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Presentiamo, in esclusiva per Fabbricanti di Universi, un'intervista a cura di Ylenia Zanghi ad Andrea D'Angelo, autore dell'acclamata Trilogia delle Sette Gemme dell'Equilibrio e del romanzo La Rocca dei Silenzi (finalista al Premio Italia 2006) editi dalla Nord. Sul sito FantasyMagazine ha curato una bella rubrica sul world-building, dal titolo "Un nuovo mondo", pubblicata anche sul suo sito personale: Negrore.com. 1. La nozione più radicata di creatività è quella che la paragona ad un lampo nella notte, considerandola come un'improvvisa illuminazione che permette di percepire una nuova idea nella sua interezza. A questa visione, di derivazione romantica, si contrappone la concezione del processo creativo come movimento: dall'idea amorfa alla struttura intellegibile, dal caotico all'organizzato. Mi sembra di capire che tu propendi per la seconda ipotesi. Non più tardi di una settimana fa è nato dentro di me un personaggio dal nulla, presentandosi in tutta la sua bellezza fisica, psicologica, caratteriale e perfino con il suo senso all'interno del romanzo. È arrivata così, senza preavviso, nel mezzo della classica concatenazione di pensieri che parte da un punto e arriva quasi dall'altra parte del pianeta (in uno di quei momenti che abbiamo tutti, quelli in cui pensiamo a mille cose e a niente in particolare). Quindi, sì, esiste questo tipo di creatività. Tuttavia messa così a me sembra un concetto piuttosto riduttivo. La creatività, secondo me, è saper trasporre la bellezza di un'idea, così come ti si presenta alla mente, nel modo più efficace per il lettore. Questo significa che la creatività è sì l'idea, ma anche le soluzioni sucessive che ne sfruttano l'intero potenziale (qualcosa che ancora non è tecnica, perché la tecnica è saper attuare le soluzioni pensate e, quindi, fa parte di una fase successiva). Esiste poi la creatività che arricchisce un testo nel bel mezzo della prima stesura, esiste quella che ti mostra un luogo che hai pensato a grandi linee e, improvvisamente, vedi nei minimi dettagli; o ancora quella linguistica, che trova soluzioni artistiche durante la revisione. La creatività è molte cose in una e, in ogni caso, non s'insegna (può esistere un corso di scrittura, ma di scrittura creativa è una contraddizione in termini).
Con la seconda parte della
domanda, credo che ti stia riferendo alla mia inclinazione verso un
metodo che ordini il processo creativo. Ma il metodo è qualcosa che
soltanto incanala lo scrittore, perché quando si scrivono testi così
estesi è necessario essere efficienti - e per tale motivo il metodo è
sempre soggettivo e mai rigido. Direi, per come la vedo io, che la capacità è innata, se parliamo di talento vero e non del primo scrittoruccolo che riesce a vendere 100mila copie di un suo romanzo particolarmente azzeccato (commercialmente). Se parliamo di un vero scrittore, il talento è un modo particolare di guardare alla vita, una visione singolare che per qualche motivo quella persona riesce a trasmettere con la parola scritta. In tutta sincerità, non v'è chi non veda, credere che il talento sia questo m'impedisce di pensarlo come qualcosa che si allena. L'allenamento può confondere, solo sembra aver a che fare col talento, mentre in realtà affina altre capacità necessarie a scrivere con efficacia: l'abnegazione, l'umiltà, l'esperienza, le conoscenze linguistiche, eccetera. Tutto qui... e non è poco, ma tutto qui.
3. Qual
è il tuo "stato mentale" di narratore? Anche tu, come Terry Brooks, "non
ci stai con la testa" e sei sempre connesso col tuo lavoro o, al
contrario, sei sempre immerso nella realtà alla ricerca di nuovi stimoli? A tratti, però, ricado in entrambe le cose che citi: ricerco stimoli nella vita reale e, come reazione a questa ricerca, "non ci sto con la testa" , ignorando il resto del mondo (spesso di punto in bianco). 4. Qual è il rapporto tra "arte" e "mestiere"? Contano più la passione e la voglia di esprimersi o le capacità tecniche e formali? Alla seconda parte della domanda non si può rispondere che con "entrambe le cose", mi dispiace. Chiunque creda di cavarsela con meno lasci perdere. Sono quasi vent'anni che scrivo e, finora, sono sì giunto a dei risultati concreti, ma lontani da ciò che mi ero prefisso e che mi prefiggo tuttora - parlo artisticamente e tecnicamente, non commercialmente. Credo di avere talento - l'umiltà, questa rarità! -, ma credo anche di essere partito da capacità tecniche bassissime. Miglioro di mese in mese da quasi vent'anni, ma ancora non basta. Il rapporto tra arte e mestiere credo stia tutto qui. L'arte è ciò che è innato e impulsivo, che ti spinge a volere una determinata cosa, a volerla fortemente e a volerla in quella forma artistica (a raccontare una storia per iscritto, ad esempio). Il mestiere è ciò che devi