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Miriam Mastrovito.

Copertina de Il Mendicante di Sogni.

INTERVISTA a MIRIAM MASTROVITO

Il mendicante di sogni

a cura di Ylenia Zanghi

 

Presentiamo, in esclusiva per Fabbricanti di Universi, un'intervista a cura di Ylenia Zanghi a Miriam Mastrovito, autrice di Il Mendicante dei Sogni edito da "La Penna Blu". Scrittrice a tutto tondo, classe 1973, Mastrovito ha vinto vari premi letterari esordiendo nel 2007 con Gli stessi occhi, romanzo autobiografico edito da Kimerik. In proprio ha pubblicato l'antologia personale di poesie Il mio arcobaleno e il romanzo L'ultimo rap. Con "Il Mendicante di Sogni" esordisce nella narrativa fantasy. Il sito personale dell'autrice è www.miriammastrovito.it.

1. Parliamo di ispirazione e… traspirazione. Da cosa hai preso ispirazione per il tuo libro? Quanto conta un’accurata progettazione a tavolino, nella costruzione di un romanzo?

L’ispirazione per “Il mendicante di sogni” mi è arrivata da più parti. Per alcuni versi ho attinto dal mio mondo onirico, per altri ho tratto ispirazione dalla realtà, in particolar modo dagli emarginati della nostra società. L’idea era proprio quella di far incontrare  due dimensioni apparentemente distanti: quella fantastica e quella reale. Per questo mi occorreva un “anello di congiunzione” e la scintilla si è accesa guardando un documentario in televisione sull’iboga. L’iboga è una radice sacra dagli effetti allucinogeni, originaria di alcune regioni dell’ Africa. Lì gli sciamani la utilizzano durante i riti religiosi allo scopo di entrare in contatto con gli dei. In Europa viene utilizzata in fase sperimentale (al di fuori dagli ambienti scientifici ufficialmente riconosciuti) per “curare” varie forme di dipendenza. Nel mio romanzo ho ipotizzato che un nevrotico, Joshua, attraverso l’assunzione di questa sostanza, potesse entrare in contatto con un mondo parallelo governato da una bellissima fata. Parlare di “progettazione a tavolino” mi sembra esagerato. Non è così che nascono i miei romanzi. Inizialmente ci sono personaggi e immagini confuse che suscitano il mio interesse. Pian piano organizzo le idee e comincio a documentarmi. Penso che la documentazione sia un passaggio fondamentale nella costruzione di una storia perché è ciò che le conferisce spessore e credibilità. I dettagli, poi, si definiscono quasi da soli, man mano che procedo nella stesura. A quel punto è come se fossi un semplice tramite a cui spetta il compito di trasferire su carta una storia che ha un’esistenza autonoma e chiede semplicemente di essere raccontata.

2. Secondo Freud le forze che conducono l’artista a produrre derivano dall’inconscio e hanno la stessa intensità e connotazione di quelle che possono condurre altre persone alla nevrosi (meno male che ti sei messa a scrivere, eh?). In base alla tua esperienza, tu come vedi il processo creativo?

Freud riteneva che l’arte fosse un mezzo per sublimare la follia. L’artista, in quest’ottica, sarebbe un potenziale “folle” che riesce a trasformare il suo delirio in qualcosa di condivisibile. Fondamentalmente sono d’accordo. Penso che il processo creativo sia sana follia.

3. Nel tuo romanzo i sogni offrono il passaggio da una realtà cruda e difficile a una poetica e meravigliosa. L’elemento “fantastico” può essere interpretato anche come metafora? Secondo te, è possibile conciliare evasione e riflessione?

La letteratura fantastica, a cominciare dalle favole, ha sempre veicolato dei messaggi che spingono alla riflessione. Molte opere per bambini o ritenute di evasione, in realtà, sono metafore di qualcosa di più profondo. Il mago di Oz di Frank Baum, giusto per citare un esempio, è una bellissima favola ma è anche un’allegoria della politica monetaria americana di fine ‘800. La filosofia, ha fatto spesso ricorso al mito per esplicitare i suoi concetti. La stessa psicanalisi trova nella mitologia un prezioso alleato in grado di fornire ottime chiavi di lettura di alcuni processi psichici. Non solo penso che sia possibile conciliare evasione e riflessione, ma sono anche convinta che la grande potenzialità del fantasy risieda proprio in questa possibilità.

