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Copertina de Il linguaggio della notte di Ursula Le Guin.

L'antologia italiana Albero e Foglia dove è contenuto il racconto 'Foglia' di Niggle di Tolkien.

Leis Carroll col suo Le avventure di Alice nel Paese delle Mraviglie trasformò in moda la letteratura fantastica moderna.

 

 

 

STRANI, NUOVI MONDI

La costruzione di universi immaginari nella letteratura fantascientifica


Articolo pubblicato sul numero 10 della rivista letteraria Nugae, 2006

Roberto Paura

«Sembrerebbe che lo scrittore che compone un universo, inventa un pianeta, o anche soltanto popola un salotto, stia facendo la parte di Dio», scriveva Ursula K. Le Guin in un suo articolo[1]. Niente di più vero. Una delle diramazioni più suggestive della letteratura fantascientifica è proprio la costruzione di un universo, che funge da sfondo alla vicenda vera e propria ma che spesso finisce per diventare il protagonista della vicenda. Costruire un universo o un mondo non è operazione facile: la creazione dev’essere infatti quanto più possibile realistica: «Non appena tu, scrittore, hai detto “Il sole verde era già tramontato, ma quello rosso continuava a pendere come un salame gonfio sopra alle montagne”, faresti bene ad avere un’idea… riguardo al tipo e alle dimensioni dei soli verdi e di quelli rossi[2]», continuava la Le Guin nel suo saggio. Ma perché si costruisce un mondo? Verrebbe da rispondere: per evadere dalla realtà. L’idea tuttavia che il world-bulding – così si chiama in America la costruzione di un mondo, una disciplina che interessa biologi, astrofisici, antropologi, filosofi – sia un mero escapismo, è riduttiva. Il celebre autore del Signore degli Anelli, J.R.R. Tolkien, che realizzò un mondo – la Terra di Mezzo – così preciso e realistico da essere considerato oggi il caposcuola del world-building, chiamava questo processo “sub-creazione”. E’ un termine che subito ci rimanda al potere divino dello scrittore, il potere di creare personaggi, città, mondi e universi semplicemente con la propria immaginazione, così come Dio creò dal nulla il nostro cosmo. Nel racconto ‘Foglia’ di Niggle[3], Tolkien usa una suggestiva metafora per far capire ai lettori cosa significa costruire un universo: i sub-creatori sono come il pittore Niggle, che iniziò a dipingere un albero come soggetto, ma poi si perse nel rappresentare lo sfondo dietro di esso, le creature che vivevano sui suoi rami, le venature delle foglie e del legno… dall’universale al particolare, e viceversa, il sub-creatore si perde nei dettagli della sua creazione. Frank Herbert, l’autore di Dune e dell’omonimo mondo desertico protagonista della sua saga, la sapeva lunga sul “complesso di Niggle”: «La costruzione di un mondo non è un processo lineare», affermò una volta. «S’incontrano diramazioni affascinanti, ed è difficile non cedere al desiderio di esplorarle[4]».

Benché siano in molti oggi, soprattutto negli Stati Uniti, a cimentarsi a livello amatoriale nella creazione di questi universi fantastici, le massime realizzazioni le possiamo rintracciare nei capolavori della fantascienza. In Dune di Herbert abbiamo un mondo desertico abitato dai Fremen, popolazioni autoctone simili nei costumi ai tuareg sahariani, dominati da ritualità e miti complessi; l’universo in cui si svolge la narrazione è un universo dominato da un impero feudale e arretrato, pregno di misticismi e tradizioni ancestrali. La capacità di Herbert di far trasparire nel corso della narrazione i dettagli più stupefacenti di quest’universo e farcelo accettare con semplicità, è stupefacente: sembra che esso sia sempre stato lì, sia storicamente esistito, ed Herbert non sia altro che uno storico che ci riporta quei fatti avvenuti “tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana” (per usare il celebre incipit dei film di Guerre Stellari, dove ritroviamo sul grande schermo un universo chiaramente ispirato proprio a Dune). Non c’è bisogno di avere razze aliene mostruose o grottesche per creare un universo fantastico: Herbert, e prima di lui Isaac Asimov nel suo ciclo della Fondazione, costruisce un universo abitato da soli esseri umani. Asimov giustifica questa sua scelta: «Volevo costruire il mio universo meno specifico nella sua descrizione delle differenti specie e più concentrato sui vari problemi politici, economici e sociali della Galassia[5]». L’Impero Galattico di Asimov, un impero di cui si racconta il monumentale crollo (per stessa ammissione dell’autore ispirato alla lettura del Declino e caduta dell’Impero romano dello storico inglese Edward Gibbon), è abitato da trilioni di esseri umani e di esso si raccontano gli eventi politici, bellici, sociali. Come riconoscono Fruttero e Lucentini nell’introduzione a Fondazione: «Chi vi si addentra, può non conoscere Gibbon, Toynbee o Marx, ma la sua reazione sarà certamente quella dell'amatore di storia che si aspetta dallo "specialista" un racconto e insieme una spiegazione del racconto: lieto abbandono al possente fiume degli avvenimenti, ammirata gratitudine per l'autore che ha capito tutto e ci conduce con mano esperta nel labirinto, piacere per ogni nuovo groviglio che si forma dopo lo scioglimento del precedente, assoluta fiducia nella plausibilità delle connessioni, delle corrispondenze, degli incastri[6]». La capacità di un “fabbricante di universi” (così titolava un fortunato romanzo di Philip J. Farmer) sta proprio in questo.

