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II PARTE <--- PARTE PRIMA 7. Pensi mai a quale potrebbe essere il targhet dei tuoi lettori? Non mi riferisco all'approccio "dare al pubblico quello che vuole", piuttosto mi chiedevo: come immagini la persona che leggerà ed apprezzerà il tuo modo di raccontare? Di solito non me la immagino. Se c'è una cosa che non so fare, è capire i lettori (tranne alcuni cui sono affine per sensibilità). La conseguenza è che in realtà il mio lettore di riferimento sono io e, cioè, che scrivo e soprattutto rivedo nel modo in cui io vorrei che fosse raccontata una storia (ad esempio, priva di lungaggini). Il problema, avendo questo tipo di riferimento, è sottostare alla propria pressione e trovare la giusta dose di severità: fino a che punto si può essere duri con se stessi? E fino a che punto soddisfatti di se stessi? Non ho risposta. Se, invece, tento di rispondere davvero alla tua domanda, posso farti l'identikit del lettore a me affine come sensibilità (ma avverto, suonerà presuntuoso): persona sensibile e riflessiva, a tratti troppo riflessiva; molto attenta alle sfumature della caratterizzazione, che coglie rapidamente; ha la capacità di meravigliarsi ancora di fronte a una descrizione (sense of wonder), vede ciò che legge (perché io sono un autore "visivo", che scrive come se filmasse, in molti sensi), amante della lingua e di un linguaggio ricco, non gli piace l'autocompiacimento (che io tento d'evitare, perché anche a me non piace; non sempre vi riesco); ama la rivisitazione e guarda al fantasy come uno dei mezzi più efficaci per analizzare la realtà; ricerca un senso a lettura terminata... e lo trova!
Lo affronto nel modo in cui affronto la vita: bene e male non esistono, bensì coesistono. Questo è ciò che infondo nei miei personaggi: le due essenze mescolate, che creano un insieme di infinite sfumature grigie. Non c'è male assoluto, né bene assoluto, direbbero in molti. Quello che dico io è: male e bene formano un assoluto, un intero. Non so se riesco a capire bene cosa intendi per "conflitto", ma è certo che se si parla di un conflitto tra bene e male nei miei romanzi, allora questo è la guerra che ogni personaggio combatte con e contro se stesso. Il riflesso di quest'idea influenza anche l'ambientazione, in cui una popolazione non sarà mai soltanto "male" o soltanto "bene", e la narrazione, in cui ho sempre tentato di non giudicare le mie creature, siano esse singoli personaggi o razze intere. Insomma, nei miei romanzi tento di trasporre il caos ordinato della vita e nel contempo provo ad applicare tutte le lezioni che grazie a essa ho imparato - tra le quali il non giudicare.
Essere super-partes significa non parteggiare per alcuno. Questo non allontana dal pericolo degli stereotipi, dei cliché. Essere imparziali significa che la prima cosa importante da infondere al romanzo che si sta scrivendo è l'onestà intellettuale. Un esempio di "onestà intellettuale" e "imparzialità" applicate ai personaggi: se il protagonista deve morire, fallendo miseramente, perché questo è il giusto finale a cui porta la vicenda narrata - cosa che uno scrittore sente dentro, in modo inequivocabile, prima di giungere all'epilogo - ebbene, lo scrittore deve ucciderlo. Lo scrittore serve la storia, non le proprie (inevitabili) preferenze. Questo credo sia il motivo per cui io amo pianificare a lunga scadenza: per giungere all'epilogo che vorrei scrivere, quello che il mio cuore desidera fin da quando ho iniziato a scrivere e tuttora non ho scritto, necessito di procedere passo passo, rispettando la storia e tentando di vincere, di trionfare. Ma un trionfo, una vittoria senza macchia, è possibile soltanto nella più assoluta onestà intellettuale, che lo scrittore deve adorare come la sua dea.