4. Tu i sogni li hai anche studiati, giusto? Questo quanto è stato importante nella costruzione del romanzo?

Da questi studi ho imparato quanto sia importante sognare per l’essere umano. Il sogno ha la funzione di garantire il nostro equilibrio psichico oltre a essere una delle pochissime chiavi di accesso ai segreti dell’es. Inevitabilmente tutto ciò che ho appreso in materia mi è servito per la costruzione del romanzo e, in certa misura, lo ha anche ispirato.

5.
So che c’è anche una curiosità davvero interessante che riguarda i sogni presenti nel romanzo, ce la racconti?

Per anni ho mantenuto un’abitudine (funzionale anche ai miei studi): ogni mattina, al mio risveglio, annotavo su un diario i sogni fatti nel corso della notte precedente. Conservo ancora questo materiale e l’ho utilizzato per il mio romanzo. Tutti i sogni raccontati nel libro, se pur trasformati e romanzati all’occorrenza, sono autentici.

6.
Il regno di Chissà-Dove, col suo nome bizzarro e i suoi esseri fatati, fa riferimento a un ramo del fantastico che viene proposto più raramente al grande pubblico. La tua percezione del sense of wonder si rispecchia in questo tipo di ambientazione più che in quella tradizionale del fantasy classico?

Sono sempre stata affascinata dall’ipotesi dei mondi paralleli e ancor più dall’idea che questi mondi possano entrare in comunicazione tra loro. Il real fantasy mi è particolarmente congeniale perché esplora proprio questa possibilità. Da questo punto di vista penso che riesca a suscitare un sense on wonder superiore rispetto a quello del fantasy tradizionale perché fa leva sul fattore “sorpresa”. Voglio dire, un fata sull’Isola di Avalon è qualcosa di prevedibile, una fata a New York (tanto per citare un romanzo che adoro) è qualcosa di insolito e di strabiliante. Personalmente lo trovo più divertente. Inoltre, penso che il real fantasy si presti meglio allo scopo di veicolare messaggi sociali e ciò si sposa perfettamente con i miei intenti.

7. I tuoi personaggi sono dei diversi, gente che spesso non viene ascoltata, come un nevrotico e un bambino. È stato impegnativo tratteggiarli, “entrare nella loro testa”?

Ho prestato a ciascuno dei miei personaggi un pezzetto di me e, contemporaneamente, ho preso in prestito qualcosa da loro. Basta porsi in ascolto e sullo stesso piano, per accorgersi che la diversità è solo un preconcetto. Siamo tutti diversamente uguali.

8. Mi ha davvero incuriosita vedere un tale commissario Zanetti, citato nella quarta di copertina. Ma come c’è finito, un commissario, in un romanzo fantasy?

La cultura occidentale tende a razionalizzare tutto. Ogni qualvolta ci troviamo di fronte a fenomeni “paranormali”, abbiamo la tendenza a ricercare delle spiegazioni plausibili. Il commissario Zanetti, rappresenta questa mentalità. In città si stanno verificando delle misteriose sparizioni. Tutti i casi presentano un elemento comune: un disegno sull’asfalto e un petalo di rosa bianca compaiono lì dove la persona scomparsa è stata vista l’ultima volta. Se si esclude a priori la magia, è inevitabile ipotizzare che ci sia lo zampino di un serial killer. Altrettanto inevitabile è che un commissario sia chiamato a risolvere il mistero.

9. Ultimamente, come proposta di “rinnovamento” del fantasy, si è auspicato di puntare su ambientazioni italiane e messaggi sociali: il tuo romanzo sembra in sintonia con questa visione. Cosa ne pensi?

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una grande successo della letteratura fantasy e al relativo moltiplicarsi di pubblicazioni di questo genere. Finchè si rimarrà ancorati agli schemi del fantasy tradizionale, sarà sempre più difficile proporre qualcosa di veramente nuovo. Per questo ritengo che puntare su ambientazioni alternative (non necessariamente su quella italiana) o sul real-fantasy (branca dalle grandi potenzialità e non ancora sufficientemente esplorata), possa essere una strategia vincente. Penso, però, che simili valutazioni spettino più agli editori che agli autori. Per quel che mi riguarda, scrivo seguendo la mia ispirazione, senza preoccuparmi delle richieste di mercato. La mia scelta ricade sul real fantasy perché  mi è congeniale, se piace tanto meglio, vuol dire che in questo momento il vento spira, per me, in una direzione favorevole!

10. A cosa stai lavorando adesso? Hai qualche nuovo progetto in cantiere?

Ho terminato da poco un nuovo romanzo. Anche questo è un fantasy e tratta un argomento di attualità. L’ho inviato al mio editore, attendo speranzosa l’esito di valutazione e, nel frattempo, raccolgo nuove idee.

Ringraziamo Miriam Mastrovito per la cortese disponibilità.

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