In fin dei conti non è tanto importante l’ambientazione di un mondo, cioè la sua descrizione geofisica. A fare la differenza sono i popoli che vi abitano, e il fabbricante di universi deve delinearli con la massima precisione possibile. Ursula Le Guin, che in questo è maestra, ha inventato nei suoi vari romanzi molteplici razze umanoidi, ognuna con le sue peculiarità etniche, antropologiche, teologiche, filosofiche. Ciò che stupisce della Le Guin è la capacità di farci accettare l’Altro che ella rappresenta: le razze aliene ci stupiscono proprio perché così simili a noi. Tolkien, nel descrivere le abitudini e gli usi dei suoi hobbit e dei suoi elfi, inventa di sana pianta ma fermo restando la falsariga dell’essere umano. Partendo da questa considerazione possiamo già provare a dare una risposta alla domanda che ci siamo posti: perché si costruisce un mondo? «Non è per i soldi o per la fama[7]», affermò scherzosamente Asimov. Il fabbricante di universi costruisce un mondo per usarlo come specchio del proprio Io.

Se ci si pensa, la costruzione di un mondo fantastico nella letteratura non è un’operazione moderna. Già nelle Mille e una Notte abbiamo numerose descrizioni di terre immaginarie. E cos’è l’oltretomba dantesco della Divina Commedia, se non un mondo uscito dalla fervida fantasia dello scrittore fiorentino? Cyrano de Bergerac, nel suo Storia comica degli Stati e Imperi della Luna e in Storia comica degli Stati e Imperi del Sole, descriveva gli strani abitanti del nostro satellite e del nostro astro. Jonathan Swift nei Viaggi di Gulliver fa vagabondare il suo personaggio in terre immaginarie abitate da piccoli omini, grotteschi giganti, filosofi con la testa tra le nuvole, cavalli parlanti. Il mondo fantastico diviene poi un leit-motiv a partire dal Romanticismo, con la sua propensione a fuggire dalla realtà decaduta e materialistica per rifugiarsi in mondi d’illusione e magia: Coleridge e Novalis ce ne danno dimostrazioni esemplari. Di lì in poi è tutto un susseguirsi di mondi immaginari: la terra di Oz, l’Isola Che Non C’è, il Paese delle Meraviglie di Alice. La fantascienza non ha fatto altro che dare un fondamento scientifico ai mondi immaginari, che ora sono realtà parallele, pianeti lontani anni-luce, universi alternativi. Negli esempi storici che abbiamo riportato, i mondi fantastici sono il più delle volte non dei semplici passatempi letterari, ma allegorie dell’esistenza umana, o modi velati di attaccare le convenzioni della società del tempo: l’Utopia di Thomas More e la Città del Sole di Campanella avevano proprio questo scopo; e il cupo Nuovo Mondo di Huxley, distopia moderna e fantascientifica, non si discosta da quel canone.