In tutta sincerità non mi sono mai soffermato sulla mia visione delle razze. È vero che ho ragionato sulle razze create. Nella mia trilogia d'esordio ho eliminato le classiche del fantasy (Elfi, Nani, Orchi, Umani in loro contrapposizione, eccetera). Ne "La Rocca dei Silenzi" ho costruito il necessario prologo alla rivisitazione di quelle classiche (gli Elfi, i Nani e altre che avevo scartato ai miei esordi). Nel primo caso la mia intenzione era quella di ricreare la varietà del nostro mondo (già allora trasponevo, nonostante ne fossi decisamente meno consapevole), senza riempirlo di esseri bizzarri (come gli Elfi e i Nani sono, in fondo - per non parlare di altri). Nel secondo caso, invece, avevo (e ho) l'intenzione di mostrare sotto una luce diversa il classico, osservarlo in una stanza meno luminosa, che costringa a osservarli da vicino. Ciò che sto tentando di fare in questi stessi giorni, scrivendo "Il giorno dopo", è dare un senso alle razze classiche, inserirle in un contesto comune senza che sembrino così distanti tra loro (di nuovo ritorna il concetto di bene e male come un tutt'uno, di caos ordinato). E, una volta di più, lo scopo è quello di unirle, di mostrare un affresco, anziché di esaltarne le peculiarità. Ciò cui agogno, circa le razze, è l'esatto opposto di ciò a cui sta portando la globalizzazione selvaggia, economico-commerciale di questi anni: diversità come ricchezza, varietà di punti di vista come risorsa inestimabile, perfino imprescindibile per una lenta, saggia evoluzione del genere umano (degli esseri viventi del mio mondo fantasy). Non so se tutto questo rappresenta una visione un po' diversa da quella canonica... perché non so quale sia quella canonica! Ma, in ogni caso, è l'unica possibile, per me: le razze esistono per arricchirci, sono ricchezza esse stesse.
In passato ciò che influenzava i miei testi era una sorta di credenza nella Natura. Oggi, invece, sono molto più spirituale rispetto agli esordi e questo influenza molto la mia visione della storia, più che la mia scrittura. La diretta conseguenza è che è la trama a esserne maggiormente colpita, prima ancora dei personaggi. Ma questi ultimi, sì, soffrono un'influenza molto forte, sempre intellettualmente onesta (cioè non li appiattisco tutti allo stesso atteggiamento spirituale e religioso), che li sfaccetta e rende meno superficiali. La spiritualità è una cosa che tocca corde profonde del nostro animo e, come tale, finisce per rendere più profondi i personaggi stessi (ma non è una spiritualità che emerge sempre in superficie, ma sottintesa e sottesa ad autoalimentarsi, silente). La religione, invece, è qualcosa che io avverso. I primi personaggi veramente religiosi non li ho ancora descritti, nelle mie storie. Ci sono e ci saranno, ma per ora affronto soltanto la parte spirituale, quella staccata da ogni tipo di rito e imposizione morale di sorta. Il discorso potrebbe diventare troppo lungo e barboso. Basti pensare che considero la scrittura come un'espressione indiretta della propria spiritualità, un'espressione che a momenti diventa diretta, senza che lo scrittore possa controllarla, se non in un secondo momento. Questo dovrebbe rendere l'idea di quanto consideri fondamentale lo spirito in relazione a ciò che scrivo e allo scrivere come atto d'espressione interiore (se è solo espressione esteriore - superficiale - è infatti un'attività fine a se stessa, sterile).
Questa è una domanda che mi lascia sempre un po' perplesso. Inizialmente rispondevo sempre allo stesso modo, parlando delle mie radici, dello sbocciare della passione per il genere fantasy. Ma da un po' mi sono reso conto che per rispondere a questa domanda bisogna guardare al presente, sempre. Ciò che posso dirti adesso, dunque, è che il libro più toccante degli ultimi tempi è stato per me "I reietti dell'altro pianeta (Quelli di Annares)", di Ursula K. Le Guin. È un romanzo profondo, con strati e strati di profondità, è un inno alla libertà - di pensiero e non -, un capolavoro che chiunque scriva non può che considerare un tesoro. E, alla fin fine, vedo che Ursula Le Guin è la mia ispirazione fin dai primi passi nel mondo della scrittura. Quello che lei mi ha insegnato, senza dirmelo direttamente, è proprio quanto difendo a ogni costo: l'onestà intellettuale, il rispetto per la storia che si sta raccontando. Fin da "Earthsea", Ursula Le Guin mi ha preso per mano e guidato con leggerezza e pazienza attraverso il mondo del fantastico. Se c'è una filosofia che mi nutre, quindi, è quell'umiltà cui non sono ancora giunto, nemmeno lontanamente, e che ha permesso a grandi uomini e grandi donne (scrittori) di farsi così piccoli da riuscire a scrivere un capolavoro, annullandosi per esaltare la propria storia.
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Qual è stata la domanda che ti è piaciuta di più e perché? Perché? Ecco, vedi, per il perché voglio mostrarti una cosa sulla scrittura. La sua parte magica, tanto sottile da essere percepita solo se vi si è immersi. Quella cosa di cui Steven Erikson dice: "It's one thing to love language. Every writer starts with that. It's another when language and the writer become lovers." In effetti, essere innamorati è una ben triste condizione se non si è corrisposti. Quindi, ecco, ora ti dico perché. Un caloroso ringraziamento ad Andrea D'Angelo per la sua gentile disponibilità. © Fabbricantidiuniversi.it 2004-2008 - i testi del sito sono liberamente riproducibili citandone la fonte. | ||||