forzatamente imparare bene, se vuoi che la tua arte non ne esca svilita e inefficace. L'arte è comunicazione, per come la intendo io. Se non comunica nulla, allora è un'opera morta, inutile. E imparare a comunicare con un romanzo è qualcosa di davvero complesso. Esistono dei momenti in cui ti senti bene - rari, nel mio caso -, in cui senti che hai scritto qualcosa di davvero buono. Poi, immancabilmente, ti ricordi o scopri che ancora non avevi capito bene un aspetto della scrittura su cui ti eri già soffermato più volte, e... patatrac! Casca il palco. Non resta che darsi un gran daffare - evitando di darsi dello scemo, ché sarebbe energia sprecata. Non c'è fine, per come la vedo io. 5. Manzoni ha lavorato alla scrittura dei Promessi Sposi per anni, scrivendo e riscrivendo innumerevoli volte la sua opera finché non ritenne soddisfacente il risultato finale. Anche Torquato Tasso, sebbene con esiti molto diversi, riscrisse interamente la sua Gerusalemme Liberata ( e certo non con pochi sforzi, trattandosi di un'opera epica). Tu stesso, in un'intervista, hai confessato di voler riscrivere la trilogia La Saga delle Sette Gemme dell'Equilibrio (correggimi se sbaglio). Il processo creativo non ha dunque mai davvero fine? O si tratta, come avrebbe detto De Sanctis, dell'eterno conflitto tra critico ed artista? Come fanno spontaneità e riflessione a conciliarsi? Non si conciliano affatto, maledizione a loro! Questa è la risposta più onesta, direi. Poi c'è l'altra, più ragionata, ma più difficile da applicare alla realtà quotidiana. Eccola: L'eterno conflitto, che esiste, è regolato dall'umiltà. L'umiltà può tutto. L'umiltà ti dona la forza di lavorare alla tua visione con vigore e, nel contempo, ti dà la capacità di saper guardare al frutto dei tuoi sforzi con occhio critico, anziché ipercritico. Di solito il vero problema è l'ipercriticità, quell'attitudine a sgretolare pian piano la propria autostima, giorno dopo giorno. Meno spesso di quanto si creda, ma accade, il problema è contrario: la supponenza. Se l'ipercriticità fa danni nell'immediato, ma è un atteggiamento che si può correggere col tempo e coi risultati (cui l'ipercriticità non impedisce di giungere, anzi!), la supponenza li fa "giunti a destinazione"... ed è molto più difficile da correggere. Da quanto ho scritto io evinco che la scrittura, come la vita, si basa sull'equilibrio. L'equilibrio personale viene molto prima dell'equilibrio dello scrittore. Prima che scrittore, infatti, io sono una persona. Ho una storia, un vissuto alle spalle, e tutto questo porta a ciò che sono oggi - non ultimo il vissuto del me scrittore dal 2001 a oggi. Il segreto, come per tutte le altre cose della vita, per l'appunto, è volersi bene. Se ti vuoi bene, pretendi da te stesso impegno e, in seconda battuta, guarderai ai risultati con amore, ma senza condiscendenza - perché se si diventa condiscendenti con se stessi non ci si vuole bene, ci si vuole immobili nella propria arte, si finge di non sapere che senza crescita ed evoluzione si è già morti artisticamente.
Non so se risulto un po' oscuro
nei miei ragionamenti; se sì, scusami, e mi scusino i lettori
dell'intervista. Certo, l'ho usato e lo uso tuttora. Va detto che il mio "metodo" non è immutabile - come ogni metodo applicato all'arte dev'essere duttile, anche se rigoroso. Lo sviluppai e usai pedissequamente per scrivere la mia trilogia, principalmente. Per "La Rocca dei Silenzi" sono partito dai personaggi. Tuttavia i valori in campo sono rimasti li stessi: il fatto che io abbia descritto l'ambientazione in pochi, scarni passaggi non significa che questa non sia stata costruita. "La Rocca dei Silenzi", pur se concepita come romanzo singolo, fa parte di un progetto più vasto, che ho intitolato "I Silenzi". Scritta l'ultima parola del romanzo, avevo già in mente ulteriori due, tre storie da raccontare. La prima di queste la sto scrivendo ora. La seconda è più lontana. La terza è tuttora appena abbozzata. Quello che conta è che per quella che sto scrivendo ora l'ambientazione è fondamentale (mentre era inutile, perfino dannosa per "La Rocca dei Silenzi": uno scrittore deve saper filtrare la propria creatività, altrimenti perde efficacia narrativa - ecco una buona legge fondamentale per iniziare a differenziare i concetti di "scrittura" e "narrazione"). Sono un tipo di scrittore così, che lavora sulla sua visione con devozione. Questo comporta che a volte (spesso?) le mie scelte sono tutt'altro che commerciali. Ma se è vero che uno scrittore che si rispetti ha qualcosa da dire, allora io posso dire la mia soltanto a modo mio. Seguendo le mode, le tendenze, il mercato, l'editore... dove andrei a finire, così, se non al macero e meritatamente? CONTINUA ---> © Fabbricantidiuniversi.it 2004-2008 - i testi del sito sono liberamente riproducibili citandone la fonte. | ||||