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Le rive estreme della Terra-di-Mezzo.

Le torri di Minas Tirith.

Cliccare per ingrandire. Un interessante parallelismo tra l'Europa attuale e i luoghi della Terra-di-Mezzo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ne I figli di Armageddon Brooks narra le vicende iniziali delle Grandi Guerre.

Illustrazione di copertina di Antrax, secondo romanzo della trilogia della Jerle Shannara.

 

 

TERRE REALI, TERRE IMMAGINARIE

Il rapporto tra mondo reale e mondo immaginario nella letteratura fantasy


I PARTE

Quando J.R.R. Tolkien descriveva il processo di invenzione di un mondo immaginario come sfondo di un’opera letteraria, lo chiamava “sub-creazione”. Il prefisso che egli usava aveva più di un significato: dal punto di vista della sua fede cristiana, la creazione poetica di uno scrittore è sempre seconda a quella di Dio, creatore dell’unico vero mondo. Ma dal punto di vista più strettamente letterario sta anche a intendere un’altra verità, e cioè che il mondo creato dall’autore è sempre secondo al mondo reale di cui è diretta emanazione. «Ogni scrittore che crei un Mondo Secondario probabilmente desidera in parte almeno essere un creatore effettivo, o almeno spera di attingere alla realtà: spera che l'essenza propria di questo Mondo Secondario (se non ogni suo particolare) derivi dalla realtà oppure a essa confluisca»: con queste parole Tolkien spiegava in una conferenza del 1939 all’Università di St. Andrews il suo concetto di sub-creazione. Perciò, essendo il mondo immaginario figlio del mondo reale, ha più di un legame con esso e non è mai del tutto svincolato dal Creato vero e proprio. Il rapporto tra sub-creato e creato, tra la terra reale e la terra immaginaria nella letteratura fantasy, è stato del tutto ignorato dai critici tranne per qualche studio dedicato proprio all’opera di Tolkien. Generalmente si ritiene infatti che proprio la narrativa fantastica, immaginaria per definizione, sia del tutto priva di legami con la realtà. Invece proprio per questo motivo meritano di essere analizzati in profondità i punti di contatto tra i due mondi, intesi qui nel senso fisico di terra reale e terra immaginaria.

Pur rifiutando recisamente la possibilità che nella sua opera vi fossero allegorie e riferimenti al mondo reale, Tolkien inventò la sua Terra-di-mezzo sulla falsa riga dell’Europa occidentale. Del resto il nome stesso proviene da una precisa tradizione medievale europea: esso deriva «dall’uso del termine dell’antico inglese mid-del-erde (o erthe), modificazioni del termine dell’antico inglese middangeard: il nome per le terre abitate dagli uomini “in mezzo al mare”», come lo stesso Tolkien spiegava a proposito. Nella mistica medievale la Terra-di-mezzo simboleggia la brevità della vita terrena, un’epoca di semplice passaggio verso quella ultraterrena. L’idea è ripresa in Tolkien dove appunto gli elfi (e anche Frodo, Sam e Gandalf) al termine della loro esistenza lasciano la Terra-di-mezzo per giungere a Valinor, il reame beato. Sempre nello stesso passo in cui spiegava l’etimologia della Terra-di-mezzo, Tolkien precisava: «…benché non abbia cercato di far coincidere la forma delle montagne [...] con le ipotesi dei geologi riguardo al passato, questa "storia" è ambientata su questo pianeta, in una certa epoca del vecchio continente...».

