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Francesco Barbi, classe 1975, pisano, in un
eccentrico ritratto.

Copertina de L'Acchiapparatti di Tilos,
ed. Campanila.
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Presentiamo, in esclusiva per
Fabbricanti di Universi, un'intervista a cura di Ylenia Zanghi a
Francesco Barbi (www.francescobarbi.it),
autore di L'acchiapparatti di Talos (ed. Campanila), vero e
proprio caso editoriale nel panorama fantasy italiano. Il romanzo, edito
nel 2007, è assurto agli onori delle cronache solo alla fine dell'anno
passato, grazie a numerose recensioni favorevoli e al passaparola dei
lettori. Ora l'autore, laureato in fisica e insegnante, è in procinto di
scrivere il suo seguito.
1. Qual
è stata la prima idea da cui ha preso origine il romanzo?
L'origine del romanzo risale alla primavera del 2000 quando, spinto
dall’esigenza di descrivere un’immagine che si era andata affacciandosi
nella mia mente, scrissi un racconto. Si tratta di ciò che, a libro
ultimato, è divenuto il capitolo 6, quello intitolato “Il Buco”. Decisi
di provare a farne un libro solo dopo aver letto (forse per capire chi o
che cosa fosse per me il demone di Giloc) un saggio di psicoanalisi
sull’archetipo dell’Ombra basato sugli scritti di Jung.
2. C'è qualche opera o autore che ti è
stato di particolare ispirazione?
Sono un lettore 'onnivoro' e, anche pensandoci a lungo, non credo che
saprei rispondere con precisione. Di certo romanzi fantasy quali “Lo
hobbit”, la saga dei Drenai di Gemmell o i primi di Martin hanno dato un
contributo notevole al mio immaginario e al mio desiderio di scrivere.
Romanzi ottocenteschi, come “Ivanhoe” o “L'isola del tesoro”, mi hanno
influenzato soprattutto per quel che concerne digressioni e descrizioni.
E forse anche nella caratterizzazione dei personaggi. D'altra parte amo
i dialoghi di Lansdale, Leonard o Willeford, così come la fluidità della
scrittura di Simenon. Ad ogni modo riesco difficilmente a rispondere in
maniera esauriente. Forse anche perché nell'acchiapparatti ci sono molte
anime, richiami a generi diversi, così come molte sperimentazioni per
ciò che riguarda lo stile.
3. Hai un tuo "rituale" per la scrittura?
Un posto, un orario in cui le idee sembrano fluire meglio?
No, e forse ne avrei bisogno. Al momento mi ritiro nella mansarda di
casa. Comunque, per potermi sedere e scrivere, devo sentire di avere a
disposizione almeno 2 o 3 ore, preferibilmente la mattina presto.
4. Nello scrivere il romanzo hai mai
pensato a quale sarebbe stato il suo target?
Durante la stesura non mi sono mai posto la questione seriamente, non ne
sentivo il bisogno: ho sempre immaginato un lettore adulto. Soltanto
quando ho accettato il contratto offertomi dalla Campanila, casa
editrice per ragazzi, ci ho riflettuto un po'... Ad ogni modo,
nell'ultima fase di revisione prima della pubblicazione, non ho dovuto,
né voluto, operare cambiamenti che incidessero sul target del romanzo.
5. Quanto "mestiere" deve avere uno
scrittore? Quali sono, secondo te, gli errori da evitare nella
strutturazione della trama? E nella costruzione dell'ambientazione?
Uno scrittore deve avere molto mestiere. Esiste anche il talento, ma
quello spesso combacia con il desiderio di scrivere, e in parte con il
saper raccontare destando interesse e mantenendo ritmo e coinvolgimento.
Naturalmente è considerabile talento anche il saper apprendere prima e
con più facilità il mestiere. Ma in ogni caso il mestiere deve essere
acquisito e continuamente migliorato. Per quel che riguarda i possibili
errori nella strutturazione della trama e dell'ambientazione, potrei
parlare di credibilità, coerenza, equilibrio tra narrazione e
descrizione... Preferisco lasciare la risposta a qualche buon testo.
6. Il tuo romanzo rappresenta qualcosa
di insolito nel panorama dell'editoria fantasy nostrana. Ti piace
sperimentare?
