porre troppe
domande, perché i cancelli si potrebbero chiudere all’improvviso, e
perdersene le chiavi.
(da “Sulle
Fiabe”, J.R.R.Tolkien)
Gli Inizi
Le origini del
Fantasy si perdono nella notte dei tempi. Tentare di trovare un
momento preciso nella storia dell’uomo in cui collocare la nascita
della Fantasia è un compito impossibile, almeno per il momento.
Quanto più andiamo indietro nel tempo, tanto più l’immaginazione
umana tende a coincidere con le sue credenze e le sue superstizioni.
Per certi versi, quindi, le storie che l’uomo inventava per spiegare
dei fenomeni allora non comprensibili da un punto di vista
scientifico possono essere considerate un primo embrione di quello
che saranno poi i Miti epico-religiosi, le Fiabe e, arrivando fino
ai nostri giorni, i racconti Fantasy. Per definire le origini del
Fantasy dobbiamo infatti fare riferimento alla letteratura, alla
mitologia e all'epica del mondo antico, dall'Egitto alla Babilonia,
dalla Grecia a Roma.
Il Mito
Il primo
grande contributo al genere Fantasy deriva, come abbiamo detto,
dalla Mitologia del mondo antico. Qui tutto sembra uscire dalla
fantasia tragica e reale di racconti e storie narrate e rimaneggiate
di volta in volta da chi le cantava. Nella mitologia classica l'eroe
vive una vita piena di accadimenti eccezionali e di imprese
sovrumane, alla ricerca della morte migliore che si possa immaginare.
L'eterna lotta tra il Bene e il Male è rappresentata attraverso
l’umanizzazione di figure mitiche ed epiche, più o meno storiche,
come Odisseo, Achille o Enea, le cui gesta sono narrate dallo
scrittore greco
Omero
(la cui figura, per alcuni versi, è mitica quanto quelle dei suoi
personaggi). Perfino la Bibbia, nella sua complessità, si offre ad
una interpretazione decisamente Fantasy, con una realtà piena di
situazioni irreali, di magici poteri, di distruzioni, di apocalissi.
Ma su tutto regna sovrana la lotta tra bene e male, concetti che
sono racchiusi nelle figure di Dio e del Demonio. Le mitologie greca
e romana invece sono costellate di divinità ed eroi che nascono e
prendono forma dalla fantasia della gente, anche in relazione alla
necessità che questa gente aveva di giustificare tutto ciò che
accadeva nella vita reale di tutti i giorni (ne sono esempi Giove,
che presiede ai fenomeni atmosferici, o Eos, che con il suo carro
portava luce al giorno, aprendo le porte al fratello Elios, il
Sole).
Il Mito in Filosofia
Se il Mito ha
avuto come naturale espressione i poemi epici, non bisogna
dimenticare l’importanza che ha rivestito in altri ambiti, ed in
particolare nel pensiero di filosofi come
Platone.
Platone nacque ad Atene nel 427-428 ac e morì nel 348-347 circa. La
sua è un’epoca di passaggio tra oralità e scrittura, e lui è il
primo ad affrontare questo problema. Discepolo di Socrate, rimase
ben presto deluso dal mondo della politica, dal dispotismo del
regime dei Trenta Tiranni che governò Atene dopo la Guerra del
Peloponneso, cosiccome dalla democrazia restaurata, che nel
399 mandò a morte il suo maestro sotto la accusa di empietà. Può
sembrare strano che un filosofo, che è per definizione chi cerca di
dare spiegazioni razionali, si serva del mito, che non è se non una
spiegazione fondata sulla tradizione e sulla credenza. La verità è
che per Platone il mito è una cosa al di fuori del comune, che ha
ben poco a che fare con la tradizione. Egli era conscio dell’utilità
dell'argomentazione razionale, ma sapeva altrettanto bene che un
mito, una favola o una metafora possono sortire ottimi effetti,
stimolando la fantasia, divertendo e restando facilmente impressi.