Un indizio delle similitudini tra i paesi della Terra-di-mezzo e alcune realtà del nostro mondo ci viene dalle lingue usate da Tolkien. L’Ovestron, che è la lingua corrente, viene “tradotta” nel Signore degli Anelli in inglese perché è appunto la lingua dominante. Si tratta in realtà di una forma vernacolare di lingue più arcaiche e nobili e non stupisce che venga parlata dagli Hobbit le cui abitudini e stili di vita riecheggiano in larga misura quelle inglesi. Così se da una parte gli Hobbit rappresentano la pingue borghesia inglese (si veda a tal proposito il saggio Il fascino discreto della borghesia), la versione più classica della lingua Oveston è parlata dai popoli di Gondor, discendenti di Numenor. La loro lingua, scrive Tolkien, presenta forti influenze di quella elfica e perciò è più pura della versione corrente. L’elfico, sia esso il Quenya o il  Sindarin, sono le lingue nobili per definizione, analogamente al greco e al latino (egli stesso parla di un “elfico-latino”): ma come tali sono lingue morte o meglio appartenenti a un mondo in disfacimento. Perciò il popolo di Gondor rappresenta l’ultima e decadente incarnazione di una tradizione antichissima. Considerando l’appunto di Tolkien che nella carta dell’Europa attuale poneva Minas Tirith, la capitale di Gondor, all’altezza di Firenze, si intuisce che Gondor è l’Italia proprio tenendo conto che l’antico Impero romano era Numenor, la cui lingua classica derivante dal nobilissimo Quenya altro non è che il latino derivante dal greco. Inoltre il brutale linguaggio degli orchi, il Linguaggio Nero, è nella morfologia ripreso dal tedesco e testimonia l’evidente volontà di Tolkien di identificare Mordor con la Germania nazista, e non certo con l’Unione sovietica come qualche critico semplicistico a suo tempo concluse notando che Modord si trovava “a Est” (si veda per approfondire l’articolo Le lingue della Terra-di-Mezzo).

A ogni modo la spiegazione più dettaglia sulle analogie tra la Terra-di-mezzo e l’Europa deriva da una lunga lettera di Tolkien del febbraio 1967 ai coniugi Plimmer, tramite la quale lo scrittore chiariva alcuni punti errati dell’intervista da lui concessa e che i Plimmer gli avevano inviato in bozza prima della pubblicazione sul “Daily Telegraph Magazine”. Tolkien invitava a non usare il termine “Europa nordica” per chiarire la fonte della sua ispirazione, perché l’aggettivo «si associa, benché di origini francesi, a teorie razziste». Con perspicacia preferiva il termine “settentrionale” e chiariva: «L’azione del racconto si svolge nella parte a nord-ovest della Terra-di-Mezzo, che come latitudine equivale alle terre costiere dell’Europa e alle coste settentrionali del Mediterraneo. Ma quest’area non si può definire nordica. Se Hobbiton e Rivendell si trovano alla stessa latitudine di Oxford, Minas Tirith, a 600 miglia a sud, sarà pressappoco alla stessa latitudine di Firenze. Le Foci dell’Anduino e l’antica città di Pelargir si troveranno alla stessa latitudine dell’antica Troia». Inoltre, in una lettera di alcuni prima (1960) molto citata dagli studiosi, Tolkien paragonava le Paludi Morte e “i dintorni del Morannon” «alla Francia settentrionale dopo la battaglia della Somme». È questo l’unico vero indizio, peraltro molto labile, di come l’esperienza reale di vita abbia influenzato Tolkien nella realizzazione del suo mondo secondario. Va detto per inciso che in seguito al suo viaggio in Italia, Tolkien paragonò esplicitamente Gondor a Venezia. In realtà il riferimento non era tanto geografico (come si è detto, Minas Tirith era localizzata verso Firenze e Gondor era più o meno l’Italia intera) ma culturale: senza dubbio la particolare architettura veneziana suggeriva a Tolkien l’ideale di grandezza decaduta dei regni degli Uomini, e la particolare conformazione della città sull’acqua doveva riecheggiare nello scrittore la vicenda dell’inondazione di Numenor.

Ambientare Il Signore degli Anelli in un’Europa preistorica e geograficamente diversa dall’attuale, ma soprattutto in una precisa parte dell’Europa (quella settentrionale, appunto), non è in Tolkien segno di un simbolismo esplicito o latente. Proprio nell’importante lettera ai coniugi Plimmer lo scrittore chiarisce il suo intento; per lui, diversamente da come aveva sostenuto W.H. Auden, il Nord non è “un luogo sacro”: «Alla zona del nord-ovest dell’Europa… sono affezionato, come ogni uomo è affezionato alla propria patria. Amo la sua atmosfera, e conosco la sua storia e le sue lingue più di quanto non conosca quelle delle altre parti del mondo; ma non è “sacra”, né esaurisce tutto il mio interesse e tutti il mio affetto». Non a caso, continua Tolkien, nel Nord ci sono le fortezze del Male (quelle del Regno di Agnband, dove Morgoth aveva nel Silmarillion la sua base sulla terra). Più del Nord, è l’Ovest, l’Occidente ciò che sta più a cuore a Tolkien, ma ancora una volta non come insieme di valori contrapposti all’Oriente malvagio, ma come patria in cui Tolkien ha vissuto, di cui conosce e apprezza la storia e la cultura. Il suo primo e ultimo intento era quello di creare una finta mitologia per l’Inghilterra, di cui la Contea pur nella sua piccolezza ne rappresenta l’intima essenza.

