Isaac Asimov | Star Wars | J.R.R. Tolkien | Dune | Harry Potter | Star Trek | Terry Brooks

 

 

 

 

 

 

 

Tarkin, governatore e Grand Moff imperiale, ideologo della dottrina del terrore.

Joseph Goebbels, l'ideologo del Terzo Reich e a capo della propaganda nazista.

 

 

 

 

 

 

 

 

Paul Muad'dib Atreides nelle vesti di Imperatore dell'Universo conosciuto.

Shaddam IV, l'ultimo imperatore-padiscà del Trono del Leone Dorato.

 

 

 

 

 

 

 

 

La copertina americana di L'Imperatore-Dio di Dune.

 

 

 

 

 

L'IMPERO, L'ORDINE, IL POTERE

La politica e l'autorità in Asimov, Lucas ed Herbert


II PARTE

<---- I PARTE

Un’analisi psicologica della figura di Lucas ha portato alcuni critici (cfr. Massimo Benvegnù, Dalle stelle alle stalle: biografia di Gorge Lucas) a sostenere che il personaggio del padre del regista - fortemente autoritario, retrogrado, ostile alle idee del figlio e incarnazione di un potere costituito su una “legittimità tradizionale” – abbia avuto un ruolo non da poco nell’opera stessa di Lucas. Non solo in THX 1138, dove domina l’ansia di rivolta contro un esasperato universo concentrazionario; ma anche in Star Wars dove i Ribelli sono tutti giovani combattenti contro l’autorità incarnata nell’Impero. Senza ombra di dubbio, la trilogia classica promuove una concezione democratica e liberale del potere, antiautoritaria per eccellenza: l’immagine dei piccoli caccia ribelli che distruggono l’immensa Morte Nera, o degli ingenui Ewok che sconfiggono il plotone d’élite degli assaltatori imperiali su Endor, rappresenta proprio quest’idea di rivolta contro il potere. Eppure, la dicotomia così assoluta tra Bene e Male, Vecchia Repubblica e Impero, che domina la trilogia classica viene messa in crisi dalla trilogia prequel. Non solamente si fa più sfumata la differenza tra buoni e cattivi, come richiede del resto una maturazione del pensiero di Lucas negli anni, ma diventa più ambigua la concezione del potere e della politica che il creatore di Star Wars imprime nella saga.

Quali siano le idee di Gorge Lucas riguardo il potere e la politica lo si apprende attraverso le sue stesse parole in un’intervista al New York Times del marzo 1999, riportate da Lorenzo Esposito nel suo interessante saggio Il 18 Brumaio di Anakin Skywalker: «Non c’è probabilmente miglior forma di governo di un buon despota… egli può far realizzare effettivamente le cose. L’idea che il potere corrompe è molto vera e solo un grande uomo può andare oltre tutto questo». Una concezione che tra l’altro emerge anche nel dialogo, ne L’Attacco dei Cloni, tra Anakin e Padmé, dove il primo rivela la sua idea di dispotismo illuminato osteggiata dal credo democratico di Padmé. La sfiducia lucasiana verso le strutture democratiche è facilmente riscontrabile nella trilogia prequel, molto più politica di quella classica in quanto tesa a chiarire il passaggio drammatico dalla Repubblica all’Impero. Il Senato galattico è debole e corrotto, i suoi tempi decisionali sono lunghissimi; gli Jedi, i ‘peacekeeper’ galattici, sono – come quelli dell’ONU – legati da un codice di comportamento che impedisce loro di esercitare un vero potere pacificatore. Solo ne La Vendetta dei Sith, dove appunto si assiste alla presa finale del potere da parte dell’Imperatore, Lucas mostra una visione più liberal, tanto che in non poche battute i critici hanno letto una dura condanna alla dicotomia scellerata bene-male dell’amministrazione repubblicana USA (Anakin: «Se non sei con me, sei contro di me»; Obi-Wan: «Solo un Sith ragiona per assoluti»). Nel giugno 2008, dopo un’udienza alla Commissione per le Telecomunicazioni della Camera americana, Lucas non ha voluto rispondere alla domanda di un giornalista su come considerasse George W. Bush, se uno “Jedi” o un “Sith”; ma ha tenuto ad affermare che il democratico Barack Obama, candidato alla presidenza, sarebbe uno Jedi.

In generale emerge dalla visione dell’esalogia una concezione ambigua del potere. Il leaderismo o meglio proprio la legittimità carismatica weberiana è alla base dell’ideologia politica che Lucas infonde nella sua saga. La Repubblica, priva di vertici, è debole e inconcludente. L’uomo forte è l’unico che può garantire il bene del suo popolo ma va sempre incontro alla tentazione del dominio: così Anakin, così anche Luke (che però resiste). Gli Jedi, suggerisce Lucas, dovrebbero governare la galassia. Ma, anche se essi ambiscono al bene universale diversamente dai Sith, pure sono fallaci e possono andare incontro alla corruzione: la debolezza di Yoda, la cecità di Mace Windu, la scarsa avvedutezza di Obi-Wan ne sono la dimostrazione. E Palpatine argomenta molto bene quest’opinione al suo apprendista Anakin-Vader, al punto che non si può non dargli ragione. L’opera di Lucas, in definitiva, punta il dito verso il rischio continuo del potere e testimonia una disillusione tutta americana: l’idea che chiunque decida le sorti di una società – sia esso un uomo, un grande leder, un consesso democratico, un’oligarchia tirannica – cadrà sempre vittima del Lato Oscuro.