Un universo viene inventato per molti motivi. Tolkien creò la Terra di Mezzo e il suo seguito di popoli, leggende, creature e miti al solo scopo di applicarvi la lingua che egli – professore di filologia – aveva inventato nel segreto del suo studio; ma da qui finì per infondervi poi le proprie idee: la reazione verso il mondo moderno dell’industria, della fine del mito e dell’immaginazione, della società stereotipata e appiattita. Il suo amico e collega C.S. Lewis, nel creare il mondo fantastico di Narnia ma soprattutto i pianeti della sua trilogia di Perelandra[8], vi infuse il suo credo cattolico e usò i suoi universi fantastici per esplorare la fede, le questioni teologiche e l’esistenza di Dio (Aslan, il leone di Narnia, è l’esplicita allegoria di Gesù Cristo). Ursula Le Guin, figlia di antropologi e lei stessa studiosa di popoli e civiltà, ha usato i mondi immaginari dei suoi romanzi per affrontate temi di grande impegno sociale: lo scontro tra comunismo e capitalismo ne I Reietti dell’altro pianeta, il femminismo in La mano sinistra delle tenebre, l’etnocidio in La salvezza di Aka. Mondi e popoli fantastici non sono che metafore di noi stessi, proiezioni, oggettivazioni che così abbiamo modo di studiare e comprendere meglio. L’enigmatico pianeta Solaris dell’omonimo capolavoro di Stanislaw Lem[9], un pianeta ricoperto da un oceano senziente con cui gli esseri umani tentano invano di stabilire un contatto, altri non è che quel Dio con cui l’umanità da millenni cerca di confrontarsi, attraverso la vana disquisizione metafisica e teologica (simboleggiata da Lem dall’enorme biblioteca di studi dedicati a Solaris, migliaia di tomi che non sono però riusciti a risolverne l’enigma). I fantasmi che Solaris crea, e con cui drammaticamente si confrontano i protagonisti dell’opera, non sono che proiezioni dei loro Io. Lem simboleggia così il processo di sub-creazione di cui parlava Tolkien: l’uomo assurge a Dio nel creare universi fantastici, ma in ultima analisi non fa che descrivere sé stesso, non fa che descrivere l’universo inesplorato che è dentro di sé.

Il telefilm Star Trek, che riprende molti topos della fantascienza letteraria, è un continuo serbatoio di mondi stravaganti abitati da popoli ancor più stravaganti. Gene Roddenberry, che di Star Trek fu il creatore, disse una volta: «Mi accorsi che creando un mondo a parte, un mondo nuovo con regole nuove, si poteva parlare con più facilità di sesso, religione, Vietnam, alleanze, politica, missili intercontinentali. E' quello che facemmo in Star Trek[10]». In fin dei conti il compito della fantascienza non è «determinare la posizione delle stelle e studiare le nebulose, ma scandagliare le possibilità ignote dell’esistenza[11]», come disse Q, uno dei personaggi del telefilm. Esplorare sì strani, nuovi mondi, ma sempre tenendo ferma l’idea di «arrivare là, dove nessun uomo è mai giunto prima[12]».

 


[1] Ursula K. Le Guin, Cosmologia fatta in casa, in Ursula K. Le Guin Il linguaggio della notte, Editori Riuniti, 1986.

[2] Ibidem.

[3] In Antologia di J.R.R. Tolkien, a cura di Ulrike Killer, Bompiani, 2000.

[4] Dal discorso tenuto da Frank Herbert alla XXII Convention Mondiale di Fantascienza, Los Angeles 1964, riportato come Introduzione a Dune di Frank Herbert, Sperling & Kupfer, 1999.

[5] Isaac Asimov, Inventing a Universe, in Isaac Asimov Gold, HarperCollins, 1996.

[6]  Fruttero & Lucentini, Introduzione in Isaac Asimov Trilogia delle Fondazioni, Mondadori, 2002.

[7] Inventing a Universe, op. cit.

[8] La trilogia è composta dai romanzi Lontano dal pianeta silenzioso (1938), Perelandra (1943) e Quell’orribile forza (1945), editi in Italia dall’Adelphi.

[9] Stanislaw Lem, Solaris, Mondadori, 2004.

[10] Citato in Leopoldo Damerini e Fabrizio Margarina, Dizionario dei telefilm, Garzanti, 2001.

[11] Nell’episodio Incontro a Fairpoint della serie Star Trek: The Next Generation.

[12] Il celebre incipit di ogni episodio della serie Star Trek.