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AURORA, RIFLESSIONE PER UN FALLIMENTO

di Ylenia Zanghi

 

 

Io credevo nel progetto Aurora. Ci credevo veramente.

Già mi immaginavo l’ambientazione prendere vita, i suoi elementi diventare sempre più definiti ed essere usati per racconti, giochi, disegni. Nonostante l’avessi visto più volte arenarsi, mai mi era venuto il dubbio che il nostro potesse essere un accanimento terapeutico nei confronti di un progetto che, dopo l’entusiasmo iniziale, era stato subito e facilmente accantonato una volta che la reale entità dell’impegno necessario si era manifestata. Per questo, al terzo e definitivo abbandono, reagii con grande amarezza, insofferente nei confronti di chi, secondo me, lasciava morire qualcosa a cui tenevo così tanto (e non riuscendo a credere che il loro interesse potesse essere equivalente al mio). Mi beccai anch’io la mia buona dose di giudizi e qualche affermazione poco carina, a volte con un tono di sfida che era quello che mi infastidiva più di tutto. Tra gente preoccupata che volessi giudicarla e chi mi accusava anche della morte della madre (sic) il progetto finì nel peggiore dei modi: portandosi dietro uno strascico di polemiche e veleni. Da allora, raramente mi è capitato di dare “confidenza” a qualcuno conosciuto sul web e solo dopo lunga frequentazione.

Oggi, per la prima volta, mi chiedo perché ci tenessi tanto a mantenere quel progetto in vita. Ricordo i fiumi di Messaggi Privati mandati a chiunque vi avesse mai partecipato, i post di incitamento a continuare finalizzati ad “uppare” le discussioni per dar loro maggiore visibilità. Perché? Non lo so, perché. E finora non me l’ero mai neanche chiesta. Credo sia evidente che non avevo mai preso il progetto per quello che era veramente: un’iniziativa nata in un momento di inattività estiva, ispirata da una rubrica di consigli per costruire un’ambientazione (Un nuovo mondo, di Andrea D’Angelo), un esperimento aperto a tutti. Credo anche che le premesse per il fallimento dell’impresa fossero implicite già nei suoi presupposti (la creazione dell’ambientazione come attività quasi fine a sé stessa, la pretesa di poter usare il mondo creato per “qualunque cosa”, quando altro è un romanzo altro è un gioco di ruolo, l’apertura a chiunque volesse partecipare, man mano, ad ogni singola fase, discussione, sondaggio: con il risultato di un prodotto poco omogeneo quando non apertamente contraddittorio e la possibilità di scelte finali che non andavano bene in realtà a nessuno di quelli che si occupavano veramente della “creazione”).

Ma a che pro parlare del Progetto Aurora, oggi? Forse perché un po’ ci credo ancora, a dispetto di tutto, anche dell’evidenza. Io VOGLIO credere che parlare, adesso, di Aurora possa essere utile.

Che altri progetti collettivi riusciranno a vincere le difficoltà che ci hanno sconfitti e verranno portati a termine.

Che nuovi ne nasceranno, magari anche alla luce dell’esperienza di chi con Aurora ha avuto a che fare, direttamente o indirettamente.

Che un giorno (chissà?) “uomini di buona volontà” incapperanno nel nostro lavoro, vi riconosceranno qualcosa di valido e sapranno portarlo avanti, farlo crescere limandone i difetti ed esprimendone le potenzialità, insieme.

I progetti collettivi, in fondo, servono a questo. A creare un gruppo di lavoro affiatato, in cui ci si possa migliorare a vicenda cosicché il risultato finale abbia un valore di gran lunga maggiore della somma del lavoro di ciascuno. Questo è il comune denominatore di tutti i progetti di world- building che ho conosciuto grazie a Fabbricanti di Universi, che si trattasse di racconti “a più mani”, giochi di narrazione, giochi di ruolo o altro. Io cercavo questo in Aurora e le ventiquattro ore trascorse tra la stesura della prima e della seconda metà di questa riflessione mi hanno portato a pensare che per questo mi sono accanita così tanto nel cercare di portare avanti quella creazione, che era questo quel “qualcosa di più” che volevo dal progetto e che solo in parte ho avuto.

Aurora avrà mai il suo gruppo unito e appassionato o rimarrà per sempre un’utopia (in fondo è anche questo il suo fascino)? Ai posteri l’ardua sentenza, come direbbe qualcuno che ho odiato molto alle superiori.

PER SAPERNE DI PIÙ SUL PROGETTO AURORA

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