L’apice della critica verso qualsiasi forma di potere si evidenzia nel complesso ciclo di Dune di Frank Herbert. Anche qui ritroviamo una forma di dominio di tipo imperiale. L’Impero dell’universo conosciuto abbraccia l’intera galassia, ed è composto come in Asimov da soli esseri umani (benché la varietà di mutazioni esistenti apra la strada anche all’idea di specie post-umane o comunque ormai troppo diverse dalla razza di partenza). In Dune l’Impero è monocratico di nome ma non di fatto: il sovrano, l’imperatore-padiscià, non possiede in realtà che un potere teorico la cui unica forza si fonda sul comando dell’esercito dei Sardaukar, la più feroce potenza militare dell’Impero. E benché il potere imperiale venga tramandato ereditariamente, esso dipende comunque dalla buona volontà delle Grandi Case, un complesso di famiglie nobili alle quali è delegato il comando assoluto su determinati mondi e sistemi stellari. Perciò l’Imperatore comanda solo attraverso le Grandi Case; il suo potere è inoltre limitato da una forza mistico-religiosa profondamente addentra ai processi decisionali, quella del Bene Gesserit; e dalla potenza economica della Gilda spaziale e della CHOAM (cfr. anche Commento allo scenario politico di Dune). L’idea di diffusione e frammentazione del potere risponde a una precisa volontà di Herbert di dipingere un universo a tinte medievali: dal punto di vista scientifico, l’assenza di qualsiasi tecnologia di alto livello – fatta eccezione per i viaggi spaziali – viene spiegata con la superiorità del credo religioso che in un feroce jihad bandì per sempre computer e robot. A livello politico l’assetto medievale dell’universo di Herbert è garantito da una sistema di potere chiaramente ispirato alla fragilità dell’istituzione imperiale medievale. L’Imperatore è tale solo dietro consenso della Chiesa, qui rappresentata dalle Bene Gesserit che in definitiva controllano anche il processo ereditario della casa regnante; il suo potere è mediato dall’azione dei feudatari e dei vassalli, veri amministratori delle terre imperiali; la sua forza è soggetta ai gruppi che stringono i cordoni della borsa, ossia mercanti e banchieri qui rappresentati dai membri della Gilda.

Questa struttura viene distrutta dall’azione personale di Paul Muad’dib, il “Mahdi”, che ancora una volta sostituisce alla legittimità tradizionale quella carismatica. Muad’dib accentra in sé tutti i poteri: come capo del più forte esercito della galassia, quello dei Fremen, egli distrugge il potere politico dell’Imperatore-padiscià e dei suoi Sardaukar; come leader religioso egli si pone al di sopra dell’ordine del Bene Gesserit, di cui è il frutto superiore; come capo del pianta Arrakis egli controlla l’estrazione della spezia e dunque la base dell’economia galattica («Il mio governo è l’economia», sostiene in un passo di Messia di Dune con profondo realismo). Storicamente, Frank Herbert compie una scelta coerente con l’impostazione che egli conferisce al suo romanzo: al modello decadente di “impero cristiano” frammentato e corrotto sostituisce la forma monocentrica più tipicamente islamica dove il leader politico è anche capo spirituale  - il mahdi, l’ayatollah - e dove la differenza tra Stato e religione scompare (cfr. Il tema del Messia e la religione). Eppure il potere di Muad’dib, che diventa in tal modo assoluto quanto e forse più di quello dell’Impero di Palpatine in Star Wars, non è migliore del precedente. A questa conclusione giunge Herbert nel secondo capitolo del ciclo, Messia di Dune, e poi soprattutto al termine del quarto L’imperatore-Dio di Dune. In Messia, l’impero di Muad’dib ha superato di gran lunga le sue aspettative e ha scatenato violenza a livello galattico e l’introduzione di forme dispotiche di religione che, pur facendo capo a lui, sfuggono al suo controllo. In un passo del romanzo si legge una sorta di “regola ferrea” degli imperi: «Non è certo al momento della loro creazione che gli Imperi mancano di uno scopo. Quando, invece, si sono fermamente consolidati, gli scopi si smarriscono e vengono sostituiti da vaghi rituali». Così era per il Trono del Leone Dorato, ossia l’impero del suo predecessore, feudale e tradizionalista, così diventa dopo soli pochi anni per l’impero religioso di Muad’dib la cui spinta rivoluzionaria, una volta esauritasi, cede il passo al ritorno dei rituali del potere che corrispondono alla legittimità tradizionale.