Sì, in effetti ho sperimentato molto nell'acchiapparatti. D'altra parte
sono un fisico... Parlando seriamente, credo che quando si affronta per
la prima volta una qualsiasi attività creativa, se la si vuol fare in
maniera personale, originale, sia necessario sperimentare. Certe cose possono funzionare, altre no: il primo passo per scoprirlo è
proprio la sperimentazione.
7. L'ambientazione è stata creata prima,
contemporaneamente o dopo la trama?
Il grosso dell'ambientazione è stato “creato”, o studiato, prima. Mi
sono basato sul mondo Alto-Medievale e dunque gran parte dello sforzo
creativo (ma non quello di ricerca storica) me lo sono risparmiato.
Ho lasciato gran parte dell'ebrezza dell'invenzione di
luoghi particolari, personaggi, costumi e così via, alla fase di stesura.
Li immaginavo, intravedevo e infine li descrivevo in dettaglio man mano
che ne avevo bisogno, ma mano che le vicende si sviluppavano. Ad ogni
modo mi sono ripromesso di accentuare gli sforzi creativi riguardanti
l'ambientazione più generale nell'eventuale seguito.
8. Come bilanci l'intreccio delle
diverse linee narrative? Che metodo hai usato per gestire l'architettura
del tuo romanzo?
Ho scritto l’acchiapparatti “per situazioni”, almeno per ciò che
riguarda le prime due parti, ovvero inventando e immaginando strada
facendo ciò che sarebbe accaduto in seguito sulla base di quanto già
narrato. Non avrei saputo fare altrimenti: l’essere vincolato ad una
trama già delineata con precisione avrebbe messo a repentaglio l’intero
progetto. Dunque avevo molte idee, note e appunti, ma soltanto una
pittura molto vaga della struttura globale. Scrivere 'per situazioni' è
molto facile all'inizio, terribilmente difficile dalla metà in poi.
Quando sono arrivato al termine della seconda parte e sentivo di dover
iniziare a tirare le fila per convergere verso il finale, ho rallentato
il ritmo di scrittura, impaurito dal fatto che scegliere una strada a
quel punto avrebbe implicato l’impossibilità di sceglierne altre. Tra
l'altro, dovevo gestire 3 gruppi di personaggi. Ho iniziato a
passeggiare e a ragionare. Ho dovuto superare varie crisi, tagliare
alcuni capitoli, riscriverne altri, e rinunciare a numerose idee.
Pensavo molto e scrivevo ben poco. Mi sono poi bloccato per diversi mesi,
prima di riuscire a stendere l’ultima parte. Quando finalmente ho
intravisto il finale, ho scritto la quarta parte spedito, con facilità e
godimento.
9. L'elemento "humor" che peso ha avuto
nella stesura del romanzo?
All'inizio della stesura l'elemento ironico non era previsto. Così come
non era previsto che Zaccaria, l'acchiapparatti di Tilos, diventasse il
personaggio principale del romanzo. Le due cose, credo, siano
intimamente connesse. La mia progressiva identificazione con Zaccaria,
nello scrivere il libro, ha fatto sì che la vicenda prendesse pieghe
inaspettate e adottasse come protagonista proprio questo personaggio
peculiare, "malmesso", buffo. E nell'assecondare la crescita del
sentimento di simpatia che provavo per quel personaggio, il registro in
alcune parti è spontaneamente cambiato... D'altra parte Zac è anche un
po' stregone e, per me, la magia nel mondo reale è la creatività. Man
mano che scrivevo, dunque, mi avvicinavo a quel personaggio. Mi sento
grato nei confronti di Zaccaria, attraverso le cui vicissitudini ho
recuperato alcuni tratti del mio carattere e che dunque, per quel che mi
riguarda, è stato davvero "magico".
10. Nel tuo lavoro di scrittore, come
affronti il conflitto morale? Fino a che punto una certa ambiguità è
accettabile nei protagonisti? E che ne pensi degli eroi "senza macchia e
senza paura"?
Come scrittore non ho nessuna necessità di affrontarlo. Io voglio dar
vita a personaggi credibili; gli eroi “senza macchia e senza paura” sono
generalmente poco credibili. E poi mi hanno stufato. Anzi, se c'è una
caratteristica che accomuna tutti i miei personaggi è proprio quella di
essere sporchi, di possedere 'macchie', ambiguità, brutture.
L'invenzione-adozione di protagonisti così particolari non è stata una
scelta consapevole, almeno inizialmente. Credo che ad un livello più
superficiale, in qualità di autore-burattinaio, io abbia semplicemente
sentito il desiderio di aver a che fare con personaggi strani, bizzarri.