Si serve così di miti esplicativi, detti escatologici, fra i quali
troviamo il mito della Biga Alata. Per Platone l'anima è una biga
trainata da cavalli alati; essa è composta da tre elementi: un
auriga e due cavalli. Nell'esistenza prenatale le anime degli uomini
stavano con quelle degli dei nel cielo, con la possibilità di
raggiungere un livello superiore, l'iperuranio, il mondo delle idee,
una realtà al di là del mondo fisico. L'auriga impersonifica
l'elemento razionale dell’anima, mentre i cavalli quelli
irrazionali. Dei due cavalli uno, di colore bianco, è un destriero
da corsa obbediente, l'altro, nero, è recalcitrante. Compito
dell'auriga è riuscire a dominarli grazie alla sua abilità e alla
collaborazione del bianco. Il nero, ribellandosi all'auriga (la
ragione), rappresenta le passioni più infime e basse, legate al
corpo. Il bianco rappresenta le passioni spirituali, più elevate e
sublimi. Non tutti gli aspetti irrazionali sono dunque negativi ed è
comunque impossibile eliminarli, si possono solo controllare.
Soltanto alla parte razionale, in quanto dotata di sapere, spetta il
governo dell'anima. Accade spesso che le ali dei cavalli si spezzino
e la biga precipiti sulla terra; questa è l'incarnazione.Una volta
arrivato sulla terra, l'uomo non è più in grado di ricordare l’altra
dimensione. La sua vita non è altro che un tentativo di tornare a
quella situazione primordiale, e le vie da percorrere per
raggiungerla sono due: la filosofia, che ci consente di vedere le
ombre del mondo delle idee, di cui quello terreno è solo
un'imitazione, e la bellezza, una via più semplice che fa nascere
l'amore, in grado di “riparare” le ali spezzate dei cavalli. E’
importante sottolineare come nel mondo antico il mito, venendo
utilizzato addirittura per i fini della filosofia, sia tenuto in
altissima considerazione, e le storie fantastiche non vengano
rinchiuse nella sfera infantile, come avvenuto in tempi molto più
recenti.
La Magia
La cultura
romana era basata su una religione politeista importata quasi
interamente dalla vicina Grecia. Il Pantheon romano e quello greco
sono facilmente accomunabili, dal momento che la maggiore differenza
tra i due culti sta nei nomi delle divinità stesse. Ciononostante,
con l’ingigantirsi della potenza di Roma ed il contatto coi popoli
orientali, la religione ufficiale si svuotò sempre più di
significato, riducendosi ad una forma senza contenuto,
progressivamente sostituita da un culto verso le oscure forze che si
pensava governassero l’universo. Con l’avvento dell’Impero, tra i
cittadini romani si diffuse l’uso di quella che era chiamata “magia
nera”, che prevedeva una serie di riti capaci di arrecare danno ad
altre persone tramite l’azione delle potenze dell’aldilà. Tra le
figure più eminenti che si interessarono di questi argomenti ci fu
Apuleio, vissuto tra il 125 d.c. ed il 170 circa nelle province
romane dell’Africa Settentrionale. Accusato di magia dai parenti
della moglie, desiderosi di mantenere il controllo sull’eredità di
quest’ultima, si difese in un processo pubblico chiarendo l’equivoco
a proposito del termine “mago”, spiegando la differenza tra la magia
buona, fondata da Zoroastro e che si basa sulla fedeltà verso gli
dei, e la magia nera, che vuole piegare le forze della natura al
volere di chi la esercita. La sua magia, dunque, si riduce alla
dedizione a riti propiziatori del tutto innocui, ai quali Apuleio
era stato iniziato durante i suoi viaggi in Grecia ed Egitto. Nella
sua grande opera, le Metamorfosi, la magia ha un ruolo
predominante; lo stesso protagonista, Lucio, viene tramutato in
asino con un unguento magico, e può tornare al suo aspetto
originario solo mangiando delle rose.