Non riesce nel tentativo di migliorare le cose nemmeno la cessione del potere da parte di Muad’dib al figlio Leto II. In realtà Leto, seguendo l’eredità tracciata dal padre (il “sentiero dorato”) instaura un violento dispotismo ‘illuminato’ il cui fine ultimo è quello di sopprimere le spinte innovative provenienti dalla società per dimostrare alla razza umana che la guerra, il caos e l’iniziativa individuale valgono molto più della pace e della stabilità che finisce per ritorcesi su di essi. La staticità è ciò che uccide ogni forma politica. Ne I Figli di Dune troviamo un’altra massima: «I governi, se durano, tendono in modo sempre crescente ad assumere forme aristocratiche… E man mano che l’aristocrazia si sviluppa, il governo tende sempre più ad agire esclusivamente nell’interesse della classe dirigente». Infatti sia Paul Muad’dib che Leto II, e tra il governo dell’uno e dell’altro la ‘reggenza’ di Alia, vedono il loro potere personale messo in crisi dalle istituzioni aristocratiche, religiose e burocratiche da loro stessi create. A questo problema tentano di contrapporre un potere sempre più personalistico, in un continuo sforzo di far primeggiare la legittimità carismatica rispetto a quella tradizionale o a quella istituzionale fatta di leggi e codici (in Messia, Muad’dib rifiuta di concedere una costituzione sostenendo che il potere del leader non deve avere limiti). Ma Herbert dimostra che la soluzione personalistica non è quella preferibile. Così, se è vero che ne I Figli di Dune si legge che «i buoni governi non sono mai resi tali dalle leggi, ma dalle qualità personali di coloro che governano», nel capitolo conclusivo del ciclo - La Rifondazione di Dune - si ritrova nascosta nel testo una massima definitiva: «Tutti i governi soffrono di un problema ricorrente: il Potere attira personalità patologiche». Si giunge così allo stesso impasse della saga di Star Wars, e non è un caso visto come George Lucas ha esplicitamente affermato una volta che “senza Dune, Guerre Stellari non sarebbe esistito”. La soluzione leaderistica, dove il potere viene accentrato nelle mani di un despota illuminato, benché sembri apparentemente la migliore (e così sicuramente appare a Lucas ed Herbert), si presta come le altre soluzioni alla corruzione e all’uso sconsiderato di questo potere.

Come si legge alla voce “Impero” del Dizionario di politica curato da Bobbio, Matteucci e Pasquino: «…Carattere fondamentale comune di tutti i modelli imperiali praticati è… la concezione della perennità dell’impero. Perennità che si legava al concetto di continuità e di necessità: esattamente l’impero venne sempre visto come strumento necessario per la salvezza di tutto quel mondo che vi si ricollegava…». L’idea di impero come qualcosa di perfetto ed eterno è alla base del pensiero che Asimov infonde nella sua saga della Fondazione ed evidente nell’affermazione che egli mette in bocca a Hari Seldon in Preludio alla Fondazione: «L'Impero Galattico non poteva finire, proprio come l'universo non poteva finire. O meglio, solo se l'universo avesse cessato di esistere, sarebbe scomparso anche l'Impero». E quando Palpatine annuncia al Senato galattico, ne La Vendetta dei Sith, che per garantire una galassia più sicura «la Repubblica sarà riorganizzata nel Primo Impero Galattico», ecco che si evidenzia quel concetto di impero come “strumento necessario di salvezza” di cui parla l’estensore della voce sopra riportata. Così, sia Asimov che Lucas che Herbert nel creare le loro istituzioni fantapolitiche non hanno fatto alche che basarsi su realtà archetipe prima che storiche: l’idea di impero che tutti e tre sfruttano nelle loro opere ha sì affinità con gli esempi storici di cui si è discusso (Impero romano, Terzo Reich, Sacro Romano Impero tedesco), ma trova origine nel fascino del potere che emana il concetto ideltipico. A questo concetto poi gli autori affiancano le loro rispettive e personali idee politiche, dove si evidenziano le differenze di modelli. Ma al di là di queste differenze ad accomunarli resta una scelta di fondo radicale: il rigetto dell’idea di potere in qualsiasi forma. Perché se l’Impero asimoviano è comunque positivo a differenza della dittatura dei Sith e dall’Impero religioso di Muad’dib, le alternative non sono migliori: non è migliore la Repubblica galattica di Star Wars né l’imperatore-padiscià di Dune né il Secondo Impero della Fondazione. L’unica soluzione sembra tracciarla Asimov con l’idea di “Galaxia”: ed è l’autogoverno al suo massimo grado di libertà, dove il concetto stesso di potere scompare e con esso anche il concetto di politica.

© Fabbricantidiuniversi.it 2004-2008 - i testi del sito sono liberamente riproducibili citandone la fonte.