A livello più profondo, invece, questa scelta ha a che fare con uno dei
temi centrali del libro, rappresentato simbolicamente in copertina.
11. Nell'ambientazione del tuo romanzo
al contesto sociale e politico viene dato un rilievo particolare,
inusuale per un fantasy. Quanto consideri importante questo elemento? A
cosa ti sei ispirato per delinearlo realisticamente?
Come ho già detto, sono sempre stato affascinato dalla storia Alto
Medievale, soprattutto dagli aspetti più cupi e grotteschi di
quell'epoca. Mi considero piuttosto pignolo e attento ad elementi quali
coerenza, plausibilità e realismo, e dunque volevo una base solida per
la costruzione delle Terre di Confine. Considero estremamente importante
la credibilità del mondo inventato, così come la sua
presentazione-descrizione al lettore. Nel caso specifico
dell'acchiapparatti, oltre ai passi narrativi che immergono il lettore
all'interno dell'ambientazione senza mediazioni, ho sentito il bisogno
di un ulteriore artificio: per introdurre il lettore nelle Terre di
Confine ho utilizzato brevi ma funzionali (spero) digressioni collocate
all'inizio di quasi tutti i capitoli della prima parte che descrivessero
aspetti di quelle contrade intimamente legati alle vicende narrate nel
capitolo stesso.
12. Anche l'elemento religioso ha molta
importanza. Quali regole ha seguito, in questo caso, per dare a questo
aspetto del romanzo una buona verosimiglianza?
L'elemento religioso è forte, sebbene affrontato in maniera volutamente
marginale. Le somiglianze e i rimandi all'epoca più buia del
Cristianesimo sono molteplici e questo mi ha garantito una buona
verosimiglianza. Anche in questo caso, però, mi riprometto di andare più
a fondo nella questione nell'eventuale seguito dell'acchiapparatti.
13. Come ti rapporti con la componente
di "evasione" insita nel fantasy, o per lo meno in un certo tipo di
fantasy?
Francamente credo che nella maggior parte dei casi non sia l'evasione
ciò che cerca chi si avvicina al fantasy, sia come autore che come
lettore. Piuttosto il fantasy permette di addentrarsi e di appropriarsi
di mondi altri. Vedo la questione con una nota più ottimistica, come una
spinta verso l'arricchimento piuttosto che come una fuga. E poi che cosa
è degno di essere raccontato se non l'inaspettato, il sorprendente?
Ebbene il fantasy offre senza dubbio grandi possibilità in questo senso,
e garantisce meno vincoli... Vincoli che, per una persona pignola e
attenta al realismo, potrebbero rivelarsi ostacoli difficili da superare.
14. Qual è la tua opinione riguardo le
catalogazioni dei generi letterari? Le "etichette" sono davvero utili?
L'uomo ha bisogno delle etichette, delle classificazioni, per
strutturare la propria conoscenza. Dunque le etichette hanno una loro
utilità. Ad ogni modo, credo che la classificazione più importante
sarebbe quella che distingue un buon libro, di qualità, da un brutto
libro; qualunque sia il suo genere. Ma questa classificazione dipende
esclusivamente dai lettori e dunque, anche affidandosi alla statistica,
non può diventare una etichetta.
15. Cosa hai in serbo per il futuro? Il
tuo prossimo progetto sarà ancora un fantasy?
Al momento sono nell'ennesima, e spero stavolta ultima, fase di
revisione di un libro di racconti di fantascienza distopica dal titolo
“Marchi indelebili”. Si tratta di una serie di storie che si intrecciano
quasi impercettibilmente, ambientate in un futuro tetro e apocalittico,
dominato dal totalitarismo e dall’alienazione. Tra breve, spero di
poterle inviare a qualche case editrice. La società, protagonista di
questa raccolta, che viene rappresentata ricorda alcune opere di Orwell,
Huxley, Bradbury, ma naturalmente essa è immaginata da un individuo
immerso nelle problematiche del ventunesimo secolo. Una volta completato
il libro di racconti, mi dedicherò anima e corpo alla stesura del
seguito dell'acchiapparatti. Ho un gran desiderio e molte idee, note e
spunti che mi attendono su una mezza dozzina di quadernetti.
Ringraziamo Francesco Barbi per la cortese
disponibilità.
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