In questi
ambienti l’elemento magico rimane assai poco definito, anche a causa
della scarsa conoscenza delle scienze naturali e medicinali da parte
dei romani; il fatto stesso che la magia venga introdotta in
un’opera letteraria, però, è un accadimento senza precedenti. Per la
prima volta viene scritto un libro che contiene elementi Fantasy
senza intenti epici o mitologici. Ormai, le leggende cominciano a
degenerare nel folklore, nelle storie popolari; in pratica, sta
nascendo la Fiaba.
Leggende dal Nord
Se la
mitologia delle civiltà mediterranee ha fatto da base per lo
sviluppo del Fantasy, le leggende dei Vichinghi e delle popolazioni
Celtiche hanno senza dubbio avuto l’influenza maggiore sulle storie
che appartengono a questo genere letterario. La mitologia nordica ci
è giunta perlopiù grazie ad uno scrittore islandese del 1200,
Snorri
Sturluson,
che raccolse nell’Edda le leggende ed i miti che erano stati
la base della cultura vichinga, traducendole dal Norreno. Come la
maggior parte delle mitologie, quella dell’Edda riguarda
principalmente divinità, eroi, e l’eterna lotta tra Bene e Male. La
guerra ha un ruolo centrale nella mitologia vichinga, tanto che gli
uomini diventano eroi soltanto se muoiono in battaglia. Molte delle
storie raccontano di fanciulle guerriere (le Valchirie, scudiere di
Odino, primo degli Aesir, gli dei), che assistono gli eroi quando
non combattono, e vanno a raccogliere le anime dei caduti in
battaglia e le portano al Valhalla (un palazzo magnifico, sede degli
Aesir), dove gli eroi passano il loro tempo a combattere tra loro
per divertimento. Narra la leggenda che tutte le creature fossero
scaturite da una forma di vita vegetale, l’Yggdrasil, l'albero della
vita, un frassino sempreverde posto al centro dell'universo. Tra gli
dei (o Aesir) spiccano Odino, dio supremo che governa le rune,
lettere di un alfabeto sacro di cui ha fatto dono agli uomini, e
Thor, signore del tuono e guerriero irascibile ma benigno. Figli
delle divinità sono gli eroi di cui si parla nelle storie germaniche
come Sigfrido, lo sterminatore di draghi. C’erano poi le Norne, che
in analogia alle Parche dell’immaginario greco-romano tessevano il
destino degli uomini, ed elfi, nani, giganti, demoni fate e maghi,
creature non bene definite se non per alcune loro peculiarità
fisiche come l’altezza estremamente ridotta o sviluppata, tutti
parte di un mondo fatato e allo stesso tempo malvagio, magico e
guerriero. Tra i pochi poemi giuntici intatti spicca il Beowulf,
composto intorno all’VII secolo in lingua germanica e tradotto
trecento anni più tardi in anglosassone, che rappresenta il più
lungo ed importante testo epico che abbia per argomento dei miti
nordici.
Diverso in
molti aspetti si dimostra invece il mondo dei Celti, popolo
suddiviso in centinaia di piccole tribù in continua lotta tra loro,
guidato, più che da istituzioni civili, dalla casta dei Druidi.
Figure religiose e politiche, questa cerchia di sacerdoti pregavano
Oiw, divinità naturale che si esprimeva tramite una energia triforme:
Saggezza (Skiant), Forza (Nerz) e Creatività (Karentz), che si
identificavano rispettivamente in Druidi, Guerrieri ed Artisti. Il
mondo celtico presenta un Pantheon estremamente complesso, con
decine di divinità ed eroi, come sempre ripartiti in due distinti
schieramenti (bene\male), ma legati dal sottile ed indissolubile
filo di una magia che scaturiva dalla natura stessa. Le leggende
celtiche, proprio per la loro vastità e per la mancanza di testi che
le raccogliessero, ci sono giunte in modo assai confuso e
contraddittorio, perlopiù tramite le narrazioni dei bardi che ancora
abitavano la Britannia e la Gallia settentrionale al tempo della
conquista romana.
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