L’idea che la terra immaginaria che fa da sfondo alla narrazione non sia altro che una trasfigurazione del nostro stesso mondo viene ripresa dal principale erede della fantasy tolkieniana, Terry Brooks. Le Quattro Terre della saga di Shannara sono fin da subito pensate non come parte di un mondo alternativo, che è la soluzione adottata per esempio nel ciclo di Landover (il quale però s’ispira in parte al Mago di Oz, dove questa soluzione di una terra alternativa viene per la prima volta sfruttata appieno per ovviare al problema della spazialità fisica del mondo fantastico), ma come parte del nostro stesso mondo. La differenza con la Terra-di-mezzo sta nel fatto che mentre questa rappresentava per stessa ammissione di Tolkien un’Europa preistorica attraverso la quale la vicenda veniva proiettata nel remoto passato della nostra Storia, le Quattro Terre sono invece un’evoluzione futura del mondo attuale e quindi trasferiscono la vicenda nel remoto futuro. Già ne La Spada di Shannara Allanon racconta a Shea, benché solo per accenni, delle Grandi Guerre che distrussero e modificarono l’assetto del vecchio mondo. Guerre che sprigionarono una forza immensa, di natura termonucleare: «La potenza profusa in quei pochi minuti di battaglia non solo riuscì a cancellare migliaia di anni di crescita umana, ma diede anche l’avvio a una serie di esplosioni e sommovimenti che alterarono completamente la superficie della terra… spaccando i continenti, prosciugando gli oceani, rendendo terre e mari inabitabili per centinaia di anni», raccolta Allanon al suo discepolo.

Sempre nel suo primo romanzo, Terry Brooks mostra alcune vestigia dell’antica civiltà, in cui la compagnia guidata di Allanon s’imbatte nel corso del suo viaggio. Nelle profondità di una foresta appaiono le rovine di una grande città sopravvissuta alle Grandi Guerre: la descrizione di quel che resta di un alto palazzo viene confrontata da Shea con quella di un grande albero fatto di  “una serie di travi rugginose”. Come sostiene Menion Leah, la civiltà di cui le rovine sono testimoni ha ben poco da offrire al nuovo mondo: «Niente di più che qualche trave arrugginita». Nel corso della saga Brooks affronta più in dettaglio il passato delle Grandi Guerre. Ne Il Druido di Shannara buona parte della vicenda è ambientata a Edlwist, una grande metropoli le cui rovine sono state perfettamente conservate grazie dall’azione di Uhl Belck e del suo mostruoso figlio, il Maw Grint, capace di mutare tutto ciò che tocca in pietra. I protagonisti descrivono a loro modo le carcasse delle automobili, i grattacieli dai ventri squarciati, il vetro e il cemento, le enormi fognature. Ancora, ne Il labirinto di Shannara l’azione è ambientata in un’altra grande città al di là dello Spartiacque Azzurro (probabilmente l’oceano atlantico, quindi in Europa laddove le Quattro Terre, come si apprenderà poi, sono ciò che resta dell’America del Nord). Castledown, così si chiama l’antica fortezza (il nome è mantenuto in inglese, la vecchia lingua dei suoi costruttori), rappresenta l’apice della creazione tecnologica del Vecchio Mondo poco prima della sua distruzione. L’enorme labirinto di sale sotterrane, creato per ospitare tutta la conoscenza umana, è protetto da una potente intelligenza artificiale, Antrax, che difende quella conoscenza con le armi più avanzate e distruttive.

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